Il troppo stroppia sempre

[Foto di Peter Bond da Unsplash.]
Si sa che certe persone con l’avanzare dell’età diventano pedanti e si convincono che sia un’ammirevole saggezza conferita proprio dalla maturità anagrafica quella che invece ad altri parrà più mera e fastidiosa sofisticheria senile. Io non posso certo credere di non far parte di questa categoria di persone, in ogni caso questo popò di introduzione pseudo-sociologica mi serve per denotare una cosa molto più pragmatica (o banale, forse). Ovvero che col tempo, dilettandomi a volte nell’andare a fare la spesa nei supermarket vicino casa – e, sottolineo, “semplici” supermarket, dacché rifuggo come la peste i più mastodontici “ipermercati” e ogni altro esercizio commerciale troppo grande e altrettanto caotico – sempre più mi chiedo una cosa che già alcuni altri si sono chiesti e certamente si chiederanno, dunque a questi mi aggiungo: ma non c’è troppa roba in vendita in questi negozi? Non ci sono troppi articoli e troppo assortimento per lo stesso articolo, troppa scelta, troppa sovrabbondanza, troppe cose ridondanti ovvero sostanzialmente eccessive e inutili? Non è che se di tutta quella roba ce ne fosse anche solo una decima parte, in vendita, comunque avremmo a disposizione un notevole assortimento sia di qualità che di varietà e quantità?

Sia chiaro, non è un pensiero banalmente anticonsumistico, il mio, oppure legato a considerazioni pur obiettive del tipo «noi abbiamo troppo e in certe parti del mondo non hanno nulla», almeno non nel principio. Piuttosto, mi viene da riflettere su cosa ci sia dietro tutto questo surplus di merci in vendita e poi su cosa venga cagionato da esso dopo (incluse le incontrollabili pulsioni consumistiche indotte, certamente, ma non come unico effetto), e rifletto su tali questioni in senso sociologico ovvero socioeconomico considerando l’etimologia originaria del termine “economia” – dal greco οἶκος (oikos), “casa” inteso anche come “beni di famiglia”, e νόμος (nomos) “norma” o “legge” – ovvero «l’organizzazione dell’utilizzo di risorse scarse (limitate o finite) quando attuata al fine di soddisfare al meglio bisogni individuali o collettivi» (clic). Va bene, capisco che al giorno d’oggi la definizione «risorse scarse (limitate o finite)» risulti anacronistica e senza (più) senso (o no?), tuttavia, forse, dalle limitatezze di certi periodi del passato ci siamo fin troppo abituati ad una spropositata sovrabbondanza che, superato un limite economico fisiologico oltre il quale stiamo correndo verso un orizzonte ultraconsumistico senza limiti visibili, in fin dei conti ci ha arricchito materialmente ma impoverito e imbruttito culturalmente – un “effetto collaterale” solo all’apparenza, a ben vedere. Ripeto: se si eliminasse il 90% della merce che ingolfa gli scaffali dei supermercati contemporanei, comunque avremmo un sacco di cose da comprare e consumare e ci potremmo dire senza alcun dubbio dei “crapuloni”, con tutto quel popò di cose a disposizione. Anche per questo, quando ad esempio ho l’occasione di rifornirmi nei negozietti dei borghi di montagna dove in 20 metri quadri o meno c’è poco di tutto ma non manca nulla di indispensabile, provo una sensazione di salubre e piacevole morigeratezza. Non è un merito di questi piccoli negozi né un demerito di quelli più grandi, formalmente: è semmai una questione di misure e di congruità di esse con il modus vivendi che ci è stato imposto e con quello che, forse, dovremmo invece scegliere consapevolmente di praticare.

Oh, ma lo so, lo so: sono riflessione piuttosto ovvie, un po’ retoriche, probabilmente frutto della mia attempata pedanteria (vedi sopra) o di chissà quale nevrotica paturnia. Però so anche bene che, troppe volte, temo, ci siamo abituati a considerare normali, ordinarie, dovute, cose che in realtà non lo sono e anzi sono francamente inopportune e insensate. In fondo lo denotò già Esopo più di 2500 anni fa che «L’abitudine rende sopportabili anche le cose spaventose», già. E non c’erano né i supermercati e nemmeno gli iper-mega-centri commerciali odierni, a quell’epoca!

 

Ora dico la mia sulla “questione sacchetti”!

Ok: a questo punto, visto che tutti dicono la loro, anch’io voglio dire la mia sulla “questione sacchetti.

I Sacchetti sono un’antica famiglia nobile fiorentina (il cui stemma vedete lì sopra) nota almeno dal XIII secolo, e forse anche sin dall’XI con un Isacco o Isacchetto che dette il nome al casato, citata nel XVI canto del Paradiso di Dante. Accumulò ingenti ricchezze (anche in proprietà immobiliari, opere d’arte e reperti archeologici) con la mercatura e l’attività bancaria, ricoprendo varie cariche nella città di origine e acquisendo il titolo aristocratico di marchese nel 1594 con Matteo. Attuale primo discendente della famiglia è Urbano, IX marchese di Castelromano.
Ovviamente, tali Sacchetti sono assolutamente, ineluttabilmente, tafonomicamente biodegradabili.

Questo è quanto. Bisogna sempre dire come stanno veramente, le cose! E se tale verità pur inoppugnabile non vi sta bene, andate a quel paese! Sì, al paese di Treglio, intendo dire, e visitate in particolare una delle sue frazioni. Ok?

Tutto il resto al riguardo sono fregnacce. Ecco.

Se anche l’arte si macchia di “lordure” finanziarie…

L’estate 2011 sarà ricordata come quella della paura, dei crolli di Borsa e di una diffusa percezione che qualcosa (di brutto) stia per accadere. Certamente le correzioni degli indici di Borsa dimostrano come la società odierna sia vulnerabile e psicologicamente labile a tutti quei bombardamenti mediatici a cui è sottoposta quotidianamente, in sostanza il termine “società liquida”, come acutamente osservato dal sociologo Zygmund Bauman, è quanto mai azzeccato per descrivere la contemporaneità. (…)
Queste dinamiche che siamo ormai abituati a conoscere nel mercato finanziario stanno diventando sempre più sovrapponibili al mercato dell’arte, che da alcuni anni gode di un’ottima salute, ma che è sempre più legato a logiche finanziarie in cui gli speculatori abbondano ed è sempre più orfano di appassionati e collezionisti illuminati. (…)
Una parte importante di questo sistema è rappresentata dagli opinion leader o curatori a termine (nel senso che passano) e a ritenuta d’acconto (nel senso che se li paghi scrivono bene di chiunque), parte di un ingranaggio e di un sistema che sempre di più assomiglia a quello della finanza e della Borsa, con la sola differenza che il reato di insider trading (coloro che manipolano il mercato finanziario dall’interno n.d.r.) non è punibile nel sistema dell’arte come lo è in Borsa. Quindi, curatori di Musei, Galleristi e Critici diventano al tempo stesso arbitri e giocatori della stessa partita.

Anche l’arte, dunque, è stata contagiata dal (implodente) turbocapitalismo contemporaneo, e si è ammalata di demenza finanziaria come il resto del nostro sistema, vacillando dunque pure essa verso il baratro?
E’ interessante riflettere su questo aspetto della crisi mondiale in corso, perché se, ad esempio, dovesse crollare il sistema (di potere) delle banche, potrebbe sotto certi aspetti essere una cosa positiva per la società in cui viviamo, ma se la stessa cosa dovesse capitare all’arte, crollerebbe – o potrebbe crollare – il palcoscenico di quella indispensabile bellezza che può salvare il mondo, oltre che renderlo più gradevole da vivere…
Se ne parlerà molto presto anche in Radio Thule, e a mo’ di preziosa e propedeutica informazione sull’argomento vi invito a leggere l’articolo Mercati impazziti e mercato dell’arte a firma di Cristiano Calori della Galleria Elleni di Bergamo, e pubblicato sul mensile di informazione on line Infobergamo.