
Un interessante articolo di Silvia Bottani uscito qualche tempo addietro sul periodico d’arte Exibart, intitolato Come funzionano l’arte e la memoria all’epoca dei social media, mi ha consentito di focalizzare l’attenzione e riflettere su quello che, a mio parere, è uno dei più palesi paradossi che presenta il web contemporaneo – quello dei social network, di Facebook e Twitter e tutti gli altri tra le cui pagine ormai è inevitabile stare. Spiego: tali media contemporanei, che potenzialmente sarebbero un archivio infinito delle nostre scritture, dunque delle tracce scritte, messe nero su bianco (seppur virtualmente) sulle loro pagine da noi che ne siamo autori, finiscono invece per essere l’ambito di maggior smemoratezza indotta dei tempi correnti, facendo così che di essi noi che li usiamo perdiamo un’occasione incommensurabile e irripetibile di caratterizzare questa epoca con i nostri segni, le nostre parole, il nostro pensiero – anche se concentrato in soli 140 caratteri, come su Twitter. E’ un paradosso, questo, anche perché la nostra epoca ha (avrebbe) un disperato bisogno di ricordare, anzi, è “percorsa da una percepibile ansia legata alla perdita della memoria”, come scrive Silvia Bottani dell’articolo citato, ma ciò accade soprattutto per colpa nostra, consapevole o meno, non certo dei suddetti social media!
Cito ancora dall’articolo: “Memoria, o meglio, memorie: frammentate, differenti, finzionali, si moltiplicano esponenzialmente fino a saturare il contemporaneo. Il bisogno ossessivo di raccontare – tutto è o sembra avere la dignità di divenire “storytelling”, e la deriva verso il dato minimo, (…) appare un tentativo malinconico di negare l’impossibilità di fissare il ricordo.” E poi: “La forzata persistenza nel presente, perpetrata attraverso i social media, è strettamente relazionata all’evaporazione della memoria stessa”: come se fossimo affetti da una sorta di “progressivo Alzheimer collettivo”, per citare ancora Silvia Bottani, che più avanti aggiunge: “Mentre scriviamo compulsivamente sul web, fotografiamo, produciamo contenuti con il quasi esclusivo scopo di condividerli con un non meglio definito network di relazioni, l’atto stesso di produrre e affidare tali contenuti a un supporto volatile come i byte, a loro volta allocati su “cloud” gestite da entità commerciali, ci libera immediatamente dal peso del ricordo e ci prepara al momento successivo. Lo spazio di elaborazione dell’esperienza, quello spazio vitale, critico, germinale che si espande durante la fruizione di quei contenuti, si comprime violentemente nella dimensione del social network, fino a scomparire.”
L’autrice dell’articolo analizza la situazione dal punto di vista della fruibilità e della considerazione delle opere d’arte una volta date in pasto al web; io invece mi sono ritrovato a riflettere su tali argomenti, e sul quel paradosso di cui ho detto, dal punto di vista della scrittura, ovvero delle favolose potenzialità che i social media ci offrono in tal senso. E’ innegabile, infatti, che Facebook, Twitter e gli altri social sono luoghi in cui si esercita la scrittura: commenti, post, tweet e quant’altro ci trasformano, seppur in modo aleatorio ed effimero, in scrittori, o autori se preferite. Con pochi o tanti caratteri, ci danno la possibilità di mettere per iscritto ciò che pensiamo, una nostra idea, un’esperienza, un’opinione, una congettura o una fantasia eccetera eccetera. Ci consentono di lasciare il segno, come detto, il nostro segno personale, individuale dunque potenzialmente unico, in un archivio che tutto conserva e mette a disposizione dell’intero pianeta (anche oltre certi limiti di privacy, certo, ma questo è un altro problema!). Una possibilità, insomma, della quale mai l’umanità prima di noi ha potuto godere: ma ve lo immaginate un Oscar Wilde, uno Stendhal oppure un Kant o un Nietzsche cosa avrebbero potuto fare con un mezzo come facebook?
Posto ciò, e al di là di tali raffronti suggestivi seppur irrazionali, trovo che la grande e illimitata possibilità di scrittura che il web 2.0 ci offre ovvero il non saperla sfruttare come si potrebbe e dovrebbe, e dunque l’uso in grandissima parte futile se non francamente idiota che molti utenti fanno dei social network, debba ascriversi tra le cause fondamentali per la genesi di quel paradosso della smemoratezza su cui sto disquisendo. Andiamo sul web, abbiamo la chiave virtuale di questo archivio infinito nel quale lasciare qualcosa di importante, di significativo su di noi e sul mondo che ci circonda e che viviamo quotidianamente, e invece troppe volte lasciamo in esso cose sostanzialmente inutili, prive d’alcuna importanza: cose che non serve ricordare, per essere chiari. E’ la deriva verso il dato minimo che giustamente cita Silvia Bottani nell’articolo: “tutto è o sembra avere la dignità di divenire storytelling” in primo luogo perché ci sentiamo obbligati a dover scrivere qualcosa – quasi che altrimenti, senza una qualche attività sul web, non si esista, forse nemmeno nella realtà reale! – e in secondo luogo perché il modus vivendi e cogitandi nel quale siamo immersi (e dal quale siamo sopraffatti, a ben vedere) ci ha ormai fatto perdere la capacità di concepire il valore effettivo di molte cose, così che a tante francamente insulse venga data una dignità senz’altro immeritata. Che peraltro si infila in un marasma di innumerevoli altre cose senza autentica dignità, diventando come fango in una immensa palude melmosa: il nulla nel nulla, insomma, che inevitabilmente annulla pure quel poco che c’è di potenzialmente buono. In fondo, è quanto sta accadendo – o accade sempre più – pure in letteratura: anche per questo vedo così evidente il legame della questione in dibattimento con il web 2.0 e l’esercizio della scrittura che offre e impone.
Ecco, qui – anche qui – io credo che nasca lo spreco di memoria del web, dunque la smemoratezza collettiva nella quale siamo coinvolti in veste di utenti dei suoi media. Ed è un grandissimo peccato che ciò accada, lo ribadisco: siamo così indotti a vivere nemmeno più alla giornata ma ormai quasi all’ora singola, per nostra stupidità o per condizionamento del distorto sistema socio-politico che governa buona parte del mondo, che non ci rendiamo conto della possibilità di memorizzazione offertaci dal web contemporaneo, e così la sprechiamo in modo insensato. Per carità: ognuno può fare ciò che vuole di quanto ha a disposizione, finché non danneggia nessuno, e qualche divertente futilità (trad.: cazzata) ci sta benissimo e ci vuole, ci mancherebbe, anzi! Ma uno spazio fondamentale in cui inserire e conservare qualcosa di importante ci deve assolutamente essere: perché – banale dirlo ma sempre pragmatico – il presente nel quale forzatamente persistiamo non esiste; esiste (esisterà) il futuro, semmai, che si costruisce con il passato. Punto. E se il passato è fatto per sua gran parte di vacuità, sarà ben difficile che il futuro cresca intellettualmente e mentalmente (di rimando, culturalmente) solido – nonostante la meravigliosa e potenzialmente rivoluzionaria tecnologia che abbiamo tra le mani. “Sapremo” tutto di tutti, ora, per non ricordarci niente di niente domani. Non mi pare una gran bella prospettiva, non trovate?
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L’uomo invisibile (una storia vera)

C’è l’uomo invisibile personaggio fantastico che ha popolato romanci, film e serie TV – col quale fa il paio la donna invisibile, la supereroina dei fumetti, già. E ci sono uomini invisibili così costretti ad essere dalle storture della nostra società, che mette al bando chiunque non si “normalizza” o, per sorte infausta, si ritrova ai suoi margini. E poi c’è – c’è stato, purtroppo – un uomo invisibile per scelta, forzata senza dubbio ma pure consapevole e schietta, leale. Un “eroe” a suo modo, e si intenda tale aggettivo senza alcuna accezione consueta e tipicamente conferita allo stesso, dacché gli eroi propriamente e popolarmente detti sono creati (artificiosamente, spesso) per divenire modelli ed esempi per la gente comune, nonché di tal gente effige aumentata ed dilatata a dismisura, per così dire. Un anti-eroe, dunque, ma anche in questo caso la banalizzazione da abuso di tali terminologie è dietro l’angolo, ed è bene che lì resti.
Ho scritto “purtroppo”, poco sopra, perché di questo “uomo invisibile” è stato celebrato il rito funebre qualche giorno fa, a Lecco, davanti a poche persone tra le quali alcune autorità cittadine – presenza certamente ammirevole. Si chiamava Darno Nardi, nato a Fiume nel 1937, residente a Sesto San Giovanni fino al 1967 e poi resosi “irreperibile”: sparito, scomparso nel nulla, proprio così, tanto da essere ormai considerato deceduto da lustri (come da sentenza del Tribunale di Monza). E invece vivo e vegeto, residente in una piccola grotta alla base delle pareti montane che sovrastano Lecco, a poche centinaia di metri dal centro della città ma invisibile, sostanzialmente invisibile – fino, appunto, a un mese fa, quando il suo cadavere è stato ritrovato e recuperato a seguito del decesso per probabili cause naturali, un infarto verosimilmente.
Beh, non è poi così difficile sparire nel nulla, potrebbe osservare qualcuno: basta andarsene in un isola sperduta nell’oceano, mollando tutto, cambiando identità e quant’altro. Certo, ma non alla portata di tutti, a ben vedere; eppoi così non si sparisce, semmai ci si nasconde. E’ diverso.
Nardi viveva invece a pochi minuti da una città occidentale, popoloso e frenetico agglomerato urbano contemporaneo in tutto e per tutto ovvero parte integrante di quella società in cui tutti viviamo nella quale conta sempre di più essere, apparire, rendersi visibili – per scelta o per imposizione, tra presenze tv e sul web, selfie, status symbol, appariscenze pubbliche d’ogni sorta ma pure tra videosorveglianze, tracciature elettroniche, condizionamenti di massa, tecnologie da Grande Fratello sempre più sottovalutate (dalla gente comune) e invasive. Per più di quarant’anni – un periodo incredibilmente lungo, nella superveloce società contemporanea – Nardi è invece riuscito a rimanere invisibile, sfuggendo a qualsiasi controllo, a qualsiasi tracciabilità identificativa, ad ogni sistema solitamente inesorabile con cui il nostro mondo ingloba e normalizza chiunque, appiccicando addosso il proprio bel numero con cui guadagnarsi il posto nell’elenco infinito che in testa riporta il titolo “Consumatori”.
Ha scelto di rinunciare a tutto guadagnando così il tutto, ovvero ciò che più di tutto dovrebbe contare, per degli esseri senzienti come noi uomini, la libertà. Una libertà ricca di privazioni e certamente offuscata da chissà quanta infelicità, esteriore e interiore, tuttavia frutto di una scelta consapevole e di una ferma volontà di togliersi di mezzo dallo spazio-tempo corrente per crearsi un proprio micro-universo, dotato di un ecosistema difficile eppure “funzionante” al punto da resistere per decenni.
Nessuno sa se su tale sua scelta di invisibilità abbiano influito chissà quali sfortunate circostanze del passato, o se in qualche modo la sua natura di profugo istriano – nato in una terra che invece la libertà se l’è vista togliere in modo drammatico e con conseguenze sovente terribili – abbia fatto da motivo ulteriore. E’ un peccato che non glielo si possa più chiedere – ecco, è forse questo l’aspetto più negativo della sua dipartita: il non poter più chiacchierare con lui. Sono pronto a scommettere che avrebbe avuto molto da raccontare e ancor più da insegnare: insegnare come un solo piccolo uomo possa sconfiggere – nel principio ma pure nella sostanza – il nostro ipertecnologico e soggiogante mondo contemporaneo con tutte le sue categoriche convenzioni, e insegnare come si possano affrontare difficoltà impensabili per chiunque di noi, uomini di oggi viziati e rincitrulliti, senza dover chiedere a nessuno, e a nessuno chiedere conto. O forse egli avrebbe voluto chiedere, ma non ne ha avuto il coraggio, la forza, o forse non l’ha fatto per orgoglio, per sfida…
Sto congetturando fin troppo, lo so, e non ho affatto il diritto di farlo. Ma, ribadisco, io che in fondo ho saputo della storia di Nardi solo dai media, da quel giorno in cui venne rinvenuto il suo corpo esanime, ora mi rammarico tantissimo di non aver conosciuto la sua vicenda prima e così di non averlo conosciuto direttamente, e non averci parlato insieme. Anche poche parole, a volte bastano quelle per dire tantissimo e altrettanto capire – altra cosa che noi tutti qui, visibilissimi individui trasformati sempre più in merce a cui attribuire un qualche valore ovvero qualche utilità, stiamo sempre più dimenticando, soffocati dal rumore assordante che ci circonda e dalle sue frequenze penetranti, probabilmente studiate apposta per annullare sempre più il nostro intelletto e, per diretta e inevitabile conseguenza, la nostra libertà. Frequenze puntate ad altezza d’uomo, dunque – forse – non aventi effetto alcuno lassù, nella grotta appena sopra la città.
Sfortunato il popolo che ha bisogno di eroi, recita il noto motteggio. Fortunato invece chi, dico io, pure nella sua eventuale sfortuna sa diventare eroe per sé stesso.
Che la buona sorte sia dalla Sua parte in eterno, ora, Darno Nardi. Se la merita tutta.
Nel ghetto di noi idioti acculturati
La ignoranzia non avendo né fine, né regola, né misura, procede furiosamente e dá mazzate da ciechi.
Frequentando spesso – per un irrefrenabile e inguaribile bisogno fisiologico, oltre che per interesse diretto… – luoghi ed eventi culturali, e trovandovi spesso un sacco di gente – e, intendo dire, gente interessata e palesemente consapevole di quanto sta vivendo, non soltanto visitatori da mostra-blockbuster o museo-di-tendenza o evento-trendy che ci stanno solo per dire “io c’ero!” ma che alla fine del senso e/o del messaggio culturale relativo non resta poco o nulla nella loro zucca – sovente mi trovo ad essere felice di tali affollamenti, del vedere che meno male, c’è ancora gente, e ce n’è tanta, interessata alla cultura e intrigata da essa ovvero che non accetta pedissequamente di farsi rattrappire, mentalmente e intellettualmente, dal sistema che regge il nostro mondo quotidiano – e la nostrana terra in particolare. E dunque, inevitabilmente, mi ritrovo a formulare il più banale tanto quanto genuino e fiducioso dei pensieri: beh, dai, ma allora c’è ancora qualche speranza per questo nostro paese, c’è ancora la possibilità che il rincretinimento di massa non vinca su ogni cosa, che la cultura – in senso generale ovvero, per intenderci, le “cose intelligenti” – riesca a non essere sopraffatta dall’idiozia e dalla cialtronaggine generale!
Poi però, finito quel fiducioso entusiasmo, tornato alla vita di tutti i giorni e constandone la realtà dei fatti, ogni giorno sempre peggiore (visione di fondo assai pessimistica, lo ammetto, ma come ricordo spesso sono passato negli anni da essere il più pessimista degli ottimisti al più ottimista dei pessimisti, con tendenza negativa costante…), con identica inevitabilità mi chiedo: ma tutti noi (mi ci metto anch’io, nel bene e nel male e sperando di non risultare tronfio), noi gente che dimostriamo di avere ancora un cervello presumibilmente sveglio e attivo, noi che pare ci rendiamo conto di un bel po’ delle cose che qui attorno non vanno affatto bene e che frequentando ancora luoghi ed eventi di valore culturale – e dunque profondamente sociale – rilevante e importante per la nostra stessa realtà civica, con tutto ciò che poi ne consegue, dimostriamo di non assoggettarci a quel sistema che invece persegue palesemente l’apatia di massa al fine di meglio dominarci e imporci le sue decisioni – noi così fatti, insomma, ma dove diavolo andiamo a finire, se poi – appunto – allo stato dei fatti la decadenza morale, culturale, intellettuale, civica della nostra società continua imperterrita e, se possibile, accelera pure?
Siamo troppo snob, forse, abbiamo troppa puzza sotto il naso, diciamo a parole che abbiamo capito cosa c’è che non va e sappiamo cosa ci sarebbe da fare ma poi tutta la nostra azione cultural-sociale finisce lì, contenti – in modo fin troppo altezzoso, nel caso – di non essere parte della massa di pecoroni drogata e ipnotizzata dalla TV, dagli status symbol, dai vari e assortiti specchietti per le allodole sparsi in giro e dal pensiero unico ma, così facendo, lasciando ad essa campo libero in qualità di fanteria pesante calpesta tutto del suddetto sistema dominante. Ci riserviamo il controllo della teoria ma non la trasformiamo in pratica, e per ciò chi invece governa e impone la pratica riesce a sopraffarci pur senza avere alla base alcuna buona teoria – anzi! Ci stiamo auto-ghettizzando, ecco, convinti di essere sempre e comunque più fighi di quelli che stanno incollati alla TV, sbraitano per il calcio e pensano che senza un certo smartphone non si è nessuno, li evitiamo, li disdegniamo ma intanto quelli ci circondano – proprio come in mare la chiazza d’olio si espande sempre più e inquina inesorabilmente l’acqua pura, se non viene contrastata ed eliminata – e con l’appoggio del sistema ci richiudono in recinti sempre più piccoli.
Insomma: io di gente a cui il cervello funziona ancora ne vedo, e pure tanta. Ma perché invece sembra che l’avanzata degli idioti continui e in modo inesorabile? Perché non sappiamo trasformare la cultura in un’arma civica, non facendone solo una virtù ideale e un nobile vanto? Perché non sappiamo scaturire da essa, dalla sua fonte potente e infinita, un fiume di consapevolezza razionale che possa spazzare via il dominio sempre più assolutista della scempiaggine e dell’insensatezza?
Dove diavolo ci nascondiamo di continuo, noi, eh?
Che alla fine si sia pure più stupidi di quegli idioti dominanti, per come così passivamente ci stiamo facendo sbaragliare e sottomettere da essi?
E’ questo il pensiero, anzi, il dubbio finale che si genera ogni volta dalla mia frequente e costante disquisizione, che ora vi ho messo qui pure per iscritto. Ed è un dubbio che trovo veramente atroce, ve lo assicuro, e sempre più ogni giorno che passa guardandomi intorno, e vedendo come tutto continui ad andare allo scatafascio mentre tanti, troppi, se ne infischiano bellamente e se ne approfittano pure…
Terry Pratchett, Neil Gaiman, “Buona Apocalisse a tutti!”
All’inizio del Ventesimo Secolo l’Impero Britannico figurava come il più esteso della storia (eccetto forse solo quello dei Mongoli del XIII secolo), espandendo il proprio potere su un quarto delle terre del pianeta e un quinto della popolazione mondiale d’allora, e rappresentando di gran lunga la prima e più influente potenza mondiale, al punto che mai come per il dominio di Sua Maestà si può storicamente parlare di “imperialismo” alla massima potenza.
O forse no. Forse c’è qualcosa di britannico che, sotto certi aspetti, è divenuto ancora più egemone del citato potere politico su buona parte del pianeta… (e sì, così vi spiego anche il perché di quel mio prologo storico apparentemente bislacco, per la recensione di un romanzo): il british humor, ovvero il tipico stile umoristico letterario (e non solo) sviluppatosi in Terra d’Albione e divenuto nell’era moderna e contemporanea la principale scuola comica a livello planetario. A partire da certa pur aulica ironia shakespeariana fino ai mostri sacri degli ultimi decenni – Wodehouse, Waugh, Adams, Sharpe solo per citarne alcuni, con l’insuperabile appendice TV-filmica dei Monty Python che di letterario nei propri sketch mettevano tantissimo – mi viene da affermare con tranquillità che buona parte delle risate che nel mondo di oggi ci vengono da fare nascono proprio da quella scuola, da quel suo stile e dall’influenza veramente globale sulla comicità occidentale (ma non solo): uno stile molto più legato ad una costruzione complessa della gag comica rispetto allo stile mediterraneo, fatto di battute e freddure meno ragionate e più immediate. Uno stile più artistico, sotto molti aspetti.
Posto ciò, da appassionato cultore della letteratura umoristica di matrice anglosassone, indigena e non, e avendo letto innumerevoli romanzi riconducibili a questa “scuola” (definirlo meramente “genere” mi pare alquanto riduttivo) scritti da veri e propri mostri sacri di tale letteratura, mi rendo conto che a chi produca oggi opere analoghe si presenti l’arduo compito di affrontare inevitabilmente la storia e il confronto con essa, nonché la responsabilità da tutto ciò derivante – un po’ come il calciatore che si ritrovi a giocare con lo stesso numero, lo stesso ruolo e le stesse circostanze di Maradona, o di altri campioni assoluti del genere. Adocchiando dunque in libreria un romanzo sulla cui copertina campeggiano i nomi di Terry Pratchett e Neil Gaiman, due tra i più noti e celebrati scrittori britannici contemporanei, impegnati in un romanzo la cui presentazione interna cita Douglas Adams e i Monty Python quali riferimenti diretti per la storia narrata in esso, non potevo non supporre una lettura che non fosse meramente tale ma, appunto, assolutamente mirata a cercare una buona risposta alla domanda già poco fa indirettamente espressa: ma di eredi dei grandi autori umoristici britannici ce ne sono ancora, in circolazione? Ovvero: la letteratura umoristica anglosassone è ancora egemone, oggi, sulle altre di simile specie?
Il romanzo in oggetto è Buona Apocalisse a tutti! (Arnoldo Mondadori Editore, 2007, collana “Strade Blu”, traduzione di Luca Fusari; orig. Good Omens, 1990), la cui trama tento di riassumere in poche righe: le sfere divine decidono che per la Terra è giunta l’ora dell’Armageddon, mettendone in moto il processo irreversibile…
Leggete la recensione completa di Buona Apocalisse a tutti! cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!
Pompei, perenne figuraccia italica: forse era meglio prima del 1748…
Avrete certamente letto sui media, o sentito/visto sulle radio-TV, della chiusura per qualche ora, ieri (e non solo ieri), dei siti archeologici vesuviani causa “assemblea sindacale” (QUI un elenco di notizie in merito), e converrete con me che di fronte a tale ennesimo episodio di genialità tutta italiana, c’è veramente poco da commentare.
Ovviamente, non sono in discussione ne i sacrosanti diritti dei lavoratori, ne quelli dei turisti che giungono lì da tutto il pianeta non certo per trovarsi davanti un cancello chiuso e una motivazione che a loro probabilmente parrà incomprensibile. Fatto sta che, non potendo discutere ne l’una ne l’altra cosa, ovvero non potendo mai discutere di nulla, in Italia, dacché salterà sempre fuori qualcosa che vanificherà in bene o in male l’efficacia della discussione, nel concreto finisce per essere perennemente in discussione il buon nome del paese – sempre che ce ne sia ancora uno e alla faccia di tutti quanti si riempiono la bocca, prima, ora e in futuro, di “patrimonio artistico”, di “tesori storici e culturali”, di “difendiamo al cultura” e tutto il resto. Parole che puntualmente, anche quando sono frutto di voci autorevoli, serie e volenterose, svaniscono rapidamente nel vuoto della realtà italica.
Pompei poi, lo sapete, bene, è “il” caso emblematico per eccellenza, sul merito. Ha ragione Christian Caliandro: “Pompei è l’autoritratto più efficace dell’identità collettiva italiana in questo momento: è lo specchio del nostro degrado, che riflette fedelmente quanto poco ci vogliamo bene. Ciò che potrebbe servire di più sarebbe forse proprio l’attuazione della (ventilata) procedura di cancellazione di Pompei dalla lista dei siti Unesco. Sarebbe uno shock salutare, l’occasione per rendersi finalmente e integralmente conto della gravità della situazione: un Paese che non riesce a garantire la minima conservazione, protezione e manutenzione del patrimonio ereditato dal proprio passato è un Paese che sta realmente mettendo in discussione il proprio futuro. Che si sta condannando all’impermanenza.” (Pompei, autoritratto italico, Artribune Magazine #16, novembre-dicembre 2013)
A ruota, mi viene da dare ragione pure a chi sostiene che sarebbe quasi il caso che Pompei tornasse a sparire sotto terra, come prima di essere scoperta e dissotterrata (gli scavi iniziarono nel 1748 per volere di Carlo III di Borbone) ovvero, paradossalmente, prima che venisse avviato il suo incubo, dacché in tal modo si conserverebbe molto meglio che ora, affidata a enti che dimostrano da decenni di non possedere alcuna buona capacità in tal senso.
Ancora una volta, a mio modo di vedere, il problema sta tutto nella totale mancanza di cultura pure in siti che sono cultura, e che cultura dovrebbero fare e trasmettere a chi li visita. Invece no: tutta la questione viene di nuovo ridotta su piani volgarmente materiali e bassamente politici, come se si avesse a che fare con la gestione di un grande supermercato o di un parco divertimenti nella cui conduzione prevalgano sempre e comunque diritti alquanto egoistici e grossolani, ancorché giusti e in parte condivisibili – ma, insomma, una cosa è e resta giusta quando non rende ingiuste altre cose con cui ha a che fare, no?
Da tutto ciò emerge l’impressione di un effettivo menefreghismo – ovvero, se devo essere più diplomatico, di una incapacità di comprensione del valore di ciò che si ha tra le mani – nei confronti del senso, del significato, del valore primario e dell’essenza culturale (senza citare poi il potenziale economico) di certe fortune che l’Italia si trova a possedere. Come se, appunto, Pompei fosse tale quale che un altro sito pubblico qualsiasi da aprire la mattina e chiudere la sera, e se qualcosa non funziona bene e va storto pazienza, c’è altro nella vita a cui pensare.
E’ e sarà sempre inutile istituire e mettere in atto “piani straordinari”, “strategie di rilancio” o altro del genere se verso ciò che va tutelato, rilanciato e sostenuto non ci sarà un autentico attaccamento, e altrettanta dedizione culturale – e intendo dire non legata a nozionismi e informazioni calate dall’alto (del tipo “Pompei va difesa perché così c’è scritto nella legge o nel decreto tot”), ma direttamente legata alla propria cultura, ovvero alla civiltà di cui si è parte e alla società che la anima: Pompei va difesa perché è la nostra storia ed è elemento formante la nostra identità nazionale, da mostrare con orgoglio ai turisti d’ogni dove. E’, in altri termini, ciò che ha affermato lo stesso Caliandro nel passo dell’articolo sopra citato, e tale dedizione deve esserci in ogni soggetto coinvolto, dalle istituzioni politiche (in primis) all’ultimo dei lavoratori come in ogni singolo cittadino, vero padrone del sito (se ce ne ricordassimo ogni tanto, eh!). Non è certo qualcosa che si possa ottenere da un giorno con l’altro, o in poche settimane o mesi. Ma è, credo e temo, l’unica via d’uscita, se non si vorrà finire come in altri ambiti italici nei quali i fantasmi più immondi del passato, che si credevano ormai dissolti, puntualmente tornano e pure più spaventosi di prima – Venezia e il suo Mose insegnano, giusto per restare in tema di tesori artistici e culturali italici gestiti in modo a dir poco opinabile.
Così bisogna agire, sperando di ottenere rapidamente buoni risultati ovvero augurandosi che il degrado e la conseguente rovina, materiale e morale, del nostro patrimonio culturale nazionale non risultino ancor più rapidi.