Una recensione della “recensione”, ovvero: ma la critica letteraria ha ancora un senso, oggi?

4a6ed5776c2b4Vi propongo qualche articolata riflessione sulla critica letteraria, per allietarvi le afose giornate agostane e non concedervi un eccesivo relax intellettuale… Scherzi a parte, un recente articolo sulla rivista culturale Studio, dal titolo Vita e morte della recensione e a firma di Francesco Guglieri, è tornato su un argomento a me “caro”, tanto da averne disquisito più volte in passato ritenendolo parecchio emblematico circa lo stato del panorama editoriale e letterario contemporaneo – non solo nostrano.
Guglieri, scrivendo dell’ultimo lavoro cinematografico di Martin Scorsese The 50 Years Argument – docufilm dedicato alla storia della New York Review of Books, forse la più famosa e autorevole fonte di recensioni letterarie che vi sia mai stata, si è posto alcune domande sul senso e sul valore della recensione di libri oggi, e su che ancora possano avere una qualche utilità ovvero se non siano ormai qualcosa in via di estinzione per “asfissia critica”…
Questi alcuni passi interessanti dell’articolo:

L’esperienza della NYRB resta un modello. Tanto più in un momento come questo in cui la recensione come luogo di formazione di un giudizio (cosa diversa da un’opinione: quella ce l’abbiamo tutti) e articolazione della discussione pubblica non se la passa tanto bene.

È la disintermediazione, bellezza. Quando Fortini, in Verifica dei poteri, parlava «dell’insorgere ed estendersi di forme per noi nuove di industria della cultura che hanno mutato aspetto e funzione ai tradizionali organi di mediazione fra scrittori e pubblico, come l’editoria, le librerie, i giornali, le riviste, i gruppi politici e d’opinione» era il 1960, e descriveva l’imporsi dell’industria culturale in Italia paragonandola alla «motorizzazione dei centri urbani». Certo, vista da qui la temuta «industria culturale», soprattutto se paragonata a quella di altri Paesi, più che dell’industria aveva le dimensioni di una fabbrichetta di famiglia, ma fu comunque un cambiamento delle strutture e dei soggetti coinvolti nel processo di produzione del valore (letterario). Poca cosa rispetto a oggi quando, per dire, il 45% degli acquisti librari su Amazon è generato dagli algoritmi di accoppiamento del tipo “Chi ha acquistato questo articolo ha acquistato anche”.

Il fatto è che una recensione non serve a comprare un libro, non è un «consiglio per l’acquisto», neanche «il consiglio di un amico di cui ti fidi». Non serve a far leggere un libro, tanto meno a «far leggere in generale» (cosa vuole dire poi? Questa valorizzazione della lettura in sé andrebbe studiata a parte). Ho sempre pensato che una buona recensione non preceda la lettura del libro, ma la segua: la posta in gioco non è se devo o non devo leggere questo o quel libro, ma cosa fare di ciò che ho letto, come metterlo in relazione con i libri che lo precedono e con il mondo che lo seguirà.

Altrimenti è il trionfo del Mi piace/non mi piace. Il perché lasciamolo spiegare a Martin Amis: «Credo che Gore Vidal sia stato il primo a dirlo, non proprio sarcasticamente, ma senz’altro con vivace scetticismo. Secondo lui, ormai, non esistono più modi di sentire più autentici, e quindi più importanti, di altri. Questo è il nuovo credo, il nuovo privilegio. È un privilegio largamente esercitato al giorno d’oggi nel campo delle recensioni, sul web come nelle rubriche letterarie dei giornali. Il recensore accoglie con degnazione l’arrivo del nuovo romanzo o volumetto che sia, vi si addentra rimanendo sulla difensiva, si concentra su cosa prova nel corso della lettura, se cose belle o cose brutte. L’esito di questo incontro fornirà i dati su cui si baserà la sua recensione, senza alcun riferimento a quanto vi è dietro. E quanto vi è dietro, ahimè, è il talento, il canone e quel corpo di conoscenze che va sotto il nome di letteratura» (è la prefazione a “La guerra contro i clichè”, traduzione di Federica Aceto: sì, una raccolta di recensioni).

Sono sostanzialmente le stesse argomentazioni sviluppate dal sottoscritto in un articolo di più di due anni fa, significativamente intitolato Se la critica letteraria è ormai in condizioni critiche, quando partendo dallo pseudo-fenomeno editoriale del famigerato Cinquanta sfumature di grigio – allora all’apice della sua notorietà – riflettevo su come sempre più la grande editoria si stesse e si stia trasformando in una fabbrica di merce venduta in base a mere strategie consumistiche a discapito totale della bontà letteraria, e dunque dell’elemento che dovrebbe garantire tale valore: la critica, appunto.
Citavo – e cito di nuovo qui, ora, un altro bell’articolo sulla questione pubblicato sul numero 77 di Exibart.onpaper (cioè il magazine di Exibart, media tra i più noti tra quelli che in Italia si occupano di arte, contemporanea in particolare), a pagina 31, intitolato Quel che resta del giudizio, il quale contiene parecchie interessanti riflessioni su cosa sia la critica in ambito artistico visuale, che a mio parere risultano ugualmente interessanti se trasportate nell’ambito letterario.
Così recitano le parti salienti dell’articolo:

Di fronte all’esercizio della nostra facoltà di giudicare, due forze sembrano contendersi il campo del contraddittorio individualismo di massa di cui siamo parte: da un lato ci teniamo a distinguerci e a essere originali, e, specie nell’ambito di ciò che appare (moda, arte, stili di vita), non esitiamo a trinciare giudizi epidermici, come se lì si preservasse l’ultimo straccio d’individualità o si decidesse la nostra appartenenza tribale. Al contempo guardiamo al giudizio come a un peccato imperdonabile, non tanto per una malintesa obbedienza evangelica (“non giudicate e non sarete giudicati”), quanto per una sorta di “political correctness” che ci ingiunge di finire ogni affermazione con una sfumatura interrogativa, come per lasciarci aperta una via di fuga. (…)In un suo fortunato pamphlet, intitolato What happened to Art Criticism (2003), James Elkins scriveva: “Negli ultimi tre o quattro decenni, i critici hanno cominciato a evitare ogni giudizio, preferendo descrivere o evocare l’arte invece di dire che cosa ne pensano. Nel 2002, un’inchiesta ha accertato che giudicare l’arte è l’obiettivo meno ambito tra i critici d’arte americani, mentre il più ambito è, semplicemente, quello di descriverla: è uno strano capovolgimento, altrettanto sorprendente di un’ipotetica rinuncia dei fisici a comprendere l’universo, per limitarsi a valutarlo”. La rinuncia al lavoro del giudizio si accompagna di solito all’immediatezza di giudizi epidemici (“mi piace/non mi piace”), magari pronunciati solo nel proprio gruppetto di appartenenza.

Come noterete, anche in ambito artistico le conclusioni sono le stesse – non casualmente, ovvio, per come il sistema che governa l’espressività artistica in genere, sia essa visiva, letteraria, cinematografica eccetera, è comunque quello, dotato di proprie regole ben determinate, imposte e virtualmente inappellabili, se non si vuole passare per degli eretici da mettere al bando (del sistema stesso, intendo).
Infatti, considerando il tutto da un punto di vista letterario, appunto, mi pare che un paio di evidenze risaltino in maniera importante. La prima, è che probabilmente anche in letteratura è successo ciò che l’articolo denuncia nel panorama artistico, ovvero l’avvento di una ampia generazione di “critici” (o presunti tali) che hanno in buona sostanza rinunciato al loro compito istituzionale di rilevatori e segnalatori (si spera adeguatamente preparati) della bontà di un’opera letteraria, cercando quindi di divenire il più possibile funzionali – ovvero graditi – ai soggetti che dominano il mercato editoriale nostrano. Un amico gallerista chiama queste figure – con espressione assai felice e azzeccata – “critici a ritenuta d’acconto”, ovvero: tu pagami, e io farò in modo di parlar bene del tuo libro, anche se è una emerita schifezza. Ciò, ovviamente, per mirare a favori di scambio svariati e assortiti in perfetto stile italico contemporaneo: meglio disfarsi della spina dorsale ma con ciò guadagnandosi una rendita tranquilla – sociale ed economica, e magari pure una certa notorietà, finendo a scrivere per questo o quel celebre e rinomato quotidiano – piuttosto che fare il critico barricadero, obiettivo e sincero ma, per ciò, inevitabilmente stroncante (in merito al valore letterario) buona parte dei titoli più in voga al giorno d’oggi e dunque inviso e boicottato da quegli stessi dominatori del mercato editoriale! (Magrissima consolazione: questo non è certo un fenomeno circoscritto soltanto a certi ambiti, dacché una tale categoria di “critici” è sempre più diffusa in ogni settore artistico: musica, cinema, arte visuale, letteratura…)
La seconda evidenza, sotto molti aspetti conseguenza della prima e similare a quanto rilevato dall’articolo di Guglieri su Studio, è che oggi la critica conta sempre di meno, nella valutazione della letteratura edita. Paradossalmente, nell’era dell’informazione libera e “totale”, grazie alla quale la pluralità di voci e opinioni si può diffondere senza alcun ostacolo a tutto vantaggio del pubblico e della sua capacità cognitiva (mentre un tempo certi critici fin troppo “imponenti”, se decidevano per chissà quali motivi validi o meno di stroncare un libro, per quel libro il destino era inesorabilmente segnato!), la critica letteraria è sempre più messa al margine del panorama editoriale da quelle già citate strategie di mercato turboconsumistiche sulle quali oggi i grandi editori – branche di ancor più grandi gruppi industriali il cui solo scopo è la potenza economica e finanziaria, non certo la diffusione di cultura – basano la propria azione: così succede che (giusto per citare nuovamente ad esempio quel libro a cui mi riferivo in principio e che ha così furoreggiato, la scorsa estate) testi totalmente e indubitabilmente stroncati dalla critica, che per tale motivo un tempo non sarebbero nemmeno usciti dalla tipografia e spediti alle librerie, oggi vendano migliaia se non milioni di copie, in barba (e baffi e capelli e ogni altra cosa) a qualsiasi bontà, valore, qualità letteraria e culturale, che magari qualche critico che non alzi ancora bandiera bianca abbia citato come dimenticate se non sfregiate da testi di siffatta specie e natura, restando però totalmente inascoltato.
La domanda, dunque, già in quel mio articolo di quasi tre anni fa sorgeva spontanea, e tutt’ora ugualmente sorge: ha ancora un senso la critica letteraria, se poi basta qualche bella paginona sui quotidiani nazionali e/o una sviolinata televisiva nel talk show del momento per vendere pure la peggior nefandezza in forma di libro?
E’ una bella domanda, che segnala tutta la drammaticità di quel circolo vizioso innescato, appunto, dalla progressiva messa al bando della cultura, quella autentica e dunque fruttuosa, a favore dell’economia di mercato, il voltaspalle alla letteratura “importante” a favore di quella da hard discount, imposta con tecniche promozionali tipiche di tale industria. Da par mio, a quella domanda non posso che dare una risposta secca e fermissima: certo che serve la critica, a patto che sia vera critica, che sia libera, indipendente, obiettiva, illuminante, didattica, istruttiva. Capace, insomma, di riaffermare la propria fondamentale importanza nel processo letterario-editoriale con prestigio e carisma, e senza alcuna leccaculaggine, naturalmente! Perché è certamente vero che è il pubblico a sancire il successo di un’opera – che sia letteraria, artistica o che altro – ma è anche vero che oggi buona parte del pubblico è stato messo nella condizione di non possedere più adeguati mezzi cognitivi e valutativi, dunque di essere facilmente manipolabile – è quanto ha richiesto la società consumistica nella quale è drammaticamente decaduto il capitalismo originario, ormai la cosa è chiara a tutti, spero. Deve saper ritrovare, la buona critica, la forza che è andata svanendo con gli anni, imponendo nuovamente un’idea di letteratura (edita) che non sia mai disgiunta dal concetto di cultura. Incominciando, magari, a svincolarsi dai diktat calati dall’alto (ovvero, lo ribadisco, da chi domina oligipolisticamente o vorrebbe dominare sempre più il mercato) e finalmente a dire, sui media nazional-popolari e con valide argomentazioni a sostegno (senza atteggiamenti puerilmente manichei, dunque, come anche segnala l’articolo di Exibart.onpaper), che un libro è veramente brutto, quando è effettivamente tale, ovvero che è degno di grande attenzione, viceversa – e, sia chiaro, quand’anche venga dal più sconosciuto degli autori e sia pubblicato dalla più microscopica casa editrice.
Non ci vuole molto, bassa essere fondamentalmente onesti, con sé stessi, con il pubblico e con la società verso la quale le proprie parole vanno, nonché verso la cultura della quale si è (o si pretende di essere) paladini. Perché, alla fine, ognuno è libero di comprare e leggere qualsiasi libro voglia, anche il più orribile, ma nessuno ha il diritto di ingannare il lettore, di qualsivoglia natura sia.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Il contemporaneo non senso del “nonluogo”

Prendo spunto da questo ottimo articolo di Studio, rivista di attualità e cultura, il quale celebra gli ottant’anni (compiuti giusto ieri!) di Marc Augé, l’antropologo francese che un ventennio fa ha coniato una delle definizioni più geniali e (inevitabilmente) più usate/abusate degli ultimi tempi, quella di nonluogo.
I nonluoghi sono (al di là dei possibili distinguo particolari) tutti quegli spazi comuni e luoghi di transito spersonalizzati, lontani dalla storia e privi di identità. Sono gli aeroporti, i centri commerciali, le autostrade, i grandi supermercati, le catene di hotel e di ristoranti, uguali tra loro indipendentemente dalla latitudine. “La surmodernità produce non luoghi (…), un mondo che si è arreso all’individualità solitaria, al fugace e all’effimero” dice Augé al proposito. Nota personale: non è detto che il nonluogo debba per forza possedere un’accezione negativa, all’origine. Dipende dal contesto e dalle condizioni sociologiche derivanti, io credo.
Beh, fatto sta che nella nostra epoca postmoderna, postindustriale, post-un-po’-di-tutto, a vent’anni da quella felice intuizione di Augé, mi sembra che persino i nonluoghi abbiano perso quasi ogni significato. Perché un senso – antropologico – ce l’avevano fino a qualche anno fa  (lo avrebbero ancora, in linea teorica), quando li si poteva riconoscere in mezzo a tanti luoghi – relazionali, storici e identitari, per usare ancora le parole di Augé. Erano, i nonluoghi, gli spazi non comuni, insoliti, quelli stra-ordinario tra i luoghi ordinari. Oggi, invece, i nonluoghi sono ovunque: caratterizzano la struttura urbana delle nostre città, hanno inglobato e cannibalizzato molti “luoghi”, hanno influenzato la forma e la sostanza di tanti altri (vedasi le librerie, per fare un esempio a cui tengo particolarmente). Sono divenuti l’ordinario, insomma. E ciò è sostanzialmente avvenuto senza che ce ne rendessimo conto ovvero, soprattutto, senza che potessimo comprendere e, nel caso, reagire. Ormai divenuti la “norma”, appunto, non sappiamo nemmeno più “vederli” – o forse, al contrario, non sappiamo più riconoscere e godere dei “luoghi” rimasti.
D’altro canto a ben pensarci era inevitabile, che i “non luoghi” creassero “non persone”. Se chi vive con lo zoppo impara a zoppicare, pure se si viene circondati da negozi di bastoni si finirà per convincersi di doverli usare, zoppicando di conseguenza.

Se la scuola disimpara a ricordare e alimenta la perdita di memoria collettiva, piuttosto che guarirla…

15845980-human-dementia-problems-as-memory-loss-due-to-age-and-alzheimer-e1423492730438-659x297Qualche post fa, citando un brano del libro di Paolo Rumiz La leggenda dei monti naviganti, riflettevo sul rumore di fondo presente nella nostra società contemporanea per via del costante e assordante bombardamento di stupidaggini d’ogni sorta  che la nostra società ultramediatica ci propina quotidianamente. Un rumore che in maniera alquanto rapida e letale distrugge la nostra memoria, ovvero la capacità di memorizzare, di ricordare quanto ci avviene intorno, le cause e gli effetti, nonché la facoltà di meditazione e comprensione di ciò che accade nel mondo, fuori casa oppure dall’altro capo del pianeta. Un danno del tutto risaputo, peraltro, che siamo dunque costretti a subire – strategicamente, se devo pensare malignamente tanto quanto realisticamente.
Un danno che forse – qui non so se per strategia oppure per ignoranza – trova la sua causa (o una delle sue cause primigenie) fin dalla scuola contemporanea, come testimonia Faby, curatrice del blog Soliloquio in compagnia e protagonista attiva dell’ambito in questione, nel testo che vi presento di seguito. E’ un ulteriore e interessante tassello nella riflessione che ho cercato di avviare – anzi, che Rumiz mi ha permesso di avviare, con quel suo brano – e che dovremmo tutti, poco o tanto, elaborare autonomamente: ne va del nostro essere individui liberi e intellettualmente attivi, ergo buoni e proficui cittadini. Il che non significa certo che dobbiamo obbligatoriamente tornare a studiarci le poesie di scuola (che poi male non farebbe, eh!), semmai che è nostro dovere mantenere “allenata” la mente – in qualsiasi modo sia possibile – alla formazione e all’elaborazione della memoria. In fondo, come sosteneva Napoleone Bonaparte, “Una testa senza memoria è una piazzaforte senza guarnigione.”: la può conquistare chiunque e con la massima facilità.
Ringrazio di cuore Faby per avermi concesso il permesso di riportare le sue riflessioni.

virgoletteL’abbandono del puro nozionismo e dello studio a memoria è sbagliato, secondo me. Mi spiego meglio. Adesso ai bambini delle scuole elementari/medie non viene fatto più imparare niente o quasi a memoria, preferendo uno studio e una memorizzazione per immagini. Questa cosa può andare bene per aiutare il ragionamento e l’uso di un linguaggio proprio (o almeno questo era lo scopo e soprattutto una volta che uno ha già imparato ad usare un linguaggio proprio), ma non è giusto che soppianti completamente il vecchio metodo che, anche se talvolta fine a se stesso, sapeva produrre e garantire nel tempo un radicamento profondo dei concetti memorizzati e della terminologia specifica, cosa che il linguaggio per immagini non sa ottenere. La generazione dei nati negli anni ’70/’80 ancora ricorda a memoria poesie come “A Silvia” o alcuni passi della Divina Commedia, che è vero che nella vita quotidiana non servono, ma è anche vero che creano un modo diverso, la famosa “forma mentis”, di approcciarsi alla materia di studio. A dimostrazione di ciò è il fatto che quelle su citate sono le ultime generazioni capaci di approcciarsi, senza scoraggiarsi più di tanto, ad interi manuali senza immagini e che non hanno necessariamente bisogno di linguaggi ed espedienti musicali e informatici per venirne fuori. E ancora, per essere più aderente al tuo discorso, il rumore di fondo produce l’urgenza di altro rumore di fondo e allontana la voglia di leggere, meditare e creare in genere sia manualmente che mentalmente, creando individui robot che non sanno cosa fare in assenza di stimoli visivi o uditivi esterni ed imposti.
A completamento di quanto detto fino a questo punto, lo studio della memoria storica, quella oggettiva e non faziosamente di parte, servirebbe a creare individui pensanti, capaci appunto di non reiterare alcuni nefasti errori che impediscono di progredire. A livello storico abbiamo già dimenticato le lezioni che le due grandi guerre avrebbero dovuto insegnarci. Abbiamo perso la memoria in tutti i sensi e quella che ci vogliono insegnare è inutile e pilotata. Ma è proprio sui banchi di scuola che si impara la memoria (in ogni aspetto) e ancora la scuola non aiuta a coltivarla e conservarla.

INTERVALLO – Perugia, Bibliomediateca “Sandro Penna”

3141_lUn grande UFO è atterrato a pochi passi dal centro storico di Perugia???
Beh, considerando che spesso (troppo spesso!) dalle nostre parti la cultura è vista come una cosa dell’altro mondo, e che quella sorta di disco volante è colmo di libri (e non solo), si potrebbe ironicamente rispondere di sì! E’ infatti la Bibliomediateca “Sandro Penna, sita nel quartiere San Sisto del capoluogo umbro, adiacente ai meravigliosi edifici medievali del centro, appunto. Un progetto dello Studio Italo Rota che ha permesso a Perugia di dotarsi di una delle più belle e certamente particolari biblioteche italiane: ed è inutile rimarcare come con i libri si possa far viaggiare la propria mente, persino negli spazi intergalattici!

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Cliccate sulle immagini per visitare il sito web della biblioteca oppure quello dello Studio Italo Rota, nel quale ammirare molte altre immagini dell’edificio.

Fausto Curi, “La Poesia Italiana d’Avanguardia”

P.S.: (Pre Scriptum): lo sostengo da tempo e lo ribadisco, qui: personalmente, in tutta sincerità, 9 presunti “poeti” su 10 (sono magnanimo… Vorrei dire 99 su 100!) io li manderei a lavorare in miniera e nei livelli più profondi, in modo che non scrivano più quelle cose che poi hanno il coraggio di spacciare per “poesia”. Affermai ciò anche qualche tempo fa, qui nel blog, in un post tanto ironico nella forma quanto assolutamente serio nella sostanza.
Posto che – non sono certo io a stabilirlo, qui e ora – la poesia è la forma d’arte letteraria più alta e nobile mai generata dall’uomo, veramente troppa gente s’è creduta capace di scrivere versi poetici improvvisandosi, appunto “poeta”, palesandosi invece come totalmente all’oscuro di cosa sia veramente la poesia, del suo senso artistico, letterario, antropologico, della sua struttura e della tecnica necessaria, della sua storia passata e presente. Di tutto, in buona sostanza, scrivendo così inevitabilmente “versi” rispetto ai quali pure un biglietto con le cose da comprare nel negozio sotto casa risulterebbe più poetico.
Quanto meno, prima di proporre pubblicamente ciò che si è scritto – e magari pretenderne pure una produzione editoriale – tutta ‘sta massa di poeti dovrebbe profondamente e intensamente studiare la materia poetica, dall’era classica fino a quella contemporanea, in modo da capire se quanto scritto possa almeno sostenere un qualche confronto con ciò che è già stato fatto oppure no. A meno che quei suddetti presunti poeti non ritengano di essere tali per genesi divina, e/o indubitabilmente pregni d’un afflato poetico che nemmeno Dante o Leopardi o chi altro di considerabilmente grande… A meno che non siano dei gran presuntuosi, in buona sostanza. Cosa che temo parecchio, ahinoi, dacché in tali condizioni coloro che si proclamano difensori del verso poetico in realtà finiranno per ucciderlo definitivamente. Se non l’hanno già fatto…
La recensione qui sotto tratta di un ottimo testo che chiunque si prefigga di trattare la materia poetica dovrebbe leggere, ad esempio. Ma è inutile dire che di simili libri ottimi e necessari ce ne sono certamente altri, in libreria – magari su quegli scaffali nascosti e pieni di polvere negli angoli più bui, visto che ormai la poesia è relegata in tali anfratti, non certo in bella vista…

cop_poesia_italiana_avanguardiaIl frequente personale lavoro su alcuni progetti già editi o in progress di poesia sperimentale/ avanguardista (errato accostare i due termini, ma lo faccio qui solo per una immediata e pur superficiale comprensione) mi ha “imposto” il gradito dovere di leggere uno dei testi fondamentali sulla produzione poetica italiana di ricerca del Novecento, La Poesia Italiana d’Avanguardia di Fausto Curi, editato nel 2001 da Liguori Editore: un testo certamente “tecnico” e specifico, del quale tuttavia voglio scrivere appunto per l’importanza che riveste nella saggistica di settore e per l’interesse dell’appassionato di poesia e di letteratura in generale, anche solo per chi ne voglia approfondire certa parte di storia, di tecnica, di senso. Fausto Curi, professore di letteratura italiana moderna e contemporanea nella Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, è sicuramente uno dei maggiori conoscitori della letteratura italiana novecentesca, soprattutto sul lato poetico, e testimoniano ciò i tanti testi pubblicati al proposito; trattare di avanguardie, e farlo compiutamente, non è mai semplice, posta la fondante anarchia che quasi sempre le caratterizza in ogni loro aspetto, e in questo suo La Poesia Italiana d’Avanguardia Curi cerca di tracciare per la prima volta una rotta da seguire attraverso l’avanguardia poetica italiana…

Leggete la recensione completa de La poesia italiana d’avanguardia cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!