Legge Levi: le “formiche”, nel loro piccolo, provano a farsi sentire!

maxresdefaultDa parecchio tempo a questa parte ho dedicato numerosi articoli (questo, ad esempio) alla questione “Legge Levi” – o, più istituzionalmente, “Legge n. 128 del 2011 sul prezzo dei libri” (qui trovate il suo testo completo) – il famigerato (nel bene e nel male) provvedimento legislativo che ha tentato di sottoporre a una pur minima regolata l’assai anarchico mercato del libro nazionale: legge che, in perfetto stile italiota, è stata fin da subito ed è tutt’ora oggetto di frequentissime violazioni, soprattutto da parte dei “pezzi grossi” dell’editoria nazionale ovvero da quella parte di filiera editoriale da essi controllata. In quegli articoli ho invocato spesso che nel loro piccolo le “formiche”, cioè gli editori piccoli e medi nonché i librai e tutti gli altri attori indipendenti del mercato, cominciassero seriamente a “incazzarsi” di fronte a quelle violazioni e allo spadroneggiare sempre più prepotente – e sempre più danneggiante la lettura in Italia – dei grandi editori, e piuttosto di subire continuamente le loro pretese sul mercato passassero al contrattacco, in forza del classico motto “l’unione fa la forza” e al fine di riequilibrare in modo finalmente adeguato e realmente libero il mercato stesso.

(Cliccateci sopra per vedere il video.)
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Bene: pare che le formiche si stiano organizzando in tal senso, e comincino a comprendere l’importanza di essere attive più che reattive. Così infatti si può interpretare la partecipazione dei rappresentanti della filiera editoriale indipendente al convegno organizzato dalla Commissione Cultura, Scienza ed Istruzione della Camera, “La legge Levi per la promozione della lettura – A cinque anni dall’applicazione della legge n. 128 del 2011 sul prezzo dei libri: analisi, sviluppi e prospettive per favorire la lettura in Italia”, svoltosi lo scorso 6 ottobre a Palazzo Montecitorio, nel quale sono intervenuti Ricardo Franco Levi, primo firmatario della suddetta Legge 128, Alberto Galla, presidente Associazione librai italiani (ALI), Cristina Giussani, presidente Sindacato Italiano Librai (SIL), Federico Motta, presidente Associazione italiana editori (AIE), Rossana Rummo, direttrice generale Biblioteche e istituti culturali Mibact, oltre alla Presidente della Commissione Cultura, Flavia Piccoli Nardelli, e allo stesso Ministro dei Beni e delle Attività culturali, Dario Franceschini.
Sembra – siamo in Italia dunque bisogna sempre restare sul vago, fino a che non si abbiano in mano risultati concreti! – sembra, dicevo, che l’incontro abbia sortito effetti positivi, e messo le basi per una più efficace attuazione della Legge Levi.  A tale riguardo Giussani, presidente SIL, rimarca che «si registra tra le librerie indipendenti e quelle appartenenti a grandi gruppi una decisa convergenza sul tema degli sconti e della regolamentazione dei prezzi dei libri. Un fatto nuovo e decisamente positivo, che gratifica l’impegno del nostro Sindacato volto ad allargare al maggior numero possibile di soggetti la discussione sugli aspetti normativi attuali e sulle eventuali modifiche da apportare». Più avanti aggiunge, con un ottimismo che si spera non sia disilluso da future iniziative reiteranti diffusissimi atteggiamenti attuali: «Sembrano essersi accorti tutti, infatti, che l’eccesso di sconti sui libri fa perdere valore alla lettura e chiudere le librerie, non solo piccole ma anche grandi. Ci sono dunque le condizioni per arrivare quanto prima ad una modifica delle norme che sia condivisa da tutti.»
In buona sostanza, la proposta messa sul tavolo dalle associazioni dei librai (SIL e ALI), da tutti i retailers anche di catena, dai gruppi Feltrinelli e Giunti e dai piccoli editori (mentre l’AIE si è dimostrata meno “collaborativa” anche se possibilista sul tetto massimo di sconto), è una modifica alla francese (qui la legge sul prezzo del libro in vigore in Francia) che determini “paletti” quali il 5% di sconto massimo sul prezzo di vendita, lo stop ai cross-merchandising (ovvero quell’insieme di attività grazie alle quali si riesce ad aumentare lo scontrino del cliente, spingendo quest’ultimo ad accostare al prodotto iniziale d’acquisto un altro prodotto: tecnica assai diffusa negli ipermercati – i classici scaffali di prodotti posizionati ove si formano le code alle casse, ad esempio – e sempre più anche nelle librerie di catena), la stretta sulle promozioni selvagge e altre mozioni del genere. Il tutto, da inserirsi tramite emendamenti ad hoc nella proposta di legge Giordano n.1504 “Disposizioni per la diffusione del libro su qualsiasi supporto e per la promozione della lettura”, da due anni e mezzo in discussione alla Commissione Cultura ma forse (forse!) ormai prossima alla meta attuativa.
Questo è quanto, al momento. Ribadisco: siamo ancora sul piano delle proposte e del relativo dibattito, ma non si può non sostenere con favore questo nuovo atteggiamento propositivo della filiera editoriale indipendente nazionale, sempre più fondamentale non solo per l’equità del mercato dei libri ma, a ben vedere, per la mera sopravvivenza dello stesso. Il dominio sovente bieco dei grandi editori (che d’altro canto continua in molti casi ad essere ancora tale, vedi la riprovevole questione del Salone del Libro conteso tra Torino e Milano) non mi pare che sia in grado di risollevare le sorti del mercato ovvero, in generale, della lettura in Italia. Credo sia il caso, dunque, di cambiare del tutto punto di vista riguardo la gestione del mercato nazionale, anche seguendo esempi virtuosi di altri paesi europei assimilabili al nostro. In fondo i libri e la lettura sono da sempre un’attività sinonimo di libertà consapevole: lasciarla in balìa di una pseudo-libertà – o pseudo-liberismo – tanto sregolata quanto tendente all’oligarchia, dunque a negare sé stessa, è cosa francamente stolta e deleteria per l’intera cultura del nostro paese.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Selfiegeddon

Joan Cornellà, "Selfie"
Joan Cornellà, “Selfie”

Leggo sul #30 di Artribune Magazine (il quale, ci tengo a dirlo, è il miglior magazine italiano su arte e cose affini, a mio parere) in un articolo a firma Valentina Tanni significativamente intitolato O selfie o morte:

Secondo il magazine Priceonomics, che si è preso la briga di compilare delle vere e proprie statistiche su questi casi, dal 2014 sono morte 49 persone nel tentativo di scattare un selfie; l’età media è 21 anni e il 75% è di sesso maschile. In testa alla classifica delle tipologie di morte c’è la caduta da altezze vertiginose, mentre il record geografico lo detiene l’India, con ben 19 vittime. Un record che inizia ad allarmare le autorità, che hanno recentemente dichiarato “no-selfie zones” ben 16 location sparse in tutto il Paese. Una simile ordinanza esiste anche in Russia, la seconda nazione in classifica per numero di fatalità legate all’autoscatto. (…) Sono talmente tanti i casi da giustificare l’esistenza di una pagina di Wikipedia che li riunisce tutti sotto il titolo “Lists of selfie-related injuries and deaths”.

Bene, ora potremmo farci alcune emblematiche domande. Una, ad esempio: perché il S.E.T.I., il celebre programma scientifico dedicato alla ricerca della vita intelligente extraterrestre, in ben 42 anni (è infatti attivo dal 1974!) non ha captato alcun segnale da presumibili civiltà aliene e nemmeno ha ricevuto risposta a quelli inviati? E se fosse, molto semplicemente, che le civiltà (nel vero senso del termine) aliene evitino accuratamente di avere a che fare con una razza di insuperabili idioti come noi terrestri?
È una domanda tra le tante, eh! Così, per dire.

Questa sì che è un’iniziativa innovativa per i libri in Italia!

13680590_10208734809302081_8395601331140729813_nBeh, considerando che – a quanto si rileva dalle statistiche sul temagli italiani preferiscono nutrire la panza piuttosto che la mente…
E chissà che in tal modo vengano salvati da polverosi oblii su scaffali altrimenti ricolmi di demenziali soprammobili tanti libri di gran pregio il cui valore letterario i loro ex lettori – o più probabilmente non lettori – comprendono assai meno che (forse) la  la fragranza di una patatina fritta, così da rimettere a disposizione quel valore a chi invece lo possa capire e ne possa godere, per di più con un indice di colesterolo nel sangue assolutamente nella norma!

P.S.: comunque, al di là di tutto, sì, è proprio vero, il futuro dei libri e della lettura in Italia è veramente roseo. Già, come la pelle d’un maiale in attesa nel recinto d’un macello.

P.S. #2: e, ovviamente, stendiamo il classico velo pietoso sul brand autore (seppur indirettamente) di tale iniziativa.

 

INTERVALLO – Torino, Libreria “Tempo Ritrovato” (in chiusura)

l_425f9a360130 GIUGNO 2016
TEMPO RITROVATO LIBRI
CHIUDE
VENDITA TOTALE
CON SCONTI
DAL 15% AL 50%

E’ un INTERVALLO diverso dai soliti, questo, per certi aspetti inesorabilmente triste, per altri iroso e comunque pugnace. La storica libreria Il Tempo Ritrovato di Torino, da decenni punto di riferimento culturale, e non solo, del centro cittadino, il 30 giugno prossimo chiuderà definitivamente, aggiungendosi al lungo elenco delle librerie che nel capoluogo piemontese hanno chiuso i battenti, nonché all’ancor più lungo e mesto elenco nazionale al riguardo. Quanto sopra è ciò che riportano i cartelli affissi sulle sue vetrine.
Così muore la cultura di un paese! – mi viene da dire: una cultura tra le più alte e prestigiose del pianeta uccisa da un progressivo e irrefrenabile imbarbarimento nazionalpopolare e dal sostanziale (ovvero strategicamente complice) menefreghismo delle istituzioni. Ma, ribadisco – almeno per quanto mi riguarda – ciò deve essere un ennesimo e fremente impulso alla combattività, a non lasciare che l’imposizione strategica di un incretinimento totale e totalizzante vinca sulla cultura e sul valore fondamentale di essa, per potersi dire (e continuare a essere) individui realmente intelligenti, civili e avanzati.
Vi pare che la stia mettendo giù troppo dura? Bah, forse sì. O forse, è veramente l’ora di farla il più possibile dura, tale questione, prima che non sia troppo tardi per qualsiasi salvezza.

Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo in merito tratto da torinooggi.it, dal quale è tratta l’immagine stessa.

Se una risata CI seppellirà

happy3Ascoltavo una conversazione tra alcune persone, qualche giorno fa, nella quale un ragazzo residente in Germania raccontava di come lì, in alcuni casi, per contattare e sottoporre richieste agli enti pubblici vige ancora l’usanza di inviare missive postali. Ma non è tanto questa la cosa insolita e sorprendente, semmai è che quegli enti pubblici rispondono allo stesso modo e con inopinata solerzia: dopo qualche giorno si hanno per iscritto tutte le risposte – adeguatamente dettagliate – alle richieste sottoposte, ovvero con una rapidità ed efficienza che altrove nemmeno via email si possono sperare. Anzi – aggiunse un altro dei conversanti: in Italia non solo a volte gli enti pubblici nemmeno ti rispondono, ma se provi ad inviare loro una lettera è già tanto se questa viene regolarmente consegnate dalle Poste! E, tutti insieme, si sono messi a ridere a siffatta affermazione sarcastica.
Affermazione, già, non battuta. Perché è vero, è questo che molto spesso accade in Italia – ne sono io stesso testimone quotidiano, ma ovviamente il principio della cosa è valido per tante altre circostanze – e la cosa realmente sconcertante è che, ormai, siamo ridotti a riderci sopra. Non ci arrabbiamo più, non sappiamo più indignarci per un servizio pubblico (o similmente tale) sempre più scadente, non ci facciamo ormai quasi più caso se qualcosa che dovrebbe funzionare in un certo modo va sempre peggio. Ormai rassegnati a che sia normale che qui l’inefficienza la faccia da padrone, che le cose non vadano quasi mai come dovrebbero andare e che nessuno o quasi di chi preposto al caso faccia qualcosa per risolvere tali situazioni, siamo arrivato al punto che non ci resta che ridere. Che viene più facile che piangere, certo, anche se alla fine il senso è lo stesso.
Anche questo, io credo, denota la mancanza di senso civico che ormai attanaglia il nostro paese. Non ci curiamo che le cose girino al meglio per tutti, al massimo ci importa che a noi non creino troppi problemi e magari ci incazziamo pure se invece ciò accade; per il resto, chissenefrega. Se un malfunzionamento, un’inefficienza, un disservizio va continuamente peggiorando, facciamo spallucce e guardiamo oltre: ci penseremo nel caso dovremo averci a che fare. Peccato che, così agendo, quel malfunzionamento, inefficienza o disservizio diventano cronici, e tale cronicità diviene normale.
Oggi, dunque, per tornare al caso citato in quella conversazione, è normale e risaputo che le Poste Italiane siano tra le meno efficienti d’Europa. E’ così, che ci dobbiamo fare? Amen!
Beh, forse che dovremmo incazzarci e pretendere invece che il servizio funzioni come deve funzionare, nel caso sia io che spedisco qualcosa o che sia chiunque altro? Non sarebbe finalmente il caso? In fondo, se funzionasse bene per altri lo farebbe anche per me e viceversa, no?
E’ proprio quel lassismo/menefreghismo direttamente derivato dalla mancanza di senso civico diffuso, lo ribadisco, che permette il degrado degli elementi funzionali della nostra società – concettuali e pratici: dalla teoria politica all’amministrazione pubblica pratica, per intenderci, e tutto quanto il resto di assimilabile. Ed è quel lassismo anticivico che più di ogni altra cosa è gradito dal sistema di potere a cui siamo sottoposti a permettere allo stesso di trasformarsi sempre più in un macro-soggetto antisociale al servizio di oligarchie e lobby, ovvero a trasformare ogni esigenza e bisogno della società tutta in un’esigenza, pretesa e tornaconto dei pochi che comandano.
Credo sia il caso (urgente!) di ribaltare questo atteggiamento assolutamente pericoloso. Il che poi significa essere cittadini consapevoli, comunità sociale attiva, individui civici nel senso più alto e ampio del termine. E’ questo, in fondo, l’impulso fondamentale grazie al quale una società può realmente progredire, in senso civico, politico, sociale, culturale. Altrimenti, saremo come i passeggeri a bordo di una nave governata da un equipaggio di mentecatti che sta colando a picco ma che, nonostante l’affondamento imminente, se la ridono delle barzellette raccontate dal capitano la sera prima.