Non c’è umorismo in cielo! (Mark Twain dixit)

Tutto ciò che è umano è patetico. La segreta fonte dell’Umorismo stesso non è gioia, ma dolore. Non c’è umorismo in cielo.

(Mark Twain, Following the Equator – A Journey around the world, 1897. Ed. it. Seguendo l’Equatore. In viaggio intorno al mondo, B.C. Dalai Editore, 2010.)

Ecco l’essenza più autentica dell’umorismo rivelata da colui che potrebbe essere considerato uno dei più geniali umoristi di sempre, se non fosse che rimane nella storia della letteratura (e non solo) come il più grande scrittore americano d’ogni tempo. Il quale aveva capito che, come ad esempio il giorno nasce dalla notte, come la musica scaturisce dal silenzio o come l’amore “necessita” dell’odio per essere compreso, per lo stesso principio generale l’umorismo non esisterebbe senza il dolore. Ma, d’altro canto, il dolore trionferebbe definitivamente, se non vi fosse l’umorismo.

Stefano Benni, “Bar Sport Duemila”

No, decisamente io non sono un tipo da bar. Ci vado, certamente, consumo ciò che ordino con piacere e diletto ma poi esco e vado altrove, dacché altrove trovo ciò che molti invece trovano proprio in quei locali pubblici. Tuttavia, nonostante questo, non mi esimo affatto nel sostenere che il “bar” è uno dei luoghi di socializzazione imprescindibili e maggiormente efficaci. Non solo: lo sostengo con ancor maggiore forza oggi, quando tutto intorno, nelle città soprattutto, è un gran proliferare di non luoghi, creati facendo credere che sia in essi che scorra la vita sociale al suo meglio (e dunque vi si debba stare per potersi considerare esseri “sociali”) quando invece è lì che la socialità viene imprigionata e soffoca sempre più.

Ugualmente, sostengo che sia stando in un bar, o nei pressi di esso – soprattutto negli orari di punta – che si possa godere di una visione privilegiata dell’umanità, del suo modus vivendi diffuso, dei suoi costumi, delle manie, delle fobie e delle ossessioni, delle sue idee espresse davanti a un caffè o a un bicchiere di vino più che davanti a un giudice o a qualsiasi altri confessore titolato. E in Italia nessuno meglio del (non a caso) più grande scrittore umorista italiano contemporaneo, Stefano Benni, ha saputo ritrarre quell’umanità reale con tutta la sua quotidianità in diversi libri, ad esempio come Bar Sport Duemila (Feltrinelli, Milano, 1997), proprio grazie al suo peculiare stile umoristico, sagace, spesso surreale, a volte canzonatorio ed altre più pacato ma sempre divertente da leggere. (continua…)

(Leggete la recensione completa di Bar Sport Duemila cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Una risata ci salverà!

Credo che se noi essere umani riusciremo a conservare la capacità di ridere – di noi stessi, degli altri ovvero di far ridere, in senso umoristico arguto e non in modo sarcastico e amaro – qualche possibilità di salvezza, come genere, l’avremo ancora. Esattamente come chi manifesta senso dell’umorismo, e riesce a non prendersi mai troppo sul serio, se la caverà sempre: espandete questa singola virtù a più individui possibile e, appunto, si genererà un salvagente ben più prezioso ed efficace di tanti altri, per noi tutti. Che di contro, come si sa, sarà invece funzionale vanga per “scavare fosse” e “seppellire” (metaforicamente, ovvio) chi non vorrà essere tanto virtuoso.

Altrimenti no, penso proprio che non ci salveremo. Sia la fine tra un anno, un secolo, un millennio o domani mattina, saremo tristemente spacciati: allora sì che non ci sarà più nulla da ridere, anche perché sarà troppo tardi farlo.

P.S.: e se magari volete affinare la personale virtù di saper ridere, provate a leggere questo libro. Credo vi potrà essere utile.

L’unica cosa seria da fare

Se c’è una cosa veramente seria da fare, nella vita, è quella di non prendersi mai troppo sul serio.

Oh, beh, in effetti ce ne sarebbe un’altra, appena dopo: togliersi di torno quelli che si prendono sempre troppo sul serio. Ecco.

Stanlio e Ollio, gli insuperabili

immagine_4_2_0Per qualsiasi autentico appassionato di umorismo, in senso passivo (da fruitore) ovvero attivo (da autore) e dunque assolutamente per chi vi scrive il quale si ostina a considerarsi, nonostante tutto (ciò che ha fatto e scritto), uno scrittore umorista – e qualche giorno vi toccherà lasciarmi spiegare perché, nonostante tutto (bis), ritenga la letteratura umoristica un gradino sopra rispetto a qualsiasi altra forma letteraria – dicevo… per qualsiasi autentico appassionato di umorismo, ancora oggi Stanlio e Ollio, Laurel & Hardy, rappresentano il vertice assoluto di comicità toccato dalla razza umana, quanto di più comico e in quanto tale insuperato abbiamo mai avuto la fortuna di godere. Solo un altro ensemble comico può essere accostato ai due, ovvero i sublimi Monty Python: tutto il resto di comico/umoristico apparso sulla pubblica scena, pur se divertente, intelligente, pungente e quant’altro, viene dopo. Al punto che ritenerli parte del genere slapstick, come tradizionalmente si fa (e non che nel principio sia sbagliato farlo, eh!), sotto certi versi è scelta francamente assai parziale e troppo immediata, per quanto le loro infinite e sempre fenomenali (oltre che ispiranti, per chi produce materiale umoristico, appunto) gag, all’apparenza così elementari, contengano in verità un intero mondo di filosofia dell’umorismo in molti aspetti parecchio strutturata e profonda.

Voglio per questo consigliarvi la lettura di un ottimo articolo sulla coppia Laurel & Hardy, pubblicato in due parti qualche giorno fa su Doppiozero ad opera di Gabriele Gimmelli, il quale appunto analizza in maniera necessariamente succinta (per come lo imponga un testo fruibile on line) ma ben approfondita l’opera comica della grande coppia americana, riassumendone alcune peculiarità attraverso otto coppie di parole particolarmente significative.
Un articolo, e la conseguente lettura, che ritengo fondamentali non solo come forma di omaggio a Stan Laurel e a Oliver Hardy, ma come vera e propria cognizione culturale riguardo a due artisti che, quasi un secolo fa, hanno rivoluzionato – anzi, hanno inventato il modo di fare comicità che ancora oggi viene praticato. Ribadisco: Monty Python a parte, quasi ogni cosa che fa ridere, oggi, trova origine in Stanlio e Ollio. Qualcosa di enorme, nella storia dell’espressività umana.

«Basta vederli, anche se non fanno niente», ha detto di loro Pierre Etaix. Ora, non so se capiti anche ad altri, ma guardando Laurel e Hardy finisco sempre per provare una sorta di godimento infantile, un puro piacere estetico che va al di là del semplice divertimento. Perché tutto ciò? Secondo Jean-Pierre Coursodon la radice del fenomeno, che è anche la ragione del perdurante successo della coppia, risiederebbe in «un fatto morfologico indiscutibile: erano piacevoli da guardare […] Il loro contrasto era così totale che si sarebbero potuti credere due personaggi dei fumetti cui fosse stata magicamente donata la vita.»

(Dall’incipit della prima parte dell’articolo)

A voi le due parti dell’articolo, e buona lettura!
Parte prima
Parte seconda

P.S.: cliccando sull’immagine in testa al post potrete visitare il sito web ufficiale dedicato alla coppia.