Di transumanze temporali e bergamini imperituri (nonché d’un bel libro sul tema)

Un altro bel ricordo delle mie avventure montane dal quale mi viene da trarre riflessioni altre, personali e forse confutabili, può anche essere, ma per chi vi scrive importanti…
Tornavo da una salita sulle Orobie Valtellinesi, più o meno di questo periodo, era già piuttosto tardi e avevo fretta di tornare a casa – avendo una buona ora e mezza di strada da fare – anche per smaltire la stanchezza della sgambata. Mi misi in macchina ma solo dopo pochi chilometri la mia speranza di essere a casa alla svelta svanì di colpo: la strada che stavo percorrendo (unica esistente in quella alta valle) era totalmente ingombrata da una enorme e multicomposita mandria – o gregge, non so con che termine precipuo definirla/o – con pecore, capre, mucche e non so quali altri animali da pascolo confusi nel branco. Stavano scaricando (come si usa dire) gli alpeggi più alti per tornare alle stalle di fondo valle, e una messe di animali così abbondante non poteva che farlo in quel modo, all’antica. Una transumanza vera e propria, insomma, e di quelle “massicce”. E tutti gli altri dietro, io con la mia auto e chiunque altro, a meno della metà della velocità da “passo d’uomo”, senza possibilità di passare se non trovando il modo di smezzare l’animato branco come Mosè col Mar Rosso (più facile questa seconda cosa: una volta aperto, almeno il Mar Rosso non avrebbe deciso di tornare sui suoi passi come la solita testarda capra di montagna farebbe quasi certamente, in queste circostanze!)
Avevo fretta, ribadisco, ma subito dopo il primo inevitabile istante di sconcerto, più che di ira, fui assolutamente affascinato da quel tappeto vivente e semovente di creature animali, dal loro muoversi con ondeggiare inopinatamente armonico, dalla loro docilità delle bestie che pareva far intendere la consapevolezza di dover fare ciò che veniva chiesto loro di fare dai pastori, nonché dalla rappresentazione ed espressione fremente di vita e vitalità che percepivo scaturire dal branco.
Ci restai dietro di esso a lungo, divertito e interessato, senza alcuna fretta di superarlo, anzi, in qualche modo (pur se automunito) contento di dovermi adattare alla sua lentissima copertina-libro-bergaminivelocità, che tuttavia mi parve del tutto consona, ideale al contesto.
Il ricordo di quella transumanza subìta così allegramente me lo ha fatto tornare un libro (la cui copertina vedete qui a fianco: cliccateci sopra per saperne di più e, nel caso, per acquistarlo) da pochissimo editato dal Centro Studi Valle Imagna – vallata proprio orobica (ma del versante bergamasco) ove i pastori protagonisti delle transumanze venivano (e vengono oggi, i rarissimi rimasti) detti bergamini. E mi è venuto da riflettere che a volte cose come la transumanza, che ci appaiono di primo acchito relitti d’un epoca passata ormai sepolta dal progresso e dalla tecnologia, in verità il tempo non lo subiscono affatto, ma siamo noi, semmai, a giudicarle “roba vecchia e superata” perché incapaci di coglierne la valenza essenziale, niente affatto legata allo scorrere del tempo e al progresso tecnologico ma al rapporto dell’uomo con la terra (intesa come territorio e come pianeta) e alla relativa necessaria armonia con essa e le sue creature. Un metro di giudizio diverso, insomma, per gesti e azioni umane di matrice non solo funzionale ma pure culturale che ancora oggi, nella nostra era post-moderna, post-industriale, post-contemporanea, post-un-sacco-di-altre-cose, ci possono insegnare molto di utile e di conveniente, oltre che rappresentare elementi al di là del tempo (e, per certi versi, pure dello spazio) che sono parte della Natura stessa, più che dell’uomo. E l’uomo, a sua volta, è parte della Natura, inutile rimarcarlo (anche se la cosa è parecchio dimenticata), ergo, converrete che il cerchio così si chiude.

P.S.: di libri sul tema (nonché su molti altri argomenti legati ai territori di montagna) il Centro Studi Valle Imagna ne ha pubblicati molti. Visitate qui il catalogo completo delle pubblicazioni.

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14 pensieri riguardo “Di transumanze temporali e bergamini imperituri (nonché d’un bel libro sul tema)”

  1. Qui da me è molto comune nella valli di montagna trovare delle greggi. Ma non solo si montagna. L’altro giorno tornavo a casa dal lavoro e a lato di una strada molto trafficata e di collegamento importante c’era un gregge di pecore al pascolo. È, a mio avviso, uno spettacolo per gli occhi guardarle, come un arresto, una crepa nella linea del tempo che ti fa pensare, per soli pochi secondi, se sei tu nell’epoca sbagliata o loro anacronistici. E a tal proposito mi vengono in mente i libri scritti da Marco Corona, un noto scrittore delle mie zone che descrive molto spesso realtà cristallizzate nel tempo. Ah mi è venuta in mente un’altra cosa. Alcuni miei alunni in estate vanno nelle malghe a badare al bestiame. Anche questa la ritengo un’abitudine, che per quanto sembri antica e strana nell’era della tecnologia, è un bene che rimanga gelosamente custodita e tramandata anche da ragazzi molto giovani che imparano a comprendere il valore della terra e del rispetto dei suoi cicli. Ciao ciao 🙂

    1. Ciaaaaaaaaaaaaaaaaaaao Faby!
      Esatto, hai perfettamente inteso il senso dell’articolo e di quel mio ricordo. Come da te, anche qui dalle mie parte è piuttosto facile trovarsi in mezzo a greggi, mandrie e quant’altro, e se di primo acchito pare di tornare indietro nel tempo di almeno un mezzo secolo, se non di più, appena dopo ti rendi conto che semmai quando non avrai più quella opportunità – di startene in mezzo ad animali al pascolo e a ciò che la loro presenza comporta in senso culturale e antropologico – allora sul serio si correrà il rischio di piombare in una “futuribile primitività”, per così dire, piena forse di tecnologia ma del tutto povera di vita reale e realmente naturale, come ogni vita vissuta è e quella di noi umani soprattutto DEVE essere.
      Grazie di cuore al solito, e ciao ciao ciao ciao ciao ciao! 😀 🙂

      1. Sì, ma se è Mauro e non Marco, che c’entra Cesare? Allora quel che è di Cesare sarebbe di Mauro, Marco resterebbe con le sue cose e… Beh, ma se le cose di Cesare son di Cesare non possono essere di Mauro, ne di Marco…
        Uhm…
        Oh, accidenti!
        Beh, comunque buongiorno, Faby! -_- 😀 🙂

  2. in poche parole mi hai acceso la curiosità di capirci qualcosa di più di quella “transumanza” di cui ho sempre sentito parlare a scuola, che ho studiato nelle poesie quella di D’annunzio in primis, ma che poi non ho avuto mai modo di vedere direttamente abitando in una zona completamente pianeggiante e dove non si pratica questo sistema. comunque grazie, perchè non si finisce mai di imparare. 🙂

    1. Buongiorno Raffaele!
      Molto lieto di averti interessato, con questo mio articolo. Beh, sai, alla fine mi viene da pensare che ogni zona antropizzata nella quale si sia instaurato – e ancora resista – un certo tipo di rapporto armonioso tra uomo e paesaggio può contemplare qualche “transumanza”… magari non di greggi o di animali, forse non fisica e semmai metafisica, magari una transumanza di idee, di sapienze, di saggezze popolari o altro del genere. In fondo la transumanza è comunque indice di “movimento necessario” e vitale, e l’uomo in qualche modo si è sempre mosso, con animali al seguito oppure no – d’altronde guai se non lo sapesse più fare… e temo che ciò, per certi aspetti, stia avvenendo.
      Grazie del tuo commento! 🙂

      1. grazie a te per la tua risposta 🙂 in effetti non posso che essere d’accordo su quanto dici, e concordo su quell'”Amara” considerazione scritta alla fine…ed è forse per questo che mi sono rimesso in gioco da “adulto” 🙂 e nel nuovo gioco è rientrato anche aprire il mio blog…capire come poter seguire gli altri come il tuo è stato una piacevole scoperta…una sorta di “transumanza” in un mondo che prima frequentavo ma che non mi apparteneva del tutto 🙂
        buon week end!

  3. Buongiorno Raffaele!
    Innanzi tutto scusami per come – l’avrai notato – non sia troppo rapido nel rispondere ai messaggi qui sul blog… :/
    Trovo sempre ammirevole chi abbia la forza e il coraggio di fare ciò che tu scrivi di te stesso, ovvero il rimettersi in gioco quando molti, appunto, danno le cose per scontate e ormai cristallizzate e si fermano lì, forse convinti che l’immobilità possa garantire una qualche certezza di tranquillità… e magari è anche vero, ma a quali conseguenze, visto che si vive in un mondo – piaccia o meno – in costante movimento?
    Per questo – anche per questo – il fenomeno della transumanza lo trovo tanto emblematico. E vedi che, alla fine, pure tu hai la tua “transumanza”, anche se non è pratica da te utilizzata!
    Grazie ancora per le tue intriganti osservazioni, e per tutto il resto! 🙂

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