Snatch – Lo strappo

Ho rivisto Snatch – Lo Strappo, di Guy Ritchie.
Rivisto, già, perché dopo aver visto l’ultima pellicola dell’ex Mister Madonna, The Gentlemen, mi è tornata la voglia di rivedere quel film visto in sala all’epoca dell’uscita, ormai venti e più anni fa, del quale serbavo un piacevolissimo ricordo.

Be’, anche dopo due decenni riconfermo quel piacere di visione: in Snatch – versione all’ennesima potenza del già divertente predecessore Lock & Stock – Pazzi Scatenatitutto o quasi gira alla perfezione, il ritmo è sovente tiratissimo, il plot narrativo si dipana senza alcun intoppo e le varie sotto-storie (una peculiarità del regista inglese, quella di girare film con sceneggiature che si svolgono su più piani, continuamente intrecciati e sovrapposti) vi si incastrano benissimo, gli attori sono azzeccati, i personaggi ben delineati, le scenografie perfette (seppur inevitabili: sempre di Londra e circondario si tratta, con Ritchie), la colonna sonora di gran pregio, la commistione tra dramma e humor ben riuscita, con alcune scene notevoli e gag esilaranti che schizzano fuori all’improvviso da situazioni all’apparenza noir e violente. Insomma, a mio modo di vedere è quello che si dice un cult movie che dopo vent’anni non ha perso un grammo del suo fascino, ma che temo rappresenti bene il film che ogni regista vorrebbe girare e che al contempo si augura di non girare del tutto. Sì, nel senso che con Snatch Guy Ritchie ha certamente firmato il suo personale “capolavoro” il quale, di contro, è inesorabilmente diventato metro di paragone per tutte le opere successive, che infatti non ne hanno uguagliato, e di tanto, ne i successi di pubblico ne tanto meno quelli di critica (salvo rari casi). Fino almeno al recente The Gentlemen, con il quale Ritchie ha pensato bene di tornare alla formula della commedia d’azione così ben rappresentata con Snatch, ottenendo risultati interessanti e gradevoli ma, di nuovo, senza ripetere il colpo grosso di allora.

Vedetevelo, Snatch: vi divertirà sicuramente, io credo, o magari vi irriterà, che tuttavia per un film del genere è comunque un “bel” risultato, per certi versi ricercato, in fondo.

P.S.: cliccate anche sulla locandina del film, lì sopra, per saperne di più al riguardo. Invece non cliccateci sopra se non volete uno spoiler!

The Gentlemen

È un piacere ritrovare in The Gentlemen il Guy Ritchie di Snatch, pellicola che ad inizio secolo mi aveva entusiasmato per il suo iperdinamismo da videoclip musicale. Poi l’avevo abbastanza perso, il regista inglese, vuoi per alcuni notevoli flop, vuoi per altre opere più dignitose ma che non hanno attratto la mia attenzione e vuoi per essere diventato, nel frattempo, il “Signor Madonna”, cosa che a mio modo di vedere non ha giovato affatto alla sua carriera, oscurandola parecchio. In The Gentlemen torna invece l’action-gangster movie in salsa ultrabritish, con un plot di quelli invero fin troppo abusati (la guerra tra malavitosi di varia natura e le rispettive gang per il controllo di un qualche traffico illegale, qui di droga) che tuttavia s’impreziosisce di un gran cast che in ogni soggetto da il meglio o quasi di sé. Certo, da Snatch sono passati vent’anni e il dinamismo di allora qui riproposto non è più una novità così entusiasmante, tuttavia Ritchie resta – come ricordavo bene – un maestro nel gestire trame intrecciate e intricate nelle quali fino in fondo non si capisce chi siano i buoni, chi i cattivi (e alla fine si scopre che il più cattivo di tutti è in fondo anche il più “buono” – non è uno spoiler, tranquilli!) e lo fa attraverso trovate filmiche piacevoli e divertenti che consentono alla pellicola di viaggiare veloce e di non finire in confusione, oltre che grazie a un notevole stile – molto british, senza dubbio – che caratterizza situazione di vernacolare raffinatezza e rende sia i buoni che i cattivi comunque cool.

Ecco, poi forse manca, in The Gentlemen, il coup de théâtre che farebbe gridare al genio – sembra sempre lì per saltare fuori ma alla fine non esce – tuttavia ciò non toglie affatto interesse o pregio alla pellicola (semmai non ne aggiunge ulteriore, appunto). Non toglie nemmeno di torno il sospetto di eccessivo tarantinismo (sì, nel senso di Quentin ovviamente) che molti contestano a Ritchie: dal mio punto di vista, però, già quell’aura molto britannica ma pure parecchio cockney che permea il film aiuta Ritchie (forse a sua insaputa, non so) a mantenersi su un binario paragonabile a quello di certe pellicole di Tarantino ma non convergente e comunque dotato di un proprio “perché”.

Insomma: un film stiloso tanto quanto ruvido e sempre divertente, peraltro palesemente costruito (e lo si intuisce bene alla fine) per avere un suo naturale sequel. Guardatevelo, e poi vedremo che ne sarà.

Paolo Paci, “L’Orco, il Monaco e la Vergine”

Racconta una leggenda che un tempo, tra le più alte montagne della Svizzera Centrale, vi fu un bruto, un “orco” anzi, che attentò alle virtù virginali di una giovane la quale venne salvata da un monaco, che si frappose tra i due per salvaguardare le virtù della fanciulla. Chissà poi per quale metatesi geografico-toponomastica, le tre figure diedero il nome alle grandi montagne che sovrastavano le loro terre: Eiger, l’“Orco”, Mönch, il “monaco”, Jungfrau, la “vergine” o “fanciulla”. Parrebbe una leggenda scaturente da chissà quali antiche narrazioni; in verità è una storiella ottocentesca, nata ai primordi dell’era turistica alpina per suggestionare e attrarre i viaggiatori che dal Nord Europa giungevano sulle Alpi Svizzere lungo i propri Grand Tour. In ogni caso è anche così, grazie a questi pittoreschi nomi, che nella famosa triade dell’Oberland bernese, con al traino l’intera regione montana del Canton Berna, identifichiamo e riconosciamo alcune tra le vette alpine più famose al mondo – probabilmente le più famose e conosciute anche iconograficamente, con il Cervino e il Monte Bianco. D’altro canto i tre gioielli alpini di roccia e ghiaccio sono incastonati in un territorio che senza alcun dubbio è tra i più spettacolari al mondo, ricco di laghi, fiumi, valli, boschi e alpeggi, un’infinità di vette secondarie ma non per questo meno scenografiche, ghiacciai, forre, gole, cascate e paesaggi da cartolina con villaggi pittoreschi, castelli monumentali, hotel da sogno, attrazioni d’ogni sorta e innumerevoli altri elementi geografici, morfologici, antropici – insomma, un piccolo-grande mondo montano che forse solo in Svizzera si può trovare o, poteri anche dire, solo gli svizzeri hanno saputo inventare.
Similmente, questo piccolo-grande mondo montano elvetico è ricco, anzi, letteralmente ingolfato di storie, fatti, eventi, imprese, episodi, cronache con protagonisti personaggi, reali o fantastici, più o meno celebri e comunque tutti quanti in grado di raccontare narrazioni affascinanti che Paolo Paci  scrittore e giornalista di viaggio milanese, ha raccolto durante il suo personale vagabondaggio nell’Oberland e poi registrato ne L’Orco, il Monaco e la Vergine. Eiger, Mönch, Jungfrau e dintorni, storie dal cuore ghiacciato d’Europa, (Corbaccio, 2020), sorta di diario in forma di reportage del proprio viaggio, a volte più cronachistico, altre più confidenziale – o meno giornalistico []

(Leggete la recensione completa di L’Orco, il Monaco e la Vergine cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Firenze, nell’Oberland Bernese

Ho sempre invidiato i viaggiatori del passato. A patto di avere un considerevole patrimonio alle spalle, potevano permettersi di investire uno o due anni della propria vita in un Grand Tour che oggi le agenzie di viaggio indiane o cinesi condensano nell’arco di una settimana: Parigi-Lucerna-Venezia, un’escursione peccaminosa a Pigalle, la cremagliera del Rigi e trenta minuti di gondola, tutto frullato in una manciata di ore, con la Tour Eiffel e il Cervino che si specchiano in laguna. Cosi avviene anche per il mondo incantato di Grindelwald, banalizzato dalla fretta e dall’omologazione: nel ricordo dei viaggiatori, al loro ritorno a casa, la Nord dell’Eiger e la facciata di Santa Maria del Fiore galleggeranno insieme nella nebbia dell’indistinto.

(Paolo PaciL’Orco, il Monaco e la Vergine. Eiger, Mönch, Jungfrau e dintorni, storie dal cuore ghiacciato d’Europa, Corbaccio, 2020, pag.200.)

P.S.#1: come fa ben intuire Paci, in questo brano, quando ci si renderà finalmente conto dei danni culturali che il turismo di massa, con le sue modalità di viaggio devianti, sta determinando ai luoghi urbani e naturali presso i quali porta i turisti (vittime e insieme carnefici del misfatto, loro malgrado), forse sarà ormai troppo tardi per poterli salvare dal conseguente destino infausto.

P.S.#2: a breve vi dirò di questo nuovo libro di Paolo Paci, qui sul blog.

Mark Twain, “Storia di doppi e doppiette”

cop_Storia-di-doppi-e-doppietteErnest Hemingway, che non abbisogna certo di presentazioni e il quale di letteratura americana è indubbio che fosse un profondo conoscitore, disse di Samuel Langhorne Clemens, universalmente noto come Mark Twain: “Tutta la letteratura americana moderna statunitense viene da un libro di Mark Twain, Huckleberry Finn.” A me verrebbe da spingermi ancora oltre, affermando che Twain fu uno scrittore fondamentale per l’intera letteratura mondiale del Novecento, per come seppe rendere intrisa di innumerevoli e fortissime peculiarità letterarie l’intera sua produzione, dai più brevi racconti fino ai celeberrimi romanzi. Del suo stile inimitabile, creativo, frizzante, sagace, sovente ribollente e caustico e sempre affascinante è ottimo esempio Storia di doppi e doppiette (Robin Edizioni 2008, 1a ediz. Biblioteca del Vascello 1992, a (ottima!) cura di Salvatore Marano: orig. A Double-Barrelled Detective Story, 1902), sorta di racconto lungo – o romanzo breve – che fu tra le ultime opere “compiute” del grande scrittore americano, in un periodo della sua vita – gli ultimi 10/12 anni, appunto – contraddistinto da momenti di profonda depressione, causata anche dal dissesto delle finanze personali dovuto ad alcune iniziative editoriale intraprese e rivelatesi fallimentari. Nonostante tali problemi, Storia di doppi e doppiette dimostra però benissimo l’assoluta lucidità e vivacità intellettuale e creativa che Twain mantenne pure in quegli ultimi anni, costruendo una storia particolarissima, ricca di sorprese, di improvvise giravolte narrative, di teatrali colpi di scena…

Leggete la recensione completa di Storia di doppi e doppiette cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!