Vi supplico: che qualcuno trovi il modo di trasformare la maleducazione diffusa in denaro, e questo paese diverrà di colpo il più ricco del pianeta!
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“B”istopia!
No no, nessun fake, è tutto vero, anche la trama che leggete lì. Barb Wire, uscito nel 1996 con la celeberrima (!) Pamela Anderson quale protagonista e giudicato tra i più brutti film di quell’anno (la nostra cara Pamelona vinse i Razzie Awards come “Peggiore nuova star”!), raccontava proprio di un’America dell’anno 2017 governata da una dittatura di matrice (neo)fascista – o neonazista. Purissima, cristallina (e inevitabile?) distopia, insomma.
Ecco: che non si dica più che certi B-movies (nonostante la mediocrità degli attori, ehm…) raccontano storie assurde e strampalate! O forse è che la realtà quotidiana è oramai scaduta al livello dei più brutti film di serie B, dacché governata da “leader” – in fondo attori, a loro modo – assolutamente e tragicamente mediocri?
P.S.: grazie per l’ispirazione ai sublimi snob di Visiogeist, dalla cui pagina facebook ho tratto l’immagine.
“Qualcuno” senza qualcosa
È veramente sconcertante la smania di certa gente – sempre più numerosa – di voler essere “qualcuno” senza essere qualcosa. Non è una novità, che ciò accada, ma almeno un tempo si cercava di offrire qualcosa, appunto, che facesse credere agli altri di essere qualcuno; oggi invece no, oggi meno si ha e si offre di sé – di buono, ovviamente intendo dire – più si pretende di essere considerati. Viviamo in una società che è colma di tutto, nel bene e nel male, ma si sta drammaticamente svuotando di ciò che sarebbe più utile per considerarla realmente tale: di valore umano, di individui che siano persone vere e non una sorta di scatole magari belle fuori ma totalmente vuote dentro. I frequentatori perfetti dei numerosi non luoghi divenuti ormai l’unico spazio pubblico per così tanti individui contemporanei: non persone, insomma.
Società deboli, leader “forti”, cultura assente
Società deboli – deboli di cultura, di identità, in preda a numerose fobie indotte, sociologicamente destrutturate e degradate, irrazionalmente etnocentriche – chiedono e vogliono essere guidate da leader “forti”, che tali si manifestano proprio in forza della debolezza diffusa. Ma anche in questo caso la “regola” è sempre quella: ogni popolo ha i governanti che si merita ovvero, detto in altre parole, ogni società esprime leaders che inevitabilmente sono esempio assoluto e massima rappresentazione di esse. Per ciò, queste società non si rendono conto che i loro leader forti in realtà sono estremamente deboli, che la forza da essi manifestata – quasi sempre coercitiva, guarda caso – non è che il tentativo di mascheramento della loro reale debolezza: società di questo tipo, dunque, sono inevitabilmente destinate ad una decadenza assai rapida, e tale anche per l’incapacità di cognizione della loro effettiva condizione, appunto.
Viceversa, società forti – in senso identitario, culturale, sociologico – e altamente consce del proprio “sé” non abbisognano leadership forti ma rappresentanze funzionali alla “gestione pratica” della loro forza: leader che siano degli espedienti utili al bene della società, giammai a quello di sé stessi e del loro potere.
Non a caso uso il termine “espedienti”: è di Henry David Thoreau, che al riguardo affermò la (tutt’oggi) migliore e più efficace “regola”: “Il miglior governo è quello che non governa affatto”, semplicemente perché non avrà bisogno di farlo nei confronti d’una società forte, composta da individui dotati di alto senso civico e piena consapevolezza della propria identità culturale individuale e collettiva. Una società capace di mostrare la propria forza sociale (sociologica) da sé e nel modo più proficuo possibile.
Invece, pare che certa parte del mondo – e, assurdamente, buona parte di quello presumibilmente più “avanzato” – oggi (siamo nel Terzo Millennio, anno 2017: è bene ricordarlo, forse!) vada dalla parte opposta. Nuovamente, è una questione fondamentalmente culturale, anche questa. E i risultati di questa devianza regressiva da crescente imbarbarimento collettivo si vedono già ora, purtroppo.
È permesso compiere evoluzioni.
Ecco, dev’essere che, da un certo tempo a questa parte, qualcuno ci ha piazzato in testa (non a chiunque, ma poco ci manca) questo cartello. E siccome comunque non credo che avessimo tutti quanti intenzione di diventare degli Yurichechi, temo che il termine “evoluzioni” lì citato faccia riferimento non tanto al senso “ginnico” quanto al senso darwiniano e alla sua accezione intellettiva, più che a quella meramente morfologica.
Beh, fatto sta che sarebbe il caso di staccarcelo di dosso – o di mente, appunto – e gettarlo via, nuovamente, finalmente. Tutt’al più sostituendolo con un altro che reciti più o meno così: È permesso… – anzi, no, di più: È OBBLIGATORIO COMPIERE EVOLUZIONI.
Alla peggio, diventeremo tutti dei ginnasti notevoli, ecco.