Vivere in montagna esige impegno e responsabilità, che non tutti comprendono e rispettano

Chi sceglie di accettare i limiti dell’isolamento geografico e di restare crea necessariamente un legame con il luogo, che può crescere e sfociare in un impegno più ampio e profondo. Pur non essendo perfette, queste comunità procedono nella giusta direzione.

Così scrive Malachy Tallack a pagina 89 de Il Grande Nord – libro del quale vi ho scritto qui – raccontando dei suoi viaggi in alcune delle zone più remote e ambientalmente difficili dell’emisfero settentrionale, tuttavia abitate da tempo immemore da genti che vi ci sono adattate e hanno sviluppato culture e civiltà peculiari, figlie di quegli stessi territori e delle loro caratteristiche geografiche, naturali e ambientali.

È un’osservazione che risulta perfettamente consona e valida anche per le nostre montagne, alle cui condizioni difficili da secoli i montanari hanno saputo adattarsi pur tra mille criticità, in una costante ricerca di equilibrio con l’ambiente naturale che ha sviluppato nel tempo una relazione peculiare tra le montagne e i loro abitanti: relazione a sua volta problematica, per certi versi, ma comunque più profonda di altre elaborate in ambiti meno ostici e più ospitali.

Oggi tutto questo vale se possibile ancora di più che nel passato. Il progresso ha reso la vita dei montanari più facile e confortevole ma non sempre è stato governato al meglio, soprattutto dal punto di vista politico: basti pensare alla carenza di servizi di base di cui soffre la gran parte delle nostre montagne, che rende la residenza lassù nuovamente meno semplice, dunque meno attrattiva, di quella in città. Per questo anche oggi vivere in montagna in maniera consapevole significa «accettare i limiti dell’isolamento geografico» che è anche isolamento politico, come detto, quindi impone ai montanari – siano essi tali di origine o per scelta – un impegno più ampio e profondo per restare a vivere tra i monti e per farsi comunità, forse l’elemento fondamentale, questo, che può mantenere vive e vissute le nostre montagne.

È un impegno, una responsabilità, un dovere che può essere anche un diritto quando tale impegno sia assunto in maniera proattiva, ovvero proprio con la precisa e consapevole volontà di compierlo a tanto a vantaggio proprio quanto per il bene delle montagne sulle quali si vive. Cioè quando il legame, la relazione con i luoghi abitati siano attivi e profondi così che ci si senta pienamente parte del luogo, del suo paesaggio, della realtà locale in divenire, dello spazio e del tempo che lo definiscono continuamente.

Questo impegno e questa responsabilità elaborati dalle comunità di montagna, così importanti e necessarie, purtroppo vengono spesso ignorati, a volte disprezzati se non proprio calpestati, da uno dei comparti economici che nel tempo è divenuto fondamentale per le nostre valli alpine, il turismo. Un’industria che si dimostra spesso antitetica, nei propri fini, alle dinamiche civiche e politiche della realtà quotidiana delle nostre comunità montane, delle quali non riconosce affatto l’impegno suddetto se non intendendolo solo come strumento da porre al servizio e assoggettare ai propri obiettivi commerciali. Cosa peraltro inevitabile: il turismo contemporaneo è concepito ed è stato costruito (negli ultimi anni soprattutto) a mero uso e consumo di “clienti” paganti a cui interessa fruire di certi servizi, sempre meno interessati ai luoghi e alla permanenza in essi. Giusto così, da loro punto di vista: il problema infatti non è in essi ma nell’industria turistica, appunto, che a fronte della fornitura di servizi ai turisti dovrebbe di contro elaborare più vantaggi possibili per l’intera comunità del territorio nel quale opera.

È qualcosa che accade molto di rado, a mio parere. In montagna la comunità residente dovrebbe essere sempre al centro – e il centro – di qualsiasi iniziativa realizzata, il che è la condizione ideale affinché anche ogni altra cosa, e innanzi tutto il turismo che del territorio e di ciò che contiene vive, possano svilupparsi nei modi più proficui. Ciò genererebbe un circolo virtuoso grazie al quale l’impegno e la responsabilità di chi vive nel territorio, funzionale al suo benessere generale, sosterebbe di conseguenza anche quello di chi vi resta occasionalmente e per poco tempo ma comunque in grado di cogliere la presenza e il portato di quell’impegno, magari contribuendovi a sua volta per quanto possibile – ad esempio, manifestando più rispetto per i luoghi per averne constatato la cura riservata ad essi dagli abitanti.

In questo modo, le comunità che «procedono nella giusta direzione» di cui scrive Tallack non sarebbero più sole come oggi spesso appaiono oltre che in balìa del potere e dei voleri di soggetti esterni – come l’industria turistica, appunto – e il loro impegno locale verrebbe sostenuto anche da chi visita le loro montagne periodicamente, anche solo per una volta. Nella giusta direzione si ritroverebbero a procedere tutti quanti, dunque, con grandi vantaggi per chiunque.

Per tutto ciò credo che il comparto del turismo – innanzi tutto, ma parimenti chiunque operi per tornaconto sulle montagne – dovrebbe manifestare un pari impegno e una simile responsabilità verso di esse che a suo modo rispecchino quelli dei montanari residenti. Sarebbe una consonanza funzionale non solo agli interessi di chiunque ne sia coinvolto ma pure a una reale, autentica salvaguardia delle nostre montagne da qualsiasi criticità si presenti oltre che alla resilienza (civica, sociale, economica, culturale, ambientale, eccetera) nel tempo del tessuto antropico che sceglie di viverci. La “giusta” direzione condivisa verso il futuro, per evitare che montagne e montanari restino incastrati in un presente senza prospettive o, peggio, che ricadano in un passato tragicamente ucronico.

(Le immagini ritraggono il borgo di Chamois, in Valle d’Aosta, l’unico comune italiano non raggiungibile in auto ma solo in funivia o a piedi. Sono tratte da facebook.com/lovechamois.)

Malachy Tallack, “Il grande Nord. Viaggio intorno al mondo lungo il sessantesimo parallelo”

Il grande Nord. Una definizione che pressoché a chiunque evoca qualcosa: fascino, attrazione, viaggio, natura, sogno, mito, utopia, fuga, chimera… Due sole parole, dieci lettere in tutto, che tuttavia come poche altre sanno contenere infinite cose, un po’ come se lassù, verso il punto attorno al quale il pianeta gira (e laggiù è lo stesso, per l’emisfero australe), si condensasse tutto ciò che il mondo altrove sembra aver smarrito o dimenticato oppure trascura e ignora, ma che rimane qualcosa di assolutamente sensibile per la mente e l’animo e che in un modo o nell’altro rimanda a un’idea di vastità, non solo geografica, e di libertà, non solo di movimento.

Già, ma se tutti sappiamo dov’è il Nord e cos’è, sappiamo ugualmente dire dove comincia? È innanzi tutto una dimensione geografica che si identifica anche da ciò che “Nord” non lo è, e dunque che deve avere da qualche parte un inizio, un punto oltre il quale, sulla scala planetaria, possiamo dire a ragion veduta: «ok, qui siamo nel Nord». Molti pensano che tale punto sia determinato dal Circolo Polare Artico, la linea posta poco oltre il 66° parallelo dalla quale si possa vedere il Sole a mezzanotte – e di contro non vederlo per ventiquattr’ore consecutive. Tuttavia è una linea già molto settentrionale, che non comprende una vasta fascia del pianeta che tutti già riconosciamo come “Nord” non solo geograficamente ma pure culturalmente e antropologicamente.

Machaly Tallack, scrittore britannico che per lungo tempo ha vissuto sulle isole Shetland, la porzione di territorio più settentrionale della Gran Bretagna, ha individuato la linea di demarcazione referenziale del “Nord” nel 60° parallelo, oltre la quale effettivamente si trova buona parte delle terre alle quali viene da pensare al riguardo. Le “sue” Shetland si trovano proprio su quella linea: Tallack ha dunque deciso di partire da casa per girare intorno al Nord del mondo seguendo con la massima precisione il 60° parallelo e visitando i luoghi che vi si trovano “sopra”, lontanissimi gli uni dagli altri ma in fondo avvicinati da tale comunanza geografica e da ciò che essa comporta. Il diario di questo viaggio è Il grande Nord. Viaggio intorno al mondo lungo il sessantesimo parallelo (Iperborea, 2024, traduzione di Stefania De Franco; 1a ed.orig. Sixty Degrees North. Around the World in Search of Home, 2015) nel quale ogni capitolo è una tappa del viaggio compiuto verso Ovest, un paese diverso, una differente interpretazione – culturale e antropologica, come detto, ancor più che geografica, ambientale o sociale – di cosa possa significare vivere a Nord e vivere il Nord: dalle Shetland alla Groenlandia, al Canada, l’Alaska, la Siberia, San Pietroburgo, la Finlandia e le isole Åland, la Svezia e la Norvegia e infine il ritorno a casa.

Già, perché viaggiare costantemente intorno al pianeta lungo un suo parallelo significa che la meta finale non può che essere il luogo da cui si è partiti, come anche il sottotitolo della versione originale del libro rimarca: «Seguire il sessantesimo parallelo significava tornare alle Shetland, quindi partire diventava possibile grazie al desiderio di tornare» scrive Tallack a pagina 236. Mai come in questa situazione il viaggio è la meta e, come scrisse Pessoa, i viaggi sono i viaggiatori: infatti quello di Tallack non è solo un mero diario di viaggio con la descrizione dei luoghi e dei territori visitati e non soltanto una pur approfondita e articolata trattazione del concetto e dell’idea di “grande Nord”. Forse ancor più il libro registra le impressioni e le riflessioni di quello che è stato un viaggio intorno a sé stesso, il “Nord” che diventa perno di una vita vissuta a settentrione ma il cui valore di punto cardinale fondamentale si accresce con il tempo diventando forma mentis […]

[Immagine tratta da snackmag.co.uk.]
(Potete leggere la recensione completa de Il Grande Nord cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

Tino Mantarro, “L’attrazione dei passi. Piccolo invito a scoprire cosa c’è oltre le cime”

Se pensiamo alle montagne, qualsiasi catena montuosa si prenda a riferimento, probabilmente le identifichiamo e vi diamo una forma mentale visualizzando le loro più importanti e celebri vette: il Cervino o il Monte Bianco per le Alpi, il Gran Sasso per l’Appennino, l’Everest e il K2 per l’Himalaya, eccetera. Una referenza inevitabile, posta la spettacolarità di quei grandi rilievi e l’immaginario che generano. Tuttavia, se dovessimo pensare alle montagne in quanto territorio frequentato, abitato e valicato dall’uomo da millenni, avremmo necessariamente da convenire che quasi ognuno di noi le grandi catene le ha conosciute e “conquistate” attraversando i loro passi, l’elemento geomorfologico fondamentale, ben più di qualsiasi pur celeberrima vetta, che alla fine dà sostanza alla nostra idea concreta di “montagna”: perché ci consente di viverla da dentro, in pratica. Anche se poi, ribadisco, è la silhouette del Cervino o di un’altra famosa sommità che ce la simboleggia. In altre parole: se per assurdo una catena montuosa non avesse passi transitabili, la sua importanza dal punto di vista antropico sarebbe minima, proprio perché la frequentazione umana risulterebbe limitata ai pochi alpinisti in grado di salire le sue vette mentre a tutti gli altri toccherebbe girarle intorno, in tal modo escludendola formalmente dalla concezione geografica e culturale del mondo abitabile e abitato.

Per fortuna non è così: ogni catena montuosa qualche valico più o meno transitabile lo possiede. Se prendiamo ad esempio le nostre Alpi e studiamo la loro storia, posto ciò che ho scritto poc’anzi, ci renderemo rapidamente conto che la loro centralità nella cultura e nell’evoluzione sociale del continente europeo è data sicuramente dall’abbondanza di valichi transitabili, dunque di vie attraverso le quali congiungere i versanti opposti mettendo in relazione le rispettive genti, culture, tradizioni, saperi, comunità sociali. Senza contare che il solo fatto di sapere che ci possa essere un “oltre” da esplorare e conoscere, al di là delle grandi montagne, è motivo sufficiente all’uomo che da sempre (per fortuna e al netto delle devianze) insegue «virtute e canoscenza» per salire fin sugli spartiacque e guardare cosa c’è oltre, per poi discendervi e così “vincere” l’ostacolo naturale montano tanto quanto la propria curiosità. D’altro canto, a ben vedere, l’andare oltre i monti è pratica comune a tutti gli esseri viventi che li abitano o vi si trovano al cospetto, dalle varie specie selvatiche agli uccelli migratori finanche agli organismi vegetali. Pensare alle montagne come a degli ostacoli se non peggio a dei baluardi naturali da rendere confini e magari militarizzare è “trovata” umana recente e invariabilmente malsana, oltre che antitetica alla storia secolare delle genti di montagna, come detto.

Per questo – e per moltissimo altro – l’ultimo libro di Tino MantarroL’attrazione dei passi. Piccolo invito a scoprire cosa c’è oltre le cime (Ediciclo Editore, 2023), è un testo che appare affascinante e intrigante fin dal titolo e dal sottotitolo []

(Potete leggere la recensione completa de L’attrazione dei passi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Tenderini & Tenderini

Ribadisco: non parlo spesso di libri altrui non ancora letti, ma in certi casi trovo necessario eccepire. Come in questa occasione, perché le autrici di cui sto per dirvi ho l’onore e il piacere di conoscerle personalmente (più o meno) e di apprezzarle molto sia umanamente che letterariamente, avendo già letto altre loro opere, perché i loro nuovi libri – pubblicati a poca distanza l’uno dall’altro – lo meritano, e per un altro motivo speciale che vi dirò dopo.

Coincidenze. Piccole storie straordinarie in assenza di causa, è l’ultimo libro di Mirella Tenderini, che di volumi meravigliosi ne ha pubblicati tanti – di montagna, esplorazione e non solo – nel corso di una vita professionale e privata ricca di cose altrettanto meravigliose. In questo breve libro Mirella Tenderini racconta la storia incredibile ma assolutamente vera di stranissime coincidenze occorse nella sua vita, spolverando la memoria di viaggi in luoghi lontani durante anni nei quali non era facile visitare paesi come la Russia di Breznev, il Sudan sconosciuto e l’Algeria francese in lotta con il Marocco. Vecchie storie in un mondo ormai dimenticato con dei personaggi ancora viventi… Ma quante e quali sono le probabilità in cui sono nate le coincidenze raccontate in questo libro? – si domanda nella presentazione del libro. Conoscendo Mirella e tutto quanto ha saputo fare nella sua vita, non posso che pensare a una risposta, anzi, a innumerevoli risposte sorprendenti!

Vie di contrabbando. Sui sentieri ai confini del Lario è invece la nuova pubblicazione di Silvia Tenderini, nei cui libri di viaggio confluisce pienamente il suo spirito di viaggiatrice autentica, appassionata e sensibile, che si tratti di cammini sui monti delle Alpi o di avventure in terre lontane e insolite. In quest’ultima opera l’autrice si concentra su un territorio prealpino tanto poco conosciuto dai più quanto insolitamente affascinante, anche in forza della relativamente scarsa frequentazione turistica, se paragonata a molti dei monti vicini e alla prossimità degli affollati e celebrati laghi di Como e di Lugano: la Valsolda, che si affaccia sul lago di Porlezza e mette in connessione i due laghi citati. Per secoli è stato territorio di frontiera tra Italia e Svizzera e per molto tempo uomini, merci, notizie e idee hanno attraversato il confine percorrendo itinerari più o meno ufficiali, antichi sentieri a cavallo delle montagne. È così che Silvia Tenderini si muove alla scoperta dell’ottocentesca ferrovia dei Tre Laghi, delle officine della Val Senagra e della villa di Fogazzaro, tra l’arte romanica e quella popolare, ma soprattutto ascolta i lontani racconti dei contrabbandieri e la fuga di tanti verso la salvezza durante la guerra. La Valsolda e le sue valli laterali sono oggi meta di un turismo lento, riflessivo, attento alle piccole cose e lontano dai rumori delle più famose località lacustri: per esse questo libro non fa da mera guida turistica ma da intrigante spunto per costruirsi i propri itinerari e andare alla ricerca di storie e di personaggi che hanno animato questi luoghi.

Due libri caldamente consigliati, inutile dirlo – cliccate sulle immagini delle copertine per saperne di più. Ah, sì, vi dicevo dell’ulteriore e speciale motivo per il quale ve li sto consigliando (magari qualcuno lo avrà già intuito): Mirella e Silvia Tenderini sono madre e figlia! Una sorta di prestigiosa “officina letteraria familiare” – e al femminile: un altro valore aggiunto per molti versi – che non smette di regalare ottimi motivi di lettura e di avventure!

Consigli di lettura: Enrico Camanni, “Il grande libro del ghiaccio”

Ovvero: di libri che non ho ancora letto ma so per certo – cioè per vari e giustificati motivi, anche senza averli ancora letti – che siano interessanti e importanti da conoscere subito. E che ovviamente leggerò presto.

Enrico Camanni è una delle voci più autorevoli nell’ambito italiano della cultura di montagna, con una produzione editoriale tanto vasta quanto ricca di opere sovente illuminanti. Quest’anno Camanni ha pubblicato due volumi – peraltro entrambi afferenti al freddo, elemento ambientale certamente simbolico della montagna: per Mondadori il giallo Una coperta di neve, e da poco, per Laterza, Il grande libro del ghiaccio, sorta di secondo atto sul tema dieci anni dopo Ghiaccio vivo. Storia e antropologia dei ghiacciai alpini, pubblicato da Priuli & Verlucca.
De Il grande libro del ghiaccio così si può leggere nel sito dell’editore:

Apparentemente algido e senza vita, il ghiaccio è un mondo a sé. Un mondo meravigliosamente vario, misteriosamente fuggevole e drammaticamente fragile che gli uomini hanno imparato a temere e ammirare nel corso dei millenni. Una esplorazione ancor più appassionante e necessaria nel tempo del riscaldamento climatico.
Il fantastico racconto del ghiaccio oscilla tra il microscopico e il gigantesco. Le forme, i colori, perfino i suoni del ghiaccio, sono presenti tanto nelle sconfinate lande polari quanto nelle micro formazioni architettate accidentalmente dal gelo, che in natura si manifesta in forma di ghiaccio, neve, brina, galaverna, gelicidio e calabrosa. Si tratta di un mondo meravigliosamente vario, misteriosamente fuggevole e drammaticamente fragile, che gli uomini hanno imparato a temere e ammirare nel corso dei millenni, con cui si sono adattati a convivere, lottare e patteggiare, infine a godere e sfruttare fino a comprometterne l’esistenza.
[…]
Il Grande Libro del Ghiaccio si dipana tra la lotta millenaria dell’uomo con il gelo e il radicale rovesciamento dei valori tra Settecento e Novecento, con la scoperta romantica dei ghiacciai, la neve degli sciatori e l’invenzione del ghiaccio artificiale, cioè la sua produzione a scopo alimentare, industriale e medico. Fino alla crisi attuale in cui l’uomo prende coscienza della propria responsabilità di fronte al riscaldamento climatico e alla fusione dei ghiacci.

Un volume assolutamente intrigante del quale, ribadisco, consiglio la lettura insieme al citato libro del 2010, costruendo così un percorso tematico di sicuro fascino e compiuto interesse. Cliccate sulla copertina del libro, lì sopra, per visitare il sito degli Editori Laterza e avere ogni informazione al riguardo.