“Una canzone che è una bomba!”

Sì, insomma… sapete che si usa tale particolare espressione, “una bomba”, per segnalare la stupefacente eccezionalità di qualcosa, e si usa spesso per i brani musicali: «Questa canzone è una bomba!», ad esempio.

Ecco, la storiella che vi sto per raccontare – ve la racconto perché la trovo parecchio divertente, quasi fosse tratta da un romanzo umoristico – parla di un vecchio brano musicale finlandese intitolato Säkkijärven polkka (“La polka di Säkkijärvi”) che, per così dire, una “bomba” lo fu doppiamente.

Durante la cosiddetta Guerra di continuazione, combattuta da Finlandia e Unione Sovietica tra il 1941 e il 1944, l’esercito finlandese scoprì che i sovietici avevano disseminato delle mine controllate via radio nelle vie della città di Viipuri – oggi russa con toponimo Vyborg, ai quei tempi in territorio finnico. Il sistema di detonazione delle mine era costituito da molle circondate da anelli di metallo e la detonazione si innescava quando le molle, vibrando, toccavano gli anelli. Poiché le molle iniziavano a vibrare a frequenze audio precise, si notò che la melodia di Säkkijärven polkka risultava efficace nel far risuonare tali frequenze: faceva esplodere le mine, insomma, attraverso una forma assai particolare di jamming. Così, dal 3 settembre 1941 e fino alla primavera dell’anno successivo, Säkkijärven polkka risuonò ininterrottamente a Viipuri, permettendo il ritrovamento di una decina di mine oltre che parecchi cori improvvisati nelle vie pubbliche e qualche caso di isteria melomaniacale.

Ok, lo ammetto: le ultime due cose le ho aggiunte di mia fantasia. Tuttavia, appunto, non si può non ammettere che quel diffuso modo di dire, «Questa canzone è una bomba!», per “La polka di Säkkijärvi” sia assolutamente consono, già. Immaginatevi la scena: paesaggio tipicamente nordico – foreste innevate, laghi a perdita d’occhio, casette di legno, eccetera – d’un tratto parte una musichetta allegra, da canti in compagnia bevendo birra, qualcuno che ci balla pure sopra… pochi secondi e BOOM! Mina nemica individuata e distrutta, missione compiuta.
E non è nemmeno un pezzo di metal estremo, genere oggi tanto amato e suonato in quelle terre nordiche! Una polka da guerra, insomma. Una cosa veramente particolare, non c’è che dire.

Distopia?

Di questo passo, con il mondo che via via ci ritroviamo intorno, la distopia, da genere letterario di fantascienza narrante ipotetiche realtà spaventose e indesiderabili, diverrà un genere della commedia letteraria narrante storie bizzarre, a volte pure inquietanti ma tutto sommato a lieto fine.

(L’immagine in testa al post è un’opera dell’artista ceco Filip Hodas.)

Scrittore, io? No, grazie… (Sergej Dovlatov dixit)

– Dicono che sei diventato uno scrittore, è vero?
Io mi confusi. Non ero preparato a una simile formulazione. Sarebbe stato meglio se mi avessero chiesto «sei un genio?». Avrei risposto tranquillamente di sì. Tutti i miei amici erano oppressi dall’onere della genialità. Tutti si definivano genii. Definirsi scrittore era più difficile.

(Sergej Dovlatov, La valigia, Sellerio Editore, Palermo, 1999-2017, traduzione di Laura Salmon, pagg.99-100.)

Suonano piuttosto bizzarre queste parole del grande e geniale scrittore (lui sì!) russo, rispetto alla realtà contemporanea ove troppi, veramente troppi, si arrogano il diritto di definirsi scrittori solo per aver pubblicato (sovente a spese proprie e senza un autentico supporto editoriale) un “testo”. Con tutto il rispetto: né scrittori né tanto meno geni, costoro (salvo rarissimi casi). Ma a volte non è nemmeno colpa loro, semmai lo è di un’editoria sempre meno preparata e lungimirante che ha smesso di pubblicare le scritture di autori geniali e di contro, appunto, ha trasformato scribacchini tutt’altro che geniali in “scrittori”, con i risultati commerciali che ora si possono constatare e che rendono il mercato editoriale nostrano tra i più asfittici in assoluto.

Insomma, diffidate di chi vi si presenta come “scrittore”, senza averne chiari e riconosciuti titoli: potrebbe facilmente essere che chi avete davanti non sia affatto un “genio”, dacché, in effetti, se un genio autentico lo fosse, forse non pubblicherebbe mai alcun libro per poi definirsi “scrittore” – peraltro, nel caso, nemmeno per demerito suo!

P.S.: ammetto che personalmente mi ci ritrovo molto nelle parole di Dovlatov. Non perché mi consideri un “genio”, anzi, semmai perché qualche tempo fa presentavo una conferenza su alcuni dei miei libri che si intitolava “Scrittore sarà lei!”…

Consumo del suolo, inquinamento dell’aria, coma dell’intelligenza

Nella mappa di sinistra, potete vedere raffigurata la situazione del consumo di suolo in Italia al 2016. Ovviamente il tono rosso cupo denota il consumo maggiore. (Fonte: ISPRA.)
Nella mappa di destra, potete vedere raffigurata la situazione dell’inquinamento dell’aria in Italia a fine 2017. Ovviamente il tono rosso cupo denota l’inquinamento maggiore. (Fonte: ESA.)
Cliccate sull’immagine per vederla in un formato più grande, e constatate la similarità delle due mappe.
Ora, provate a immaginare le due mappe sovrapposte. L’immagine che ne scaturisce – consentitemi di essere molto franco – è quella della nostra più assoluta imbecillità.
È la stessa dimostrazione di folle (se non criminale) idiozia che, noterete, non fa dire nulla al riguardo da parte di nessuno o quasi, con in prima fila a guardare altrove i soliti, immutabili politicanti nostrani – troppo persi, costoro, in scempiaggini propagandistiche pressoché vuote d’alcun senso e d’alcuna reale importanza.

Ha ragione Davide Sapienza, il geopoeta, che sulla sua pagina facebook incita a sostenere chiunque propugni “abbattimenti seriali di scempi edilizi, capannoni vuoti e abbandonati, strutture mai terminate. Serve qualcosa di clamoroso.” Proprio così: qualcosa di clamoroso. Che altrimenti non renda clamorosamente cupo il nostro futuro prossimo.

Gli omofobi? Omofili!

Comunque mi pare del tutto palese che le frequenti manifestazioni di omofobia delle quali si legge sui media (e di chissà quante non si sa nulla) denotino in verità una omosessualità repressa in colui che se ne rende protagonista, la cui natura erompe inevitabilmente in tal paradossale modo. In pratica: l’omofobo vorrebbe manifestarsi per l’omosessuale che è ma non ne ha il coraggio, dunque odia quelli che invece il coraggio di manifestarsi per ciò che sono ce l’hanno e che, in tal modo, mettono in evidenza la sua pusillanimità. Un po’ come quello che – esempio casuale – non riesce a imparare a sciare e a vincere la relativa paura, così va in giro a dire che lo sci fa schifo e gli sciatori sono dei poveracci sfigati. Ecco.

Insomma, non ce l’hanno veramente con le persone LGBT e con le loro idee: ce l’hanno con loro stessi, con le loro inguaribili debolezze, poverini! E’ una specie di devianza maniacale di natura intimamente autolesionista ma con manifestazioni esteriori facinorose-aggressive. Una “psicosi”, in parole povere: una malattia che va curata, ecco. Magari a colpi di rossetto, cerone e canticchiando brani di Cristiano Malgioglio, eh!