Leggere libri è un po’ come salire sulla vetta delle montagne – e viceversa…

120716_books_lC’è da sempre uno strettissimo legame tra frequentazione dell’ambiente naturale e letteratura, due attività parecchio similari sotto molteplici aspetti – e il legame nell’epoca moderna e contemporanea s’è fatto ancora più evidente. Personalmente, quel legame lo sento e lo vivo attraverso la frequentazione della montagna – salire su una vetta e leggere un buon libro sono entrambi atti di elevazione, ne sono più che convinto – e per questo, non solo ma anche, trovo molto significativi eventi come quello organizzato a milano dal GISM, il Gruppo Italiano Scrittori di Montagna: un gruppo di lettura in cui scambiare, mensilmente, opinioni e commenti su libri di montagna scelti di volta in volta dai partecipanti ovvero un’occasione per aderenti al GISM, simpatizzanti e amanti della montagna per incontrarsi, conoscersi e socializzare all’insegna di una passione comune. Il tutto nel cuore di Milano, alle spalle di Porta Romana, ove si trova dal 1695 una delle più antiche cascine agricole milanesi: la Cascina Cuccagna.
La partecipazione alla serata è gratuita e aperta a tutti, basta confermare la propria presenza all’indirizzo gism.lombardia@fastwebnet.it. Ogni partecipante è invitato a portare con sè il libro che più ha inciso sul proprio rapporto con la montagna e l’alpinismo. Per chi ne fosse interessato, i prossimi appuntamenti con il gruppo di lettura avverranno il 25 novembre, il 16 dicembre e il 20 gennaio.

covergismE’ anche questo, insomma, un modo per rimarcare non solo il già citato stretto legame tra letteratura, lettura e frequentazione degli ambienti naturali – qualsiasi essi siano, e possibilmente (inevitabilmente, vorrei anche dire) quelli meno antropizzati e dove maggiormente vi si possa ritrovare una valida interpretazione del concetto di libertà. Perché la cultura si nutre di libertà e viceversa, e la buona armonia tra uomo e Natura è sinonimo di entrambe, così come i libri e la lettura sono segno identificante della natura umana, della sua volontà di libertà e della capacità di trarne buona e fruttuosa cultura – per sé stessi e per l’intera società.
In fondo si potrebbe pure ipotizzare la similarità del salire su una montagna con il portare a termine la lettura di un libro, ma è inutile dire che di ambiti analoghi, e analoghe similitudini possibili, ce ne sono parecchie. E il fatto che l’uomo contemporaneo (o post-tale) pare non avere un buon rapporto sia con la Natura e sia con la lettura, credo la dica lunga sullo stato generale del nostro mondo.

P.S.: cliccate sull’immagine lì sopra per conoscere meglio il GISM, oppure qui per il gruppo di lettura di Milano.

Le fiere, i festival, gli eventi dedicati ai libri e alla lettura? Non servono a nulla. Serve altro, ormai…

220Mi sto preparando (al momento in cui sto scrivendo questo pezzo, sabato 24 ottobre) per recarmi a Milano Book Party, uno dei tanti eventi inclusi in Book City Milano, a sua volta una delle tante manifestazioni che ovunque nel paese vengono dedicate ai libri e alla lettura. E sono contento, dacché mi dico che sarà certamente un bell’evento che si presenta ben organizzato e strutturato (non ci andrei, altrimenti) così come sono belli e ben fatti tantissimi altri eventi simili realizzati un po’ ovunque, appunto – e non serve fare elenchi perché non servono graduatorie, primo, e perché ve ne sono di grandi e celebrati ma pure di piccoli, poco più (o poco meno) che sagre di paese eppure sovente altrettanto interessanti, secondo.
Sono contento, dicevo, perché sto andando a Milano Book Party. Perché ci vado? Perché amo i libri e la lettura, e chi sarà lì con me ci starà per lo stesso motivo. Questo ovviamente vale, suppergiù, per ogni evento letterario. Ok, bene, saremo sicuramente in tanti, mi dico, ma tale sensazione mi riaccende in mente il ricordo dei dati dell’ultimo “Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia” presentato dalla AIE alla Buchmesse di Francoforte. Ennesimo rapporto drammatico, tanto per cambiare. Saremo pure in tanti a frequentare gli eventi dedicati alla lettura, fatto sta che la quota di lettori in Italia continua inesorabilmente a calare, con aspetti francamente sconcertanti – ad esempio la quantità di dirigenti e professionisti, dunque di pubblico probabilmente colto e potenzialmente più portato ad appassionarsi alla lettura, che non legge nemmeno un libro all’anno, pari a quasi il 40%.
A questo punto, con tali dati in mente, non posso non formulare un’ulteriore domanda: ma gli eventi come quello nel quale mi sto recando e tutti gli altri piccoli e grandi sparsi sul territorio nazionale, servono a qualcosa? Mi ritrovo a constatare con non poco sgomento che la risposta che mi viene più spontanea contrasta, almeno un poco, con quanto sto accingendomi a fare: no, non servono a nulla. A fronte di così tante manifestazioni di ogni forma e sostanza messe in atto da decenni, in Italia i lettori continuano a calare. I dati parlano chiaro, senza se e senza ma.
Soldi sprecati. O meglio, no, non è esattamente così in senso generale, ma per una certa mission che gli eventi suddetti dovrebbero perseguire, i dati dicono di sì. Perché il lettore che nutre sincera (dunque fruttuosa e costruttiva) passione verso i libri tale resterebbe anche senza questi eventi, mentre quella parte di popolazione che non legge non li frequenterà mai, per ovvi motivi di sostanziale disinteresse. E i casi che possono smentire tali evidenze sono più unici che rari – altrimenti le statistiche ricorrenti in merito presenterebbe dati diversi. E’ una questione culturale, non si scappa da ciò, dunque un problema ben più grave rispetto ad una questione meramente commerciale, promozionale o di proposta editoriale – quest’ultima ha le sue belle colpe intendiamoci, ma di sicuro non prevalenti.
Forse, la verità che tutti noi non vogliamo ammettere ma che si palesa sempre più come indubitabile è che la situazione della lettura in Italia è ormai compromessa. Ce la siamo giocata, amen. Fine, inutile sbattersi più di tanto e più di ora: al momento un pubblico adulto potenziale in grado di risollevare le sorti dell’editoria nazionale non c’è. Punto.
Tuttavia – avrete notato, forse – ho scritto pubblico adulto. Già, perché, continuando con questa mia riflessione certamente pessimistica-ma-non-del-tutto, mi viene da pensare che, posto lo stato di imbarbarimento irrecuperabile lì sopra enunciato, sarebbe ormai il caso di impiegare la maggior parte delle risorse disponibili nella costruzione di un nuovo pubblico, che in futuro possa finalmente risollevare statistiche e sorti della lettura – e dell’industria editoriale – dacché educato, formato, appassionato, fatto infervorare di letteratura e di libri. Investire pesantemente sulle nuove generazioni, in poche parole: a scuola, nelle famiglie (cercando di contrastare la tendenza inversa presente in molte di esse, ahinoi, per via di genitori ignoranti – ce ne sono a bizzeffe, scusatemi se lo noto con tanta franchezza ma è una cosa che mi sta qui!), nella società. Questo perché, banalmente ma ineluttabilmente, è molto più facile fare in modo che un bambino, grazie alla sua natura irrefrenabilmente curiosa e di spugna assorbi-tutto, si possa appassionare ai libri e alla lettura piuttosto d’un quarantenne che abbia ormai la mente e la vita ordinaria occupate da tutt’altre cose, hobby, passioni, scemenze.
E’ qui, in questo ambito, che chi promuove la lettura – qualsiasi attore sia, da quelli istituzionali a quelli privati – deve puntare e lavorare. I-n-e-v-i-t-a-b-i-l-m-e-n-t-e. Le generazioni adulte, ribadisco, ce le siamo giocate, sono quelle nuove che potranno salvare il mondo dei libri nostrano. Una buona iniziativa in tal senso potrebbe essere il “Patto di Milano per la Lettura”, firmato proprio nell’ambito di Book City Milano, che sembra riporre (e supportare anche concretamente) una particolare attenzione all’educazione verso la lettura dei più giovani. Come leggo nel comunicato stampa, il progetto si basa su “L’idea che la lettura, declinata in tutte le sue forme, sia un bene comune su cui investire per la crescita culturale dell’individuo e della società, uno strumento indispensabile per l’innovazione e lo sviluppo economico e sociale della città. L’attenzione ai bambini e alle scuole, con una serie di progetti destinati ad appassionare, coinvolgere ed educare alla lettura, sarà uno dei principali obiettivi del lavoro del tavolo di coordinamento, che inizierà a lavorare già nel mese di novembre”.
Speriamo – che non siano solo ennesime, vuote parole, intendo dire. Alla Buchmesse di Francoforte, il presidente dell’AIE Federico Motta ha dichiarato che “è arrivato il momento di smetterla con i proclami d’amore per il libro e la lettura che non si traducono in azioni serie ed efficaci”. Ecco, vediamo finalmente di valutare e comprendere cosa ci sia veramente da fare e come metterlo in atto. La questione non è più relativa a far galleggiare una barca piena di buchi e in evidente affondamento, ma nel mentre che si tappano le falle per farla resistere a galla ancora un poco costruirne una nuova, solida, affidabile. E grande, la più grande possibile.

P.S.: articolo pubblicato in origine su Cultora, qui.

Lucerna, e quella sensazione di essere nel posto giusto al momento giusto, sempre.

12088253_10153748525925854_1673698267206737407_nvirgoletteLucerna è un prodigio, a sua volta.
Una città piccola, minuscola in buona parte del resto del pianeta, eppure grandissima. Capace di rendere nuovamente l’aggettivo urbano un sinonimo di “civile”, non solo di “cittadino”.
E’ una metropoli in miniatura e insieme un villaggio esteso, un congegno generatore di energia civica che corre a pieni giri eppure resta silenzioso, senza scuotimenti, senza vibrazioni fastidiose.
E’ la sensazione strana e oltremodo piacevole di essere, se così posso dire, nel posto giusto al momento giusto – in uno dei pochi posti “giusti” rimasti a questo mondo. E fa nulla se non si capisce e capirà il perché di ciò, il motivo, e il tutto rimarrà allo stato di effimera e vuota percezione – in fondo, potrebbe anche solo essere il frutto della reiterata buona predisposizione d’animo prima citata e indotta pure dal mero stare, in questo posto giusto… Fa niente, appunto: si è, qui, ed è già una cosa bella.
Lucerna è una formula matematica trovata da una mente geniale, creativa e fantasiosa, che non solo risolve un problema ma svela la possibilità di ulteriori e sorprendenti rivelazioni.
E’ un raggio di luce solare che sempre trova il modo di bucare anche la coltre nuvolosa più densa, cadendo a illuminare terreni floridi e fecondi, non brulle praterie incolte.
E’ una creatura avvenente e affascinante, elegante e sensuale, mai sfacciata, mai pacchiana o troppo appariscente. Ti conquista dal primo istante in cui l’hai davanti ma non ti stordisce, non ti frastorna infidamente, anzi, ti impone in qualche modo di prestare ad essa fin da subito la massima attenzione e la più grande considerazione, e tu subitamente lo fai perché capisci che è la cosa più inevitabile da fare. E non ti genera nemmeno soggezione, o eccessivo ritegno perché, ugualmente dal primo istante, ti offre la sua mirabile avvenenza e tu ne puoi godere subito, provando dentro la sensazione piacevole di non essere in un luogo sconosciuto e per questo oscuro, ma al contrario comprensibile, cristallino, per certi versi domestico. Aristocraticamente affabile, e pronto da subito conferirti in animo la stessa sua nobiltà – la sua stessa preziosa, pregiata, insigne bellezza.
E’ un luogo generatore di speranza, o forse custode di essa, uno dei pochi rimasti di quelli in cui l’uomo sia stato presente e lo sia ancora in modo rilevante. Speranza che ancora la bellezza non si sia del tutto guastata, che ancora resista nella sua essenza salvifica – la dostoevskijana bellezza che salverà il mondo, o la dannunziana difesa della bellezza che è in noi – che è parte fondamentale di una buona vita da vivere. Speranza che l’armonia riscontrabile qui sia rintracciabile anche altrove, o in qualche riproducibile. Speranza di poter tornare ancora qui, sperando che nulla, ancora per lungo tempo, possa intervenire a guastare questa armoniosa bellezza cittadina. (…)

Lucerna-libro-cut_750Un breve estratto da Lucerna, il cuore della Svizzera, la mia piccola “guida di viaggio emozionale” sulla e nella città elvetica, luogo molto meno noto di quanto meriti ma – anche per questo – molto più capace di stupire qualsiasi suo visitatore. Il libro è disponibile presso tutte le librerie (anche su ordinazione, nel caso non sia presente) e negli stores on line (ad esempio qui, qui, qui o direttamente nell’eshop dell’editore) peraltro ad un prezzo assolutamente popolare: solo 5 Euro. Per avere qualsiasi ulteriore informazione sul libro cliccate sull’immagine lì sopra, oppure potete contattare me (anche lasciando un commento a questo articolo), o direttamente l’editore.
Pronti dunque a partire e viaggiare tra le pagine (e magari non solo) per scoprire Lucerna? Se sarà così, buona lettura!

Luca Rota
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2013
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-96656-85-3
Pag.52, € 5,00

E se alla fine l’ebook si estinguesse da solo?

ebook-vs-libroAvrete probabilmente letto sui media, nei giorni scorsi (un buon articolo in merito è questo), della significativa frenata – in verità un arretramento non indifferente – nella vendita di ebook negli Stati Uniti, luogo al solito emblematico su come vadano le cose e come andranno in futuro nel resto del mondo cosiddetto avanzato. La Association of American Publishers, che fa riferimento alle vendite di oltre 1.200 editori americani, riferisce di un meno 10% nei primi 5 mesi del 2015: non sembrerebbe granché, ma se si considera che tra il 2008 e il 2010, ad esempio, le vendite di ebook erano aumentate del 1.260%, facendo supporre a tanti l’imminente fine del libro di carta, il dato attuale assume un diverso e più significativo valore.
Oltre a tali numeri, ulteriori indagini di mercato segnalerebbero che molti lettori che per primi avevano iniziato a comprare ebook starebbero ritornando alla carta, o comunque non darebbero più la prevalenza di una volta al più innovativo formato elettronico: in effetti, i libri in versione digitale rappresentano ad oggi circa il 20% del mercato americano, la stessa percentuale di alcuni anni fa. Infine, altro dato interessante è quello comunicato dall’American Booksellers Association: nel 2015 le librerie indipendenti iscritte sono salite a quota 2.227 contro le 1.660 di cinque anni fa. Librerie, pleonastico dirlo, che vendono libri di carta – alla faccia di Amazon, mi viene da aggiungere.
Dunque, che sta succedendo? La paventata rapida vittoria per KO degli ebook contro i libri di carta si sta inopinatamente rivelando una sconfitta? Oppure si tratta solo di una fisiologica pausa nella corsa tecnologica del libro verso la sua prominente vita digitale futura?
Risposta più convincente: boh! Nel senso che i dati sono effettivi e rimarcabili, ma il mercato contemporaneo è ormai come la società per la quale è in servizio ovvero liquido, quindi sapere ora che potrà accadere tra un solo anno è cosa che mettere in crisi persino il Nostradamus più in palla (di vetro).
Tuttavia, visto che il campo futuro sul tema non può che essere occupato da mere previsioni, e giustificato dal fatto che altrettante ipotesi passate date per certezze pressoché indubitabili si sono poi rivelate inconsistenti, se non sbagliate, provo a buttarne lì una pure io – una che mi frulla in testa da un po’ e che ad oggi parrebbe piuttosto di realizzazione a dir poco improbabile, se considerata solo nel proprio stesso ambito tematico. Ovvero: e se l’ebook si autoestinguesse? Se essendo nato e caratterizzato dall’essere quasi più una moda – sull’onda della relativa imposizione come status symbol dei supporti digitali sui quali il libro digitale può essere letto – più che una effettiva rivoluzione (che in fondo è ma nella forma, piuttosto che nella sostanza, ergo non così innovatrice come parrebbe di primo acchito), finisse per subire gli ondeggiamenti che tutte le mode subiscono, non escluso il loro declino a favore di altre cose?
Attenzione: non sto dicendo che l’ebook considerato in quanto tale – ovvero come mero libro digitale – svanirà. Sto dicendo che l’ebook considerato come elemento imposto sull’onda di una tendenza tecnologica del momento, e strettamente correlato alla presenza commerciale sul mercato di quelli che sono in tutto e per tutto gadget tecnologici alla moda (quantunque meravigliosamente utili per infinite cose, certo: ma quanta gente li compra per tali infinite cose meravigliose e non, appunto, per moda e/o per usi prevalentemente ludici – o ludico-idiotici, mi si consenta di dirlo!) potrebbe subire l’eventuale declino di quei gadget a favore di altri che avranno altre peculiarità imposte come fondamentali in un futuro gusto comune diffuso magari non così affini alla fruizione di testi letterari.
Sto congetturando parecchio, lo so, e lo faccio peraltro contro quello che io stesso, al momento, ancora credo che sarà il futuro effettivo – ovvero una massiccia diffusione di libri digitali – tuttavia non così prossimo come molti preventivavano ma ancora piuttosto lontano nel tempo – almeno, io penso, fino a che nelle scuole i libri di testo cartacei saranno definitivamente sostituiti da quelli digitali, il che cambierà direttamente nella mente degli scolari (futuri lettori adulti) il concetto più immediato e materiale dell’oggetto-libro. Ma, anche in tale prospettiva, occorreranno almeno alcuni altri lustri per dichiarare la partita vinta a favore dell’ebook.
In ogni caso, ribadisco, ad oggi ogni ipotesi può essere considerata, seppur una certezza (o quasi) credo già vi sia – anzi, vi sia sempre stata: il libro di carta lo avremo tra le mani ancora molto a lungo, non fosse altro perché nessun pur futuristico progetto di lettore digitale ancora di là da venire ha (e avrà, io dico) la possibilità non dico di eguagliare ma nemmeno di avvicinare il fascino insuperabile e imperituro del tomo cartaceo. Un fascino che mai nessun tasto “OFF” potrà spegnere.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Di transumanze temporali e bergamini imperituri (nonché d’un bel libro sul tema)

Un altro bel ricordo delle mie avventure montane dal quale mi viene da trarre riflessioni altre, personali e forse confutabili, può anche essere, ma per chi vi scrive importanti…
Tornavo da una salita sulle Orobie Valtellinesi, più o meno di questo periodo, era già piuttosto tardi e avevo fretta di tornare a casa – avendo una buona ora e mezza di strada da fare – anche per smaltire la stanchezza della sgambata. Mi misi in macchina ma solo dopo pochi chilometri la mia speranza di essere a casa alla svelta svanì di colpo: la strada che stavo percorrendo (unica esistente in quella alta valle) era totalmente ingombrata da una enorme e multicomposita mandria – o gregge, non so con che termine precipuo definirla/o – con pecore, capre, mucche e non so quali altri animali da pascolo confusi nel branco. Stavano scaricando (come si usa dire) gli alpeggi più alti per tornare alle stalle di fondo valle, e una messe di animali così abbondante non poteva che farlo in quel modo, all’antica. Una transumanza vera e propria, insomma, e di quelle “massicce”. E tutti gli altri dietro, io con la mia auto e chiunque altro, a meno della metà della velocità da “passo d’uomo”, senza possibilità di passare se non trovando il modo di smezzare l’animato branco come Mosè col Mar Rosso (più facile questa seconda cosa: una volta aperto, almeno il Mar Rosso non avrebbe deciso di tornare sui suoi passi come la solita testarda capra di montagna farebbe quasi certamente, in queste circostanze!)
Avevo fretta, ribadisco, ma subito dopo il primo inevitabile istante di sconcerto, più che di ira, fui assolutamente affascinato da quel tappeto vivente e semovente di creature animali, dal loro muoversi con ondeggiare inopinatamente armonico, dalla loro docilità delle bestie che pareva far intendere la consapevolezza di dover fare ciò che veniva chiesto loro di fare dai pastori, nonché dalla rappresentazione ed espressione fremente di vita e vitalità che percepivo scaturire dal branco.
Ci restai dietro di esso a lungo, divertito e interessato, senza alcuna fretta di superarlo, anzi, in qualche modo (pur se automunito) contento di dovermi adattare alla sua lentissima copertina-libro-bergaminivelocità, che tuttavia mi parve del tutto consona, ideale al contesto.
Il ricordo di quella transumanza subìta così allegramente me lo ha fatto tornare un libro (la cui copertina vedete qui a fianco: cliccateci sopra per saperne di più e, nel caso, per acquistarlo) da pochissimo editato dal Centro Studi Valle Imagna – vallata proprio orobica (ma del versante bergamasco) ove i pastori protagonisti delle transumanze venivano (e vengono oggi, i rarissimi rimasti) detti bergamini. E mi è venuto da riflettere che a volte cose come la transumanza, che ci appaiono di primo acchito relitti d’un epoca passata ormai sepolta dal progresso e dalla tecnologia, in verità il tempo non lo subiscono affatto, ma siamo noi, semmai, a giudicarle “roba vecchia e superata” perché incapaci di coglierne la valenza essenziale, niente affatto legata allo scorrere del tempo e al progresso tecnologico ma al rapporto dell’uomo con la terra (intesa come territorio e come pianeta) e alla relativa necessaria armonia con essa e le sue creature. Un metro di giudizio diverso, insomma, per gesti e azioni umane di matrice non solo funzionale ma pure culturale che ancora oggi, nella nostra era post-moderna, post-industriale, post-contemporanea, post-un-sacco-di-altre-cose, ci possono insegnare molto di utile e di conveniente, oltre che rappresentare elementi al di là del tempo (e, per certi versi, pure dello spazio) che sono parte della Natura stessa, più che dell’uomo. E l’uomo, a sua volta, è parte della Natura, inutile rimarcarlo (anche se la cosa è parecchio dimenticata), ergo, converrete che il cerchio così si chiude.

P.S.: di libri sul tema (nonché su molti altri argomenti legati ai territori di montagna) il Centro Studi Valle Imagna ne ha pubblicati molti. Visitate qui il catalogo completo delle pubblicazioni.