Un incredibile silenzio, o quasi

Sono sempre molto sensibile ai rumori degli ambienti nei quali mi trovo, siano essi urbani o naturali, i quali in relazione al luogo in cui risuonano formano il relativo paesaggio sonoro: un elemento fondamentale per la riconoscibilità del luogo stesso, per il suo valore ambientale e culturale, per la sua identità nonché, ovviamente, per la gradevolezza estetica e il piacere di starci. Così vi sono località urbane che io credo siano troppo rumorose, ai limiti della più fastidiosa cacofonia, e vi sono luoghi in Natura che in certe condizioni possono offrire la percezione del silenzio quasi assoluto (il quale, sia chiaro, non è assenza di suoni e rumori ma è a suo modo un suono, un’armonia da ascoltare non con l’udito ma con l’animo). Vi sono anche luoghi che dovrebbero offrire una considerabile quiete sonora e invece soffrono del costante rumore di fondo proveniente dalle aree urbane: succede con alcune montagne prealpine che pur superano i duemila metri di quota ma sulle quali giunge, inopinatamente, il rumore dei territori antropizzati ai loro piedi, facilmente percepibile con un poco di attenzione uditiva.

In questi giorni, invece, esco la sera con Loki, il mio segretario personale a forma di cane e, appena dietro casa, posso raggiungere il colmo di un dosso dal quale ho ampia visuale sulla pianura tra le Prealpi comasche e l’hinterland milanese. Da lì, oltre al vasto panorama, constatavo anche la manifestazione di quanto ho appena scritto, il rumore incessante che saliva dalla pianura, il brusio costante anche nelle ore notturne. “Constatavo”, sì, verbo al passato, dacché ora, in questi giorni inediti e paradossali, mi sorprendo ad ascoltare una quiete sonora veramente incredibile. Non il silenzio, quello è impossibile, ma qualcosa che mai come ora vi si avvicina, considerando il contesto antropico.

Incredibile, già.

È un altro problema che la nostra civiltà, se realmente tale, dovrebbe impegnarsi a risolvere, quello del rumore. Nel frattempo questa quiete me la “godo” quasi ogni sera, per qualche attimo, prima di continuare la passeggiata verso casa con Loki. In fondo è una minima seppur inutile “consolazione”, rispetto a quanto di doloroso e triste il periodo in corso sta offrendo a chiunque.

Buon letargo, M49!

Marzola (Trento), l’orso M49 immortalato da una fototrappola lo scorso 16 luglio.

E così M49, l’orso più ricercato d’Italia se non di tutte le Alpi, il feroce, pericoloso, aggressivo, terrificante M49 che quest’estate seminava il panico per tutto il Trentino e il Südtirol e per questo aveva (o pareva avere) alle calcagna le guardie ecologiche, i Carabinieri Forestali, la Protezione Civile, mezzo esercito con l’artiglieria campale, i Marines e i Samurai del periodo Edo oltre che, ovviamente, tutti i cacciatori dei territori tridentini, pronti a fargli fare la più brutta fine possibile, ha fatto «marameo!» a tutti quanti e rimanendo uccel di bosco (lo so, tale locuzione potrebbe apparire inadatta per un plantigrado) se n’è andato in letargo, chissà dove e chissà fino a quando, certamente almeno fino alla prossima primavera.

Be’, non si può non restare affascinanti tanto quanto divertiti e compiaciuti dalla fuga di tal bestione che si sta dimostrando ben più furbo e scaltro di chissà quanti suoi inseguitori umani e, ancor più, dei detrattori che lo volevano (e lo vorrebbero ancora, io temo) morto perché “pericoloso”.

Pericoloso, già.

«È prevista l’uccisione dell’animale in caso di pericolosità per l’uomo o avvicinamento alle case»: così, più o meno, recitava l’ordinanza emessa dalle autorità trentine. Cosa significa, secondo voi? Quali sono quei “casi di pericolosità”? Quanto si doveva (o non) avvicinare alle case per non essere abbattuto, o viceversa? E poi l’uomo, proprio l’uomo autoproclamatosi Sapiens, proprio lui, si arroga il diritto di stabilire se una creatura selvatica nel suo habitat naturale deteriorato dalla presenza antropica sia “pericolosa”, dopo secoli di distruzione della Natura e di massacri dei suoi abitanti animali?

«È prevista l’uccisione dell’uomo in caso di pericolosità per gli animali o avvicinamento alle loro tane». Ve lo immaginate, se un principio del genere dovesse venire applicato in ottemperanza alla realtà storica dei fatti? No, ovviamente, non ce lo immaginiamo. Sarebbe una malvagità assoluta.

Eh, lo sarebbe, sì. Per altre creature no. Per noi sì. Già.

Caro M49, buon letargo! Goditi una gran bella dormita, riprenditi, recupera le energie fisiche e mentali, così che per la prossima primavera tu possa tornare a beneficiare della tua naturale libertà, alla faccia di quegli umani che non capiscono proprio cosa significhi tanto il termine “libertà” quanto il vivere armonicamente con la Natura e i territori abitati. Ma non lo capiranno nemmeno in futuro, temo, dacché non avranno mai la tua intelligenza e la tua furbizia, sicché non impareranno nulla dalla “lezione di vita” sui monti che stai dando loro. E speriamo che con te le Alpi siano sempre protettive e accoglienti, come lo sono da sempre per chiunque sappia sintonizzarsi con la loro ancestrale essenza e la sublime bellezza vitale.
Buon riposo, M49, arrivederci alla prossima bella stagione!

(Cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più su M49 e la sua storia.)

Vivere un luogo

Per poter affermare di vivere veramente in un luogo, non possiamo semplicemente limitarci ad abitarlo ma dobbiamo lasciare che il luogo sia vivo e abiti in noi.

A Sua immagine e somiglianza?

Senta, Dio
Ecco, io sarei agnostico, dunque non so se Lei esista o meno e non ritengo sostanzialmente valida alcuna tesi a sostegno dell’una o dell’altra ipotesi (nonostante la realtà dei fatti terreni faccia ritenere più plausibile il “meno”… ma è un altro problema, questo), d’altro canto per lo stesso principio posso anche ipotizzare che esista veramente e che sia stato effettivamente Lei a dare vita alla creazione del mondo, dunque mi permetto di chiederLe: ma quando disse, almeno come è scritto nella Genesi 1,26-28:

«“Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Dio creò l’essere umano a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: “Fruttificate e moltiplicate e riempite la terra e sottomettetela; e dominate i pesci del mare e gli uccelli del cielo e tutti i viventi che si muovono sulla terra”.»

Ecco, quando disse ciò, ovvero ripensando a quando lo disse… non è che si è reso conto di aver detto una gran ca… ehm, voglio dire… non è che si è pentito di tutta questa magnanimità nei confronti del genere umano? E che, quando ha detto “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”, in verità l’ha sparata parecchio grossa, e non l’ha fatto esattamente a Sua immagine e somiglianza ma, diciamo, gliel’ha fatto credere, che tanto l’uomo è effettivamente un po’ scemo e tende a dare credito facilmente anche a cose del tutto strampalate e prive di qualsiasi fondamento, basta che siano utili a gonfiare il suo ego e a fargli guadagnare qualche tornaconto?

Voglio dire: una parte del genere umano ha fatto cose meravigliose e strabilianti, certamente, tuttavia l’altra parte, quella che ha fatto cose spaventose e assai perniciose, sembra essere più impattante della prima, oggi anche più che nel passato. Tutte le altre specie viventi del pianeta Terra lo sanno ormai bene, purtroppo per loro.

Ora, non che se avesse fatto i delfini, o gli orsi oppure i leoni “a Sua immagine e somiglianza” vorrebbe automaticamente dire che le cose sarebbero andate meglio. Non lo si può sapere, chiaro. Anche in tal caso, dunque, sono agnostico – nonostante la realtà dei fatti terreni mi faccia pensare che sarebbe piuttosto plausibile…
Ma, appunto, non è il caso di speculare troppo. Che di problemi ingombranti la mente, quaggiù sulla Terra, ce ne abbiamo fin troppi, già.

Insomma, alla fine, pur da agnostico, non mi dispiacerebbe se Lei, Dio, esistesse sul serio e sistemasse le cose, qui. Ce n’è proprio bisogno, visto che noi esseri umani, vanitosamente “certi” di essere fatti a Sua immagine e somiglianza ma palesemente incapaci di mettere a frutto una tale dote divina, non ne siamo proprio capaci, a quanto pare.

P.S.: l’illustrazione in testa al post è del grande Bruno Bozzetto, che ho avuto la bella fortuna di conoscere e di farci insieme una bella camminata/chiacchierata sui “nostri” monti – siamo conterranei, già. Cliccateci sopra per visitare il suo sito web.

Le Alpi come Disneyland, già nel 1892

È una caricatura di Fritz Boscovits pubblicata in origine sul “Nebelspalter” di Zurigo il 1 febbraio 1892 e poi su John Grand-Carteret, La montagne a travers les ages, Grenoble 1903. Io l’ho tratta da orobievive.net.

Questa la traduzione del dialogo che accompagna la caricatura:

Guarda tu stessa, Elvezia, guarda cosa succede se tutti possono costruire a loro piacimento ferrovie in montagna! Può darsi, ma negli anni della mia vecchiaia non potrò più imparare a danzare sulla corda.

Insomma, già a fine Ottocento s’era già intuito il rischio di “disneylandizzazione” a cui sarebbero andate incontro le Alpi. E lo avevano capito proprio in Svizzera (la Elvezia a cui le parole del dialogo sono dirette), paese modello per numerose pratiche di salvaguardia e valorizzazione virtuosa del paesaggio alpino ma pure sede di cementificazioni turistiche delle vette non di rado discutibili.

Sono passati quasi 130 anni, ma la questione è ancora assolutamente “aperta”. Purtroppo.