Evviva la riscossa degli editori… ma quella dei lettori?

Sia chiarissimo – non fraintendetemi nemmeno per un istante: ai giovani editori vadano grandi onori, glorie imperiture, gratitudini illimitate (e magari – sarebbe il caso, come già in altri paesi avviene – particolari incentivi di stato, posto il lavoro di fondamentale importanza socioculturale che fanno)… ma, testardamente, vedendo quel titolo (cliccateci sopra per leggere l’articolo originario) ho subito pensato: beh, e una riscossa dei lettori (giovani o meno), quando? Ovvero, per dirla in altro modo: vi può essere autentica riscossa degli editori se nel contempo il numero dei lettori continua a diminuire? Ancora: non sarebbe finalmente il caso di incentivare in ogni modo possibile e (in)immaginabile una riscossa – cioè una rinascita, una rifioritura in primis numerica ma non solo – dei lettori?
Perché, lapalissiano affermarlo, vanno bene le fiere, gli eventi, i grandi scrittori, i bravi editori, i mai (a loro volta) troppo lodati librai indipendenti… ma se non ci sono lettori, e se non si attua a tutti i livelli una efficace strategia di (ri)promozione della lettura soprattutto a scapito di tutto ciò che vi è sostanzialmente avverso, al fine di frenare l’emorragia di lettori stessi e anzi aumentare da subito e in maniera cospicua il numero e i relativi acquisti, ecco… non si va da nessuna parte. Ahinoi!

Due fiere del libro per una sola verità

Comunque, sia quel che sia e al di là di tutto ciò che si dirà dichiarerà commenterà asserirà giudicherà prevederà nonché di qualsivoglia parte, la verità qui è solo una: due eventi simili in tutto e per tutto come la nuova fiera di Milano e il salone di Torino in un mercato dei libri più che asfittico come quello italiano sono come due limousine che si pretenda di far stare insieme in un garage buono per un’utilitaria. Una purissima, cristallina, ineluttabile idiozia. Ecco.

(Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo a cui si riferisce. Qui invece potete leggere un approfondimento al riguardo di Francesco Giubilei.)

La “nave” dell’editoria italiana, e gli scogli sempre più vicini

Scrivo queste riflessioni a poche ore dalla chiusura di Tempo di Libri, la nuova fiera dell’editoria di Milano anti-Salone del Libro di Torino. Su di essa ho mantenuta ferma l’opinione personale formulata fin dall’inizio: una spacconata dell’AIE, alla quale non ho voluto partecipare. Tuttavia, tali riflessioni prescindono da come sia andato l’evento milanese e dalle testimonianze (piuttosto significative) degli amici che, da addetti ai lavori o da visitatori, vi sono stati.
Sono riflessioni, semmai, legate a ciò che si può effettivamente cogliere da una visione generale del comparto editoriale nazionale la quale, lo dico da subito (mi) regala sempre più panorami assai foschi, e senza che niente e nessuno riesca o sappia accendere una minima luce che li possa rischiarare. L’impressione personale, insomma, è quella di un comparto che, a fronte di una situazione del mercato dei libri sempre più “drammatica” – rimarcata per l’ennesima volta dall’ISTAT proprio durante Tempo di Libri, continui ad andare avanti come se nulla fosse, anzi, come se il mercato suddetto sia sempre più prospero. Al punto da creare due eventi fieristici del tutto simili l’uno all’altro a nemmeno un mese di distanza e in due città praticamente contigue, una delle quali un evento sui libri ce l’ha già: follia pura, e totale dissonanza cognitiva dalla situazione reale dell’editoria in Italia!
Ma questo sconcertante – e parecchio irritante, per lo scrivente – doppione fieristico non è che la più macroscopica prova di una sempre più sconcertante ottusità e cecità del comparto editoriale, che continua “allegramente” lungo la strada intrapresa anni fa verso la quantità al posto della qualità, verso la produzione continua di libroidi senza alcun valore letterario presentati come grandi successi ma che poi, puntualmente, si rivelano boomerang commerciali (e culturali), verso il folle meccanismo della sovrapproduzione di titoli e copie al fine di finanziare e tenere in piedi i bilanci aziendali – ma in realtà affossando sempre più le case editrici e allargando a dismisura i “buchi” dei suddetti bilanci (si veda al riguardo questo illuminante articolo di Antonio Tombolini), verso l’oligopolio dei canali distributivi (i quali ormai sono diventati i veri controllori del mercato, gusti del pubblico inclusi) e con la costante incuria nei confronti delle librerie, il cui valore culturale e sociale continua a non essere riconosciuto né tanto meno supportato – istituzionalmente o meno, come accade in altri paesi: Francia, ad esempio.
Nel frattempo, di azioni realmente efficaci, almeno in potenza, per cambiare le sorti del mercato editoriale che, di questo passo, paiono sempre più segnate, non se ne vedono. Si reclamano iniziative più di principio che di concretezza come la revisione della legge Levi – tanto, da che è stata varata, è stata pure puntualmente ignorata dalle grandi catene di distribuzione -, non ci si adopera per creare finalmente una rete che abbia forza “politica” contro la deriva “industrialistica” dei grandi editori, i quali sempre più trattano i libri come meri oggetti di consumo, non si mettono in atto azioni di promozione della lettura di sostanza più che di immagine, ad esempio riguardo le scuole: è inutile portare in “gita” le scolaresche nelle grandi fiere del libro, sono semmai i libri – e tutto ciò di affine a loro, scrittori compresi – che devono entrare nelle scuole!
Sono troppo pessimista, dite voi? Può essere… spero di esserlo, sul serio. Ma da un comparto editoriale che per contrastare l’ormai cronica emorragia di lettori (il che significa inevitabilmente emorragia di cultura diffusa, lo ricordo sempre!) si mette a litigare a colpi di fiere-fotocopia per mostrarsi più bello e più bravo dell’evento concorrente, beh, in tutta sincerità, non mi aspetto nulla di buono, ma proprio nulla. La verità è che sono tutti imbarcati – quelli dell’editoria italica, con poche eccezioni – su una nave piena di falle che si sta dirigendo su una rotta drammaticamente dritta e diretta verso gli scogli, ma tutti quanti guardano dall’altra parte quanto è bello il tramonto sul mare. O qualche anima pia che abbia veramente a cuore il futuro dei libri e della lettura si decide finalmente a mettere mano al timone e cambiare rotta al più presto, o per lo schianto finale è solo questione di tempo. Poco tempo.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Quanti libri si possono leggere nel corso di una vita?

Risponde a tale domanda questo articolo di Studio, che a sua volta cita il sito americano Literary Hub e che vi invito a leggere per capirci di più – fate conto ad esempio che è basato sul mercato editoriale americano, appunto, che presenta una media di lettura pro/capite più alta di quello italiano (lo so, non ci vuole tanto per ottenere ciò!). In ogni caso, per farla breve, i risultati ottenuti sono quelli sotto riprodotti, divisi per genere e fasce di età con relative aspettative di vita e anni da vivere (e considerate peraltro che chi legge libri vive più a lungo!)

Ribadisco, i numeri indicati sono “americani”; ma se credete di poter essere assimilati ad una delle categorie di lettori indicate nell’articolo, forse il dato potrà essere significativo (tanto non lo verificherete mai, e anche se vi metterete a contare i libri letti, nel corso degli anni perderete il conteggio…)

So, here you are:

Donna, 25: 86 (61 anni da vivere)
Lettore medio: 732
Lettore vorace: 3.050
Super lettore: 4.880

Uomo, 25: 82 (57 anni da vivere)
Lettore medio: 684
Lettore vorace: 2.850
Super lettore: 4.560

Donna, 30: 86 (56 anni da vivere)
Lettore medio: 672
Lettore vorace: 2.800
Super lettore: 4.480

Uomo, 30: 82 (52 anni da vivere)
Lettore medio: 624
Lettore vorace: 2.600
Super lettore: 4.160

Donna, 35: 86 (51 anni da vivere)
Lettore medio: 612
Lettore vorace: 2.550
Super lettore: 4.080

Uomo, 35: 82 (47 anni da vivere)
Lettore medio: 564
Lettore vorace: 2.350
Super lettore: 3.670

Donna, 40: 85,5 (45,5 anni da vivere)
Lettore medio: 546
Lettore vorace: 2.275
Super lettore: 3.640

Uomo, 40: 82 (42 anni da vivere)
Lettore medio: 504
Lettore vorace: 2.100
Super lettore: 3.260

Donna, 45: 85,5 (40,5 anni da vivere)
Lettore medio: 486
Lettore vorace: 2.025
Super lettore: 3.240

Uomo, 45: 82 (37 anni da vivere)
Lettore medio: 444
Lettore vorace: 1.850
Super lettore: 2.960

Donna, 50: 85,5 (35,5 anni da vivere)
Lettore medio: 426
Lettore vorace: 1.775
Super lettore: 2.840

Uomo, 50: 82 (32 anni da vivere)
Lettore medio: 384
Lettore vorace: 1.600
Super lettore: 2.560

Donna, 55: 86 (31 anni da vivere)
Lettore medio: 372
Lettore vorace: 1.550
Super lettore: 2.480

Uomo, 55: 83 (28 anni da vivere)
Lettore medio: 336
Lettore vorace: 1.400
Super lettore: 2.240

Donna, 60: 86 (26 anni da vivere)
Lettore medio: 312
Lettore vorace: 1.300
Super lettore: 2.080

Uomo, 60: 83 (23 anni da vivere)
Lettore medio: 276
Lettore vorace: 1.150
Super lettore: 1.840

Donna, 65: 87 (22 anni da vivere)
Lettore medio: 264
Lettore vorace: 1.100
Super lettore: 1.760

Uomo, 65: 84 (19 anni da vivere)
Lettore medio: 228
Lettore vorace: 950
Super lettore: 1.520

Donna, 70: 87,5 (17,5 anni da vivere)
Lettore medio: 210
Lettore vorace: 875
Super lettore: 1.400

Uomo, 70: 85 (15 anni da vivere)
Lettore medio: 180
Lettore vorace: 750
Super lettore: 1.200

Donna, 75: 89 (14 anni da vivere)
Lettore medio: 168
Lettore vorace: 700
Super lettore: 1.120

Uomo, 75: 87 (12 anni da vivere)
Lettore medio: 144
Lettore vorace: 600
Super lettore: 960

Donna, 80: 90 (10 anni da vivere)
Lettore medio: 120
Lettore vorace: 500
Super lettore: 800

Uomo, 80: 89 (9 anni da vivere)
Lettore medio: 108
Lettore vorace: 450
Super lettore: 720

 

Un mondo (editoriale) che sta svanendo

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Vi invito a leggere (cliccando sull’immagine qui sopra) l’ottimo articolo della sempre illuminante Annamaria Testa che, in esso, offre quella che mi pare la migliore disamina possibile della stato attuale della lettura in Italia – peraltro ricca di innumerevoli spunti di riflessione. Stato assai triste – ma è ormai lapalissiano denotarlo, purtroppo.

Vorrei però qui soffermarmi sul solo titolo dell’articolo, e che riassume in poche parole quello che è il dato più drammatico e sconcertante tra quelli analizzati da Testa: il calo ormai costante da anni del numero degli elettori, che sul grafico della lettura in Italia pare decisamente diretto verso un punto, molto in basso ma sempre più vicino, con scritto da parte estinzione. Termine volutamente catastrofista, sia chiaro, ma non così distante dalla realtà dei fatti, se andiamo avanti di questo passo.

Quel titolo mi fa riflettere sull’evidenza che, nel mondo dei libri e della lettura nostrano, a ben vedere ce ne sono parecchi di svanimenti in corso. Stanno svanendo i lettori, appunto, ma stanno svanendo pure i buoni libri, quelli che ancora hanno alla base un considerabile valore letterario e, dunque culturale: o meglio, ci sono ma svaniscono alla vista, nascosti dalla marea di libroidi senza alcun valore che troppi editori mettono in commercio per far cassa, vendendoli come meri beni da hard discount, da consumo utilitaristico e nulla più come fossero saponette (citando sempre Annamaria Testa). Ciò mette in luce che stanno svanendo pure i “buoni” editori, quelli che facevano autentico talent scouting, che avevano consapevolezza che pubblicare libri è un importantissimo lavoro culturale, una missione da portare avanti per il bene della società in cui si opera. Invece oggi, ribadisco, si punta a far cassa, anche perché molti editori fanno parte di gruppi industriali ai quali interessa solo l’utile di bilancio e/o i dividendi agli azionisti, e se un capolavoro letterario assoluto non garantisce le vendite di un libroide del personaggiucolo televisivo di turno, tranquilli che il primo sarà gettato alle ortiche in men che non si dica, alla faccia della cultura, della letteratura, del valore culturale (e sociale) della lettura e di tutto il resto: solo fregnacce, agli occhi di chi comanda i suddetti gruppi industriali.

Altra conseguenza inevitabile di quanto sopra, ormai in accadimento da tempo, è che stanno svanendo le librerie e i librai – quelli veri, anche qui intendo dire. Il mercato è inesorabile: se non c’è domanda, non serve offerta. Peccato che quell’offerta non è solo e meramente commerciale, ma è l’offrire la presenza pubblica di indispensabili presidi culturali – dacché questo sono le librerie, a mio modo di vedere – senza le quali qualsiasi luogo urbano perde buona parte della sua urbanità ovvero della civitas che nasce e prospera proprio grazie alla cultura diffusa, in massima parte.

Ecco, per l’appunto: svanendo tutto quanto sopra, inesorabilmente svanisce anche la cultura diffusa, dal momento che il libro – anche questa cosa la ribadisco da sempre – è l’oggetto culturale per eccellenza, il più immediato, semplice, economico ed efficace metodo per agevolare la diffusione della cultura in ogni parte d’una società civile. La quale, senza cultura, svanisce a sua volta: non esiste interrelazione sociale che non sia supportata da una cognizione culturale ben estesa e propagata. Non a caso, la nostra società civile, così sofferente da tempo di tali malanni culturali, presenta un tasso di coesione sociale nonché di consapevolezza sociologica e antropologica tra i più bassi in Europa. Fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani: ma l’unica base per farli era ed è la cultura, senza di quello si può fare ben poco – e si vede!

Insomma: è un mondo in potenziale drammatico svanimento, quello della lettura dalle nostre parti.

Cosa fare per invertire questo processo devastante? Annamaria Testa, nell’articolo, già fornisce qualche buona idea. Per quanto mi riguarda, torno al titolo del suo articolo dal quale sono partito per elaborare la mia disquisizione, e dico che stanno svanendo i lettori, a quanto sembra, ma non possono svanire le persone. Che se erano lettori e non lo sono più, o se non lo sono mai stati, lo possono diventare o tornare a essere. Ovvero, c’è bisogno che la lettura ricominci dai fondamentali, dal basso – lasciando stare l’alto istituzionale, sul quale si può fare poco o nulla affidamento – da noi tutti singoli individui; deve tornare a essere qualcosa di pubblico, di usuale, di ordinario, deve diventare motivo di chiacchiericcio quotidiano esattamente come lo è il calcio o la politica – anzi, al posto del calcio e della politica! Il libro deve diventare un oggetto costantemente nello sguardo e nella mente delle persone: i buoni libri non possono perdere il fascino e le doti che posseggono, semmai è stato il nostro modus vivendi contemporaneo che, da un certo punto in poi, ha voluto ignorare o oscurare quel fascino e quelle doti che mai e poi mai la televisione (un tempo fonte di acculturamento di massa e poi di imbarbarimento) potrà offrire con simile forza ed efficacia. In confronto ad altri intrattenimenti contemporanei, un buon libro è un po’ come un hotel da almeno quattro stelle nel quale si possa alloggiare, godendo di tutti i suoi confort, ad un prezzo irrisorio, mentre quegli altri intrattenimenti sono come un albergo bellissimo fuori e alquanto scadente dentro. Come si potrebbe giudicare chi scelga di alloggiare in quest’ultimo – con ottusa pervicacia, peraltro – piuttosto che nel primo? Ecco, ci siamo intesi.