Ecco. L’autore di tale – a mio parere – capolavoro, è forse l’unico artista italiano in grado di farne, oggi, di tali “capolavori” di comunicazione, almeno da un punto di vista sovversivo (dote che peraltro l’arte dovrebbe sempre manifestare): Maurizio Cattelan.
Sotto certi aspetti un genio assoluto, sotto altri un astutissimo provocatore, sotto altri ancora il cialtrone più indispensabile in circolazione, ovvero un personaggio da bandire da qualsiasi palcoscenico mediatico (il che, a volte, è prova ultima di genialità). L’immagine è la copertina di un
numero di Febbraio 2015 del New York Times Magazine, e certamente notere come Cattelan, fedele al suo stile, non abbia assolutamente guardato in faccia ai committenti di tale lavoro. Il quale, come ho affermato anche nel titolo, rappresenta perfettamente la sostanza della presenza geopolitica degli Stati Uniti d’America nel mondo moderno contemporaneo, ovvero dal Novecento fino (e ancor più, forse) ai giorni nostri.
Potenziali migliaia e migliaia di pagine di dissertazioni più o meno dotte, condensate in una sola immagine dall’efficacia possente e assoluta. E’ così che i geni (o quelli che viene da pensare siano tali) ci sanno parlare del mondo, delle realtà che ci offre e delle insite verità che di frequente ci sfuggono, e che pur interessanti e approfondite dissertazioni scritte non riescono a metterci in evidenza con altrettanta efficacia.
Per conoscere meglio Maurizio Cattelan, ovvero per conoscere la fonte delle immagini come quella qui sopra riprodotta, non c’è modo migliore che andare alla conoscenza di Toilet Paper, l’ultima sua invenzione mediatica, perfetta espressione del suo stile irriverente e della sua capacità artistico-sovversiva. Cliccate QUI, per visitarne il sito web.
Anche se c’è poi chi ritiene che Cattelan, in verità, non sia un artista ma un filosofo. Forse, senza avere tutti i torti. Anzi, avendone molto pochi.
Categoria: Arte
Se fossi sereno potrei ancora scrivere? (Piero Manzoni dixit #2)
Soprazocco è un gran bel posto. Sì, forse potrei passare qui tutta la mia vita. La campagna è così serena che rende sereni anche noi. Potrei così dipingere e scrivere pur lavorando… Ma non so se questa è saggezza o viltà. Viltà nel senso di fuga dalla vita che in realtà dovrei affrontare. D’altra parte se fossi sereno potrei ancora dipingere o scrivere?
E poi… credo comunque che sono cose che dovrò risolvere scrivendo.
(Piero Manzoni, citato da Dario Biagi in Il ribelle gentile. La vera storia di Piero Manzoni, Stampa Alternativa, Viterbo, 2013 p.24, citando a sua volta Germano Celant, Piero Manzoni. Catalogo Generale, Skira, Milano, 2004, p.587)
Piero Manzoni è stato un grandissimo artista fors’anche perché non è stato solo un artista, ovvero non solo un creatore di arte visiva. Ha scritto anche moltissimo, quasi che l’attività letteraria e la riflessione intellettuale da cui nasceva, nonostante spesso restava cosa privata, non potesse non accompagnare il processo di creazione artistica. Al proposito, ha lasciato uno degli esperimenti artistico-editoriali più illuminanti dell’intero
Novecento, la rivista Azimuth, che pur in solo due numeri ha saputo generare un gran scossone intellettuale nell’ambiente artistico e critico nazionale, sovente moooooolto conservatore e assai svagato.
Ma, nella citazione sopra pubblicata, Manzoni pone all’attenzione di tutti uno dei più grandi quesiti intorno alla creazione letteraria: “Se fossi sereno potrei ancora dipingere o scrivere?” Ovvero: per scrivere, e intendo dire scrivere grandi testi, bisogna necessariamente essere in un qualche stato di tormento intellettuale e spirituale? Solo l’agitazione derivante da ciò può far frizzare nell’autore quelle piccole/grandi scosse elettriche che mettono in circolo la migliore e più fervida creatività? In effetti, di grandi scrittori e creativi dall’animo tormentato la storia è a dir poco ricolma. Di contro, uno stato di quiete, di calma, di serenità di mente e d’animo, di assenza di qualsivoglia pur minimo tormento, potrebbe veramente cagionare, come effetto collaterale, un rilassamento intellettuale tale da impedirci di scrivere grandi, articolate e compiute storie?
Un quesito non da poco, insomma.
Che ne pensate, voi?
P.S.: qui trovate la mia recensione de Il ribelle gentile. La vera storia di Piero Manzoni.
“I miei pensieri serviranno ai posteri per farne uso igienico” (Piero Manzoni dixit)
“Mi potrà servire a qualcosa: a farmi scrivere, forse a farmi sfogare, a poter fermare i miei pensieri su carta e ai miei posteri per farne uso igienico.”
(Piero Manzoni, Diari, 25 Marzo 1954)
In questi giorni sto leggendo una biografia di Piero Manzoni (questa, per intenderci), uno degli artisti italiani più grandi del Novecento, un passo – anzi, molti di più – avanti rispetto alla stragrande maggioranza dei suoi colleghi nonché del panorama artistico-culturale italiano del tempo, e per questo, tanto per cambiare, ignorato se non sbeffeggiato dallo stesso. Tipico atteggiamento italiano: sei un talento, sei un innovatore, sei un genio, possiedi
autentiche doti e capacità fuori dal comune? Non c’è posto per te, e più cerchi di ottenerlo più verrai accusato d’essere un fuori di testa, un poco di buono o altro del genere. No comment, ovviamente, per non costringermi a superare di slancio ogni limite di scurrilità…
A breve pubblicherò qui nel blog la personale recensione del testo biografico che sto leggendo. Ora invece, per cominciare a onorare per bene la figura del grande artista lombardo, recupero e pubblico un vecchio pezzo di Gianluigi Melega, originariamente pubblicato nel 1992 sul Corriere della Sera, che racconta del celebre soggiorno di Manzoni in Danimarca, paese nel quale trovò un’accoglienza e un rispetto ben più grandi e consapevoli che in patria: elementi che resero quel soggiorno un momento irripetibile e significativo di grande creatività artistica e concettuale.
Manzoni e la fabbrica dei concetti
Artisti tra i telai. 30 anni fa nasceva in una cittadina danese un curioso esperimento di mecenatismo. l’ avventura di un camiciaio e di un “enfant prodige” dell’ avanguardia italiana: Piero Manzoni e le sue opere che anticiparono l’ arte concettuale.
La cittadina danese di Herning sta nel mezzo della penisola dello Jutland. E’ un paesaggio piatto, di basse colline ondulate, nero verde giallo e viola, di pini, erba ed erica. Non ci si passa per caso: bisogna proprio volerci andare. Fino a una quarantina di anni fa, nulla distingueva Herning da una qualsiasi piccola citta’ nordeuropea senza qualita’ . Poi, dalla campagna, arrivarono il camiciaio Aage Damgaard e sua moglie Birgit. Il camiciaio Damgaard era un piccolo industriale tessile con un’ idea fissa: che la gente comune come i dipendenti della sua fabbrica dovesse poter godere dell’ arte. E godere dell’ arte durante la giornata, sul posto di lavoro, mentre lavorava. Non solo: ma dovesse poter conoscere gli artisti, coloro il cui lavoro era creare, inventare, tradurre i sogni o le visioni in oggetti concreti. Il camiciaio Damgaard comincio’ a invitare degli artisti a Herning. Faceva con loro un accordo: li alloggiava in una luminosa mansarsa nell’ allora unico alto edificio di Herning; metteva a loro disposizione un atelier o uno spazio nella sua fabbrica di camicie, accanto ai telai, come preferissero; pagava per tutti i materiali che decidessero di usare e concordava con loro uno stipendio mensile per due o tre mesi (di solito cercava di dar loro uno stipendio pari allo stipendio medio dei dipendenti della sua fabbrica). In cambio chiedeva che gli artisti frequentassero la fabbrica, parlassero con i dipendenti del loro lavoro e lasciassero in fabbrica le opere che creavano durante il loro soggiorno. Erano condizioni che soltanto artisti giovani o artisti poveri accettavano. Oppure artisti famosi, a cui Damgaard offriva la possibilita’ di creare opere di grandi dimensioni. Herning comincio’ a figurare nelle cronache come una citta’ dove si faceva dell’ arte, dove l’ opera d’ arte entrava a far parte della vita quotidiana di tutti. Batuffoli e scatolette Nel 1960 e nel 1961 vennero invitati a Herning due artisti italiani ritenuti allora di grande avanguardia, Enrico Castellani e Piero Manzoni. In Italia avevano pochissimo mercato. E le opere con cui Manzoni traduceva in oggetti le sue teorie sull’ arte (batuffoli di cotone, uova sode da mangiare subito, linee, palloncini definiti “fiato d’ artista”, scatolette contenenti “merda d’ artista”, impronte digitali, ricevute con cui si certificava che il possessore era stato da lui “firmato” e che quindi era da considerare esso stesso un’ opera d’ arte, eccetera) venivano ritenute dalla quasi totalita’ del pubblico degli sberleffi, delle prese in giro di cui non cadere vittime. Manzoni sarebbe morto improvvisamente due anni dopo, il 6 febbraio 1963, nel suo studio a Milano. Per molto tempo le sue opere continuarono a essere apprezzate soltanto da pochi. Oggi e’ considerato uno dei piu’ coerenti e geniali anticipatori dell’ arte concettuale: allora, e per anni, nel migliore dei casi venne ritenuto dalla maggioranza un provocatore, nel peggiore, un buffone. Da qualche anno le opere di Manzoni si vendono alle aste internazionali per centinaia di milioni. E una sua grande retrospettiva, apertasi in estate a Herning e passata in autunno a Madrid, arrivata nell’ inverno scorso al Castello di Rivoli (Torino) ancora carica di provocazione e di “avanguardia” come trent’ anni fa (basti pensare che, dalle diverse collezioni mondiali, verranno esibite non meno di 25 delle 90 scatolette numerate di “merda d’ artista”): ma, appunto, trent’ anni fa lo shock non era temperato dalle valutazioni del mercato… Ora, a ulteriore conferma di una consacrazione oramai indiscussa, Vanni Scheiwiller pubblica il catalogo ragionato delle sue opere, a cura di Freddy Battino e Luca Palazzoli. Trent’ anni fa Manzoni arrivo’ a Herning un giorno di giugno. C’ era ad accoglierlo un pittore danese, Paul Gadegaard, che faceva da consulente artistico per il lungimirante camiciaio. Gadegaard poduceva pitture astratte molto colorate e ando’ incontro a Manzoni indossando una tuta da lavoro molto macchiata: “Ma, mio Dio, tu usi i colori!”, lo saluto’ inorridito Manzoni, che da anni produceva soltanto opere bianche, quasi tutte chiamate “Achrome”. Manzoni lavorava molto. Oggi ci sono nella collezione del museo di Herning 37 sue opere e “mezza”: la “mezza” e’ un quadro messo insieme, a meta’ , da Manzoni e dallo svizzero Daniel Spoerri. Parlava poco con chi gli stava intorno per la difficolta’ di intendersi con la lingua: ma regalava sue opere ai dipendenti di Damgaard, che erano soprattutto operaie tessili, donne di Herning o delle campagne vicine. Regalava uova sode con l’ impronta del suo pollice, “Achromes” di cartone, linee. Le linee erano dei rotoli di carta bianca di diverso tipo, di diverse dimensioni e lunghezze, al centro dei quali Manzoni tracciava una striscia nera, per poi riarrotolarli e infilarli in cilindri di cartone che fungevano da custodia. Su ogni cilindro un’ etichetta in inglese e in francese precisava la lunghezza della linea e la data dell’ esecuzione. Il giorno che Manzoni arrivo’ , Damgaard era in viaggio all’ estero. Ma aveva lasciato detto, come sempre, che gli venissero messi a disposizione i materiali che avesse chiesto. Manzoni ando’ nella tipografia del giornale locale e mise in conto a Damgaard l’ acquisto di una bobina di carta da giornale. Poi si sedette per terra, davanti alla rotativa, con una specie di bottiglione di inchiostro, e comincio’ a tracciare una linea al centro della bobina, mentre questa veniva svolta lentamente da un rullo per essere riavvolta su un altro. Il risultato, un pesantissimo cilindro di lastre di piombo con la scritta “Contiene una linea lunga 7200 metri eseguita da Piero Manzoni il 4 luglio 1960”, e’ oggi ritenuto uno dei capolavori dell’ arte moderna. Ma secondo Knud Laursen, un pittore danese tradizionale che allora si guadagnava da vivere come redattore nel giornale di Herning, quando Damgaard, al ritorno, venne a sapere cosa era successo, la sua prima reazione fu: “Ah, va bene gli artisti, ma con questo basta!”. Dovette essere un’ irritazione passeggera. Perche’ l’ anno dopo, il 1961, Manzoni si autoinvito’ a Herning per una seconda stagione danese e, ancora una volta, riusci’ a stupire tutti. La testimonianza piu’ importante di quella sua seconda visita e’ un parallelepipedo di acciaio di 80x100x100 centimetri con la scritta in francese, capovolta: “Socle du Monde . Socle magic n. 3 de Piero Manzoni . 1961 . Hommage a’ Galileo”. Si tratta, come dice appunto l’ iscrizione, dello “zoccolo del mondo”, il sostegno su cui poggia idealmente tutto il globo: appoggiato per terra, capovolto, perche’ appunto e’ la terra a reggersi su esso, e non viceversa. Vegetali e minerali Secondo il critico Jean.Pierre Criqui si tratta di un’ opera fondamentale, “germinativa”, per l’ intera arte moderna. Secondo Germano Celant, il critico ialiano che piu’ ha studiato Manzoni e che ha curato il bel catalogo che accompagna la mostra itinerante, “…con lo ‘ ‘ Zoccolo del mondo’ ‘ il lavoro di Manzoni raggiunge i limiti della superficie terrestre e ogni cosa animale, vegetale e minerale e’ definitivamente trasformata in un’ opera d’ arte”. Aage Damgaard e’ morto qualche anno fa. Sua moglie Birgit vive in una grande fattoria alla periferia di Herning. Hanno chiuso le fabbriche di camicie (erano arrivate a essere sette), ne hanno trasformate alcune in museo, una in una scuola per operai tessili, e hanno donato tutto, comprese le collezioni di oltre 600 opere di arte moderna, alla citta’ . “Allora quasi tutti ci consideravano dei matti . racconta oggi la signora, che usa al visitatore italiano la cortesia di accompagnarlo al museo ., o addirittura degli imbecilli, che si facevano turlupinare da un ciarlatano: oggi incontro delle ex dipendenti che mi ringraziano per averle aiutate a familiarizzare con l’ arte, per essere state partecipi di un esperimento riconosciuto adesso come eccezionale”. Mi chiedo che cosa inventerebbe oggi Manzoni, con quel suo sorriso allegro e ironico che mi e’ capitato di conoscere bene (mi regalo’ un’ impronta digitale, visto che non volevo comperare i suoi quadri), per rovesciare, con un ideale zoccolo estetico, il successo di pubblico e commerciale che e’ arrivato ad avvolgerlo.
Poca spesa, inesorabile “resa” (della cultura). La questione del Museo della Fotografia di Cinisello Balsamo, la solita storia all’italiana…
“Poca spesa, tanta resa (culturale)”: così intitolavo un mio precedente articolo di qualche giorno fa (anche qui nel blog) col quale intendevo mettere in luce la bella realtà del MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, alle porte di Milano, luogo di cultura di provincia, di sicuro piccolo rispetto a certe entità della vicina metropoli lombarda, eppure capace non solo di stare in piedi ma pure di offrire una proposta culturale, tra mostre, iniziative didattiche, premi e quant’altro, di mirabile qualità, grazie a una lodevole sinergia tra pubblico e privato su base comunale.
Giusto per inesorabile par condicio, e per in tal modo mettere in evidenza i due limiti di un ambito culturale nazionale che sa offrire tutto e il contrario di tutto con insuperabile cecità strategica, mi sposto solo di qualche chilometro verso il centro di Milano (sto in zona perché ne conosco direttamente le situazioni e supponendo di considerare Milano quale una delle capitali culturali italiane a titolo esemplificativo) per dirvi del MuFoCo, il Museo della Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, proprio alle porte del capoluogo meneghino, e della sua demoralizzante situazione, sostanzialmente opposta in forma e sostanza a quella del MAC di Lissone.
Il MuFoCo è un museo pubblico unico nel suo genere – tutti gli altri dedicati alla fotografia, in Italia, sono legati a enti e fondazioni private – con un patrimonio di due milioni di fotografie dal dopoguerra ad oggi di artisti come Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Fischli&Weiss, Gianni Berengo Gardin, Luigi Ghirri, Candida Höfer, Mimmo Jodice, Uliano Lucas, Federico Patellani, Ferdinando Scianna, Thomas Struth, cui si aggiunge l’archivio analogico dell’agenzia Grazia Neri, che ha raccontato per immagini la storia italiana degli ultimi 40 anni nonché tutta l’attività di carattere didattico in collaborazione con scuole di ogni ordine e grado e con le facoltà universitarie. Duole molto affermarlo, ma se un museo del genere all’estero sarebbe un’istituzione tenuta in palmo di mano e offerta come attrazione irrinunciabile al traffico turistico, qui è ormai da mesi in preda ad un classico esempio di disprezzante menefreghismo culturale istituzionale all’italiana – ecco, mi viene da definirlo in tal modo. Ovvero: fondi tagliati o dati col contagocce, parole-parole-parole senza fatti concreti, scaricabarili vari e assortiti, il tutto nell’ottica di quell’ormai istituzionalizzata strategia del “con la cultura non si mangia” che guida palesemente l’azione di molti enti pubblici su questioni del genere.
In buona sostanza: se il museo fino a pochi giorni fa rischiava di chiudere per la totale assenza di fondi – soldi messi in bilancio dagli enti responsabili ma non erogati, si badi bene – si è al momento salvato grazie ai 50.000 Euro raccolti in un’asta organizzata dagli “Amici del Museo di Fotografia” e a un’erogazione in extremis di 200.000 Euro dovuta da tempo dalla Provincia di Milano: fondi che assicurano una sopravvivenza di qualche settimana, non molto di più. Ma attenzione: la Provincia formalmente è una istituzione che non esiste più, sostituita dall’Ente Città Metropolitana, il quale tuttavia non ha ancora comunicato se resterà socio del museo e se adempierà ai suoi oneri finanziari, versando i soldi necessari per proseguire le attività. Nel frattempo in Regione Lombardia e in Parlamento si sta discutendo della trasformazione del MuFoCo in ente nazionale, il che dovrebbe garantirne l’esistenza e il rilancio: ma al momento nulla è stato deciso e chissà quando si deciderà in merito – intanto il tempo passa… Infine, ci sarebbe sul tavolo la proposta di sdoppiare il MuFoCo tra la sede classica di Cinisello (archivio e amministrazione) e una nuova sede espositiva in centro a Milano: ciò potrebbe rappresentare una interessante opportunità per il museo in vista di EXPO 2015: ma anche qui nulla è ancora stato deciso, ed all’apertura di EXPO mancano meno di quattro mesi.
Insomma, avete sicuramente ben capito come è messa la realtà dei fatti di un’istituzione culturale – lo ribadisco – unica nel suo genere in Italia. Paese, d’altronde, unico nel suo genere col tutto il ben di Dio culturale a disposizione e la cronica incapacità di considerarlo, valorizzarlo e sfruttarlo nel modo più proficuo possibile. Come affermo fin nel titolo di questo articolo, con poca spesa – spesa finanziaria ma pure strategica, di impegno, di volontà, di considerazione – è inevitabile la resa, ovvero la sconfitta, il fallimento culturale. Poco distante, a Lissone, dimostrano come questa evenienza si possa efficacemente annullare: altrove invece, a Cinisello come in troppi altri luoghi della cultura nostrani, pare ci si volti deprecabilmente dall’altra parte.
Visitando “Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi” a Milano
Scrivere qualcosa che non sia stato già scritto su Walter Bonatti – forse l’ultimo autentico mito italiano moderno/ contemporaneo, e intendo col termine “mito” un personaggio che ha saputo andare oltre le proprie doti e la fama relativa per diventare icona dell’immaginario collettivo e simbolo di sogni e aspirazioni ben al di là dell’ordinario quotidiano – è probabilmente più difficile che ripetere una delle sue vie alpinistiche più celebrate. D’altro canto, certi personaggi diventano “grandi” ovvero – ancor più, appunto – miti popolari proprio perché la gente trova continuo interesse in essi, nella loro vita e nelle gesta compiute, e relativi motivi di discussione, riflessione, ammirazione, anche quando tali dissertazioni siano condotte su eventi che chiunque ormai conosce in modo abbastanza determinato.
Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi, la mostra in corso presso il Palazzo della Ragione di Milano, è indubbiamente un’ulteriore e notevole fonte di dissertazioni sulla figura del grande alpinista lombardo. Innanzitutto, le splendide immagini esposte rivelano che, ai titoli leggendari di alpinista ed esploratore che Bonatti si porta appresso, si debba assolutamente aggiungere quello di fotografo: non solo le foto sono spettacolari, ma sovente in esse si ritrova un gusto estetico e una sensibilità verso la composizione di matrice artistica che ci si aspetterebbe soltanto da grandi professionisti dell’immagine – da gente, insomma, che ha studiato a lungo fotografia e che di conseguenza è profumatamente pagata per quanto realizzato. Bonatti, si sa, realizzò i suoi reportage fotografici quali corollari dei viaggi d’esplorazione, a loro volta questi affrontati sulla scia delle letture dei grandi autori letterari che egli elesse a modello fin dalla gioventù: Salgari, Melville, London, Stevenson e alcuni altri. Bonatti stesso dichiarò più volte che le sue esplorazioni nascevano anche (a volte soprattutto) dal desiderio di andare a constatare di persona quanto di vero, o di verosimile, vi fosse in quei suggestivi romanzi d’avventura, dunque le fotografie da essi ricavate sarebbero quasi da considerare elemento non fondamentale dei numerosi viaggi: testimonianza necessaria anche per ragioni “funzionali” al contratto in essere con il settimanale Epoca, che gli pubblicava i reportage, ma non “lo” scopo del viaggio, almeno a livello personale. E probabilmente così era ma, lo ribadisco, la bellezza e il valore artistico che Bonatti seppe ottenere dalle sue immagini lasciano quasi stupefatti, e dimostrano di nuovo la grandezza di un uomo che seppe veramente realizzare i propri più grandi sogni e di farlo in senso assoluto, oltre che attestare la grande sensibilità che sapeva riporre in ogni propria avventura: altra dote tipica, d’altro canto, solo delle persone più grandi – e qui lo intendo anche e soprattutto dal punto di vista umano.
A proposito di umano, di uomo ovvero appartenente al genere umano quale Bonatti era, come tutti noi: trovo che un’altra cosa molto bella e importante che si può ricavare dalla mostra milanese sia il particolare rapporto che Bonatti ha ricercato e (ri)trovato con la Natura. Conscio che l’armonia più autentica e profonda con il mondo naturale fosse (e sia ancor più oggi) qualcosa di ormai dimenticato o perduto per l’uomo moderno, credo che si possa intravedere nelle immagini di Bonatti il tentativo – riuscito, senza dubbio – di staccarsi il più possibile dal proprio genere di appartenenza, per così dire, o forse di elevarsi sopra di esso ovvero di togliersi di dosso tutte quelle convenzioni sociali e quei meccanismi mentali, ideologici, comportamentali e antropologici contemporanei in genere per ritrovare, appunto, la capacità di sentirsi – anzi, di essere realmente parte della Natura, creatura vivente tra mille altre creature viventi relazionanti e interattive con ogni elemento naturale e in grado di “conversare” con essi, di ricevere informazioni, di risintonizzarsi sulla stessa frequenza vitale. Non è qualcosa di assimilabile all’attuale atteggiamento ecologista-ambientalista, non c’entra nulla con questo, ovvero non con la sua accezione odierna più abusata: è qualcosa di infinitamente più ancestrale, profondo, articolato. Bonatti ha saputo tornare alla Natura ma non da animale sottomesso ad essa e non da umano dominatore di essa, ma in base a un rapporto del tutto paritetico e vitale, dal momento che la vita è comunque un elemento che non può essere alto o basso, possente o debole, inferiore o superiore, più importante o meno di altra vita: è una, e nella sua essenza fondamentale è uguale per tutti. Che poi essa si sviluppi in infinite forme è altro discorso, ma il senso di essa è comune per qualsiasi entità che, sul pianeta, si possa definire vivente.
Bellissima mostra, imperdibile direi, e non solo per chi ha seguito Bonatti nelle sue imprese “solite”, alpinistiche o esplorative. E altrettanto bello è stato constatare il grande affollamento di visitatori, pure con coda all’ingresso del Palazzo della Ragione: prova ulteriore che i miti sono sempre tra noi, e sempre è bello (re)incontrarli ad ogni occasione utile. Chissà poi quanto sarebbe stata contenta la “sua” Rossana, di vedere così tanta gente venuta a omaggiare il “suo” Walter…