Le armonie urbane di Barcellona

Per gli esploratori di paesaggi come me, ricercare nei relativi territori naturali armonie, proporzioni e simmetrie di matrice estetica, oltre a tutto il resto, viene pressoché istintivo e fa parte del processo di scoperta e cognizione del paesaggio. Di contro, a volte anche gli ambiti formalmente opposti a quelli naturali, cioè gli ambiti urbani ovvero le città, sanno offrire armonie e simmetrie estetiche tanto inopinate e sorprendenti quanto interessanti, se non piacevoli.

Barcellona è sicuramente un caso del genere e ciò grazie all’opera e alla “filosofia urbanistica” di Ildefons Cerdà i Sunyer, ingegnere spagnolo nato nei pressi della città catalana proprio nel dicembre del 1815 e considerato il padre della moderna disciplina urbanistica – pur non essendo egli un architetto, cosa che gli generò contro parecchie astiosità. Con il suo Plan Cerdà, concepito nella sua versione definitiva nel 1860, ha ampliato e disegnato Barcellona in base a un innovativo impianto a scacchiera a griglia aperta e egualitaria che tutt’oggi appare alquanto originale e non così diffuso, in Europa (mentre risulta più tipico negli Stati Uniti in forza dell’età recente delle citta americane e dello spazio edificabile a disposizione). Cerdà propose un piano estremamente razionale formato da una griglia continua di isolati di 113,3 metri e dalla superficie totale di 12.370 metri quadrati, intervallati da ampie strade di 20, 30 e 60 metri e con un’altezza massima di costruzione degli edifici limitata a 16 metri. Tale pianta urbanistica a scacchiera presenta inoltre l’ulteriore novità delle chaflán, ovvero le angolature degli isolati smussate di 45° per aver una maggiore visibilità negli incroci e garantire un’impressione di più ariosa vivibilità alla città per chi la percorre. Solo alcuni assi viari di maggiore importanza rompono e vivacizzano la rigida ortogonalità della scacchiera intersecandola di sbieco, mentre numerose altre innovative e significative peculiarità caratterizzano la concezione urbanistica del Plan Cerdà, a partire dalla possibilità di inserire nella scacchiera elementi architettonici successivi che tuttavia trovano il loro spazio senza risultare disarmonici al contesto urbano d’intorno: esempio massimo in tal senso è la Sagrada Familia di Antoni Gaudì, come si può ben vedere nell’immagine in testa al post, la cui edificazione iniziò nel 1882.

[Una mappa del Plan Cerdà del 1859. Fonte: commons.wikimedia.org. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Il Plan Cerdà non ha avuto poi il consenso e la considerazione che meritava, intervenendo presto la speculazione edilizia che ne ha mortificato alcune delle sue doti più originali ma, ribadisco, risulta tutt’oggi una realizzazione di grande importanza sia concettuale che pratica la quale designa Ildefons Cerdà i Sunyer come una delle figure fondamentali per il paesaggio urbano contemporaneo e per la sua definizione culturale – anche in senso lessicale, visto che Cerdà è da considerare anche l’inventore del termine “urbanizzazione”, della quale così ne scrisse nell’opera che compendia il suo pensiero, la Teoría general de la urbanización stampata a Madrid nel 1867:

Questi sono i motivi filologici che mi hanno indotto ad adottare il termine “urbanizzazione”. Tale termine indica l’insieme degli atti che tendono a creare un raggruppamento di costruzioni e a regolarizzare il loro funzionamento, così come designa l’insieme dei principi, dottrine e regole che si devono applicare perché le costruzioni e il loro raggruppamento, invece di reprimere, indebolire e corrompere le facoltà fisiche, morali e intellettuali dell’uomo che vive in una società, contribuiscano a favorire il suo sviluppo e ad accrescere il benessere sia individuale che pubblico.

[Tutt’oggi Google Earth mostra perfettamente la struttura urbanistica a scacchiera del Plan Cerdà; si noti la differenza con i quartieri d’intorno più antichi, che presentano la disposizione tipicamente “entropica” dei centri storici. Cliccateci sopra per ingrandire l’immagine.]
Wikipedia possiede una pagina piuttosto dettagliata su Cerdà e sulla storia del suo piano, qui: vi invito a leggerla per saperne di più al riguardo.

INTERVALLO – Tartu (Estonia), Eesti Rahva Muuseum/Estonian National Museum

L’Estonia, piccolo paese baltico i cui abitanti in totale sono meno di quelli della sola Milano, ha costruito un museo nazionale a dir poco sensazionale, senza dubbio tra gli edifici culturali più belli e architettonicamente particolari al mondo, al punto che ne Milano e neanche città pure più grandi e importanti possono ambire di averne di simili, credo. E lo dico essendo legato a Milano ed avendo pure un certo legame “letterario” con l’Estonia, dunque in modo emotivamente “neutro”, per così dire.

L’Eesti Rahva Muuseum / Estonian National Museum, aperto nel 2016, è stato progettato da un team di giovani architetti capitanato dalla franco-libanese Lina Ghotmeh e ha sede a Tartu, la seconda più importante città estone. L’eccezionale edificio museale prende forma dalla pista di un vecchio aeroporto militare sovietico la cui superficie fa “decollare” verso l’alto, proprio come se l’ampia striscia di cemento si sollevasse dal terreno grazie al lunghissimo tetto inclinato del museo. Come si può leggere in questo articolo su Archiportale.com, «Il progetto mira a creare una sorta di ‘casa aperta’ ai visitatori, un luogo di incontro e di interazione capace di riunire le persone accomunate dalla stessa storia che, per quanto sia stata anche dolorosa, deve essere celebrata e ricordata. In questo scenario la base militare abbandonata si configura come lo spazio ideale ad accogliere le intenzioni dei progettisti, in quanto luogo fortemente drammatico. La struttura rappresenta il più grande museo dei paesi baltici che racconta la storia culturale dell’Estonia a partire dall’età della pietra fino all’epoca contemporanea, con approfondimenti su tradizioni e rituali tipici di questa nazione.»

Potete ammirare molte immagini dell’Estonian National Museum, oltre alla storia del progetto da cui è nato, nel sito di Lina Ghotmet, qui.

Qualcosa da vedere, assolutamente, per chiunque passi da lassù – e magari lo faccia anche “grazie” a me!

INTERVALLO – Copenhagen (Danimarca), Tingbjerg Library and Culture House

Uno spazio che faccia da catalizzatore urbano per le attività culturali e sociali, contribuendo ad un riscatto da parte della comunità locale così da utilizzare la cultura come strumento e come fine della valorizzazione sociale e relazionale di un intero quartiere. Questo è il Tingbjerg Library and Culture House, a Copenhagen, sublime progetto dello studio danese COBE in puro stile “total nordic” sia nei concetti di fondo che nella sostanza materica, aperto lo scorso ottobre.

Cliccando qui potrete leggere un articolo sulla biblioteca pubblicato da elledecor.com, ma vi invito anche a dare un occhio al sito web dello studio COBE, vero e proprio scrigno di meraviglie architettoniche che confermano, se mai ce ne fosse bisogno, la supremazia del design nordico e della cultura umanistica che vi sta alla base.

P.S.: cliccate sulle varie immagini per ingrandirle, e grazie di cuore a Stefania per avermi segnalato tutto ciò!

Armonie urbane

Le città, in fondo ancora più che gli spazi naturali, devono basarsi sull’armonia – e non solo urbanisticamente o architettonicamente.
Se il paesaggio in Natura è il frutto della percezione culturale di un territorio già formato e semmai solo modificato dall’uomo, il paesaggio in città deve rappresentare la percezione – comunque culturale – del territorio che l’uomo può e deve formare, e che la Natura può solo ingentilire.
Quando ciò accade, le città possono essere luoghi autenticamente vitali. Altrimenti la sciatteria e il caos urbani sono dietro l’angolo di ogni loro edificio.

INTERVALLO – Le “Horror Architectures” di Jim Kazanjian

Kazanjian-1Vi sono parecchi artisti contemporanei che si fanno ispirare dalla letteratura, prendendo spunto da opere più o meno famose per ricavarne elementi creativi per i propri lavori. Tra di essi, Jim Kazanjian fa qualcosa di più, o forse di meno: resta assolutamente in ambito letterario – e qual ambito, visto che uno dei suoi riferimenti fondamentali è l’inimitabile H.P.Lovecraft! Da quell’ambito e dai suoi riferimenti non esce affatto, appunto, anzi li (ri)crea, rendendo visibili e tangibili paesaggi, scenari, vedute e frammenti di mondi impossibili, e non solo perché romanzeschi e/o romanzati. In più, crea le sue opere (che sono collages di 50/70 fotografie del secolo scorso, le quali necessitano poi di un lavoro di scelta e composizione di almeno 3 mesi!) usando pezzi di fotografie trovate negli archivi della Library of Congress, così legando le visioni generate alla realtà ordinaria (o quasi) in modo tanto bizzarro e inopinato quanto sconcertante e affascinante, donando loro pure un quid di spessore storico e, per così dire, antropologico.

p4s9psq6ua00splyCliccate QUI per visitare il sito web di Jim Kazanjian e ammirare altre visioni artistico-letterarie (è il caso di dirlo)!