Alessandro Gogna per “La Montagna Sacra”

Il concetto di no-limits è una bestemmia, non sta in piedi ed è l’ostacolo numero uno alla ricerca del Sacro, dove per “Sacro” si intende qualcosa di diverso da noi, soprattutto diverso dal nostro volere, dalla nostra volontà, dalla nostra intelligenza, dal nostro sapere. […] Quello che mi auguro è che sempre più persone possano accettare che tutto sommato siamo esseri limitati, che la natura è molto più potente di noi, che dobbiamo vivere insieme alla natura e non contro, come abbiamo fatto finora, e quindi sempre più persone possano entrare in questo meccanismo, secondo me, virtuoso. Basta con la civiltà dei consumi e della conquista, ma invece una civiltà che viva nell’habitat che ci è stato dato, e che stiamo rovinando.

[Alessandro Gogna, videointervista di Mirko Sotgiu per “MountainBlog” sul progetto Una Montagna sacra per il Gran Paradiso.]

La miseria mentale corre sulle ciclovie montane

Ahinoi nessun arresto, nessun sussulto di inorridimento si alza per la devastazione in corso dei sentieri valtellinesi, in nome di inarrestabili smanie di ristrutturazioni viabilistiche. Una miseria mentale che corre sulle nuove ciclovie e sulle maledette biciclette elettriche. Quanto vale una radice? Un gradino di pietra, un muro storto? Un piccolo solco inciso nella cotica erbosa, contornato dai rododendri? Cosa rappresenta una vecchia pista? Un’antica via? Cosa giustifica la cancellazione dei segni di passaggio impressi nei sentieri noti e meno noti disseminati sulle nostre montagne? Per secoli abbiamo camminato a piedi per queste vie accidentate, aperte a tutti. Generazioni di donne e uomini hanno vissuto e lavorato lungo questi sentieri. Oggi stanno sparendo, non solo per l’assenza di una misurata manutenzione ordinaria collettiva, ma per l’insana follia di “valorizzazione” che li vede sacrificati in nome di una nuova accessibilità. Interventi fuori misura, centrati su un’idea distorta superficiale e fuorviante di inclusione, che equipara le barriere naturali con quelle architettoniche. Perché in ossequio alla moda della “ciclabilità” arriviamo ad eliminare radici e gradini troppo alti, raccordare dislivelli creati dalla presenza di rocce affioranti o creare nuovi passaggi in corrispondenza dei guadi o di alcune zone paludose? Perché le flebili forme di “valutazione di incidenza” producono pagine e pagine di relazioni vuote, che considerano la tutela solo in funzione di motivazioni economiche, di aree protette, del computo analitico di emissioni, senza considerare che, almeno in alcuni luoghi particolari, la semplice alterazione permanente di un sentiero di grazia costituisce valido motivo per lasciarlo così come da sempre lo conosciamo?
[Clic.]
Michele Comi, sulla propria pagina Facebook il 7 dicembre 2022, riassume efficacemente tutta la pericolosità di tante attuali iniziative di “valorizzazione” turistica delle montagne: prive di qualsiasi cultura, conoscenza, competenza, sensibilità, cura, visione dei monti, e ricche di prepotenza, boria, imperizia, incultura, egoismo nonché di finalità del tutto avverse alla realtà passata, presente e futura delle terre alte. Il primo passo per poter fare cose buone, in montagna, è opporsi fermamente a queste cose pessime, l’atto basilare per innovare paradigmi altrimenti obsoleti, fallimentari, pericolosi e finalmente cambiare le sorti dei territori montani. Per il bene loro e di noi tutti. (Nell’immagine in testa al post: Il benessere si esplicita in fondoschiena robusti, disegno di Giuseppe Galimberti, tratto da Memorie di un architetto di provincia.)

Camanni, Gogna e Mingozzi per “La Montagna Sacra”

 

MountainBlog Italia” ha dedicato un ottimo reportage, firmato da Mirko Sotgiu, alla presentazione del progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso” svoltasi sabato 26 novembre al Museo Nazionale della Montagna di Torino, raccogliendo anche in video le testimonianze di tre dei più illustri componenti del comitato promotore del progetto (del quale mi onoro di far parte): Antonio Mingozzi, professore associato di Zoologia all’Università della Calabria, di Ecologia presso il Dipartimento di scienze veterinarie all’Università di Torino e past direttore del Parco Nazionale del Gran Paradiso, Enrico Camanni, scrittore, saggista, giornalista, alpinista, uno dei maggiori esperti di cultura di montagna italiani, e Alessandro Gogna, alpinista di fama internazionale, guida alpina, consulente ambientale e storico dell’alpinismo.

Vi propongo le tre videotestimonianze di seguito sottolineandone il valore rilevante, per il progetto specifico ma pure al di là di questo, per i temi della salvaguardia ambientale dei territori montani e non solo, mentre per saperne di più sul progetto de “La Montagna Sacra” e sottoscriverlo potete cliccare qui. I miei interventi al riguardo invece li trovate qui.

Buona visione!

P.S.: e ribadisco i più sentiti ringraziamenti a Mirko Sotgiu per il prezioso lavoro svolto!

Delitti montani

Delitto”. Da delìnquere, derivante dal latino delinquĕre che significa «venir meno (al dovere)», a sua volta forma composta di de- e linquĕre «tralasciare».

Così si legge sul Vocabolario Treccani alla relativa voce. Ecco, di fronte a certe azioni, ai progetti che vi stanno alla base e a quelli che si vorrebbero forzatamente imporre ai territori di montagna e che ad essi appaiono palesemente avulsi, fuori contesto, rozzi, impattanti, degradanti, io dico che bisognerebbe cominciare a definirli per ciò che realmente sono: delitti, contro la montagna, la sua cultura, il suo buon futuro e contro le comunità che le abitano, soggiogate a tali politiche così deviate e convinte ipocritamente che siano attuate per il loro bene, il che ne accresce la natura bieca.

In effetti avrei potuto utilizzare un termine ancora più forte come “crimine”, ma voglio coltivare – forse con eccessiva ingenuità – una pur flebile speranza che i promotori di quegli interventi vogliano arretrare rispetto ai passi finora compiuti e non andare invece ancora oltre, comprendendo finalmente la portata e l’impatto delle loro azioni e delle decisioni antecedenti non solo nella realtà presente ma soprattutto in quella futura e sotto ogni punto di vista.

Dunque, quello immortalato da Michele Comi nelle immagini presenti in questo post (è la nuova “ciclovia” realizzata in Val Poschiavina, laterale della Valmalenco famosa per la sua bellezza alpestre un tempo meravigliosamente intatta e ora vergognosamente sfregiata dalle ruspe) per me è un delitto, punto. E lo sono gli innumerevoli altri interventi basati sulla stessa deviata e pericolosa forma mentis: delitti, cioè – si veda la definizione lì sopra – atti che vengono meno al dovere di salvaguardare e di sviluppare virtuosamente la montagna in quanto patrimonio di tutti, azioni che tralasciano qualsiasi cura e consapevolezza verso i territori montani e le loro realtà naturali e antropiche. Delitti, non altro.

Delitti, ribadisco.

DELITTI. Ok?

Ecco, posto quanto sopra, è sempre più fondamentale che la montagna torni ad essere considerata tale: quale ambito culturale, economico, sociale, antropologico, patrimonio prezioso di tutti e poi, in base a ciò, gestita politicamente in modo consono alla sua realtà, ai suoi bisogni, a ciò che realmente si può definire “sviluppo” nel senso più ampio e compiuto del termine. Si smetta dunque una volta per tutte di considerarla un oggetto di consumo da patrimonializzare e vendere ovvero un banale divertimentificio ad uso di un turismo volgarizzante, e trasformata in un luna park le cui giostre risultano inquinanti non solo ecologicamente ma pure, e soprattutto, culturalmente. Altrimenti una sorte assai triste per le montagne e per chiunque le frequenta, da semplice visitatore o da residente stanziale, sarà inevitabile.

Usiamo i giusti termini, quindi, per definire certi “progetti”, fino a che le giuste azioni – consone, contestuali, equilibrate, meditate, sensate, virtuose, proficue, belle e ben fatte – a favore delle montagne non verranno finalmente attuate.

P.S.: qui potete leggere un articolo che “La Provincia di Sondrio” ha dedicato alle osservazioni di Michele Comi in merito ai nuovi progetti turistici presentati per la Valmalenco.

Una “Montagna sacra” per rendere libere tutte le altre

La presentazione del progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso” svoltasi sabato presso la Sala degli Stemmi del Museo Nazionale della Montagna di Torino è andata benissimo, anche oltre le più rosee previsioni in primis per quanto ha riguardato l’affluenza, soprattutto se rapportata al carattere particolare del progetto e alla sua proposta altamente simbolica seppur potente ma senza dubbio non immediata, da meditare e comprendere e d’altro canto ricchissima di potenziali concretizzazioni sul campo, con il Monveso di Forzo “Montagna Sacra” quale icona alpestre e egida per una nuova e paradigmatica consapevolezza nei confronti dell’ambiente naturale e della sua salvaguardia che va ben oltre la mera localizzazione geografica della vetta prescelta, legata al centenario del Parco Nazionale del Gran Paradiso.

I relatori intervenuti alla presentazione hanno proposto contributi ottimi, intriganti e illuminanti, con i quali hanno saputo fortificare ancor più il concetto e il messaggio fondamentale del progetto riconnettendone la carica simbolica originaria a una concretezza scientifica e umanistica solida e inconfutabile: credo che grazie a ciò i presenti a Torino abbiano ben capito la notevole sostanza culturale che sta alla base del progetto e sciolto qualsiasi dubbio o perplessità magari prima formulati. Importanti sono stati anche gli interventi dei relatori esterni al comitato promotore del progetto: il presidente del Comitato Direttivo del CAI Piemonte, il Direttore del Parco Gran Paradiso, il sindaco di Ronco Canavese (nel cui territorio si trova il Monveso di Forzo) e il rappresentante di “Fridays for Future” Torino, la cui presenza ha mostrato la forza aggregativa e manifestato la condivisione dell’idea del progetto, due peculiarità fondamentali per la sua diffusione e per la comprensione consapevole del messaggio basilare.

Poi, alla fine della mattinata, alcuni dei presenti con cui ho potuto conferire mi hanno chiesto: «E ora?» Be’, ora, io credo, bisogna essere consci che la giornata di sabato non è stata una meta (se non a livello pratico per noi del comitato promotore) ma un importante e responsabilizzante punto di partenza: come qualcuno ha fatto ben notare, il progetto de “La Montagna Sacra” deve essere raccontato il più possibile e con crescente diffusione, stante la sua potente valenza emblematica e le innumerevoli possibili e proficue ricadute concrete nei territori montani in merito alla loro salvaguardia – potenzialmente in ogni territorio che subisca “turistificazioni” aggressive e invasive, ed è inutile rimarcare quanti ve ne siano un po’ ovunque, soggiogati a tali pratiche degeneranti non solo dal punto di vista ambientale. Il progetto, come ho già denotato, ha tutti i crismi per diventare “iconico” e rappresentare un “nuovo” o differente modus operandi certamente concettuale nella forma originaria ma, appunto, facilmente applicabile con la sua filosofia pragmatica alla sostanza della gestione (politica e non solo) dei territori naturali di pregio e alla necessaria ricostruzione di una cultura ambientale consapevole e neoparadigmatica, base indispensabile per qualsiasi buon sviluppo futuro delle montagne e non solo.

Dunque, il lavoro a favore della “Montagna Sacra” non finisce affatto qui e semmai qui comincia, attraverso iniziative future delle quali sarà data notizia a tempo debito e ancor più, ribadisco, per concretizzare la forza simbolica del progetto in un’azione culturale concreta, sensibile, costantemente aperta a qualsiasi contributo, diffusa e mirata, per quanto possibile, alla generazione un nuovo (e quanto mai necessario) immaginario nei confronti della frequentazione antropica dei territori di montagna. Un immaginario forte della rigenerata cultura ambientale sopra citata e per il quale la consapevolezza del limite e la libertà (perché di questo si tratta in confronto alla soggiogante prepotenza del “no limits”) di sapercisi adeguare in base alle proprie capacità, senza nulla togliere al godimento pieno e consapevole delle bellezze della montagna, rappresentano la base per un piccolo ma prezioso atto rivoluzionario che ciascuno di noi può manifestare e praticare. Sperando sia concretamente utile, per le montagne e per chiunque le voglia frequentare.

P.S.: le foto in testa al post sono mie e sono inesorabilmente mediocri ma in modo inversamente proporzionale al loro valore testimoniale riguardo l’evento di sabato. Sono riconoscibili alcuni dei relatori durante i loro interventi: Alessandro Gogna, Guido Dalla Casa, Riccardo Carnovalini e il sindaco di Ronco Canavese Lorenzo Giacomino.