MONTAG/NEWS #19: cose interessanti da conoscere sulla realtà attuale delle nostre montagne

Si dice spesso che le montagne sono – o possono essere – un laboratorio di cittadinanza, termine da intendersi in tutto i suoi vari significati: di vita e vitalità, di residenzialità resiliente, di relazione sociale e culturale, di coesistenza ecologica, di impegno civico… ciò è tanto vero quanto ancora troppo poco considerato concretamente, al di là delle tante parole spese al riguardo. Anche per questo conoscere la realtà di fatto dei territori montani e rifletterci sopra è importante, emblematico, illuminante, non solo per le montagne stesse e le loro comunità ma per tutti noi – anche per chi in montagna non ci va mai.

Dunque, per alimentare la vostra conoscenza e la riflessione riguardo ciò che accade sulle montagne, eccovi una nuova mini-rassegna stampa di alcune delle notizie più interessanti relative a cose di montagna pubblicate in rete e sulla stampa la scorsa settimana, con i link diretti alle fonti originarie così da poterle approfondire a piacimento. Le notizie più recenti le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra, aggiornata quotidianamente; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Buone letture e buoni approfondimenti!


[Immagine tratta da www.gr.ch.]

LA CONVIVENZA TRA BIKERS E ESCURSIONISTI IN SVIZZERA

Si discute spesso della frequentazione condivisa di escursionisti e bikers dei sentieri di montagna, e non di rado emergono problematiche varie circa il rispetto reciproco, la sicurezza, la manutenzione dei tracciati. Nel Canton Grigioni (Svizzera) è attivo dal 2019 il progetto “Fairtrail”, che promuove la coesistenza improntata al rispetto tra amanti della mountain bike ed escursionisti che usano i percorsi per il traffico non motorizzato delle montagne grigionesi. La campagna mira a sensibilizzare gli utenti nei confronti del prossimo, della natura, dell’agricoltura e degli animali selvatici, e qualche giorno fa sono stati pubblicati i riscontri al riguardo per l’anno 2025, con i reclami registrati e i risultati ottenuti dalle campagne di sensibilizzazione.


QUANTO HANNO “FRUTTATO” LE OLIMPIADI?

Arrivano le prime stime su quanto abbiano “fruttato” le Olimpiadi di Milano Cortina: le propone il quotidiano finanziario “Italia Oggi” (ripreso da “MilanoToday”) che parla di «Almeno un miliardo e 300 milioni di euro. La parte del leone va ai diritti televisivi (570 milioni), quasi eguagliati dalle sponsorizzazioni (550 milioni). Più bassi i ricavi della vendita dei biglietti. Esclusi però i ricavi da merchandising e altre voci che ancora non è possibile definire». Il raggiungimento del pareggio di bilancio operativo è stimato a 1,7 miliardi di euro, tuttavia, anche considerando le stime sull’indotto olimpico, sembra alquanto lontano il pareggio complessivo con i circa 7 miliardi di costi olimpici (molto lievitati rispetto alle stime iniziali, e senza contare gli extra costi) e con gli elevati “costi ambientali” la cui determinazione economica è molto difficile.


IDROELETTRICO, LA MONTAGNA COME UN BANCOMAT

Il Comitato del Grande Idroelettrico, che riunisce rappresentanti di territori montani per tutelare gli interessi locali nel rinnovo delle concessioni idroelettriche, denuncia la situazione di stallo al riguardo: «Il rinnovo delle concessioni idroelettriche in Italia è fermo a un binario morto, intrappolato tra l’inerzia del Governo, i timori sulla reciprocità europea e il ruolo dei grandi produttori. Come comitato esprimiamo forte preoccupazione per la direzione che sta prendendo anche Regione Lombardia con le voci e le uscite della stampa sulla quarta via, l’ennesima proroga condizionata per i grandi produttori. La montagna non è un bancomat per i colossi dell’energia!»


[Immagine tratta da www.planetmountain.com.]

IL PRIMO “CLIMBING PARK” INTERNAZIONALE

Tra Val Masino e Val Bregaglia sta per nascere il primo Climbing Park internazionale, grazie a un progetto transfrontaliero del valore di 1,2 milioni di Euro che unirà i graniti di Grigioni e Valtellina, uno dei territori alpini più apprezzati a livello europeo per la qualità paesaggistica e per l’arrampicata su granito. Il progetto si chiama “APICI”, acronimo di Attuazione del Polo Internazionale del Climbing Interconnesso, e non vuole essere un comune piano di sviluppo territoriale ma un modello di governance replicabile anche in altri contesti alpini: valorizzare senza snaturare, rendere accessibile senza massificare, educare invece di limitarsi a promuovere.


[Immagine tratta dalla pagina Facebook del Comune di Civitella Alfedena.]

CIVITELLA ALFEDENA, TURISMO SENZA IMPIANTI CON SUCCESSO

Tra i paesi di montagna italiani che riescono a fare a meno di piste da discesa e di impianti spicca Civitella Alfedena, località che mezzo secolo fa ha simboleggiato la rinascita dell’allora Parco Nazionale d’Abruzzo e poi di tutte le aree protette italiane. Un’amministrazione giovane e aperta alla collaborazione con il Parco, l’apertura a campeggiatori ed escursionisti, lo sviluppo di attività in ambiente praticabili tutto l’anno, la nascita dell’Area faunistica del Lupo e del vicino Museo… Risultatovari alberghi, b&b e ristoranti, quattro agenzie di guide escursionistiche, tre alimentari, alcune nuove botteghe artigiane e un paese unito e attivo con una vitalità economica certificata. Un paese che sta sapendo costruirsi un buon futuro, insomma.


L’IMPATTO DELLE OLIMPIADI SUI TERRITORI COINVOLTI

Un progetto di ricerca dell’Università di Bergamo, curato dal ricercatore Francesco Antonelli, sta indagando l’impatto dei Giochi Olimpici di Milano Cortina sui territori coinvolti e si interroga su benefici e criticità dell’eredità olimpica. Dalle grandi infrastrutture alla vita quotidiana delle comunità alpine, i Giochi mettono alla prova il rapporto tra città e montagna: «La vera legacy – rimarca Antonelli – non sta tanto nelle infrastrutture o nella visibilità turistica, ma nel rafforzare un territorio di per sé fragile senza snaturarlo e senza che si generino squilibri ambientali e sociali. La legacy si gioca tutta nel cercare di mettere al centro la montagna.» Osservazioni perfette e condivisibili, ma non sembra che i dirigenti olimpici le abbiano tenute in considerazione.

Un anno per celebrare Alberto Giacometti nella sua Val Bregaglia

[Anno 1940, foto di Emmy Andriesse – http://hdl.handle.net, pubblico dominio, fonte commons.wikimedia.org.]
Nell’anno in corso si celebrano i centoventicinque anni dalla nascita e i sessanta dalla morte di Alberto Giacometti, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi le cui opere, soprattutto le celeberrime sculture in bronzo, tanto minimaliste quanto espressivamente potenti e ipnotiche (ne ho avuto esperienza diretta nei musei ove le ho potute ammirare) hanno raggiunto record di vendita in asta tra i più alti di sempre: ad esempio nel 2015 “L’homme au doigt” (la vedete nell’immagine qui sotto) è stata aggiudicata per 141,28 milioni di dollari da Christie’s a New York. D’altro canto l’importanza dell’arte di Giacometti travalica il proprio mero ambito per toccare diversi aspetti, materiali e immateriali, che danno forma e immaginario alla nostra contemporaneità.

Ma forse più di ogni altra cosa io trovo affascinante, di Giacometti, la sua origine montanara, di una delle valli più belle e emblematiche delle Alpi tra Svizzera e Italia: la Bregaglia, da millenni corridoio orografico e culturale di giunzione tra la pianura padano-lombarda e più in generale il bacino del Mediterraneo, la regione alpina settentrionale e il centro-nord Europa. Una genesi alpina che Giacometti ha fuso con tutti gli altri ambienti sociali e culturali frequentati nel corso della sua vita e che molti storici e critici d’arte ritrovano nei suoi lavori artistici.

[Il villaggio di Stampa. Fonte commons.wikimedia.org.]
In Bregaglia, a Borgonovo di Stampa, nel villaggio natale della famiglia del grande artista e presso il cui cimitero riposa con i familiari, tutti identificati da lapidi semplicissime, ha sede il Centro Giacometti, che mira a curare, salvaguardare e valorizzare il patrimonio culturale materiale e immateriale legato alla famiglia e al suo principale esponente, mentre la Fondazione Ciäsa Granda/Atelier Giacometti conserva alcune opere rimaste in valle e rende accessibile di tanto in tanto l’Atelier, sito sempre a Stampa.

[Le semplici lapidi delle tombe dei Giacometti nel cimitero di Stampa. Immagine tratta da centrogiacometti.ch, fonte originaria qui.]
Ovviamente il Centro Giacometti ha messo in calendario alcuni eventi, diffusi lungo l’intero anno, che celebreranno Alberto e il suo legame con il territorio bregagliotto. Uno degli appuntamenti principali e più intriganti sarà il simposio in programma a luglio dal titolo: “I percorsi di Alberto Giacometti nello specchio delle sue origini” che, come si legge nel sito del Centro, «farà in particolare luce su alcuni fatti significativi legati alla valle di Giacometti e al mondo culturale italiano da lui frequentato. Ricercatori universitari, curatori e psicanalisti illustreranno vari aspetti del Giacometti “bregagliotto”, cresciuto e formato in una valle di montagna Svizzera, adiacente al mondo lombardo.»

[Giacometti fotografato a Stampa da Henri Cartier-Bresson nel 1961. Immagine tratta dalla pagina Facebook J-Arts.]
Per celebrare a modo mio (cioè minimamente, per quel che posso fare) questo “anno giacomettiano”, ripropongo qui un articolo di qualche tempo fa (lo pubblicai la prima volta nel 2014) su uno degli aspetti più singolari e per certi aspetti sconcertanti dell’origine bregagliotta di Alberto Giacometti e della sua presenza in valle, che dal giorno che lo scoprii (grazie a Philippe Daverio) mi ha sempre meravigliato – in diversi modi si possa intendere tale aggettivo. Lo ripropongo di seguito, come detto, con alcune immagini aggiornate, anche nella speranza che possa meravigliare come me molti altri; tenete presente che alcuni cose scritte si riferiscono all’epoca della sua stesura e oggi risultano superate.

[Giacometti al lavoro a Stampa. Immagine tratta da www.giacometti-stiftung.ch.]
Passare accanto al “genio” e (forse) non saperlo

Avrete probabilmente letto/visto sui media la notizia del nuovo record di vendita all’asta per un’opera d’arte: “Chariot, scultura bronzea di Alberto Giacometti (nell’immagine qui sotto), è stata battuta a 101 milioni di dollari, valore secondo solo ai 104,3 milioni di dollari – record assoluto, stabilito nel 2010 – di un’altra opera di Giacometti, “Homme qui marche”.

Ora, al di là di tali vertici di mercato artistico e dello scalpore che hanno generato, quando penso ad Alberto Giacometti – senza dubbio uno dei più grandi artisti del Novecento – e ancor più in considerazione di quanto sopra citato, mi torna in mente quella piccola, caratteristica baita che si trova giusto accanto alla strada che da Chiavenna (e dunque da Milano) porta a Sankt Moritz, lussuosissima località turistica che non abbisogna di presentazioni: baita che è proprio l’atelier della famiglia Giacometti, a Borgonovo di Stampa, piccolo villaggio tra i monti della Svizzera – nel Grigioni di parlata italiana – del quale la famiglia è originaria.

Quella strada, la quale appunto porta dall’Italia a una delle più note località delle Alpi (e che è quella visibile nelle foto a corredo di questo articolo), è trafficatissima in ogni stagione ma soprattutto d’inverno, quando orde di sciatori vi transitano per recarsi sulle piste di Sankt Moritz ovvero – se detengono un’adeguata fortuna economica – per viverne il lusso, frequentare il jet set internazionale, fregiarsi dell’aver lì casa e dunque fare parte della società che conta, accanto a VIP d’ogni genere e sorta. Ecco, posto quanto scrivevo poc’anzi, mi fa sempre specie constatare come la gran parte di quel traffico passi accanto a quella baita, all’atelier di Alberto Giacometti e prima del padre Giovanni, ignorandone totalmente la presenza. Transitano veloci in tanti, le auto ordinarie oppure fuoriserie con gli sci sul tetto e i bagagli nel baule, e non sanno di sfiorare un luogo dal quale è partito un grandissimo personaggio, una vera e propria icona del Novecento e – be’, non si può non rimarcarlo di nuovo – colui che si può definire Mister 205 milioni di dollari (la somma del valore delle due opere sopra citate; oggi sarebbe da aggiornare in Mister 350 milioni, visto il successivo record di “L’homme au doigt” del 2015 sopra citato)… Altro che i miseri 6 milioni del protagonista di quella nota serie televisiva anni ’80!

[Giacometti e la moglie Annette insieme al critico d’arte e poeta giapponese Isaku Yanaihara nei dintorni di Stampa, 1961. © Fondation Giacometti, Parigi, immagine tratta da www.ilgiornaledellarte.com.]
Ma, scherzi a parte, e mi ripeto, è quanto meno particolare questo estemporaneo accostamento tra due ambiti così diversi: l’arte di qualità eccelsa (e di valore economico incredibile) di Giacometti, e il consumismo turistico tipico della nostra epoca moderna – nel quale non c’è nulla di male, sia chiaro, ma il contrasto tra le due cose è sicuramente forte. Io stesso ci passo di lì tante volte, per andare a salire qualche mirabile vetta engadinese; tuttavia, quell’ignoranza senza colpa alcuna verso la presenza storica (e non solo) di Giacometti su quella trafficata strada è un qualcosa che vorrei vedere attenuarsi. Perché Giacometti è stato grandissimo, lo ribadisco, e, suvvia, perché le sue opere oggi valgono ben di più di quelle Ferrari o delle Porsche che sfiorano l’atelier Giacometti per andare a vanagloriarsi lungo le vie di Sankt Moritz!

P.S. – una curiosità: se ingrandite l’immagine in cui la costruzione è ripresa sul lato, potrete leggere l’intitolazione della stessa ai Giacometti, incisa sulle travi di legno. Una sorta di firma in veste di dedica sulla baita, come su un’opera d’arte. La scritta è visibile e quasi del tutto leggibile anche nelle immagini di Google Maps (cliccateci sopra per ingrandirla):

Erling Kagge, “Il Silenzio”

Io, il silenzio, penso di averlo sentito per la prima e forse unica vera volta anni fa, in Val Bondasca, una vallata laterale della Val Bregaglia nel Canton Grigioni, Svizzera, a poca distanza dal confine italiano – gli appassionati di montagna la conoscono senza dubbio.

Io e alcuni amici eravamo andati lassù un giorno di gennaio per salire qualche cascata di ghiaccio ma, quando entrammo nella valle e salimmo di quota, ci rendemmo conto che la notte precedente aveva nevicato molto più di quanto pensassimo e dunque il rischio di valanghe era piuttosto alto, ancora di più se ci fossimo infilati in uno dei canali che ospitava le cascate. Vagammo per un po’ al fine di capire se ci fosse qualche possibilità di salita meno rischiosa ma all’apparenza non ce n’era. Prima di rinunciare definitivamente e ridiscendere a valle ci fermammo in uno slargo nel bosco, seduti nella neve e distanziati l’uno dall’altro, senza parlarci, osservando la vallata ammantata dalla spessa coltre nevosa caduta nella notte.

Ecco, fu a questo punto che sentii il silenzio. L’assenza di suoni e di rumori era totale, non c’era nulla da sentire ma in quegli istanti percepivo nettamente qualcosa di potente, una sorta di enorme nota di fondo inudibile ma premente sui sensi che sembrava scaturire direttamente dal luogo, come fosse la sua frequenza sovrannaturale fondamentale. Qualcosa che non si poteva sentire ma si faceva intensamente ascoltare, appunto.

Non ho sentito – non mi pare – il rumore del mio corpo, dei miei organi in funzione o del sangue scorrente nelle vene, come ho letto che è successo ad altri. Viceversa, mi sono sentito avvolgere da quel tono inudibile, diventarne parte, in qualche modo – anche se vi sembrerà paradossale – accordandomi alla sua nota assoluta. E non è stata affatto una sensazione inquietante o sgomentante, anzi. È invece proprio da quell’episodio che ho cominciato a riflettere su cosa sia il silenzio, su quanto sia presente e come abbiamo perso la capacità di saperlo ascoltare al punto invece da esserne terrorizzati quando pensiamo di “sentirlo” – e quasi mai accade veramente, nel modo così acusticamente inquinato nel quale viviamo.

Ma cos’è veramente il “silenzio? Quali forme ha? E perché ne abbiamo così paura?

Sono domande alle quali credo che chiunque potrebbe fornire le proprie personali risposte, ma solo nel caso siano consapevoli; dunque non so, in concreto ovvero per ciò che ho rimarcato poco sopra, quanti veramente potrebbero rispondere. Di certo Erling Kagge, scrittore norvegese ma ancor più alpinista e esploratore, una notevole consapevolezza in tema di silenzio l’ha conseguita, essendo stato il primo uomo a raggiungere il Polo Sud in solitaria e il primo a raggiungere i «tre poli»: il Polo Nord, il Polo Sud e una cima dell’Everest. Le risposte personali alle domande suddette Kagge le fornisce in Il Silenzio (Giulio Einaudi Editore, 2017, traduzione di Maria Teresa Cattaneo): ne appunta ben 33, una per ogni capitolo del libro, ricavandole tanto dalle proprie esperienze alpinistiche e esplorative ovvero da quelle altrui quanto dalla vita quotidiana, dalla routine lavorativa, dal rapporto con le figlie, passando per la letteratura la filosofia, l’arte, la musica, il web []

(Potete leggere la recensione completa de Il Silenzio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

Il “dono” di una diga alla sua valle. Brentan, la micro-città idroelettrica modernista tra i monti della Val Bregaglia

[Articolo originariamente pubblicato su “L’AltraMontagna” il 17 aprile 2025: lo trovate qui.]

[Il bacino dell’Albigna con la diga a gravità e, a monte del lago, l’omonima vedretta tra le cime del gruppo Masino-Disgrazia. Immagine tratta da www.rsi.ch.]
Nella rilettura attuale di quella che si può considerare la grande epopea dell’industrializzazione idroelettrica delle Alpi, per la quale tra gli anni Venti e i Sessanta del secolo scorso furono realizzate centinaia di dighe con le relative opere atte al trasporto dell’acqua e alla produzione di energia elettrica, viene spesso evidenziata la contrapposizione tra l’importanza innegabile dei grandi manufatti idroelettrici per lo sviluppo non solo industriale dei paesi alpini, un aspetto certamente positivo, e il notevole impatto ambientale nei luoghi che ospitano i bacini artificiali, a volte situati ben oltre i 2000 metri, dal punto di vista dell’infrastrutturazione del territorio, della sommersione di nuclei abitati e dell’uso delle sue risorse idriche: un aspetto già all’epoca inesorabilmente critico e oggi, rispetto ad alcuni progetti di nuove dighe sui quali si dibatte (il più emblematico è quello del Vanoi, senza dubbio) considerato ancor più negativamente.

In effetti la gran parte dei progetti idroelettrici realizzati in quegli anni non prevedevano particolari forme di compensazioni a favore dei territori la cui acqua veniva sfruttata, se non quella indiretta e temporanea legata alla necessità di mano d’opera per la quale nei cantieri vennero impiegati migliaia di lavoratori dei territori montani limitrofi, e quella successiva derivante dalle concessioni idroelettriche pagate delle società dell’energia titolari delle derivazioni d’acqua. Tuttavia a questa situazione diffusa non mancarono eccezioni: una delle più significative in assoluto si trova in Svizzera a poche centinaia di metri dal confine italiano, in Val Bregaglia – uno dei territori di lingua italiana del Canton Grigioni.

[Veduta della Val Bregaglia con il paese di Vicosoprano; in alto verso sinistra si intravede parzialmente tra le montagne la diga dell’Albigna. Foto di Staublex, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
In una delle sue vallate laterali, la Val d’Albigna, nel 1959 venne inaugurata l’omonima grande diga a gravità, uno degli sbarramenti più spettacolari delle Alpi centrali in forza della sua posizione, sul ciglio di uno scosceso versante roccioso alto quasi mille metri che negli inverni più freddi si addobba di alcune grandi colate di ghiaccio (mentre prima della costruzione della diga ospitava una delle cascate più alte d’Europa), e del suggestivo bacino lacustre, circondato da verticali pareti di granito alpinisticamente molto rinomate e nel quale fino a qualche tempo fa confluiva la lingua glaciale della Vedretta di Albigna.

Si racconta che il 24 ottobre del 1954, quando gli elettori di Zurigo – alla cui EWZ (Elektrizitätswerk der Stadt Zürich), la società municipale di distribuzione dell’energia, appartengono le infrastrutture idroelettriche dell’Albigna – approvarono il credito finanziario per la realizzazione della diga, le campane di tutte le chiese della Val Bregaglia suonarono a festa. I lavori alla diga offrivano nuove prospettive economiche alle comunità di una regione periferica al tempo ancora legata all’economia sussistenziale di montagna, priva di attrezzature turistiche e a rischio di spopolamento; inoltre lo sbarramento sarebbe servito anche per eliminare il pericolo di inondazioni provocate proprio dalle piene del torrente Albigna, alimentato dalle acque di fusione dei ghiacciai della zona e dunque soggetto a piene improvvise e imprevedibili che periodicamente devastavano la vallata.

(Le immagini della galleria qui sopra sono di Anna Galliker, 2021, Hochschule Luzern – Technik & Architektur, tratte da www.architekturbibliothek.ch.)

Tuttavia, oltre al pagamento dei canoni per le derivazioni d’acqua atte a produrre un’energia che poi sarebbe andata a favore delle utenze di Zurigo e non della Bregaglia, la EWZ decise di realizzare anche qualcosa che nel tempo, cioè al termine della fruizione da parte della stessa società, sarebbe diventato un patrimonio significativo per l’intera valle: i due villaggi residenziali di Vicosoprano e di Castasegna. Costruiti per offrire una nuova confortevole casa ai dipendenti della EWZ provenienti da fuori che desideravano svolgere professioni “moderne” in un ambiente rurale che all’epoca offriva soltanto soluzioni abitative spartanamente montane, sono oggi considerati uno dei più importanti progetti architettonici grigionesi del secondo Novecento e, in particolar modo, quello di Castasegna è salvaguardato dalla Società per la Cultura dei Grigioni nell’ambito del progetto “52 migliori edifici. Cultura edilizia Grigioni 1950–2000.

L’insediamento “Brentan” di Castasegna venne progetto (come quello di Vicosoprano) dall’architetto Bruno Giacometti (1907–2012), figlio più giovane del pittore Giovanni Giacometti e fratello di Alberto, tra i più famosi artisti della storia, e fu realizzato tra il 1957 e il 1959, in contemporanea ai lavori della diga… [continua su “L’AltraMontagna, qui.]

L’indifferenza di una volta verso le montagne e quella di oggi

[Val Masino: in primo piano sulla sinistra la Punta Fiorelli, in secondo piano il Pizzo Badile e il Pizzo Cengalo. Foto di Resegun, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

[Mi rallegro] dell’indifferenza dei montanari del versante valtellinese per tutto ciò che oltrepassa il limite dei loro pascoli, cosi che non un nome lombardo sia venuto ad aumentare quel caos.

[Francesco Lurani Cernuschi, Le Montagne di Val Màsino. Appunti topografici ed alpinistici, CAI Sezione di Milano, 1883.]

In questo passaggio il Conte Lurani Cernuschi, fra le figure di maggior rilievo dell’alpinismo italiano di fine Ottocento e grande esploratore nonché salitore delle cime della Val Masino (non solo, ma soprattutto di queste), si riferisce alla confusione toponomastica che ancora a quei tempi contraddistingueva le montagne della zona (per dire: il Pizzo Badile e il Pizzo Cengalo, le due vette più rinomate, su diverse mappe topografiche si scambiarono più volte il nome, che non era nemmeno quello attuale!) e a tal proposito ricorda una realtà che trovo sempre affascinante: ai montanari di una volta non fregava un bel nulla delle loro montagne, ovvero niente da cui non si potesse ricavare qualcosa di utile alla loro (ostica) vita quotidiana. Dunque probabilmente non elaboravano nemmeno considerazioni di natura estetica su quelle vette: la bellezza della montagna non sapevano cosa fosse, bello semmai era ciò che risultava utile, appunto. Il prato era “bello”, ci pascolavano le bestie; l’acqua era “bella”, almeno fino a che non esondasse dai torrenti; il bosco prossimo ai villaggi era bello, dava legna da costruzione e da ardere. Le vette, che erano fatte di rocce verticali, ghiacci crepacciati, gande e ghiaioni instabili, che mai potevano avere di bello? Infatti per i montanari del tempo erano popolate da mostri, demoni e dalle creature più spaventose, le uniche a poter vivere in quel pezzo di mondo così pericoloso e sterile.

Salvo che, da metà Ottocento in poi, quelle terrificanti creature furono “messe in fuga” da altre creature, questa volta umane e nonostante ciò inopinatamente attratte da rocce a strapiombo e ghiacciai labirintici e dalle vette protese verso il nulla del cielo. Vette che per ciò cominciarono a essere denominate, per il prestigio di chi le aveva salite per la prima volta e se ne poteva vantare ma pure di geografi, cartografi, topografi e, ultimi ma non ultimi, di noi che ora frequentiamo le montagne e ci emozioniamo di fronte alla loro bellezza, alla spettacolarità delle morfologie alpestri, al fascino insuperabile dei paesaggi d’alta quota… tutte cose di nostra invenzione recente, come detto, che ci siamo portati appreso quando abbiamo trasformato l’alpinismo in turismo e per molti versi imposto ai montanari che invece non ne avevano cognizione.

[Il Rifugio Luigi Gianetti sovrastato dalla mole del Pizzo Badile. Foto di Ggambaro, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Fu un processo culturale inevitabile, nel bene e nel male. Nel frattempo, però, la geografia così amata dagli alpinisti di una volta oggi è stata pressoché dimenticata, a partire dalla scuola, e di contro milioni di immagini di panorami montani, in forma di selfie oppure no, inondano quotidianamente i social media senza che chi le ha riprese sappia cosa riprendano, se non vagamente. E nemmeno più la bellezza utilitaristica dei vecchi montanari è sopravvissuta, per come sovente quei pascoli oggi vengano occupati e cancellati da infrastrutture turistiche d’ogni sorta e parimenti allo stesso scopo o altri similari vengano abbattuti i boschi.

A modo loro se pur gioco forza erano “ecologisti”, quei montanari, nell’accezione originaria del termine: sapevano bene che senza equilibrio e armonia con le montagne la loro vita sarebbe diventata ben peggiore di quanto già dura non fosse. Noi, invece, che ci vantiamo tanto di essere “ecologici”, temo che ancora l’importanza di quella condizione di equilibrio e armonia con l’ambiente montano non l’abbiamo ancora capita benissimo. Siamo a nostra volta indifferenti alle montagne ma perché ci curiamo troppo poco delle loro innumerevoli valenze per la nostra vita, preferendo considerarle solo se funzionali al nostro diletto oppure se si possono “valorizzare” (valori vs valenze, in pratica) per ricavarci tornaconti molto venali.

È pure questo un processo culturale inevitabile? Io non credo, o almeno credo che non lo dovrebbe essere. In fondo siamo nel 2024, non nel 1883, giusto?