Anche il Sasso Nero, in Valmalenco, rischia di essere devastato da una nuova (e assurda) seggiovia

[Veduta panoramica e “didattica” del Sasso Nero, tratta da www.paesidivaltellina.eu.]
Il Sasso Nero è una delle montagne più particolari della Valmalenco. Non è affatto tra le più alte (“solo” 2921 m mentre a poca distanza ci sono il Bernina e il Disgrazia con le loro alte quote e le più spettacolari imponenze morfologiche) ma ha un corpo parecchio articolato, poliedrico, con un’alternanza di pendii rocciosi e di ganda, canaloni di varia foggia, pianori erbosi, la cui sommità, facilmente raggiungibile, offre uno dei panorami più ampi e grandiosi della Valmalenco e delle Alpi lombarde, anche in forza della sua posizione centrale nell’arco dell’alta valle.

È una montagna (il cui oronimo deriva dal colore scuro delle sue rocce) poco appariscente rispetto a molte altre circostanti ma che offre bellezze e fascini notevoli, a volte inaspettati e per questo sorprendenti. E che rischiano di essere persi per sempre, visto che pure quassù si vuole imporre con la forza un nuovo impianto sciistico del comprensorio di Chiesa Valmalenco: una nuova seggiovia quadriposto «destinata al freeride, cioè allo sci fuoripista su neve fresca, in un versante dove la neve fresca, semplicemente, non c’è» come si legge in un comunicato di Mountain Wilderness Italia che trovate qui.

[Una porzione del rinomato panorama visibile dalla vetta del Sasso Nero, qui verso nord sulle cime più alte del Bernina. Immagine tratta da lemontagne.net.]
Ne scriverò anch’io a breve perché, da quanto se ne può ricavare, si palesa un ennesimo intervento illogico (come accennato, il versante sul quale verrebbe realizzato è rivolto a sud in pieno Sole e non potrà mai garantire quantità e qualità dell’innevamento, nonostante le quote) e assurdamente impattante sul paesaggio della montagna e sulla sua bellezza peculiare. Doti che, al solito, a quelli che propongono tali progetti – e che sovente si propongono come “valorizzatori” dei territori sui quali intervengono – non interessano nulla.

Nota finale al riguardo: sulla croce di vetta del Sasso Nero è posta una targa con la scritta «Quando uomini e montagne si incontrano, grandi cose accadono». Si tratta di una frase del celebre poeta inglese William Blake, che visse tra Settecento e Ottocento: parole che forse allora avevano un senso e un valore mentre oggi, in numerosi casi, quando le montagne e certi uomini s’incontrano accadono cose parecchio brutte. Purtroppo.

Il progetto “Montagna Italia”? Condanna i territori montani a un vivacchiare perenne e sterile

Leggo sulla stampa (vedi sopra ad esempio) che ammontano a 2.360.900 Euro i fondi che il Ministero del Turismo, nell’ambito dei fondi Piano Sviluppo e Coesione (PSC) rientranti nel progetto “Montagna Italia”,  ha destinato in favore della valorizzazione turistica, del potenziamento delle infrastrutture e della fruizione sostenibile dei territori montuosi della Lombardia.

Cioè, per essere chiari, tutta la montagna lombarda ha a disposizione un importo inferiore a quello che viene speso (e sovente finanziato dalla stessa Regione) per realizzare una sola seggiovia, e non delle più grandi:

[Tabella tratta da www.funivie.org.]
«Con ‘Montagna Italia’ puntiamo a rafforzare il sistema montano italiano» dichiara il Ministro del Turismo. A me pare invece che qui il “principio” ormai da tempo utilizzato sia quello espresso da quel noto detto milanese: piutòst che negót, mèi piutòst, “piuttosto che niente, meglio piuttosto”. Ma così non si rafforza affatto la montagna italiana, semmai la si condanna a un eterno vivacchiare, a un tirare avanti zoppicando, probabilmente funzionale a rendere i territori montani inevitabilmente costretti a sottostare alle mire dell’industria turistica, che infatti viene ben di più finanziata dagli enti pubblici (in Lombardia e non solo), nel frattempo facendo credere di sostenerla e addirittura di “rafforzarla”.

Tuttavia, se la politica spesso e volentieri mente, i numeri non mentono mai e, come detto, rendono da subito chiare le cose. La montagna italiana abbisogna e merita molto di più di quelle “mancette” che sembrano elargite solo per tenerla zitta e buona: innanzi tutto alle nostre montagne serve la volontà politica di sostenerle veramente, inoltre occorre la visione necessaria a progettare per esse e le loro comunità il miglior futuro possibile. E non solo possibile ma necessario, vista la realtà che stiamo affrontando. La politica del piutòst che negót, mèi piutòst non alimenta la rapida rinascita ma la lenta agonia delle nostre montagne. Lo si sappia, quanto meno.

Scavare gli alvei dei corsi d’acqua previene le inondazioni? NO! (Ma in Lombardia lo ignorano!)

Perché la Lombardia decide di escavare gli alvei dei propri corsi d’acqua per estrarre materiali litoidi (sabbie e ghiaia in genere, in pratica)? Per prevenire e evitare le piene?

NO!

Per fare mera propaganda politica, dando una risposta semplice e facile, dunque facilmente vendibile all’opinione pubblica, ad un problema complesso, che in vari modi si può risolvere ma di certo non mettendo ruspe nei corsi d’acqua a scavarne i fondali.

[Il fiume Brembo in piena in alta Valle Brembana nel settembre 2023. Immagine tratta da www.valbrembanaweb.com.]
Così dice Michele Presbitero, ex Segretario Generale Autorità di Bacino del Po nonché direttore del Servizio Geologico regionale lombardo, uno dei massimi luminari italiani in tema di gestione dei corsi d’acqua, commentando un articolo di Michele Comi, assai nota guida alpina valtellinese nonché a sua volta geologo:

La proposta della Giunta Regionale sulle escavazioni dei corsi d’acqua è da pazzi. L’asportazione di materiali litoidi dall’alveo di un fiume determina l’approfondimento del profilo di fondo dello stesso aumentando di conseguenza la pendenza delle sponde e la velocità dell’acqua, aumentando il potere erosivo del deflusso e di conseguenza provocando il possibile franamento dei versanti del corso d’acqua, l’abbassamento del profilo di fondo e lo scalzamento delle fondazioni dei ponti che lo attraversano. Al riguardo un esempio notissimo agli addetti ai lavori è quello di Mantello in Valtellina, con frane di versanti fluviali e lo scalzamento del ponte che poi venne chiuso al traffico per molto tempo. Si potrebbe scrivere molto di più con esempi eclatanti anche sul Po quando ero Autorità di Bacino.

E così Presbitero conclude:

Sono disponibile a un incontro con il Presidente Fontana che mi conosce benissimo, per illustrargli i pericoli di tali proposte di legge. Il PAI cosa esiste a fare? Vedi la prima legge nazionale sulla Difesa del Suolo, del 1989!

[Presbitero in Valtellina nel 1997, anno della disastrosa alluvione per contrastare la quale si rivelò una figura fondamentale, grazie alle decisioni prese che contribuirono a salvare molte vite. Immagine tratta da www.mentaerosmarino.it.]
Aggiunge Michele Comi:

L’unica cosa che ha senso asportare dall’alveo di fiumi e torrenti sono i tronchi d’alberi d’alto fusto. La mentalità della draga, dell’asportazione forzata di sabbia, ghiaia e ciottoli per far spazio al deflusso è figlia di chi intende il torrente come collettore dei nostri rifiuti, dell’illusione dell’imbrigliamento salvifico, della rincorsa a sottrarre lo spazio di divagazione vitale delle acque per farci strade, villette e unità di produzione.

Il PAI, per la cronaca, è il Piano per l’Assetto Idrogeologico, uno strumento fondamentale della politica di assetto territoriale delineata dalla legge 183/89, con il quale in ogni regione viene avviata la pianificazione di bacino per la quale il PAI costituisce il primo stralcio tematico e funzionale. Uno strumento che evidentemente la Giunta lombarda in carica non conosce oppure, io temo di più, ignora bellamente per mere ragioni di propaganda e di tornaconti politico-amministrativi, come appunto rimarca Michele Comi. Spendendoci sopra chissà quanti soldi pubblici, per l’ennesima volta dati in pasto alla superficialità e all’incompetenza: tanto, al solito, che ne subirà le conseguenze saranno i cittadini comuni – noi tutti. Cornuti e mazziati o, per meglio dire, fregati – dai soldi delle proprie tasse – e inondati, dalle piene che ancora accadranno nei fiumi lombardi. Ecco.

Sul “sabotaggio” della pista di bob di Cortina

La vicenda del presunto “sabotaggio” della pista di bob di Cortina, ovviamente finita in nulla perché basata su una palese falsità messa in giro da personaggi a dir poco indegni, è l’ennesima dimostrazione della disdicevole gestione delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Un evento che avrebbe potuto dare lustro e innumerevoli vantaggi all’Italia per lungo tempo e invece rischia di rappresentare da subito e per diversi aspetti un disastro.

[Il “sabotaggio” era questo. Immagine tratta da www.ilpost.it.]
D’altro canto ciò è inevitabile se si articola la gestione di un evento del genere in maniera ideologica e strumentale a fini che con l’evento non c’entrano nulla, senza elaborarvi intorno delle visioni strutturate e con esse costruirvi un progetto di lungo termine a beneficio dei territori coinvolti (e, per carità al riguardo non si tiri fuori la baggianata della “legacy olimpica”!). Invece, al netto delle opere e della loro bontà, si sta dando corso all’ennesimo teatrino italico fatto di affarismi, incompetenze, meschinità, personalismi, bassezze nonché di noncuranza verso le istanze delle comunità locali, tagliate fuori da qualsiasi dinamica partecipativa legata non solo all’evento ma soprattutto alla gestione da esse abitati. Cosa ancor più grave se si considera che stiamo avendo a che fare con territori montani bellissimi, pregiati, delicati, bisognosi di attenzioni e di cure specifiche, non di menefreghismi e imposture.

 

«Le Olimpiadi di Milano-Cortina sono state un successo.» Scommettiamo?


Le Olimpiadi di Milano-Cortina sono state un successo!

Già.

Diranno così, appena conclusi i Giochi.

Ma vado con ordine.

Manca meno di un anno dall’inizio delle Olimpiadi e ancora molte opere sono in alto mare o quasi. Tuttavia vedrete che per febbraio 2026 quelle necessarie ai Giochi saranno pronte e allora diranno delle «grandi capacità italiane», dell’«efficienza della macchina olimpica», di quanto sia stato «bravo» questo e quello, eccetera. Ci si sta già preparando al riguardo, d’altronde – ah, giusto, dimenticavo l’ormai superclassico «miracolo italiano»:

Poi le gare olimpiche in sé andranno come andranno, agonisticamente parlando, e appena finite le Olimpiadi diranno che sono state «un grandissimo successo», probabilmente «le più belle mai fatte», «grande orgoglio italiano/lombardo/veneto», che i visitatori saranno stati tot miliardi e altri tot miliardi i telespettatori e tutti si daranno gran pacche sulle spalle facendosi reciprocamente i complimenti e alzando le dita al cielo nel segno della vittoria.

Poi, per un paio d’anni, diranno dell’“eredità/legacy olimpica”, dell’indotto, di quanti miliardi i Giochi hanno fatto guadagnare ai territori, di quanti turisti avranno attirato nelle località olimpiche, del tot per cento di aumento delle presenze. Nel frattempo, molte delle opere rimaste incompiute languiranno tra vari problemi tecnici e burocratici e mancanza di fondi.

Poi, negli anni successivi, cominceranno a saltar fuori i debiti, i buchi di bilancio, i danni economici e ambientali ai territori, nel mentre che alcune opere olimpiche subiranno i primi degradi e qualcuno già parlerà di abbattimenti e riconversioni. I tanto decantati indotti a favore dei territori olimpici saranno già svaniti nel nulla e dell’eredità olimpica nessuno ricorderà più niente. A parte quelli che da essa alla fine avranno ottenuto solo danni, bontà loro.

Ecco.

Scommettiamo che andrà così?

In fondo è una storia già scritta (il “libro” di Torino 2006 è lì da leggere, chissà come mai gli organizzatori di Milano-Cortina 2026 non citano mai quei Giochi o ne parlano come fossero avvenuti un secolo fa quando invece sono passati solo vent’anni!), è un testo che non può variare perché non varia la mentalità e l’atteggiamento versi i territori e le comunità coinvolte di chi tiene le redini politiche e amministrative di essi in generale e di questi eventi nello specifico. Anzi, sono pure peggiorati col tempo.

Be’, questo è quanto. Ci risentiamo tra quale anno e, nel frattempo, buona fortuna a tutti, che ce n’è proprio bisogno!

Michele-Comi_Olimpiadi
[Illustrazione di Michele Comi.]