Librerie ad azionariato popolare: una via di salvezza per evitare la chiusura?

IoCiSto_image-900x600Avrete probabilmente sentito parlare della libreria ad azionariato popolare IoCiSto di Napoli, nata qualche mese fa per salvare dalla chiusura l’ennesimo esercizio commerciale analogo (una FNAC, per la cronaca, catena indipendente – o più o meno tale – che come saprete in Italia non c’è più), peraltro in una zona della città, il Vomero, da tempo in profonda crisi commerciale e sociale. Per chi non conoscesse tale “esperimento”, presentato dai media come la prima libreria di quel particolare genere giuridico (che nasce in ambito sportivo come sostentamento economico se non come “salvezza” di squadre in crisi finanziaria da parte dei tifosi di esse), lo riassumo in breve.
Lo scorso maggio Ciro Sabatino, giornalista ed ex editore napoletano, lancia un allarme sui social network per via della chiusura dell’ennesima libreria, appunto. “Perché non l’apriamo noi cittadini? Se ognuno ci mettesse qualche soldo, anche poco. Io ci sto”, scrive Sabatino. Da lì a qualche settimana, dal “mi piace” si è passati a qualcosa di più concreto. “Abbiamo raccolto le prime sottoscrizioni: 150 da 50 euro ciascuna” racconta Alberto Della Casa, attuale direttore della libreria. “A luglio avevamo una sede e la presentazione ai cittadini è avvenuta il 21 luglio con un flash mob di 4mila persone in piazza Fuga al Vomero, che sta davanti alla libreria.”. Oggi i soci sottoscrittori della libreria sono circa 700 soci, molti dei quali peraltro hanno pure dato una mano nell’allestimento dei locali, imbiancando le pareti, costruendo gli scaffali e arredando gli spazi a disposizione.
In verità IoCiSto non è stato il primo esperimento di libreria ad azionariato popolare. L’anno precedente due altre realtà della vendita libraria indipendente hanno deciso di affrontare tale innovativa strada. A Busto Arsizio, in provincia di Varese, la storica Libreria Boragno – di proprietà d’una famiglia di librai dal 1911 – a marzo 2013 è stata costretta alla chiusura, “Dopo aver lottato e perso contro i punti vendita delle grandi catene” come ha spiegato allora Francesca Boragno, ultima erede della famiglia. Tuttavia Francesca non s’é data per vinta, riuscendo a ottenere dal tribunale lo scorporo di una parte dell’azienda dalla procedura di concordato preventivo, così che la Libreria Boragno è potuta ripartire grazie all’azionariato popolare e ai primi venticinque soci finanziatori.
Poco distante, a Saronno (un contagio del tutto benefico, mi viene da pensare!), un’analoga scelta è stata affrontata dalla Libreria Pagina 18, che dopo i primi 5 anni di attività rischiava a sua volta di abbassare definitivamente le saracinesche, e nuovamente per la vicinanza di un punto vendita di una grande casa editrice. “Servivano 90mila euro, non li avevamo”, hanno raccontato i gestori della libreria (dacché definirli proprietari mi pare ora improprio). “Ma grazie all’azionariato popolare, in quarantacinque giorni abbiamo trovato trentacinque nuovi soci, e a luglio dello stesso anno abbiamo potuto inaugurare.”

Poste tali esperienze così importanti e innovative per il panorama della vendita libraria commerciale nel nostro paese, posta pure la sempre più precaria situazione delle librerie indipendenti nonché rimarcando nuovamente con forza che, in un paese nel quale più della metà della popolazione non legge nemmeno un libro all’anno e, forse, nemmeno più sa cosa sia un libro, c’è la necessità assoluta di rimettere in contatto le persone con l’oggetto-libro e con i suoi contenuti letterari, di rendere nuovamente il libro un oggetto assolutamente familiare, e familiare ancor più la sua importanza culturale, sociale e la bellezza che regala a chi lo legge – posto tutto ciò, insomma, credo che la via dell’azionariato popolare per le librerie indipendenti, non solo per la loro eventuale salvezza ma, io dico, per la loro prosperità (un vantaggio comune, a questo punto), sia da seguire e perseguire senza alcun dubbio. Anzi, che sia pure “istituzionalmente” e giuridicamente agevolata, in qualche modo che non ho le competenze di poter determinare ma che mi auguro possibile.
Come sostiene Claudia Migliore, vicepresidente dell’associazione IoCiSto, che gestisce la libreria napoletana e le sue attività, “Siamo un’associazione e prevediamo quest’anno di procedere all’iter per il riconoscimento. Ci risulta che in Italia, le strutture che nascono con azionariato diffuso non abbiano una forma giuridica ad hoc, devono adattarsi. Noi abbiamo scelto quella associativa che ci sta permettendo di capire come stiamo andando da un punto di vista economico e di realizzare le nostre attività. Quando il ricavato dalle vendite dei libri costituirà l’entrata prevalente rispetto alle quote associative, potremmo diventare cooperativa di consumo.”
Ecco, Claudia Migliore già indica e specifica meglio come si potrebbe agire, in tal senso. Per poi – passo appena successivo e indispensabile – creare una rete di librerie di tale genere, a sua volta ben correlata con l’intero ambiente dell’editoria indipendente nazionale, dato che ovviamente una libreria ad azionariato popolare non è diversa da qualsiasi altra, commercialmente e culturalmente. Ha una forma giuridica alternativa, tutto qui. Quel che conta è la missione (la mission oggi si direbbe, ma uso l’italiano, come da molti giustamente auspicato) culturale che, inevitabilmente, sta dietro l’attività commerciale di un esercizio come la libreria indipendente – salvo casi di inadeguata gestione. Missione che le altre librerie di catena, spiace dirlo, molto spesso mettono in secondo (o terzo, quarto, centoventiduesimo) piano rispetto al mero tornaconto finanziario, e che invece, per quanto affermato poco fa, oggi è più che mai fondamentale, da riproporre come esigenza ineludibile. E ad agire quanto prima in tal senso, senza alcuna esitazione, io ci sto.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, QUI.

INTERVALLO – Helsinki, New Central Library

Helsinki-Central-Library-1Torno ad esplorare l’Eden cultural-architettonico scandinavo, e torno a Helsinki per quella che sarà un’opera la quale, molto probabilmente, fisserà nuovi e ulteriori standard nella progettazione degli edifici ad uso bibliotecario e culturale in genere.
La nuova Helsinki Central Library, che nel 2018 sorgerà nel cuore della città come fulcro del già incredibile sistema di biblioteche pubbliche, è infatti un edificio dalle inopinate e sorprendenti linee fluide che soprattutto fa perno sul desiderio (molto sentito, in Scandinavia) di uno spazio catalizzatore di molteplici attività sociali, orbitanti attorno ai libri e al valore fondamentale dell’esercizio della lettura. L’intero progetto – si può leggere nelle presentazioni sul web – ruota intorno a tre livelli caratterizzati dalle funzioni ospitate: un vivace piano terra, un silenzioso terzo piano e uno spazio centrale che fa da cuscinetto. La hall accoglie la città all’interno dell’edificio attraverso tre ingressi, ponendo l’accento sulla sua vocazione di grande piazza coperta con cinema, caffè e ristoranti. Il terzo livello mantiene un carattere meditativo e osserva il paesaggio attraverso grandi vetrate, conservando la pace di una biblioteca tradizionale. Al centro uno spazio speciale per workshop ed eventi, che ospita anche una sauna. L’edificio appare all’esterno come un volume esuberante, ma nasconde i più alti standard di sostenibilità ed efficienza energetica.
Che dire? Giù il cappello, ai paesi nordici e alla cultura civica di cui si fanno rappresentanti assolutamente virtuosi!

Helsinki-Central-Library-1-1Helsinki-Central-Library-2Helsinki-Central-Library-3Helsinki-Central-Library-4Cliccate sulle immagini pubblicate per leggere un approfondito articolo sul progetto, con numerose altre illustrazioni (in inglese).

Italia senza più memoria? Gli archivi e le biblioteche pubbliche senza più fondi e a rischio chiusura, ennesima vigorosa zappa sugli italici piedi

archiviocentraleDobbiamo ammettercelo. Noi italiani siamo veramente insuperabili nel tirarci gran zappate sui piedi, e ancor più nel non sdolorare più di tanto, facendo quasi finta di nulla e continuando a camminare pur sempre più zoppi e vacillanti.
In un mio precedente articolo qui nel blog, vi raccontavo della vicenda del MuFoCo, il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, alle porte di Milano, che per la questione della soppressione delle provincie nonché delle loro competenze, e per la relativa incertezza su quanto ci sarà dopo di esse e su quali incarichi avrà qualsiasi cosa verrà dopo (nuove figure istituzionali, città metropolitane, regioni subentranti o che altro), rischia la chiusura.
Ora, questa situazione di sostanziale caos – gestionale e, ancor più, finanziario, in aggiunta agli ormai endemici tagli alle risorse delle istituzioni pubbliche, in ambito culturale e non solo – rischia di fare vittime ben più numerose e “illustri”: le biblioteche e gli archivi di Stato. La cosid­detta «Legge Del­rio» (56/2014), approvata qualche settimana fa, mette in serio pericolo questi luoghi fondamentali della cultura nazionale in quanto, dopo la soppressione delle competenze in materia da parte delle provincie, non stati ancora identificati gli enti che dovrebbero subentrare nella gestione. Per mettere in luce tale pericolo, alla fine dello scorso Dicembre è stata lan­ciata l’iniziativa «A chi com­pete la cul­tura?» con la quale l’Associazione Ita­liana Biblio­te­che (AIB), l’Associazione Nazionale Archi­vi­stica ita­liana (ANAI), il coor­di­na­mento per­ma­nente di musei archivi e biblio­te­che (MAB) e l’Icom Ita­lia hanno cercato – e cercano, anche attraverso una raccolta firme ad hoc – di richia­mare l’attenzione pubblica sul tema e di sollecitare una soluzione, o quanto meno qualche iniziativa istituzionale in tal senso.
Già, perché alla fine il problema più grave è sempre il solito: le istituzioni parlano, ovvero impongono, ma non sentono, ovvero non ascoltano ragioni di chi subisce quelle imposizioni, ne prima e ne dopo averle ordinate. Non solo, tali imposizioni arrivano come lame taglienti a ferire un “corpo” già debole e malandato: i tagli delle risorse comminati negli ultimi anni (da tutti i governi in carica: unità d’intenti tanto sorprendente quanto sconcertante…) hanno più che dimez­zato un per­so­nale dipendente già dotato del “primato” di più anziano d’Europa (età media supe­riore ai 58 anni!); inoltre, il blocco del turn over e delle assun­zioni ha mol­ti­pli­cato a dismi­sura il pre­ca­riato e il lavoro quasi gra­tuito. La dra­stica dimi­nu­zione delle risorse ha spinto a dimez­zare l’orario di apertura e alla chiu­sura di set­tori fon­da­men­tali come le eme­ro­te­che della Biblio­teca nazio­nale di Firenze e in quella di Roma, provocando poi casi limite come quello dell’Archivio Nazionale di Roma, al quale non solo è stato triplicato l’affitto, ma ha dovuto pure subire il trasferimento di parte dei documenti conservati in un magazzino a Pomezia – ed è inutile dire che quando accadono certe cose, e parti del patrimonio culturale (qualsiasi cosa esso sia) vengono “ricollocate” altrove rispetto alle sedi di pertinenza, ciò significa quasi certamente abbandono, incuria, deperimento, rovina. A meno che qualche funzionario pubblico dall’animo particolarmente nobile non s’accorga di questo e non si faccia carico di risolvere una situazione del genere.
Sala_studioAncora una volta, si è costretti a denunciare la pressoché totale noncuranza delle istituzioni nei confronti della cultura nazionale, e soprattutto di quella cultura basilare – nel senso che veramente sta alla base – per la nostra società contemporanea. Dell’ipotesi che le biblioteche pubbliche siano costrette alla chiusura è superfluo denotare la tragicità assoluta, che chiunque è in grado di comprendere. Vorrei però anche mettere in luce quanto sarebbe tremendo se pure gli Archivi di Stato – da quello centrale di Roma, con sede all’EUR a quelli sparsi per i capoluoghi di provincia – fossero costretti a non poter più far fronte ai propri compiti fondamentali, che sono (cito da Wikipedia) “la conservazione e sorveglianza del patrimonio archivistico e documentario di proprietà dello stato e la sua accessibilità alla pubblica e gratuita consultazione”. Sono – in soldoni – la memoria dello Stato Italiano, l’hard disk della propria storia istituzionale e politica. Se non si potesse più gestire in modo ottimale questa memoria, e se non la si potesse più rendere fruibile ai cittadini, poco o tanto, si tirerebbe una gigantesca zappata sui piedi dell’Italia in quanto stato, nazione, comunità civica ed entità sociale. Una zappata unicamente dovuta a negligenza ovvero – mi sia consentito – a ignoranza tremenda e inesorabilmente contagiosa, per come verrebbe automaticamente riversata sulla memoria condivisa da tutti noi che cittadini italiani siamo. Diventeremmo un popolo istituzionalmente smemorato: e sapete bene che quando non si possiede memoria non si ha più identità, restando in balìa di qualsivoglia alterazione e falsificazione della realtà.
Al momento non è dato ancora di sapere come finirà questa storia, e se siano allo studio efficaci soluzioni ai problemi in questione. Resta tuttavia – e già indelebilmente – l’ennesima prova di come tutti, ovunque, conoscano e ammirino l’Italia come uno dei paesi col più ricco patrimonio culturale del pianeta eccetto l’Italia stessa, con le sue classi dirigenti in testa. E alé, avanti a vigorose zappate sui nostri poveri piedi!

P.S.: articolo pubblicato anche su CULTORA, qui.

Arto Paasilinna, “Sangue caldo, nervi d’acciaio”

cop_sanguecaldo-nervidacciaioPremessa a cui tengo molto – forse già fatta in passato, nel caso la ribadisco: la considerazione personale di Arto Paasilinna è tale che ogni volta che mi reco a Helsinki vado in “pellegrinaggio” presso la WSOY, la sua storica casa editrice, e a volte acquisto uno dei suoi libri in lingua originale. Lingua che ovviamente non capisco affatto (se non per tre parole in croce), ma li compro per il puro e semplice gusto di possederli, come se così potessi in qualche modo possedere un po’ dello spirito di fondo o della materia prima culturale delle opere del più celebre scrittore finnico contemporaneo, vero e proprio simbolo di un mondo letterario e di uno stile narrativo, quello nordico/scandinavo, che trovo tra i migliori in assoluto oggi leggibili sul pianeta.
Detto questo, nella cospicua e peculiare produzione letteraria di Paasilinna, Sangue caldo, nervi d’acciaio (Iperborea, 2012, traduzione di Francesco Felici, postfazione di Goffredo Fofi; orig. Kylmät hermot, kuuma veri, 2006) rappresenta un’opera assolutamente particolare…
arto_1217855969Leggete la recensione completa di Sangue caldo, nervi d’acciaio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Libertà significa responsabilità. Un interessante contributo di Italo Sciuto sul tema.

CAAI-Sciuto_DSC1688_resize-750x450Il seguente testo rappresenta l’intervento di Italo Sciuto, docente di filosofia morale presso l’Università di Verona, presso l’assemblea del CAAI – Club Alpino Accademico Italiano – a Caprino Veronese, lo scorso 11 ottobre, e disquisisce di libertà in prospettiva filosofica – argomento che di primo acchito potrà sembrare piuttosto strano, se non incongruente, in un ambito frequentato da alpinisti il cui scopo primario è salire vette spesso infilandosi su per pareti verticali e affrontando pericoli tremendi… Lo ricavo dal blog di Alessandro Gogna, altro mirabile uomo di cultura – di montagna ma non solo – e grande alpinista (qui anche il suo website).
Come forse già saprete (o avrete intuito in qualche modo), mi occupo spesso anche di cultura di montagna, e la frequentazione dei monti è in verità grande e profondo esercizio di libera volontà sia in senso pratico che teorico, intellettuale, tant’è che è un argomento di frequente discussione nell’ambiente e non mancano testi di analisi filosofica (ovvero antropologica e sociologica) della pratica alpinistica. In questo testo Italo Sciuto amplia la dissertazione sul merito rendendola assolutamente valida per qualsiasi pratica umana contemporanea, anche per quelle meno “atletiche” e più ordinarie, in un’epoca come quella attuale nella quale troppi si riempiono la bocca di quel termine, libertà, abusandone oltre ogni limite sopportabile nel frattempo che sempre più persone perdono la cognizione e la consapevolezza di cosa esso significhi, parimenti perdendola pure concretamente, la libertà. Ovviamente, inutile dirlo, senza rendersene conto – anzi, restando convinti di essere “liberi”, cosa sotto molti aspetti ancora più terribile.
L’articolo originale nel Gogna Blog lo potete leggere qui.
Buona lettura e, ancor di più, buona meditazione di quanto letto.

Libertà e responsabilità in prospettiva filosofica
di Italo Sciuto

Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta

(Purgatorio, I, 71-72)

Nel comune sentire e parlare degli alpinisti, sembra che la pratica dell’alpinismo si possa interpretare bene alla luce del Catone dantesco: il quale, appunto, pone la libertà come valore supremo, superiore addirittura alla propria vita. Per l’alpinista, come dice bene Alessandro Gogna nella sua ben nota lettera al procuratore di Torino circa la libertà in montagna, la libertà è un “diritto” che va garantito sempre, anche in presenza di un rischio inevitabile; anzi, il “diritto alla libertà” implica anche il “diritto al rischio”. D’altra parte, però, l’agonismo che in buona parte caratterizza l’alpinismo di cui maggiormente si parla con ammirazione (“conquistare” cime, “aprire” vie, compiere “prime” invernali etc.) fa anche pensare a un altro, grande e decisivo personaggio dantesco: Ulisse, che abbandona la comoda e sicura vita nella sua isola e affronta “l’alto mare aperto” per “divenir del mondo esperto”, cioè per compiere una “prima”, ossia superare le colonne d’Ercole per esplorare l’ignoto “mondo sanza gente” ove mai nessuno ha messo piede. La passione che muove l’Ulisse dantesco, dunque, non è soltanto l’aspirazione di chi vuole essere o si sente libero, ma anche l’hybris di chi vuole affermare la propria volontà di potenza. Tuttavia, la motivazione con la quale Ulisse convince i suoi compagni a seguirlo nel “folle volo” fa riferimento alla natura dell’uomo, alla sua essenza, che implica la responsabilità di compiere un dovere preciso:

Considerate la vostra semenza:
nati non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza

(Inferno, XXVI, 118-120).

Il nostro alpinista dantescamente atteggiato, dunque, si muove tra libertà e responsabilità. Ma come vanno intesi questi due termini, facili da pronunciare (i politici, in particolare, ne han piena la bocca benché ne sia vuota la mente) ma ben difficili da comprendere e spiegare?

1. La difficile e inafferrabile questione della libertà.
Nella sua storia millenaria, il concetto di libertà è stato analizzato infinite volte e secondo varie prospettive (metafisica, psicologica, politica), con fondamentali differenze nei vari contesti storici dall’antichità a oggi. Nella riflessione attuale, è largamente prevalente la prospettiva politico-sociale, che si è imposta in Occidente a partire dalla modernità. Possiamo sintetizzarla con le celebri ed efficaci formule di uno dei padri del pensiero politico moderno, Montesquieu: “la libertà politica non consiste affatto nel fare ciò che si vuole. In uno Stato, vale a dire in una società nella quale esistono delle leggi, la libertà non può consistere che nel poter fare ciò che si deve volere e nel non essere costretti a fare ciò che non si deve volere”; in breve, “la libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono” (Lo spirito delle leggi, libro XI, cap. III). Si tratta della libertà che viene detta “repubblicana”, per distinguerla dalle altre principali concezioni moderne su cui, per brevità, non possiamo soffermarci: quella “liberale”, quella “libertaria” e quella “comunitaria”. Si tratta, dunque, di una libertà nella e non dalla legge, che potremmo anche definire libertà positiva, mentre oggi è largamente prevalente una concezione liberale-libertaria che è essenzialmente negativa. Si tratta insomma di capire la difficile idea che si è liberi non già nonostante, ma grazie ai doveri.

Inoltre, va osservato che in questa concezione “repubblicana” della libertà l’aspetto fondamentale è posto nel fare (o meglio nell’agire) più che nel volere, con ulteriori precisazioni circa la libertà “da” e “di”, ossia “negativa” e “positiva”, su cui molti filosofi si sono acutamente impegnati con esiti sempre più complessi e raffinati. Ma, soprattutto, va rilevato che allora, in questo modo, la questione della libertà non viene svolta in ambito metafisico (in cui si tratta di affrontare il concetto di causalità e l’opposizione tra libertà e necessità), ma in quello morale o, meglio, etico. E in prospettiva etica sono due le concezioni che, a partire dalla celebre formulazione di Max Weber agli inizi del ‘900, vanno tenute presenti: l’etica della convinzione, secondo cui si deve agire seguendo princìpi fondamentali assoluti prescindendo dalle conseguenze che ne possono derivare (per esempio: “si deve sempre dire la verità” o, in negativo, “non si deve mai mentire”), e l’etica della responsabilità, secondo cui si deve certamente agire secondo princìpi, ma condizionati dal possibile esito della loro applicazione (se dire la verità mette in pericolo di vita una persona, si deve mentire). Le due concezioni etiche, naturalmente, non si escludono reciprocamente e, di fatto, in qualsiasi forma di agire eticamente valido si usano entrambe. Per il nostro discorso, tuttavia, dobbiamo insistere specialmente sull’etica della responsabilità (su cui rimane fondamentale Hans Jonas, Il principio responsabilità, scritto negli anni ’70 del secolo scorso).

2. L’arduo impegno della responsabilità.
Come il concetto di “libertà”, e forse ancor più, oggi si deve radicalmente ripensare il concetto di responsabilità, perché il “fare” e l’”agire” in cui siamo coinvolti (come agenti e/o pazienti) sono condizionati sostanzialmente da un fatto nuovo, sconosciuto ai secoli passati: l’onnipotenza della tecnica, in virtù della quale non siamo più in grado di prevedere gli effetti, le conseguenze del nostro fare. Oggi, per lo sviluppo enorme e dominante della ragione strumentale e cioè della semplice capacità di realizzare scopi, al massimo del poter fare corrisponde il minimo del saper prevedere: più aumenta e si velocizza la capacità di realizzare scopi (secondo il fatale principio da tutti a parole negato ma in realtà universalmente applicato “si può, quindi si deve”), più diminuisce la possibilità di prevedere l’esito cui potrà portare la loro realizzazione, ma questa capacità di previsione è essenziale, se il fine del nostro fare e agire dev’essere il bene comune, o l’utilità generale: il maggior benessere per il maggior numero. In tale contesto, va sostenuto il principio di cautela ma va anche radicalmente ripensato il concetto di responsabilità in tutti i suoi principali significati: giuridico, politico, etico.

Per limitarci a quest’ultimo significato, che per il nostro discorso è certamente il più importante, dobbiamo rilevare che parlando di libertà non possiamo limitarci a distinguere, come si diceva, libertà “da” e “di”, “negativa” e “positiva”. Dobbiamo inserire anche il concetto della libertà “per”, ossia l’idea del fine cui tende o dovrebbe tendere l’agire libero; e anche il concetto di libertà “verso”, cioè l’idea dei soggetti altri cui essa va diretta. In particolare, e in sintesi, nell’attuale situazione dobbiamo tener presente, in tutte le nostre azioni, l’effetto che esse potranno avere sulle condizioni di vita delle generazioni future, di cui siamo appunto responsabili. E non è il caso di conferire troppo valore alla celebre battuta di Groucho Marx ripresa da Woody Allen (“ma in fondo, cos’hanno fatto per me le generazioni future perché io mi debba occupare di loro?”), appunto perché non hanno fatto nulla di male e quindi non meritano di essere danneggiate dai nostri comportamenti. Inoltre, e soprattutto, il principio di cautela impone di porre, di fronte a ogni pregevole innovazione tecnica, la decisiva domanda: quale sarà il peggiore uso che di questa positiva innovazione si potrebbe fare, e quindi si farà?

In tale contesto, diventa difficile ma essenziale trovare un principio d’azione adeguato (l’agire umano è dotato di senso e valore soltanto se è guidato da princìpi che, per quanto possibile, tendano all’universalità), non essendo più sufficiente il pur venerabile imperativo categorico kantiano (“agisci in modo che la massima della tua azione possa valere in termini universali”), appunto perché limitato al presente. Seguendo Jonas, possiamo adottare questo nuovo imperativo adeguato alla situazione attuale: “agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra” (H. Jonas, Il principio responsabilità, Einaudi, Torino 1993, p. 16). In altri termini, si può dire che un’azione è responsabile se corrisponde al relativo dovere, e che dunque sarà irresponsabile ogni “esercizio del potere senza l’adempimento del dovere” (ivi, p. 119). Ma questo adempimento, nella presente età dominata dal “Prometeo scatenato” della tecnica, dev’essere guidato da ciò che Jonas chiama “euristica della paura”, in virtù della quale, quando progettiamo una qualsiasi impresa, dobbiamo interrogare i timori prima dei desideri e prestare ascolto alle profezie di sventura più che a quelle di salvezza, più alla minaccia che alla speranza e alla promessa; dobbiamo agire per scongiurare il male supremo più che per conseguire il bene sommo: in sintesi, dobbiamo praticare un sano scetticismo per evitare il rischio di uno spietato ottimismo che potrebbe condurci sull’orlo dell’abisso.

Mutatis mutandis, e cioè con gli opportuni adattamenti, direi che un simile principio dovrebbe guidare anche l’attività dell’alpinista che voglia essere libera e responsabile: essendo forse la più adatta per capire che la vera libertà, per l’attuale agire umano che aspiri a realizzare un’autentica auto-nomia, è la responsabilità.