Enrico Vaime

[Immagine tratta da “Il Messaggero“, cliccateci sopra per leggere l’articolo dal quale è tratta.]

In questo paese di ignoranti uno che riesce a distinguere un condizionale da un congiuntivo rischia di passare per intellettuale.

La partenza per altri lidi ultraterreni di Enrico Vaime ci priva di una delle intelligenze umoristiche più brillanti in assoluto, mirabile rappresentante di quel club di grandi umoristi che ha vivacizzato la cultura italiana lungo tutto il Novecento, da Achille Campanile a Leo Longanesi, a Ennio Flaiano, Giovannino Guareschi e Giorgio Manganelli – per citarne solo alcuni, i primi che mi vengono in mente, di quelli che usavano la scrittura per elargire la loro illuminante ironia e senza contare tutti gli altri che hanno usato (anche) altri mezzi di comunicazione, sovente con collaborazioni mediatiche assai fruttuose – proprio come fece Vaime con la TV, nella celebre coppia autorale con Italo Terzoli da loro stessi definita “ditta”.

Leggere e ascoltare Enrico Vaime era un piacere assoluto: la sua capacità di essere serio e ironico al contempo, graffiante e sarcastico eppure illuminante e educativo, sempre elegante e garbato anche quando menava ceffoni umoristici di rara accuratezza, è uno dei modelli migliori di quella peculiare scuola umoristica italiana che, forse come nessun’altra cosa, ha saputo “spiegare” il paese ai suoi stessi abitanti mantenendolo – per così dire – coi piedi per terra, insegnandogli a ridere (grazie ad alcuni tra i più divertenti e innovativi programmi televisivi, di quando la TV italiana era bella e intelligente) e ancor più insegnandogli a ridersi addosso – si veda la citazione lì sopra. Una dote fondamentale per qualsiasi società veramente progredita, che troppo spesso viene trascurata: per questo figure di intelligente ironia come Vaime sono così importanti, ed è per lo stesso motivo che ora faremo un po’ più fatica a ridere con intelligenza e garbo.

Philippe Daverio

[Foto di br1 (Bruno Cordioli) da https://www.flickr.com, CC BY-SA 4.0; la fonte da cui l’ho tratta è qui.]

La vita è come un quadro, pieno di pennellate che vanno nel verso giusto, ma ce n’è sempre una che, nonostante l’attenzione del pittore, esce dai confini, macchia il pavimento: ecco, quella è la morte, ineluttabile, fatale, uno strascico blu nell’infinito magniloquente e fantasmagorico, un’esplosione oltre la cornice che tutti vivremo (o moriremo), polvere barbaramente bistrattata quantunque paventasse un volo pindarico.

(Dalla puntata Palermo o l’Europa di una volta del programma televisivo Passepartout del 29 settembre 2013.)

Più che uno “stimato critico d’arte”, come ordinariamente lo si riteneva, è stato un ottimo divulgatore, Philippe Daverio, avendo capito che dell’arte non solo bisognava disquisire (anche) con parole semplici ma, ancor più, che c’era da rendere chiaro e far capire quanto fosse e sia lo strumento migliore (in assoluto, forse) che l’uomo ha a disposizione per capire se stesso, il suo mondo e la vita che vive in esso, tanto nel senso più aulico e filosofico quanto in quello più quotidiano e popolaresco di ciò, ovvero parlando al cultore della materia e al contempo alla classica “casalinga di Voghera”. Tutto questo per il bene (o il tornaconto, se preferite) dell’arte stessa, in primis, e trovando il modo di farlo, con abilità più o meno “politica” ma di sicuro ammirevole, sui media più nazional-popolari.

Credo che tanti, me compreso, debbano molto della personale passione per l’arte alle sue trasmissioni televisive – quando ancora la TV proponeva qualcosa di salvabile e interessante: semplici, immediate, “scolastiche” e per questo comprensibili e sovente illuminanti, ottimi e facili input all’approfondimento delle materie artistiche e dei loro protagonisti. D’altronde anche la più ampia e strutturata erudizione, in ogni campo, nasce da elementari e primarie (ancorché sagaci) nozioni, e di una cosa del genere a Daverio tutti quanto dobbiamo e dovremo essere sempre alquanto riconoscenti.

RIP. ∞

P.S.: cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più su Philippe Daverio.

La TV diseducativa, anzi, barbarizzante

Ma la vera domanda è un’altra: perché praticamente tutta la TV generalista (RAI, Mediaset e La7) ha affidato in blocco il commento della cronaca e l’analisi politica a un pugno di persone, sempre le stesse, su tutti i canali? È mai possibile che questa trentina di individui siano gli unici in grado di commentare ogni santo giorno su tutti i canali televisivi? No, che non lo sono.
Quanti studiosi ed esperti, con una professionalità specifica, potrebbero contribuire al dibattito pubblico?
Quanto fa bene questa concentrazione alla democrazia?
Quale spazio rimane alle idee, alle libere opinioni?
Che servizio pubblico è ormai quello della RAI?
Stiamo affondando nel populismo informativo, quello che rifiuta ogni argomentazione logica per difendere posizioni a priori, che affida il confronto televisivo ai giornalisti tra di loro, mentre ha abdicato a chiedere il confronto tra i politici.

Tratto da Come diventare sovranisti con la TV generalista di Emanuela Marchiafava, un articolo pubblicato ne “Il Post” col quale, in modo tanto semplice quanto illuminante, viene messo in evidenza il legame inesorabile tra TV generalista, col relativo livello infimo delle sue trasmissioni in specie inerenti il dibattito politico, e coltivazione di un sentimento diffuso di matrice populista, nel senso peggiore del termine, con mire antidemocratiche. Poi, per fortuna, io la TV non la guardo, ma l’eco della sua bieca miseria mi giunge comunque, e ciò mi rende interessante tale articolo.

Postilla assolutamente personale: quanto sopra lo affermo pur constatando la militanza politica di Marchiafava, che per quanto mi riguarda non è differente nella sostanza (in bene e in male) rispetto ad altre – senza che ciò tolga nulla all’autrice e al valore delle sue parole, in questo e negli altri casi. Ribadisco: è un’opinione strettamente personale.

Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo nella sua interezza.

Emesi gastronomico-televisive

Ma, io mi chiedo… tutte queste persone che seguono i programmi di cucina in TV in modo quasi compulsivo, che non se ne perdono nemmeno uno – anche perché ormai ce ne sono in onda dalla prima mattina alla sera inoltrata, forse pure in notturna, sovente in contemporanea su diversi canali – e qualcuna ne conosco, di queste persone… ecco, mi chiedo: ma dopo tutte queste visioni non viene loro almeno un po’ di nausea? Non sviluppano qualche forma di inappetenza, di repulsione per il cibo invece che di attrazione, oppure di bulimia o qualche altro disturbo alimentare? Insomma: veramente non viene loro da vomitare?

Perché a me accadrebbe, temo, a guardarne così tanti e così di frequente di questi programmi.

Mario Marenco (1933-2019)

Mi spiace molto di apprendere della scomparsa di Mario Marenco. La sua comicità stralunata, surreale tanto quanto fulminante e ben più colta di quanto potesse apparire di primo acchito mi affascinava, quando da ragazzino lo vedevo in TV. E ancor più mi affascinava e sorprendeva sapere che “di mestiere vero” fosse un grande architetto e designer di fama, autore di alcuni pezzi inseriti di diritto nella storia del design italiano del Novecento e considerati molto avanti rispetto ai tempi in cui furono realizzati (nelle immagini qui sotto potete vedere Cynthia, lampadario a sospensione del 1960 che risulta tutt’oggi assolutamente moderno e affascinante). Da ragazzino che ero, appunto, non capivo come potesse un professionista così creativo, certo, ma pure necessariamente rigoroso (ai tempi di Indietro tutta! frequentavo l’istituto tecnico per geometri, da studente pure io avevo a che fare con tecnigrafi e cose similari), conciliarsi nella stessa persona con Mister Ramengo, l’astronauta Raimundo Navarro, il professor Aristogitone e gli altri suoi (genialmente folli) personaggi.
Ma in effetti, pensandoci ora, non erano che le due facce della stessa preziosa, originalissima, inimitabile medaglia.