Illuminanti narrazioni (in luce blu) del nostro tempo: Cosimo Terlizzi alla Traffic Gallery di Bergamo.

Cosimo Terlizzi
Cosimo Terlizzi
Come sa bene chi segue con una certa costanza il blog, da elemento attivo del mondo letterario e grande appassionato di arte contemporanea, vado spesso alla ricerca di espressioni artistiche che possano fondere nelle relative opere quei due ambiti, ovvero di forme d’arte che più di altre sappiano narrare storie. Storie suggestive, profonde, illuminanti il nostro mondo e la realtà che ci circonda nel modo che quasi sempre solo l’arte più vera e di valore sa fare.
E se uso spesso il termine “illuminare” riguardo tali argomenti – mi piace molto e lo trovo del tutto consono a questa nostra epoca che di frequente mantiene nell’ombra la verità più autentica per invece dare luce a quanto di essa si palesa come avverso, oltre che sostanzialmente futile e idiota – direi che lo stesso risulta più che adeguato per Luce incidente della lunghezza d’onda del blu, la personale di Cosimo Terlizzi in corso presso la Traffic Gallery di Bergamo – e aperta fino al 18 febbraio prossimo.

"Sacra Famiglia", Lambda Print, cm.40x50, 2014. Courtesy Traffic Gallery.
“Sacra Famiglia”, Lambda Print, cm.40×50, 2014. Courtesy Traffic Gallery.
Sono tante le storie che l’artista pugliese racconta con le sue opere, anche per via della molteplicità mediatica utilizzata da Terlizzi (arte visuale, fotografia, cinematografia, performance) e per la densità espressiva che conferisce ai suoi lavori, nei quali è in fondo egli stesso il primo a raccontarsi in quanto artista dunque filtro narrante delle storie raccontate ma anche come uomo, entità vivente del/nel mondo e delle/nelle realtà narrate ovvero ego, in senso antropologico e sociologico. Lo denota anche Piero Deggiovanni nel testo critico della mostra: “L’artista è colui che parlando di sé offre una rappresentazione ecumenica dello stato delle cose e dello spirito del tempo che dà loro forma. Per questa ragione sono convinto di trovarmi di fronte a una delle figure artistiche più importanti del nostro tempo.
Così, dopo il grande successo internazionale del video La Benedizione degli Animali, Terlizzi presenta un corpo di lavori inediti coerentemente in linea con la sua personale ricerca ramificata tra ciò che ancora Deggiovanni afferma essere “una insospettata coincidenza nel kitsch, di sacro e profano, sensualità barocca e ieraticità bizantina”. Fotografia, video, installazione, scultura, sono i mezzi attraverso i quali l’artista ci accompagna in un mondo sempre più in bilico tra ciò che costituisce l’identità individuale contemporanea, il concetto collettivo di sacro, la definizione del vuoto, e l’ingombrante presenza dell’ego – appunto: presenza ingombrante sotto molteplici aspetti ma inevitabile, in un certo senso, per noi uomini contemporanei. Come nel tentativo di ricostruire un percorso di liberazione spirituale attraverso il delinearsi di una nuova forma di religiosità, le opere di Terlizzi non vogliono e non possono essere considerate come oracoli di verità ma meri e semplici punti di riflessione riguardanti l’uomo e in generale gli esseri viventi in dialogo con l’ambiente e la società in cui essi crescono, vivono e in fine muoiono. Punti luce, insomma, illuminazioni preziose che possono renderci più chiara la nostra essenza ed esistenza nel mondo di oggi, la nostra posizione e l’interazione con quanto abbiamo intorno, magari riattivando quelle peculiarità percettive che noi, esseri senzienti e dotati di emotività profonda, abbiamo a disposizione proprio per comprendere a fondo quanto il mondo ci presenta. E – nuovamente cito Deggiovanni – “Questo viraggio del senso della mostra sul piano meramente percettivo, è un giocare di sponda, un’allusione alla complementarità di corpo e spirito, di luce e opacità, d’innocenza e ironia. In effetti  è agendo sulla percezione, ovvero sui sensi, che accediamo alla sfera divina.” Una sfera probabilmente molto più umana di quanto vorremmo (e ci vogliono far) credere.

"Pietra d'oro", Scultura, pietra e fogli d'oro, cm.30x15x10, 2014. Courtesy Traffic Gallery.
“Pietra d’oro”, Scultura, pietra e fogli d’oro, cm.30x15x10, 2014. Courtesy Traffic Gallery.
Bellissima e intensa mostra, Luce incidente della lunghezza d’onda del blu: da non perdere, se siete in zona Bergamo entro il prossimo 18 febbraio, e da sfruttare quale ottima occasione per conoscere meglio la ricerca artistica ed espressiva di Terlizzi, veramente molto interessante e – non a caso – illuminante.
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Visitando “Segantini. La Mostra.”, Palazzo Reale, Milano

Mi posso vantare, almeno per un minimo istante? Ok: il primo a inserire nella oggi mastodontica e solenne Wikipedia la voce “Giovanni Segantini” fui io, nel 2006. Bene, fine momento-vanità.
Ma ciò, facezie a parte, può servire a denotare quanto lo scrivente possa essere stato felice di reincontrare Giovanni Segantini a Milano con la mostra presso il Palazzo Reale, e dunque in un certo senso ansioso di constatare come la città giovanni-segantinilombarda, nella quale il grande pittore di origine trentina ha cominciato la sua luminosissima (termine non casuale) carriera e con la quale ha mantenuto sempre un rapporto piuttosto stretto, nel bene e nel male, ha voluto rendere omaggio al personaggio e alla sua arte.
Dico subito che è un piacere vedere una certa colonna di visitatori in attesa all’ingresso di Palazzo Reale, cosa non scontata per un artista che non può certo vantare – in senso nazional-popolare – la nomea d’un Picasso o di un Van Gogh (anch’egli in mostra a Milano in un’altra ala del palazzo) e, più tardi, un bell’affollamento nelle sale lungo le quali è allestita l’esposizione. Segantini è pittore che cattura il senso estetico dell’appassionato, senza dubbio, coi suoi sublimi paesaggi naturali in grande formato, ma è pure artista che suscita una notevole e per certi versi imprevedibile riflessione teorica, sulla forma della sua arte e sulla sostanza. Attivo giusto nel periodo di transito tra la pittura di stampo classico e la nascita delle prime avanguardie moderne, riesce a sviluppare uno stile tanto debitore dell’una epoca quanto anticipatore – e sovente senza fruire di contatti diretti – con l’altra, inoltre caratterizzandosi per uno stile assolutamente personale che deriva da un approfondito studio dei soggetti (umani o naturali) da ritrarre – testimoniato nella mostra dai numerosi disegni e bozzetti preparatori delle opere, che diventano ora a loro volta opere singolari – nonché una accentuata sensibilità verso la presenza e l’effetto della luce, la sua capacità di “disegnare” e/o “modificare” delle scene, di cambiarne l’essenza, la profondità sociologica, il coinvolgimento emotivo generabile da esse.

"Ave Maria a trasbordo", 1882-1886
“Ave Maria a trasbordo”, 1882-1886.
Non a caso Segantini è stato definito “il pittore della luce”, e in effetti tale definizione rende assai bene la sua sublime capacità di cogliere e rappresentare la luminosità naturale (soprattutto, ma non solo) nelle sue opere: il celeberrimo Ave Maria a trasbordo è un quadro, ad esempio, che pare avere dietro la tela un faro ad illuminarlo, dimostrando perfettamente quanto sopra affermato. Certo poi Segantini saprà ancora di più “illuminare” i fruitori delle sue opere con le tele nate in Engadina, che della meravigliosa valle svizzera sanno catturare e inglobare tutto il naturale fulgore – anche se, sappiatelo, a Milano non è presente il Trittico della Natura (o delle Alpi), opera a mio modo di vedere (ma sono di parte!) di quasi inarrivabile bellezza, che gli svizzeri han pensato bene di non farsi scappare e di tenere ben custodita e coccolata presso il bel Museo Segantini di St.Moritz (dando peraltro con ciò ottimo motivo di andare in visita anche di questo luogo d’arte – visita che io direi pressoché indispensabile, per entrare ancora meglio nello spirito panteistico che fu per Segantini grande impulso e ispirazione alla sua pittura, e per godere come lui della bellezza di una delle più sublimi zone delle Alpi).

"Il Naviglio a Ponte San Marco", 1880.
“Il Naviglio a Ponte San Marco”, 1880.
Vi sono comunque in mostra a Milano opere meno note ma altrettanto significative: cito ad esempio Il Naviglio a ponte San Marco, opera del 1880 dunque prodotta proprio agli inizi di “carriera” eppure già del tutto significativa del percorso artistico che Segantini poi compirà, col suo presentare una parte superiore di matrice impressionista – anche se, sia chiaro, dico ciò per semplicità d’intendimento, dacché Segantini non ebbe che rarissimi e flebili contatti con la scena impressionista che da pochi anni, a quel tempo, stava sviluppandosi soprattutto a Parigi – e una parte inferiore già divisionista o quasi. Le altre opere presenti, beh, sono per la maggior parte note o arcinote, e a ben vedere l’assenza importante del Trittico della Natura è ben compensata da due opere di altrettanta potenza: Alla stanga, del 1886 e, ancor più, La raffigurazione della primavera, del 1897, capolavoro di rara bellezza e stile.
"La raffigurazione della primavera", 1897.
“La raffigurazione della primavera”, 1897.

Insomma, a mio giudizio quella di Palazzo Reale a Milano è una mostra veramente interessante, ben costruita, sovente spettacolare e tutto sommato piuttosto completa e significativa di chi fu (e perché lo fu) Segantini. Forse sarebbe stata utile qualche nozione in più circa il contesto nel quale la sua attività artistica si concretizzò, d’altro canto – lo ribadisco – si può benissimo approfondire la conoscenza segantiniana con una bella escursione in Engadina, tra St.Moritz col suo museo Segantini, Maloja e l’atelier ove l’artista lavorò e visse nonché, magari, una capatina al piccolo cimitero del villaggio nel quale è sepolto, percorrendo il bellissimo sentiero Segantini e restando un poco al cospetto di quelle maestose vette alpine che egli amò profondamente e così meravigliosamente seppe rappresentare sulle proprie tele.

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“Non possiamo non dirci naturalisti”. Un illuminante e pragmatico scritto di Carlo Rovelli sul pensiero contemporaneo.

Vi propongo questo illuminante articolo di Carlo Rovelli, uno tra i migliori scienziati italiani contemporanei (tale anche, a mio parere, per la capacità di compendiare nel proprio pensiero gli assunti di diverse discipline del sapere contemporaneo, e non solo), che fa il punto sul naturalismo, la filosofia più vicina alla scienza, dominante pressoché in tutto il mondo ma avversata in Italia. Trovo lo scritto interessante – e, appunto, illuminante, pure per chi non sia esattamente addentro alle questioni in esso trattate (anche se potrebbe sembrare un poco difficile) – perché riesce anche a tratteggiare con chiarezza lo stato della cultura contemporanea italiana ovvero certe sue alquanto opinabili peculiarità, nelle quali inevitabilmente si possono rintracciare le cause del generale degrado di esso – degrado che poi si riverbera sulla società intera, con i risultati che tutti abbiamo sotto gli occhi.
Nella necessaria riflessione sul perché l’Italia presenti problemi socio-culturali ben più gravi rispetto a buona parte delle altre nazioni occidentali ovvero della parte di mondo più avanzata, e su come essi si siano generati, questo scritto di Rovelli – anche se, lo ribadisco, non direttamente dedicato a tali questioni – rappresenta a mio modo di vedere un contributo assolutamente considerabile tanto quanto pragmatico.

Carlo Rovelli (e se cliccate sull'immagine, potete visitare la sua pagina nel sito del Centro di Fisica Teorica di Marsiglia, ove attualmente lavora.)
Carlo Rovelli (e se cliccate sull’immagine, potete visitare la sua pagina nel sito del Centro di Fisica Teorica di Marsiglia, ove attualmente lavora.)

Non possiamo non dirci naturalisti
Il punto sul naturalismo, la filosofia più vicina alla scienza, dominante nel mondo ma avversata in Italia. Anche da chi si autodefinisce realista.

“Naturalismo senza specchi” è un libro complesso, dove uno dei più brillanti filosofi contemporanei, Huw Price, che detiene la cattedra Bertrand Russell a Cambridge, discute una versione di quella che non è forse esagerato chiamare la filosofia dominante del nostro tempo: il naturalismo. È una versione che risponde implicitamente a molte posizioni anti-naturalistiche di casa nostra.
Il naturalismo, scrive Federico Laudisa in un recente volume intitolato appunto ‘Naturalismo’, “è diventato un quadro di riferimento generale per molte questioni filosofiche al centro dei dibattiti dell’ultimo mezzo secolo”. Come tutte le vaste tendenze di pensiero, il naturalismo non ha una definizione precisa e si declina in una varietà di forme; lo si può forse caratterizzare come l’atteggiamento filosofico di chi ritiene che tutti i fatti che esistono possano essere indagati dalle scienze naturali, e noi esseri umani siamo parte della natura, non entità distinte e separate da essa. Non è naturalista chi assume realtà trascendenti che possiamo conoscere solo attraverso forme non indagabili dal pensiero scientifico. Non è naturalista chi pensa che esistano due realtà: una natura che può essere studiata dalla scienza, e un’altra impermeabile alla scienza. Il naturalismo nasce nel pensiero classico greco, dispiegato per esempio in Democrito, rinasce dopo lungo silenzio nel Rinascimento italiano e si rafforza con i trionfi della scienza moderna. Diventa forte nel diciannovesimo secolo e oggi permea una parte vastissima della cultura mondiale. Tesi molto marcatamente naturalistiche sono state difese per esempio da Willard Quine, uno dei maggiori filosofi del ventesimo secolo. Una delle sue tesi più note ed estreme, in questo senso, riguarda la “naturalizzazione dell’epistemologia”: lo sforzo di ricondurre alle scienze naturali anche le questioni sulla natura stessa della conoscenza.
L’Italia, dopo il Rinascimento, è diventata singolarmente refrattaria al naturalismo, e lo è ancora. Nell’enciclica “Quanta Cura” di Pio IX, si condannava ferocemente “l’empio ed assurdo principio del naturalismo”. Non siamo più a questi eccessi, ma resta diffusa nel nostro paese, sia fra il pubblico che fra gli intellettuali, l’opinione magari vaga ma prettamente anti-naturalistica che “ci dev’essere ‘qualcosa’ al di là di ciò che si può studiare scientificamente”. La refrattarietà al naturalismo nel nostro paese si riflette in tutto ciò che ci distingue dalla maggior parte degli altri paesi sia occidentali sia in via di sviluppo. La nostra scuola è strutturata dall’idealismo crociano, i nostri filosofi adorano Heidegger, che non amava la conoscenza scientifica, la nostra stampa e televisione, con poche eccezioni, fanno la peggior la divulgazione scientifica del pianeta — basti pensare a “Voyager” —, il nostro parlamento non eccelle per cultura scientifica. Siamo l’unico paese del mondo dove scuole e tribunali espongono simboli religiosi, e l’unico paese, oltre forse all’Iran, dove i telegiornali raccontano ogni giorno cosa ha detto il leader religioso locale. Di naturalismo in Italia abbiamo sentito parlare quasi solo quando a scuola ci raccontavano quanto esso avesse fatto soffrire Leopardi…
In questo clima non stupisce che anche i nostri migliori intellettuali si tengano a una certa distanza dal naturalismo. Nel suo libro che al naturalismo è dedicato, Laudisa si affretta a scrivere: “non condivido il grande entusiasmo che manifesta per il naturalismo la stragrande maggioranza dei miei colleghi” —evidentemente stranieri. Laudisa rimprovera al naturalismo sopratutto di non essere in grado di rendere conto degli aspetti normativi (ed estetici) del pensiero. Più marcatamente, forse per il retaggio della tradizione culturale da cui proviene, Maurizio Ferraris, nella sua pur benemerita crociata illuminista contro le degenerazioni del pensiero che vuole leggere tutto come sola “costruzione sociale”, si affretta ad aggiungere nel suo ‘Manifesto’: “Non si tratta affatto di dire che tutte le verità sono in mano alla scienza”. Ferraris distingue realtà “naturali”, come montagne alberi e stelle, da realtà “sociali”, come contratti, valori, e matrimoni, che sono realtà, ma costruite socialmente. Pur provenendo da tradizioni di pensiero lontane, Laudisa e Ferraris vedono entrambi i limiti del naturalismo là dove inizia il pensiero umano.
Questa è esattamente la questione da cui parte Huw Price. Price lo chiama il “problema della collocazione” (‘placement’), e lo formula come la domanda di dove “collocare” nel mondo dalle scienze naturali entità come i valori morali, la bellezza, la conoscenza, la coscienza, la verità, i numeri, i mondi ipotetici, le leggi, eccetera: tutte quelle entità che sembrano meno compatibili, per esempio, con il mondo descritto dalla fisica. La risposta di Price si articola in due passi. Il primo è l’osservazione che il nostro linguaggio e il nostro pensiero non sono necessariamente rappresentazioni di qualcosa di esterno. L’osservazione è il cuore della filosofia della seconda fase di Wittgenstein: contrariamente a quanto ipotizzato dalla più diffusa teoria del linguaggio (caratteristica per esempio di Gottlob Frege, il padre della logica moderna), il nostro linguaggio e il nostro pensiero fanno ben altro che designare oggetti e proprietà di oggetti. Se guardo il tramonto e dico “che meraviglia!” alla compagna che ho accanto, non sto designando una ipotetica entità “meraviglia” che sia là, vicina al sole che tramonta. Sto esprimendo l’effetto del tramonto su di me, sto rafforzando quel legame di vicinanza con la mia compagna che viene dall’essere insieme a gioire dello spettacolo, oppure sto cercando di mostrarle qualcosa della mia intimità, o forse mille altre cose ancora, nessuna delle quali ha a che vedere con un oggetto esterno “meraviglia”. Interpretare il linguaggio come qualcosa che si riferisce necessariamente a qualcosa di esterno è creare dei falsi problemi di metafisica. Interpretare le nostre sofisticate e complesse attività linguistiche come affermazioni su una realtà esterna è l’errore che, secondo Price, genera il falso problema del “collocamento”.
Il secondo passo di Price è un sottile slittamento dell’idea centrale del naturalismo: porre l’accento sul fatto che noi, esseri umani, siamo parti della natura. E noi possiamo essere studiati dalle scienze naturali. Price lo chiama “naturalismo del soggetto”. Valori morali, bellezza, conoscenza, coscienza, la nozione di verità, i numeri, i mondi ipotetici, eccetera, non vanno compresi come arredamento metafisico del mondo, e neppure dichiarati “illusori”: vanno compresi come aspetti del comportamento di noi stessi, esseri naturali complessi in un mondo naturale complesso. Questo non toglie la possibilità di studiarli anche in forma autonoma: un matematico studia i numeri, un filosofo dell’etica studia i valori morali, e così via. Diritto, estetica, morale, logica, psicologia… sono scienze autonome. Ma i presupposti di queste discipline, e le realtà di cui si occupano non contraddicono il naturalismo, perché sono riconducibili alla coerenza generale del mondo naturale, come la chimica è compatibile con la fisica: il nostro pensiero e la nostra vita interiore sono fenomeni reali, generati da noi, creature naturali in un mondo naturale.
Molti campi vivacissimi della scienza contemporanea si concentrano oggi nello sforzo di riempire di contenuto questa intuizione: scienze del cervello, scienze cognitive, etologia, antropologia, linguistica, psicologia… Una sterminata letteratura sta crescendo, dedicata a comprendere noi stessi in termini naturali. Un testo che riassume lo sforzi per comprendere in termini evolutivi la nostra capacità di conoscere, per esempio, è “Teoria evoluzionaria della conoscenza” del filosofo tedesco Gerhard Vollmer, da poco pubblicato in Italia. C’è moltissimo che ancora che non capiamo, perché, come sempre, quello che non sappiamo è immensamente di più di quello che sappiamo, ma stiamo imparando moltissimo.
Forse curiosamente, riportare noi stessi alla nostra realtà naturale, che per Price ha radici nel pragmatismo e nel rispetto per ciò che abbiamo imparato sulla realtà grazie alla razionalità scientifica, finisce per riallacciarsi proprio alle intuizioni di Nietzsche, che per altra via sono sfociate negli eccessi del postmoderno: prima di essere animale razionale l’uomo è animale vitale (“Sono i nostri bisogni che interpretano il mondo… Ogni istinto ha la sua sete di dominio.”); vero, ma anche la nostra ragione nasce da questo magma, e ne emerge come la nostra arma di gran lunga più efficace. Su questo intreccio segnalo anche un libretto di diversi anni fa proveniente da tutt’altro mondo: “Gli istinti dell’uomo” di Antonio Balestrieri. Come presidente della Società Italiana di Psichiatria, Balestrieri giocò un ruolo centrale per l’approvazione della grande riforma della legge 180, vanto dell’Italia, la legge che ha chiuso i manicomi liberando l’umanità da una grandissima sofferenza, e ha fatto scuola in tutto il mondo. Con la semplicità di chi con la mente umana, la sua forza e la sua debolezza, ci deve lavorare, Balestrieri delinea un quadro per comprendere la rete di relazioni fra istinti e ragione, e tratteggia il percorso evolutivo naturale che ci può aver portato ad essere quello che siamo, esseri di emozioni ed esseri pensanti.
In favore di questo naturalismo umile e completo il libro di Price argomenta con forza e rigore: siamo creature naturali in un mondo naturale, e questi termini ci danno il miglior quadro concettuale per comprendere noi stessi e il mondo. Siamo parte di questa natura splendida e ricchissima, di cui sappiamo ancora così poco, ma abbastanza per capire che essa è sufficientemente complessa per dare luogo a tutto ciò che siamo, compresa la nostra etica, la nostra possibilità di conoscere, il nostro sentire la bellezza, e la nostra capacità di emozionarci. Fuori di essa non c’è nulla. Per un fisico teorico come sono io, per un astronomo abituato a pensare la sterminata distesa di più di cento miliardi galassie, ciascuna formata da più di cento miliardi di stelle, ciascuna con la sua ghirlanda di pianeti, su uno dei quali noi non siamo che un fenomeno breve e fugace, granelli infinitesimi di polvere persi nel cosmo sterminato, questa non può essere che un’ovvietà. Ogni uomo-centrismo impallidisce di fronte a questa immensità. Questo è il naturalismo.

Fonti citate:
– Huw Price, “Naturalism without mirrors” (Oxford University Press, Oxford 2010)
– Federico Laudisa, “Naturalismo” (Laterza, Roma 2014)
– Maurizio Ferraris, “Manifesto del nuovo realismo” (Laterza, Bari 2012)
– Gerhard Vollmer, “Teoria evoluzionaria della conoscenza” (Ipoc, Milano 2012)
– Antonio Balestrieri, “Gli istinti dell’uomo” (La Garangola, Padova 1998).

Un salotto urbano arredato con gusto, nel quale distendere l’animo…

Lucerna_cornice

Ogni volta che giungo in questa città di luce e di scintillii, di bagliori e di stupori, sento quasi un’urgenza spirituale di divenirne parte della sua più intima essenza. Cammino lentamente lungo la riva sinistra della Reuss, scorro lo sguardo sulle facciate dei palazzi che, sulla riva opposta, affrescano l’orizzonte prossimo come su una tela impressionistica dai vivacissimi colori. La corrente è impetuosa, il lago spinge fuori da sé l’acqua con possanza, schiumante tra rapide vigorose, compressa tra gli argini sopra i quali le placide passeggiate della gente sembrano soavi traiettorie di fragili farfalle sopra una furiosa tempesta – ma appena le risacche placano il flusso, ci si meraviglia di quanto verde e trasparente sia quest’acqua cittadina – e potabile, suppongo, come d’altronde accade altrove qui in Svizzera.
Poco a valle c’è lo Spreuerbrücke, uno dei due ponti in legno che scavalcano il fiume, e quello ancora originale (dell’altro, il Kapellbrücke, e della sua storia, vi racconto a breve). Mi piace penetrare nel centro storico di Lucerna da quella parte e non dall’altra, dove usualmente i bus scaricano le comitive di turisti. Vi entro da qui perché ho la vivida impressione di entrare in una dimora antica e nobile che da subito si rivela accogliente, ospitale, confortevole. Un salotto arredato con gusto, certamente prezioso ma non sfarzoso, nel quale ci si sente a proprio agio, compartecipanti alla sua finezza, allo charme.
Vie pedonali strette che scorrono tra antichi palazzi dalle facciate affrescate spesso fantasiosamente come tele d’un discepolo elvetico di Bosch, le quali di colpo divengono ancora più strette, più intime, e d’un tratto si frantumano in altre viuzze, vicoli e vicoletti che donano l’impressione di trovarsi in un labirinto urbano. Ma basta girare l’angolo per ritrovarsi all’improvviso in una deliziosa piazzetta circondata da ulteriori nuove tele-facciate e agghindata da una tipica ed elaborata fontana in pietra, piccoli slarghi che mi allargano parecchio l’animo e lo abbracciano affettuosamente, instillandomi un senso di protezione serena, quieta.

Lucerna-libro-cut_750E’ un brano tratto da Lucerna, il cuore della Svizzera, volume pubblicato da Historica Edizioni nella collana Cahier di Viaggio, diretta da Francesca Mazzucato.
A Lucerna – anzi, in Lucerna, città elvetica turisticamente meno nota di altre ma sublime come nessun altra, e non solo in Svizzera – vi accompagno sulle pagine di questo mio libro, peraltro avente un formato assolutamente “da viaggio”, comodo da riporre nella tasca della giacca oppure in valigia senza che rubi troppo peso e spazio. E’ una città che tanti conoscono di nome ma non di fatto, appunto, cioè nei fatti concreti che la rendono ciò che è: ve la farò visitare in un modo certamente diverso dal solito, attraverso un racconto “urbano” che è al contempo guida, saggio, romanzo, diario, confessione, rivelazione… e forse anche di più, seguendo rotte cittadine che il turista ordinario e il visitatore classico non seguono, tracciate sui selciati, sui marciapiedi, sui muri, sui colmi dei tetti ma anche nel cielo, sull’acqua, sulle linee dell’orizzonte oltre che, forse soprattutto, nel cuore e nell’animo.
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1 Dicembre, nasce Cultora.it: la cultura, ora e dovunque!

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1 Dicembre 2014: nasce cultora.it, il nuovo portale italiano di informazione culturale.
Cultora è un magazine online dedicato al mondo della cultura in generale. Uno spazio nuovo e dinamico all’interno del quale è possibile trovare notizie sempre aggiornate su libri e letteratura, musica, cinema, media e nuove tecnologie. Sono inoltre parte integrante del portale numerosi spazi dedicati a blog curati da giornalisti, addetti ai lavori, opinion leader che offrono le loro personali opinioni e esaustivi approfondimenti riguardo i temi più caldi del mondo della cultura.
Ancor più, mi permetto di aggiungere, cultora è una nuova e fondamentale occasione per redimere un paese che purtroppo persevera nel non capacitarsi di quanto sia vitale la cultura per il proprio futuro, nonché di quanto con essa si possa costruire anche al di fuori dei suoi ambiti usuali. Sapete, no, che qualcuno disse, tempo fa, che con la cultura non si mangia, palesando peraltro in tal modo la volontà del sistema di ridurci a creature prive di cervello… Beh, chissà come mai il paese sta comunque morendo, nonostante altri “cibi” gli siano propugnati ma, evidentemente, dal potere nutritivo del tutto scarso, se non nullo, rispetto a quello culturale!
Dulcis in fundo – mi permetto nuovamente! – a cultora.it collaborerò anch’io, con un blog interno al sito di riflessione e approfondimento culturale, cercando di mettere in luce non solo la realtà della cultura attorno a noi ma pure qualche buona idea per agevolarne ancora di più la presenza diffusa nella società, ovvero tra di noi tutti, e per contrastare conseguentemente la deriva decerebrante che ci impongono da tempo.
Dunque appuntamento al 1 Dicembre, su cultora.it!