Non si comunica più, con tutto questo rumore (Emil Cioran dixit)

Da dieci o vent’anni non succede quasi più niente in ambito letterario. Esiste una marea di pubblicazioni, ma c’è una stagnazione spirituale. La causa di ciò è una crisi di comunicazione. I nuovi mezzi di comunicazione sono straordinari, ma provocano un immenso rumore.

(Emil Cioran*)

Dunque… Cioran morì nel 1995, dunque ben prima che i “nuovi mezzi di comunicazione” diventassero ciò che oggi sono, così come ben prima che l’editoria si palesasse per ciò che è ora. Eppure questa sua affermazione – risalente quanto meno a 22 anni fa, appunto – era già allora, ed è ancora oggi, “perfetta” in tutto.
Drammaticamente perfetta.

(*: citazione letta sul web, fonte ignota. Ogni indicazione al riguardo è gradita.)

Rivalorizzare la Montagna… con le moto?

(P.S. – Pre Scriptum: quello che potete leggere di seguito è il testo di una “lettera aperta” inviata tramite il blog Alta Vita – e anche lì pubblicata – al Sindaco di Bergamo nonché Assessore Provinciale al Turismo Giorgio Gori su un caso, a mio modo di vedere, assolutamente emblematico circa i temi di gestione ambientale del territorio (di montagna, in tal caso, ma non solo) di cui concerne e, ancor più, sulla percezione “politica” che della Montagna le istituzioni spesso palesano e pretendono di imporre.)

Ill.mo Sindaco Gori,

posti in primis tutta la stima e il rispetto nei Suoi confronti, e riguardo alla questione della pista di enduro di Dossena, in Val Brembana, c’è una cosa che dal nostro punto di vista appare veramente non accettabile ovvero assolutamente da oppugnare, anche più – in linea di principio – del progetto di ampliamento della pista in sé, che magari è pure stato redatto con autentica cura per l’ambiente (nonostante in molti non la pensino così e argomentino in modo articolato tale loro posizione).

Non accettabili sono le Vostre affermazioni pubbliche a sostegno del progetto ove Voi dichiarate che rappresenti un’opportunità “per potenziare il turismo in Valle” la quale “potrebbe contribuire alla specializzazione turistica e all’economia della Valle”. Ci risiamo, insomma: quando c’è da imporre un progetto di natura considerabilmente impattante (in senso materiale e immateriale) in un territorio dotato tanto di criticità ecologiche quanto bisognoso di rivalorizzazione sociale, antropologica, culturale ed economica – come è il caso dei territori di montagna, ormai sempre più disingannati rispetto al miraggio della ricchezza che prometteva lo sci su pista – ecco che si tirano fuori le solite frasi ad effetto: “potenziare il turismo”, “rilanciare l’economia”, “far rinascere la montagna”, eccetera.
Cioè, per essere chiari: Voi vorreste rilanciare una zona di montagna – sottolineiamo: di montagna, geograficamente prealpina ma con caratteristiche ambientali prettamente alpine – facendo scorrazzare delle moto tra i boschi? Forse che il Genius Loci dossenese si aggiri per le foreste del Monte Vaccaregio su una rumorosa due ruote?
Ribadiamo, magari avete pure ragione, in termini meramente turistici (ci permettiamo tuttavia di essere assai dubbiosi al riguardo: “25 mila appassionati tra Italia, Austria, Germania e Svizzera” non sono nulla!) ma per favore: per onestà intellettuale, culturale, politica, non si venga a dire che tutto questo è sinonimo di “rilancio della montagna”!

Il vero “rilancio” – la rivalorizzazione delle risorse ambientali e umane, della socialità, della cultura e dell’identità culturale, del senso civico dei residenti a supporto della miglior gestione politica e amministrativa dei territori di montagna oltre che dei migliori progetti di sviluppo economico – non passa certamente attraverso l’uso meramente ludico in ambiente dei mezzi motorizzati! Sarebbe come pretendere di aiutare la popolazione di territori afflitti da gravi siccità idriche installando distributori automatici di bevande in lattina! Di ottimi progetti per un vero e virtuoso rilancio di intere zone di montagna ce ne sono in atto numerosi, sulle Alpi e sugli Appennini: date loro un occhio e verificate se in essi vi siano tracce di piste di enduro o di altre inopinate amenità motoristiche, ennesimo frutto di una visione e di un atteggiamento nei confronti della montagna pesantemente antropizzanti e colonizzatrici, identici a quelli che nei decenni scorsi hanno (ad esempio) piazzato impianti di risalita e condomini di infimo pregio architettonico ovunque, e in bergamasca soprattutto, coi risultati (e i fallimenti) che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

D’altro canto, a proposito di bergamasca, non si può non ricordare la non eccelsa fama locale proprio in merito a mezzi motorizzati “impropri” sui sentieri – sì, ci riferiamo alle “bandiere nere” assegnate da Legambiente ai comuni di Bossico e Rovetta “per non avere messo in atto alcuna attività di contrasto al transito abusivo e invasivo dei mezzi motorizzati sui sentieri e le strade agro-silvo-pastorali (VASP) ed avere autorizzato manifestazioni motoristiche che hanno interessato prati e boschi consentendo in tal modo lo sviluppo di una forma di turismo ai limiti della legalità e di raid motoristici fuoristrada.” La frequentazione della pista di Dossena eliminerà quella “forma di turismo” lungo sentieri e mulattiere chiuse al transito dei mezzi motorizzati, oppure c’è il rischio concreto che “normalizzi” la presenza di motociclette pure lungo tali vie prettamente escursionistiche in ambienti naturalistici di pregio? Posto tutto ciò, la questione della pista di Dossena ci pare il classico elefante a zonzo in una cristalleria la quale abbia già subìto notevoli danni!

Per concludere: già tante associazioni, esperti di temi ambientali e privati cittadini stanno entrando nel merito dell’opportunità e delle criticità del progetto della pista in Val Brembana; da parte nostra ribadiamo di nuovo: ogni atto “politico” avente effetti sul territorio, se non ha alla base un’adeguata dose di onestà intellettuale che tenga ben lontano qualsiasi eventuale (e letale) pericolo di contaminazione da ipocrisia, facilmente genererà danni. E non solo al territorio o alla sua rivalorizzazione, ma – anche di più – alla cultura di esso e della gente che lo vive.

(Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo a cui fa riferimento, tratto dal Corriere della Sera. Trovate altri articoli al riguardo qui, sempre dal Corriere della Sera, e qui, dal blog Mountcity.)

Iniziare l’anno con un “botto” – di cultura!

gazzetta-di-reggio-27-dicembre-2014-bottiE’ suggestiva la provocatoria idea suggerita nell’articolo soprastante (cliccateci sopra per leggerlo in un formato più grande), i dettagli del quale potete conoscere qui. Per lo scrivente, al quale l’abuso di botti a fine anno genera estrema irritazione (perché passi anche il popolano folclore della “tradizione” in sé, se è lecito definirla così, ma tutto c’è un limite, soprattutto quando a deflagrare per primi sono educazione e rispetto) un’idea del genere non può che risultare interessante. Tuttavia mi chiedo: a prescindere dal fatto che non è provabile un eventuale legame diretto tra esercizio della lettura dei libri e pratica smodata dei botti di fine anno (ma forse è intuibile), quanti di coloro che spendono cifre sovente folli per petardi d’ogni genere, sorta e potenza e si trastullano nel vederli/sentirli scoppiare (il che peraltro mi pare tanto, pure questo, un modo – assai primitivo, ma tant’è – per richiamare attenzione su di sé ovvero una sostanziale denuncia inconscia della propria inconsistenza sociale – ok, sto congetturando, ora…) sarebbero disposti a spendere altrettanti denari per l’acquisto di libri? Da leggersi quando pare e piace, ovvio, non proprio nella notte di Capodanno – credo sia inutile rimarcare ciò.

Alla fine, la questione torna al consueto nocciolo: forse rappresenterebbe la fonte di un problema la constatazione d’un paese di lettori forti che si diverte a scoppiare petardi, lo rappresenta ancor di più quella di un paese che si diverte così tanto a scoppiare petardi il quale non legge – per sua grande parte – nemmeno un libro all’anno, e per altra grande parte ne legge solo uno (e lasciamo stare il genere che quell’unico libro letto!)
Ma rappresenta un problema, questa constatazione, anche a prescindere dai petardi di fine anno. Anzi, altro che “problema”: è un dramma, ben più deflagrante – culturalmente, e non solo – pure della Bomba (o Pallone) Maradona più potente.

P.S.: e alle amministrazioni di quelle località che proibiscono del tutto i botti, sia pubblici che privati, sia denotato che non è di contro affatto proibito devolvere anche solo un decimo della spesa risparmiata per gli spettacoli pirotecnici di piazza all’acquisto – ad esempio, e per restare in tema – di testi letterari a vantaggio delle proprie biblioteche pubbliche. No? Sarebbe un inizio anno veramente promettente per luoghi pubblici fondamentali che, purtroppo non di rado, iniziano gli anni senza avere certezza di poterli finire!

Se non mi trovate, sono nel bosco!

A volte percepisco una sorta di disequilibrio tra me e il mondo degli uomini, la società umana – almeno quella quotidiana nella quale mi tocca (volente o nolente) stare – una disarmonia inquieta che mi genera uno stato di estraneità interiore – nulla che si veda dal di fuori, sia chiaro – un sentirmi “fuori schema” e non conta che ciò sia per chissà qual mia improbabile e originale virtù o più plausibile mia colpa ovvero di quelle altrui – non è la solita questione del sentirsi “diversi” (da cosa, poi? E cos’è la diversità, cos’è la normalità? Chi si differenzia da chi, e in base a cosa?) ma, più semplicemente e peculiarmente, una dissonanza spirituale. Lo stare in un posto perché così dev’essere e non capire del tutto il perché, ecco.
Di contro, se c’è un ambito nel quale percepisco più che altrove una sensazione interiore di benessere, di essere in un luogo amico, accogliente in senso pienamente bio-logico, per così dire, è certamente il bosco. Mi troverete lì, nei momenti suddetti. Mi ci immergo come in una dimensione, uno spazio-tempo altro, assolutamente terreno e al contempo profondamente trascendentale, metafisico, vi girovago spesso senza mai sentirmi smarrito – anzi, tutt’altro – e in effetti, devo confessare, è così anche perché con le piante mi ci ritrovo a parlare, e ci faccio delle chiacchierate ben più argute di quelle che certi umani consentono. La dico con fare spiritoso, ‘sta cosa, perché so benissimo che quando la racconto i miei interlocutori in tal modo la intendono e insieme ci scherziamo sopra.
Tuttavia non sto scherzando mica troppo, in verità. Perché è il bosco, più di qualsiasi altro ambiente, che contribuisce a riallinearmi col mondo d’intorno, ad armonizzare nuovamente quelle percezioni dissonanti di cui ho detto, a insegnarmi – le piante, intendo – quale sia l’equilibrio necessario tra presenza ed essenza, tra forza e levità vitali, tra senso e sostanza della vita. Ben più di molti uomini, appunto, mi permetto di ribadirlo. Appoggio la mano sui tronchi e sento – credo di sentire, mi convinco, mi illudo o quant’altro ma tant’è, la cosa non cambia – scorrere più energia vitale (no, la linfa non c’entra) che in innumerevoli altri luoghi convenzionalmente ritenuti “vivi” ma che di viva hanno forse solo una cospicua immaginazione indotta.
Non so se possieda i “titoli” e possa ambire al titolo di Homo sapiens, forse ho più probabilità di poter essere considerato un Homo silvanus, ecco. Nonostante per molti il bosco non sia che un posto pieno solo di “cose” in forma di fusti legnosi fastidiosamente fitti, se non pure piuttosto inquietanti.
Beh, da Homo silvanus, a costoro vorrei dare un caloroso consiglio: imparate ad ascoltarle, le piante, quando avete la fortuna di vagare per i boschi. Vi insegneranno moltissimo. E se nel bosco mi trovate a vagare, come facilmente potrebbe accadere, non disturbatemi più di tanto – anche se sarò felice di incontrare pure voi, in un ambito così profondamente vitale e benefico.

P.S.: le immagini in testa al post sono tratte da qui.

Rumore, rumore, rumore. Troppo rumore.

restaurant-noiseRumore. Ribadisco, c’è troppo rumore, nei locali pubblici e in altri similari ambiti, anche in quelli dove una certa quiete sarebbe ordinaria e gradita prerogativa. Certa gente alza sempre più il tono di voce, come se si rendesse conto (inconsapevolmente, spero) che, non dicendo/raccontando nulla di interessante, sia il volume vocale l’unico strumento per farsi notare e attrarre attenzione, ovvero per non palesarsi in tutta la propria effettiva e cronica insignificanza.