Geografo, ma anarchico. Élisée Reclus, storia di un uomo libero.

Come già fatto in altre simili occasioni, propongo qui i materiali documentali utilizzati per la puntata di RADIO THULE del 17 novembre 2014 dedicata ad Élisée Reclus (QUI il podcast), geografo, scienziato, attivista politico, filantropo tanto misconosciuto quanto fondamentale per la nostra visione e concezione del mondo in cui viviamo – del quale peraltro disquisii anche QUI.
Della sua misconoscenza me ne sono reso conto anche durante la presentazione di un recente lavoro cartografico al quale ho contribuito (curando i testi delle schede di inquadramento geografico e storico-culturali relative), e nella qual presentazione il mio intervento si è basato anche sui dettami grazie ai quali Reclus seppe rivoluzionare la disciplina geografica, appunto. Non c’è alcuna colpa in chi non lo conosca, ovviamente, e pure io mi ci sono imbattuto abbastanza per caso: al solito molti personaggi fondamentali per l’evoluzione della civiltà umana vengono dimenticati per far posto a tanti altri del tutto evanescenti, se non inutili e/o dannosi… Reclus, invece, fu veramente un rivoluzionario delle scienze geografiche, padre spirituale di una “geografia sociale” in grado di cambiare il punto di vista comune sul nostro pianeta, sulla sua storia e la sua raffigurazione, nonché anticipatore di molte delle discipline legate a quelle scienze geografiche, dalla gestione del suolo all’ecologia, dall’antropologia culturale in chiave moderna all’ambientalismo.
Da conoscere, insomma, senza dubbio alcuno, e spero qui di potervi offrire qualche spunto iniziale per “incontrare” Reclus e, magari, approfondire sempre più la sua conoscenza.

Élisée_Reclus,_1903Un uomo libero
di Béatrice Giblin

“Ho girato il mondo da uomo libero…”. Così Élisée Reclus si presenta ai suoi lettori. Affermazione assolutamente legittima se si ha presente la sua vita. Che un geografo percorra il mondo è più che normale anche se nel XIX secolo sono ancora in pochi a farlo; ma che rivendichi a piena voce di averlo fatto da uomo libero, questa non è una cosa del tutto ordinaria, tant’è vero che i geografi avevano fama di conservatori, e i pochi che non lo erano, avrebbero trovato incoerente e fuori luogo proclamare le proprie convinzioni politiche al termine dell’introduzione di un libro di geografia fisica! E la stessa cosa vale per oggi.
Ma Élisée Reclus non è affatto un geografo come gli altri; ebbe la strana idea di essere un geografo libertario. E il prezzo di questa audacia fu, dopo la sua morte, il silenzio e l’oblio, malgrado la ampiezza della sua opera. Chi conosce oggi Élisée Reclus? Chi sa che fu un geografo estremamente celebre nel XIX secolo?
Se gli anarchici lo riconoscono come uno dei loro (fu amico di Bakunin e di Kropotkin), i geografi francesi l’ignorano altezzosamente, come se Reclus non fosse stato che un oscuro geografo di un’epoca “prescientifica”. E tuttavia la sua fama è dovuta ben più alla qualità dei suoi lavori geografici che alla portata teorica dei suoi scritti anarchici. Questo scienziato aveva acquisito una notorietà internazionale, gli scienziati dell’epoca lo ritenevano uno dei migliori, tutti lo consideravano un geografo di grande talento. E la gente non si fece ingannare: le sue opere vennero pubblicate in migliaia di copie, furono riedite più volte, tradotte in inglese, in russo, in spagnolo, in italiano. Perché allora questo silenzio, perché questo oblio? Chi era dunque Élisée Reclus, geografo tanto rinomato e tanto presto dimenticato? Da dove viene questo geografo libertario?
Originario del sud-ovest della Francia, Élisée Reclus nasce a Sainte-Foy-la-Grande, cittadina della estremità della Dordogna, il 15 marzo 1830. È il terzo figlio di Jacques Reclus, un pastore calvinista (un vero mistico) e di Zéline Trigant, proveniente da una famiglia borghese di Bordeaux, sicuramente poco preparata a una famiglia numerosa: undici figli. Ella dovette mettersi a fare l’istitutrice per supplire ai bisogni della famiglia, in quanto suo marito era più preoccupato dei suoi rapporti con Dio che dei problemi materiali.
Nel 1831, la famiglia Reclus si stabilisce a Orthez, vicino ai Pirenei. A tredici anni, Eliseo segue suo fratello e sua sorella maggiore a Neuwied, in Germania, in un collegio religioso diretto dai Fratelli Moravi, giacché il pastore Reclus aveva giudicato che solo questa congregazione religiosa fosse degna di fiducia. E in questo si sbagliò parecchio, perché Élisée Reclus rimase nauseato dall’ipocrisia di quei religiosi, più smaniosi di incassare soldi che di educare seriamente i loro allievi. Questo periodo trascorso in Germania non dura che un anno, ma rappresenta un taglio netto colla sua famiglia: scarsa corrispondenza, nessun ritorno in Francia. È costretto a imparare rapidamente il tedesco. Nel 1844, rientra a Sainte-Foy-la-grande per continuare gli studi superiori. Si diploma nel 1848, dopo aver passato un anno nel seminario protestante di Montauban, in quanto a quel tempo pensa ancora di voler fare il pastore, riparte per la Germania, a Neuwield presso i Fratelli Moravi, ma stavolta come sorvegliante; in realtà, i suoi genitori erano troppo poveri per finanziare più a lungo i suoi studi. Dopo sei mesi, è tanto stufo che decide di partire per Berlino e iscriversi all’Università; là segue più o meno fortuitamente i corsi di geografia di Carl Ritter, uno dei primi geografi universitari, famosissimo in Germania. Nel settembre del 1851, ritorna a piedi a Orthez, in compagnia di suo fratello Elia che aveva terminato i suoi studi di teologia a Strasburgo. Per economia ma anche per diletto, i due fratelli attraversano quindi la Francia a piedi, dormendo di notte sotto le stelle. Qualche tempo dopo, scoppia il colpo di stato del 2 dicembre. Repubblicani convinti, i fratelli Reclus si oppongono al colpo di mano del futuro imperatore e, senza essere ufficialmente esiliati, devono rifugiarsi in Inghilterra.
Per guadagnarsi da vivere, Eliseo dà qualche lezione, ha contatti con altri esuli francesi, quelli del 1848 e quelli del colpo di Stato, ma non sta bene in Inghilterra ed è deluso per l’accoglienza che gli inglesi riservano ai rifugiati politici. Alla prima occasione si stabilisce in Irlanda in qualità di par01163amministratore di un’azienda agricola. S’interessa a questo paese di cui esamina la tragica situazione economica e sociale, quattro anni dopo la terribile carestia del 1847 e per tutta la vita manterrà il medesimo interesse per questo paese di cui prevede le difficoltà ineluttabili provocate dall’occupazione inglese. Quindi lascia l’Irlanda per la Louisiana dove si ritrova precettore dei figli di un coltivatore di canna da zucchero per due anni. Analizza con ogni agio la società sudista e, scandalizzato per il comportamento degli uomini di chiesa che difendono i piantatori contro gli schiavi, si volge definitivamente all’ateismo. Aveva già rinunciato ad essere pastore, ma era rimasto credente.
Nel 1855 Reclus parte per la Colombia, che a quel tempo si chiamava Nuova-Granata, dove tenta invano di sistemarsi come piantatore di caffè. Dopo numerosi fallimenti, malato, senza un quattrino, indebitato, rientra in Francia nel 1857. Ma ha dei quaderni di viaggio pieni di note e di osservazioni personali e al suo ritorno cerca di pubblicare qualche articolo basato su quegli scritti. L’interesse di Reclus per la geografia si viene confermando a poco a poco ed ha una gran voglia di descrivere i paesaggi tanto variati attraverso cui ha viaggiato e scrivere sul mondo gli pare un compito esaltante. Prende allora contatto con diversi scienziati famosi e redige qualche articolo. La casa editrice Hachette vuole pubblicare il resoconto dei suoi viaggi e gli propone, intanto, di lavorare alla raccolta delle guide Joanne che essa pubblica e ad altre pubblicazioni geografiche. Eliseo entra da Hachette come geografo nel dicembre del 1858 e comincia a girare, perlopiù a piedi, per la Francia e nei paesi vicini, per compilare le sue guide. La pubblicazione di alcuni articoli di geografia fisica gli permette anche di aderire alla Società di Geografia di Parigi, che era assai attiva a quel tempo e soprattutto possedeva la migliore biblioteca di opere geografiche ed un grandissimo numero di carte.
Nel 1869 esce la prima opera di Élisée Reclus: La Terre. È un vero e proprio trattato di geografia fisica che conosce un enorme successo.
Malgrado il poco tempo che gli lasciano le sue attività geografiche (viaggi, pubblicazioni, ecc.), Élisée Reclus dimostra d’essere un militante attivo nell’ambiente socialista prima e poi anarchico. S’era interessato fin dalla prima giovinezza alle idee socialiste; aveva letto Leroux, Owen, Fourier. Al suo ritorno dall’America, viene affascinato, come suo fratello maggiore Elia, dagli ideali anarchici che gli paiono gli unici ad accordare tanta importanza all’individuo. La sua educazione protestante è indubbiamente all’origine della costante preoccupazione per i diritti dell’individuo e ancor più il protestantesimo personale di suo padre che in ogni circostanza non seguì che la sua coscienza e rifiutò sempre di limitare la propria libertà, non volendo nulla e nessuno tra sé e Dio.
Il protestantesimo in seno al quale Élisée Reclus è stato educato è in realtà una linea di vita, una morale che si basa sull’autonomia totale dell’individuo, effettivamente responsabile di se stesso e che non deve render conto dei suoi atti che a Dio. Diffidenza dunque verso i riti e le organizzazioni che non son altro che barriere destinate a controllare gli uomini e le donne. Questi principi, è chiaro, non han potuto che favorire l’avvicinamento di Reclus all’anarchismo. Ardente difensore di tutti gli oppressi, avversario dichiarato dello Stato e di tutte le leggi che non siano naturali, egli milita cogli anarchici.
Nel 1864, Reclus conosce Bakunin e aderisce, col fratello, alla società segreta “La Fratellanza Internazionale”, lo segue nelle attività dell’Internazionale dei lavoratori, in cui incontra i sostenitori di Marx, coi quali gli anarchici entrano ben presto in contrasto. Marxisti ed anarchici divergono sul cammino da seguire per arrivare alla liberazione dei lavoratori. I primi ritengono che non si debba trascurare la via legale e attribuiscono un ruolo primario all’organizzazione, mentre gli anarchici son convinti che sia illusorio progettare la rivoluzione per tale cammino. Marx ed Engels del resto parlano dei fratelli Reclus in termini ironici e spregiativi.
Le idee anarchiche di Élisée Reclus si radicalizzeranno ancor più all’epoca della Comune di Parigi. Naturalmente, segue con partecipazione gli inizi del moto, coi suoi fratelli Elia e Paolo. Dinanzi all’atteggiamento rinunciatario dei versagliesi nei confronti dei prussiani, i fratelli Reclus entrano in un battaglione di federati. Ma per Élisée Reclus il combattimento è brevissimo, perché vien fatto prigioniero fin dai primi d’aprile del 1871 e imprigionato nella rada di Brest. La sua fama di scienziato gli permette di godere di condizioni detentive relativamente favorevoli. Può persino disporre di una parte della sua documentazione per proseguire il suo lavoro. È in prigione che negozia con Templier, delle edizioni Hachette, il suo contratto per la redazione di una Geografia universale.
Nel novembre del 1871, viene condannato alla deportazione in Nuova Caledonia.

dums_elisee_reclus_geographie_universelle_1Questa condanna non passa sotto silenzio e un gruppo di scienziati stranieri (inglesi ed americani) ottiene dal governo francese, nel febbraio del 1872, la commutazione della sua pena in dieci anni di esilio. Reclus ammanettato, lascia la Francia per la Svizzera, dove raggiunge suo fratello maggiore che vi si era già rifugiato.
Ben presto Reclus riprende i contatti con i suoi amici anarchici (Bakunin è a quel tempo a Zurigo), ma si dedica soprattutto al suo lavoro di geografo. Nell’estate del 1872 ha firmato un contratto con le edizioni Hachette per la redazione di una Nuova Geografia universale. Deve conservare questo lavoro e guadagnarsi da vivere. Per entrare in possesso di informazioni aggiornate, Reclus non esita ad andare nei paesi che deve descrivere. Quindi viaggia enormemente, s’informa presso i suoi amici geografi o anarchici. Quando costoro riuniscono ambedue le qualità, è l’ideale. È il caso di Kropotkin. I due si incontrano nel 1877 e resteranno amici fedelissimi. Kropotkin ha aiutato moltissimo Reclus nella redazione del volume della Geografia universale dedicato alla Russia. Insieme, collaborano pure a mettere in piedi un nuovo orientamento del movimento anarchico, l’anarchismo comunista, che condanna la proprietà privata: “Il nostro comunismo non è né quello dei falansterii, né quello dei teorici autoritari tedeschi. E il comunismo anarchico, il comunismo senza governo, quello degli uomini liberi. È la sintesi dei due fini perseguiti dall’umanità nei secoli, la libertà economica e la libertà politica. (Kropotkin, La Conquista del Pane).

elisee-reclusMalgrado l’interesse che ha verso il movimento anarchico, Reclus non ha tempo da dedicargli. Tuttavia scrive qualche articolo e sostiene finanziariamente alcune pubblicazioni anarchiche. La massima parte del suo tempo va alla stesura della Nuova Geografia universale, opera colossale: 19 grossi volumi. Insegna anche all’università di Neuchâtel dove per parecchi anni tiene conferenze di geografia sul Mediterraneo. Nel 1879, la Camera dei deputati vota un’amnistia parziale che si applica ai fratelli Reclus, ma Eliseo rifiuta di rientrare in Francia finché tutti i comunardi non saranno amnistiati: bell’esempio di rettitudine politica.
Sempre per la redazione della sua Geografia universale visita l’Egitto, soggiorna varie volte nel Maghreb, (una delle sue figlie sta con la famiglia in Algeria); in Spagna, in Portogallo, dove consulta gli archivi della colonizzazione dell’America del Sud allo scopo di accrescere la sua documentazione. Nel 1889, parte per gli Stati Uniti. Ritorna in Louisiana, ma scopre soprattutto nuove regioni, i grandi Laghi, New York e lavora moltissimo anche in biblioteca.
Nell’estate del 1890, Reclus lascia la Svizzera e rientra a Parigi pur continuando a viaggiare moltissimo. Non rimane che quattro anni a Parigi, dove l’istituzione universitaria non gli offre alcun posto d’insegnamento. Naturalmente non ha titoli accademici ma la sua notorietà eccezionale gli poteva aprire le porte del Collegio di Francia. Non è così: si deve considerare che questo geografo di talento, ma libertario e abbastanza originale, non trova collocazione nell’istituzione. Dopo l’uscita dell’ultimo volume della Nuova Geografia universale, nel 1894, viene chiamato dall’Università libera di Bruxelles.
In realtà, l’arrivo di un geografo libertario viene contestato e in definitiva respinto da numerosi docenti. Così Eliseo, suo fratello Elia e qualche altro insegnante dalle stesse idee, fondano la Nuova Università di Bruxelles, che d’altronde coesiste pacificamente per vent’anni con l’Università libera. I professori non vengono pagati dallo Stato e questa università non riceve alcuna sovvenzione. Così Reclus deve darsi da fare per guadagnarci un po’ di denaro con le sue pubblicazioni e i suoi lavori di cartografo per assicurare delle entrate al corpo insegnante che lavora con lui. È anche assorbito moltissimo nella realizzazione di un gigantesco globo in rilievo, perché Élisée Reclus s’è sempre preoccupato dei problemi connessi ad un’esatta riproduzione della terra.
Ma soprattutto dedica le sue ultime forze a un’opera che egli considera come il coronamento delle sue fatiche. L’Uomo e la Terra, in 6 tomi. Reclus la definisce “Un’opera di geografia sociale” in cui tratta tre temi da lui considerati fondamentali: “La lotta tra le classi, la ricerca dell’equilibrio e il ruolo primario dell’individuo”. È un vasto affresco storico delle lotte e dei progressi dell’umanità dalla preistoria fino agli inizi del XX secolo. Ma è pure (i due ultimi tomi) un trattato di geografia umana generale.
Malato da qualche tempo, muore a Thourout, in Belgio, il 4 luglio 1905. Suo nipote Paul Reclus, figlio di Elia, si incaricherà di far uscire gli ultimi cinque volumi e gli succede alla testa dell’Istituto di geografia della Nuova Università di Bruxelles, che scompare nel 1914.

Alle origini della geografia sociale
di Yves Lacoste

Élisée Reclus è nato 150 anni fa ed è morto 75 anni fa, l’anno in cui portava a termine L’homme et la terre, che è il coronamento della sua opera enorme e, oggi, ancora misconosciuta.
Per ciò riteniamo utile che i geografi e, più in generale, coloro che si interessano, per diversi motivi, alla geografia, prendano coscienza di quale è stata, veramente, l’evoluzione della Scuola geografica francese dal momento della sua costituzione, dei suoi progressi ma anche dei suoi passi indietro.
Per lungo tempo, fino agli anni ’60, i geografi non si son neppure curati di conoscere la storia della loro disciplina, come se fosse una preoccupazione del tutto accademica, motivo per intrecciare corone e rendere omaggio a questo o quel maestro. Si faceva e si fa ancora geografia, senza troppo chiedersi che L_Homme_Et_La_Terrecosa sia: prima si descrive, ovvero si sceglie nella realtà estremamente complessa che ci circonda, ciò che è geografico. Ma che cosa è geografico e che cosa non lo è? Questo dilemma fondamentale i geografi universitari non l’hanno mai chiaramente risolto e, per la massima parte, essi non prendono in considerazione che quelle categorie di fenomeni che i loro maestri hanno loro insegnato ad esaminare. Ogni geografo è stato innanzitutto uno studente che ha subito l’influenza dei suoi professori e, una volta terminato il suo periodo di istruzione, continua a far riferimento, anche inconsciamente, ad opere che la corporazione considera come modelli di descrizione e di ragionamento geografici. Questo “saper vedere” e questo “poter vedere” dei geografi (come dice C. Raffestin), e in realtà molto selettivo: a ragione ma anche a torto, essi lasciano in disparte una grandissima parte della realtà; a ragione, per quanto riguarda fenomeni non proiettati in cartografia, a torto per quei fenomeni che svolgono un importante ruolo nell’organizzazione dello spazio terrestre e che sono, tra l’altro, già rappresentati in cartografia, proprio a motivo della loro importanza politica. In effetti, i geografi non prendono in considerazione che le categorie di fenomeni che essi hanno imparato a considerare come “interessanti”, ossia quelli che è utile tenere in conto da un punto di vista ritenuto scientifico, secondo le tradizioni della corporazione e secondo l’idea che i loro maestri si fanno della scienza.
Una delle caratteristiche principali della geografia universitaria, da quando esiste in Francia ossia da circa un secolo, è l’esclusione dei fenomeni politici dal campo dei suoi interessi. La corporazione considera, contro ogni evidenza, che essi non sono affatto geografici e ritiene che prenderli in considerazione sia la negazione di un comportamento scientifico. Il termine geopolitica ha connotazioni obbrobriose, in quanto ci si ostina a non vederci altro che le argomentazioni che giustificano l’espansionismo hitleriano.

778px-Ethnographical_map_of_the_Caucasus_(Élisée_Reclus)Pertanto è della massima importanza, non solo per i geografi ma anche per tutti quelli che si interessano di scienze sociali, spiegare quali siano state la grandezza e la ricchezza dell’opera di Élisée Reclus. Essa è rimasta completamente ignorata dalla corporazione dei geografi universitari e questo è un passo indietro notevole nell’evoluzione della loro disciplina, poiché, sotto moltissimi punti di vista, il metodo di Reclus è ancor oggi un esempio da seguire. Élisée Reclus e Vidal de la Blanche sono quasi contemporanei (il primo è nato 15 anni prima e il secondo è morto 14 anni dopo). Tuttavia Reclus, che è davvero il più grande geografo francese, è completamente sconosciuto, mentre Vidal viene considerato non solo come il fondatore della Scuola geografica francese, ma anche come il modello cui ispirarsi persino oggi. È da notare che la corporazione non ha conservato che una parte dell’opera di Vidal e che ignora del tutto, tuttora, il suo libro principale (La France de l’Est) poiché egli vi tratta, da geografo, un grave problema geopolitico. L’esclusione del politico è proprio il problema epistemologico centrale della geografia universitaria.
Riguardo al modello “vidaliano”, quanto meno quale lo concepisce la corporazione per giustificare il suo rifiuto ad affrontare i problemi geopolitici, l’opera di Élisée Reclus costituisce un modello alternativo. I geografi d’oggi dovrebbero ispirarvisi per meglio comprendere il mondo ed il ruolo che essi potrebbero avere.
Reclus è un grandissimo filosofo e ciò che ha scritto, soprattutto L’homme et la terre, dovrebbe suscitare l’interesse anche di coloro che non si dedicano alla geografia.

Lyon 6-9 settembre 2005
Congresso su I cento anni di Reclus
Resoconto di Federico Ferretti

Riscoprire Reclus ovvero che cos’è la geografia

In un incontro preliminare del congresso di Lione, gli organizzatori hanno spiegato il senso di un loro appello, diffuso mesi prima, per fare il punto su “Élisée Reclus e le nostre geografie”.
Reclus è stato riscoperto in Francia negli anni 70 come geografo impegnato politicamente e socialmente, che aveva una concezione molto larga della geografia, che per lui si deve occupare di un largo spettro di questioni, dalla storia all’antropologia fino ai problemi politici, ambientali e sociali che pone lo sviluppo industriale. Lo si è contrapposto ai geografi accademici successivi, più attenti agli stili di vita rurali, e se ne è fatto in qualche modo un “padre spirituale”. Secondo i lionesi occorre però approfondire veramente quello che ha detto, contestualizzarlo e vedere di volta in volta cosa può essere utilizzato.
Paul Boino in questo senso ha rimarcato come Reclus si distingue dal metodo marxista perché partiva dai fenomeni empirici senza applicarvi schemi o sistemi dati: c’è un approccio complesso e molto problematizzato che oggi è acquisito in quasi tutte la discipline ma all’epoca assolutamente innovatore. In particolare nell’analisi dei fenomeni sociali Reclus non utilizza la chiave economica al di sopra di tutte le altre questioni: prende in considerazione una larga serie di ambiti e di strumenti, ha un approccio interdisciplinare, con l’idea di una interazione dinamica fra il genere umano e l’ambiente.
Jacques Défossé ha sottolineato la svolta che si è verificata negli ultimi decenni ad opera di molti geografi, che hanno scelto di occuparsi di pianificazione e progettazione territoriale, e di una serie di questioni come il rapporto fra la popolazione, l’ambiente e le risorse. La disciplina geografica si propone di nuovo, “reclusianamente”, come una scienza utile, che tenta di farsi carico dei problemi politici, ecologici e sociali dell’immediato futuro: in generale, dare delle risposte sul mondo.
È stata anche inaugurata, nel dipartimento di geografia dell’università Jean Moulin, una esposizione con pannelli sulla vita e le opere di Reclus, e una mostra di lettere, oggetti appartenuti al geografo ed alcune edizioni di raro pregio delle sue opere, in collaborazione con la famiglia.
Essendo impossibile rendere conto in questo spazio di tutti gruppi di studio e gli incontri plenari, citeremo qualche intervento fra i più significativi.

Reclus e l’ambiente

Nell’atelier “Fabbrica e ottica dell’oggetto geografico” è stata perfettamente tempista la relazione di Yves-François Le Lay sui fiumi. Riguardava gli scritti sul Mississippi e la zona di New Orleans, visitate da Reclus negli anni 50 del XIX secolo. C’è uno studio attento e dettagliato delle opere necessarie alla salvaguardia di un tale bacino idrografico, nonché dei problemi della stabilità idrogeologica di una città come New Orleans: uno dei tanti aspetti profetici che sono stati sottolineati (forse anche all’eccesso) nell’opera di Reclus.
La tensione fra la necessità da una parte della vita e della giustizia sociale e dall’altra la salvaguardia e gestione dell’ambiente è stata sottolineata nelle relazioni sul pensiero urbano di Reclus, presentate da Paul Claval e Ignacio Homobono. Lo studio della storia della città attuale, specchio delle contraddizioni di classe, serve qui a costruire la città del futuro, idea che ha avuto una forte influenza sul pensiero urbanistico del XX secolo.

Reclus, l’educazione, le mappe.

L’Universitè Nouvelle, poi, teneva stretti contatti con la Scuola Moderna di Ferrer y Guardia ispirando analoghi esperimenti, purtroppo non sempre abbastanza studiati, in diverse parti d’Europa.
Anche di questa esperienza si è parlato in un atelier, ricordando quanto Reclus considerasse importante agire sulla formazione e l’istruzione. Al punto che all’Institut des Hautes Études si affianca per qualche tempo una Ecole des Petites Études frequentata in primo luogo dai numerosi rampolli della famiglia Reclus, che a Bruxelles si era trasferita in massa (il fratello Elie insegnava come antropologo, il nipote Paul si può considerare l’unico vero allievo del geografo).

a791b248630617f0835e76865d51165bFra le altre cose, Henri Nicolaï e Soizic Alavoine-Muller hanno studiato quella che è stata definita l'”utopia geografica” alla quale si lavorava nel laboratorio di cartografia: Reclus non credeva nella carta geografica, che è falsa perché riduce la realtà selezionandola secondo i criteri ideologici della ragion di Stato, non a caso tutti gli istituti cartografici nazionali sono stati fondati monopolizzati dai militari. Il sogno (solo progettato) era presentare all’esposizione universale di Parigi un enorme globo in rilievo, di 127,5 metri di diametro, con una rappresentazione reale del mondo in scala 1:100.000.
Il laboratorio produsse comunque globi, e atlanti con proiezioni sperimentali. Da notare che nonostante la critica della mappa, che già caratterizzava Ritter e che sarà poi uno dei “piatti forti” dalla geografia radicale negli anni ’70, le opere reclusiane sono ricche di carte tematiche (in alcuni casi “geopolitiche”) estremamente innovative.

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 17a e ULTIMA puntata della stagione 2014/2015 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, ventinove giugno duemila15, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #17 dell’anno XI di RADIO THULE. Titolo della puntata, “E buone vacanze a tutti!”.
E’ l’ultima puntata di questa 11a stagione, e un po’ come nell’ultimo giorno di scuola, stasera si festeggia e si fa baldoria! Ma non mancheranno disquisizioni su temi di vario genere, anche se ovviamente tutto ruoterà attorno al tema vacanze, viaggi, mari, monti e quant’altro di simile… Ad esempio, le dieci più belle spiagge italiane, un inedito e affascinante trekking sulle Alpi, una mostra d’arte oppure un monumento insolito da visitare nelle domeniche d’estate, un libro di viaggio da leggere e da cui farsi ispirare… fino all’ultima sigla dell’anno, e all’appuntamento da annotarsi fin d’ora sul calendario per l’inizio della prossima stagione, la 12a, lunedì 5 ottobre 2015!

Senza nome-True Color-02Dunque mi raccomando: ci sentiamo questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com (64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
http://myradiostream.com/rciradio (128 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus).
– Player Android: Google Play

Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 15a puntata 2014/2015 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, diciotto maggio duemila15, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #15 dell’anno XI di RADIO THULE. Titolo della puntata, “Il disobbediente civile. Vita e opere di Henry David Thoreau”.
Tra i personaggi che hanno maggiormente influenzato la parte migliore del pensiero e della società contemporanei senza tuttavia essere noti come meriterebbero al grande pubblico, c’è senza ombra di dubbio Henry David Thoreau. Filosofo, scrittore, poeta, intellettuale dal pensiero avanzatissimo e sovente rivoluzionario, capace di influenzare artisti, pensatori, attivisti politici, persino band musicali: è grazie a lui se oggi sappiamo maturare un equilibrio armonioso tra società umana e ambiente naturale nonché, e soprattutto, se possiamo concepire l’importanza dei diritti e delle libertà individuali nonché la loro difesa allorquando il potere politico diviene antidemocratico e oppressivo. Un personaggio fondamentale, insomma, oggi e nel prossimo futuro forse più che in passato.

4500cf9998924dc9c01b140203049a38Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com (64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
http://myradiostream.com/rciradio (128 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus).
– Player Android: Google Play

Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Il “socialcapitalista”. Vita e opere di Adriano Olivetti

adriano a coloriCome già fatto in altre simili occasioni, propongo qui i materiali documentali utilizzati per la puntata di RADIO THULE del 20 aprile scorso dedicata ad Adriano Olivetti (QUI il podcast).
Credo vi sia un grande bisogno di conoscenza e il più possibile approfondita, nell’Italia di oggi, di personaggi come Adriano Olivetti, un industriale capace di concepire un modello di imprenditoria non solo innovativo e assolutamente avanzato, ma pure in grado di mettere realmente in pratica quel vecchio motto per il quale “il lavoro nobilita l’uomo”. Olivetti fu un mecenate, un sognatore, un utopista o forse, più concretamente, un imprenditore nel vero senso della parola, indipendente e libero da qualsiasi vincolo politico al punto da risultare scomodo a tanti. Non è forse un caso, per ciò, che l’esperienza di quell’azienda che rese l’Italia leader mondiale dell’elettronica è praticamente finita nel nulla mentre sarebbe da riconsiderare a fondo e nuovamente concretizzare, come ribadisco, oggi che il tanto celebrato “made in Italy” rivela troppe malcelate ipocrisie e finisce spesso in mani straniere…
Buona lettura, e buona (ri)conoscenza!

Adriano Olivetti nasce a Torino nel 1901 da padre di origine ebraica e da madre valdese. Suo padre Camillo, allievo di Galileo Ferraris, aveva fondato nel 1908, in una piccola cittadina del Canavese, Ivrea, la ‘Ing. C. Olivetti & C’, prima fabbrica italiana di macchine per scrivere. Dopo la laurea in ingegneria chimica al Politecnico di Torino, nel 1925 il giovane Olivetti trascorre sei mesi negli Stati Uniti, visitando le fabbriche americane e documentandosi a fondo sull’organizzazione del lavoro messa in pratica oltreoceano. Adriano, di ritorno dagli Usa, inizia la propria esperienza professionale, come operaio, nella fabbrica paterna. Ricorda così quel periodo: ‘Una tortura per lo spirito, stavo imprigionato per delle ore che non finivano mai, nel nero e nel buio di una vecchia officina’. E dal suo apprendistato trarrà la convinzione che ‘occorre capire il nero di un lunedì nella vita di un operaio. Altrimenti non si può fare il mestiere di manager, non si può dirigere se non si sa che cosa fanno gli altri.
Suo padre Camillo è un socialista; durante il fascismo nasconde nella sua casa di Ivrea Filippo Turati ricercato dalla polizia e, insieme a Parri ed a Pertini, lo aiuta ad espatriare. Alla guida della vettura che porta il leader socialista fuori dall’Italia c’è proprio il figlio Adriano. Nel 1932 Adriano assume la Direzione della fabbrica di Ivrea, di cui diventa poi Presidente nel 1938, subentrando al padre Camillo. Adriano si pone l’obiettivo di modernizzare la Olivetti, proponendo un vasto programma di progetti e di innovazioni: l’organizzazione decentrata del personale, la direzione per funzioni, la razionalizzazione dei tempi e metodi di montaggio, lo sviluppo della rete commerciale in Italia e all’estero, ed altre ancora. Le novità da lui introdotte sono caratterizzate da un’attenta e sensibile gestione dei dipendenti, sempre considerati dal punto di vista umano prima che come risorse produttive.
Durante gli anni del regime Adriano, date le origini ebraiche della sua famiglia paterna, ha ripetutamente bisogno della certificazione di ‘razza ariana’ da parte della questura di Aosta, che nel 1931 apre un dossier su di lui; sulla copertina il giovane imprenditore viene così definito: ‘Olivetti Adriano di Camillo: Sovversivo‘. Anche dopo la caduta del fascismo i suoi rapporti con le autorità non migliorano; viene arrestato da Badoglio che lo accusa di metterlo in cattiva luce con gli americani, con i cui servizi segreti Adriano ha stretti rapporti. Tornato libero, dopo un periodo di clandestinità, ripara in Svizzera, da dove tiene contatti con la Resistenza. Durante l’esilio (1944-1945) inoltre, frequenta assiduamente Altiero Spinelli, teorico dell’unità europea, e completa la stesura del libro “L’ordine politico delle comunità”, pubblicato alla fine del 1945. In esso vi sono espresse le idee che saranno poi alla base del Movimento Comunità, da lui fondato nel 1948 a Torino, sulla base di una serie di proposte tese a istituire nuovi equilibri politici, sociali, economici tra il potere centrale e le autonomie locali. La valle del Canavese sarà il luogo prescelto da Adriano Olivetti per realizzare il suo ideale comunitario.
Dopo la fine della guerra, di ritorno dall’esilio svizzero, guida la fabbrica di famiglia incrementandone sensibilmente i profitti e sperimentando quell’organizzazione del lavoro, improntata sui principi di solidarietà sociale, che renderà l’esperienza dell’Olivetti un caso unico nel panorama imprenditoriale dell’epoca. Adriano Olivetti si rivela sin da giovane un uomo dai poliedrici interessi; ama la storia, la filosofia, la letteratura, è attento alle avanguardie artistiche ed ha una passione particolare per l’urbanistica. Per Olivetti l’organizzazione del territorio e le caratteristiche architettoniche degli edifici hanno una grande importanza anche sotto il profilo sociale ed economico. A testimonianza della grande attenzione verso il rapporto fra impresa e territorio, nel 1937 partecipa agli studi per un piano regolatore della Valle d’Aosta. Nel 1938 aderisce all’Istituto Nazionale di Urbanistica, di cui nel 1948 entra a far parte del Consiglio Direttivo. Salito al vertice dell’Istituto con l’appoggio di un gruppo di giovani architetti (tra cui Ludovico Quaroni), dal 1950 Adriano porta avanti il suo discorso sul primato politico dell’Urbanistica e della Pianificazione. Fa inoltre rinascere, finanziandola personalmente, la rivista “Urbanistica”.

Nel 1953 Adriano Olivetti impianta a Pozzuoli una nuova fabbrica per la realizzazione di macchine calcolatrici. Un imprenditore che offre posti, assistenza, istruzione per i figli, oltre a salari maggiori della media, rappresenta una novità assoluta nel Mezzogiorno d’Italia e uno stimolo molto forte per i lavoratori, i cui risultati produttivi, infatti, si rivelano ottimi, superiori persino a quelli raggiunti negli stabilimenti di Ivrea. La Olivetti diventa così il luogo del dialogo possibile tra nord e sud Italia.
La gamma dei prodotti viene continuamente ampliata e la capacità produttiva si espande per far fronte alle esigenze sempre maggiori del mercato nazionale e internazionale. Oltre agli stabilimenti di Pozzuoli entrano in funzione quelli di Agliè (Torino) nel 1955, di S. Bernardo di Ivrea nel 1956, della nuova ICO a Ivrea e di Caluso nel 1957. In Brasile, nel 1959, si inaugura il nuovo stabilimento di San Paolo. L’Olivetti degli anni ’50 è un’azienda florida e in forte espansione, con prodotti (calcolatrici e macchine da scrivere) noti in tutto il mondo.
L’azienda ha un punto di forza nelle sue capacità in campo meccanico, ma è del tutto estranea alle tecnologie elettroniche. E’ il grande intuito di Adriano Olivetti a indirizzare l’evoluzione dell’azienda dalla meccanica verso l’elettronica. In questa prospettiva si situano molte decisioni da lui prese: già nel 1952 la Olivetti apre a New Canaan, negli USA, un laboratorio di ricerche sui calcolatori elettronici; nel 1955 viene creato il laboratorio elettronico di Pisa (che nel 1959 introdurrà sul mercato l’Elea 9003, il primo calcolatore elettronico italiano); nel 1957 Olivetti fonda la Società Generale Semiconduttori (SGS), per sviluppare autonomamente i transistor, dispositivi alla base delle nuove tecnologie elettroniche. Dopo essere stato acclamato sindaco di Ivrea nel 1956, nel 1958 si candidò alle elezioni politiche con il Movimento Comunità, ottenendo due seggi in Parlamento. Il suo voto fu determinante per la fiducia al primo governo di centrosinistra, il governo Fanfani. Non aderì mai alla Confindustria.
Il successo imprenditoriale di Adriano Olivetti ottiene il riconoscimento della National Management Association di New York, che nel 1957 gli assegna un premio per “l’azione di avanguardia nel campo della direzione aziendale internazionale“.
Anche davanti alla prima crisi di sovrapproduzione Adriano Olivetti prende una decisione controcorrente; non chiude le fabbriche come tutti si sarebbero aspettati ma, al contrario, fa crescere la struttura commerciale, puntando in modo particolare sulla formazione dei venditori, figure professionali fino ad allora dequalificate, di cui Adriano Olivetti coglie invece l’importanza strategica.
Quando all’improvviso, il 27 febbraio 1960, una trombosi cerebrale lo stronca sul treno Milano-Losanna, Adriano Olivetti lascia un’azienda presente in tutti i maggiori mercati internazionali, con 36.000 dipendenti di cui circa la metà all’estero. Il lutto è particolarmente sentito ad Ivrea, la cui storia si è andata negli anni totalmente identificando con quella della sua fabbrica.

Un’utopia chiamata “Olivetti”

Chi era Adriano Olivetti? Un sognatore, un utopista, o era invece un grande imprenditore, capace di portare la piccola azienda di famiglia a competere alla pari con i giganti del mercato mondiale della sua epoca? Sicuramente era una figura scomoda e considerata da molti ingombrante, sia come concorrente industriale che come portatore di un modello sociale per certi versi ‘rivoluzionario’.
Quello di Adriano Olivetti era un sogno industriale, che certamente mirava al successo e al profitto, ma anche un progetto sociale che implicava una nuova relazione tra imprenditore ed operaio, oltre ad un nuovo rapporto tra fabbrica e città.
Nel 1945, dopo la fine della guerra, Adriano Olivetti torna ad Ivrea pieno di progetti. La sua convinzione è che il fine dell’impresa non debba essere solo il profitto e che sia necessario reinvestire il profitto per il bene della comunità. A questo principio si ispirano tutte le sue successive scelte imprenditoriali. La fabbrica di Ivrea diventa presto il modello di un’organizzazione del lavoro improntata sull’uomo reale, lontano dall’uomo disumanizzato della catena di montaggio. Dalle linee di montaggio si passa infatti alla formazione delle cosiddette ‘isole’, nelle quali un gruppo di operai specializzati è in grado di montare, controllare e riparare un prodotto finito o una parte completa di esso. La fabbrica è dotata di molte strutture ricreative e assistenziali: biblioteche, mense, ambulatori medici, asili nido, ecc.
L’idea di Adriano è che l’incremento della produttività sia strettamente legato alla motivazione personale del lavoratore ed alla partecipazione degli operai alla vita dell’azienda. Il modello Olivetti, criticato da molti come contrario ad ogni logica economica, si mostra presto una ricetta di successo; in poco più di un decennio la produttività cresce del 500% e il volume delle vendite del 1300%.
La Olivetti raggiunge rapidamente una notevole fama internazionale e la macchina da scrivere Lettera 22, disegnata da Marcello Nizzoli nel 1950, viene definita da una giuria internazionale ‘il primo dei cento migliori prodotti degli ultimi cento anni’. E’ la prima volta in Italia che si introduce il design e l’estetica come aspetti fondamentali del prodotto industriale.
Nel 1948 negli stabilimenti di Ivrea viene costituito il Consiglio di Gestione, per molti anni unico esempio in Italia di organismo paritetico con poteri consultivi sulla destinazione dei finanziamenti per i servizi sociali e l’assistenza. Si costruiscono quartieri per i dipendenti e nuove sedi per i servizi sociali. A realizzare queste opere vengono chiamati grandi architetti: Figini, Pollini, Zanuso, Vittoria, Gardella, Fiocchi, Cosenza, ed altri ancora.
La fabbrica di Ivrea è moderna e spaziosa. Una delle peculiarità dei fabbricati è la massiccia utilizzazione del vetro, voluta dallo stesso Olivetti affinché gli operai che vi lavorano, spesso strappati al mondo rurale, possano continuare a sentirsi a contatto con la natura e avvertirsi come parte del paesaggio, ‘circondati e avvolti dalla luce’. I dipendenti Olivetti godono di benefici eccezionali per l’epoca: i salari sono superiori del 20% della base contrattuale, oltre al salario indiretto costituito dai servizi sociali, le donne hanno nove mesi di maternità retribuita (quasi il doppio di quanti ne hanno oggi, per intenderci) e il sabato viene lasciato libero, prima ancora di ogni contrattazione sindacale. L’orario di lavoro viene ridotto da 48 a 45 ore settimanali, a parità di salario, in anticipo sui contratti nazionali di lavoro.
Si può dire che Adriano Olivetti non si pose mai nell’ottica della contrapposizione tra capitale e lavoro ma la sua preoccupazione fu sempre come essi potessero convivere insieme per far progredire la società. La struttura tradizionale, improntata alla conflittualità sindacale, veniva contraddetta da una serie di provvedimenti che tendevano ad erodere la base della conflittualità stessa. Non vi furono, in questo modo, episodi di scontro frontale con i sindacati come avvenne in altre fabbriche (vedi la Fiat). Per Olivetti il lavoratore è un uomo e un cittadino che vive ed è radicato nel territorio; esiste un sistema complesso di relazioni umane, sociali, infrastrutturali tra il territorio e il sistema industriale che in esso opera. Il lavoratore deve essere produttivo perché la realtà industriale possa essere competitiva, ma per farlo la contropartita non è l’alienazione ma la partecipazione, il coinvolgimento, la crescita sociale. L’efficienza del lavoratore va ottenuta non con il suo iper-utilizzo ma ponendolo nella condizione di rendere al meglio, di sentirsi parte di un progetto comune. Il modello olivettiano rappresenta una forma di sviluppo industriale che idealmente cerca di essere sostenibile.
La Olivetti ha una politica del personale del tutto peculiare; Adriano in persona seleziona i candidati valutando, oltre ai loro curriculum, elementi quali la grafia o il portamento. La voce si sparge velocemente ed all’ufficio del personale dell’azienda arrivano moltissime domande. Può così accadere che uno storico medievalista, che fino a quel momento si sia dedicato solo a scrivere saggi sull’eresia, venga chiamato a dirigere una filiale. La scuola di formazione commerciale fornisce un insegnamento che spazia dalle materie tecniche a quelle umanistiche, e come sede viene scelta una prestigiosa villa medicea, nella convinzione che vivere a contatto con la bellezza aiuti i collaboratori a dare il meglio nel lavoro che li aspetta.
La Olivetti diventa un cenacolo, un crocevia intellettuale, tanto da essere definita da qualcuno ‘la Atene degli anni Cinquanta’; nelle file dei suoi collaboratori passano talmente tante personalità che risulta difficile persino tenerne il conto. Sociologi, architetti, scrittori, scienziati della politica e dell’organizzazione industriale, psicologi del lavoro: da Franco Momigliano a Paolo Volponi, da Giudici, Pampaloni, Bobi Bazlen, Luciano Gallino, Giorgio Puà, Fortini a Francesco Novara, Bruno Zevi passando per Fichera, Soavi, Ottieri, Luciano Foà, Lodovico Quaroni, fino a Furio Colombo, Franco Ferrarotti, Tiziano Terzani.
Per valutare la peculiarità della Olivetti basti pensare che sulla parete di una delle officine figurava un grandioso affresco di Renato Guttuso; che Luigi Nono diresse un concerto al suo interno e che era frequente l’organizzazione di mostre e di festival cinematografici. L’idea di fondo era che il lavoratore dovesse identificarsi con l’azienda perché, come dice lo psicologo del lavoro Francesco Novara, ‘verificammo che maggiore era la costrizione e le limitazioni del lavoro e più i singoli erano danneggiati‘. Ai dipendenti sono permesse delle pause durante l’orario di lavoro, al fine di ricrearsi ed accrescere la propria cultura, tanto che una volta una delegazione dei sindacati sovietici in visita alla fabbrica, osservando tanta libertà di movimento, chiese ai suoi ospiti se fosse un giorno di sciopero.
Si crea intorno all’azienda un ‘orgoglio Olivetti’; coloro che fanno parte di quella comunità si considerano diversi dagli altri, promotori di un modello industriale che non ha precedenti, attenti a valorizzare ogni intelligenza e competenza anche se non prettamente scientifica.
Nel febbraio del 1960 Adriano Olivetti muore, improvvisamente, mentre sta viaggiando su un treno da Milano a Losanna. Tutta Ivrea è in lutto; i festeggiamenti per il carnevale cittadino sono annullati. Le scelte che vengono prese dopo la sua scomparsa decretano, di fatto, la fine del sogno ‘Olivetti’; la via indicata da Adriano rimane un’esperienza isolata, e i campi in cui la ricerca italiana eccelleva negli anni Cinquanta sono oggi settori arretrati nell’economia nazionale.
Cosa rimane oggi dell’esperienza Olivetti? Certamente il ricordo di un uomo che ha proposto e messo in atto un diverso rapporto tra fabbrica e territorio, tra lavoro e partecipazione, tra cultura e impresa, un uomo che ha cambiato le regole del lavoro, che ha osato e sperimentato. Ma se Adriano Olivetti viene ricordato soprattutto per questi aspetti ‘sociali’, non va dimenticato che l’avventura dell’azienda di Ivrea, in particolare nel campo dell’elettronica, rappresenta uno dei rari casi in cui l’Italia è stata all’avanguardia nell’innovazione tecnologica e scientifica. Rimane la memoria di tutto questo, dunque, e forse un pizzico di nostalgia.

Informatica: un’occasione perduta

Nel 1955 la Olivetti si associa ad un progetto dell’Università di Pisa per la creazione di un elaboratore scientifico; un progetto che prende le mosse da un suggerimento di un grande scienziato italiano, Enrico Fermi. Adriano Olivetti intuisce subito la grande potenzialità degli elaboratori elettronici e quale sia l’interesse a entrare in un mercato allora agli albori.
Olivetti è alla ricerca di una persona a cui affidare la guida del progetto. Gli viene suggerito il nome di Mario Tchou. Figlio di un diplomatico cinese, professore alla Columbia University di New York, Tchou è uno dei pochi uomini al mondo specializzati nei calcolatori elettronici. Tchou accetta l’incarico e organizza immediatamente a Pisa il primo nucleo di ricercatori. Dopo pochi mesi la Olivetti intuisce che il principale obiettivo deve essere la progettazione di calcolatori per applicazioni industriali e commerciali. L’azienda continua a collaborare con l’ateneo di Pisa alla costruzione della futura «Calcolatrice Elettronica Pisana», ma decide di costituire un proprio Laboratorio di Ricerche Elettroniche. La sede è Barbaricina, vicino Pisa. Nella ricerca dei collaboratori, Tchou punta tutto sui giovani. In una intervista a Paese Sera afferma: «Le cose nuove si fanno solo con i giovani. Solo i giovani ci si buttano dentro con entusiasmo, e collaborano in armonia senza personalismi e senza gli ostacoli derivanti da una mentalità consuetudinaria». Vengono assunti ingegneri, fisici, matematici e tecnici provenienti da tutta Italia e dall’estero. Fu un periodo pionieristico, di vera ricerca, durante il quale Tchou ebbe un’intuizione chiave: provare a sostituire nelle memorie a nastro magnetico le valvole con i transistor, che garantiscono maggiore resistenza, migliori prestazioni e occupano minore spazio. Chiede tre anni per la realizzazione del progetto, ma già nella primavera del 1957 la piccola équipe realizza la Macchina Zero. Il risultato finale di quella ricerca è l’Elea, il primo elaboratore completamente transistorizzato immesso nel mercato mondiale. (Il nome sta per Elaboratore Elettronico Aritmetico, con allusione all’antica città greca sede di scuole di filosofia, scienza e matematica).
L’Olivetti Elea 9003 non è soltanto il primo calcolatore elettronico italiano, ma anche uno dei primissimi al mondo costruito interamente a transistor, che consente prestazioni (velocità e affidabilità) assai maggiori e dimensioni molto più contenute rispetto ai precedenti sistemi a valvole. Oltre alla completa transistorizzazione, l’Elea 9003 presenta soluzioni d’avanguardia anche dal punto di vista logico e funzionale, quali la possibilità di operare in multiprogrammazione (fino a 3 processi in parallelo), il concetto di “interrupt” (ossia la sospensione temporanea del processo in corso per dare altre priorità) e la capacità di gestire un’ampia gamma di unità periferiche. Accanto al progetto logico ed elettronico, molta attenzione viene data al design, perché Adriano Olivetti soleva dire che “il design è l’anima di un prodotto”. Questo compito viene affidato ad un giovane architetto, Ettore Sottsass, che riesce a coniugare l’eleganza con la funzionalità. Nel 1958 l’importanza del progetto spinge i vertici dell’azienda a trasferirlo in una sede meno periferica, idonea ad una dimensione industriale. La ricerca si sposta vicino Milano, nel nuovo Laboratorio di Borgolombardo, che si espande rapidamente (le cinquanta persone di Barbaricina diventano circa mille). La Olivetti sceglie definitivamente di investire nell’elettronica e incarica addirittura Le Corbusier di progettare la nuova sede (purtroppo mai costruita). Nel novembre 1959 il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi si reca a Milano per la presentazione del nuovo elaboratore.
Alla metà degli anni ’50 i calcolatori elettronici attirano grande interesse, ma ce ne sono in giro ancora pochi. Si tratta di macchine enormemente costose, di grandi dimensioni, il cui utilizzo richiede personale di alta specializzazione; sono accessibili quindi solo a una fascia limitata di grandi utenti. Per dare un’idea, il costo di un Elea è dell’ordine di 800 milioni di lire dell’epoca. Il primo sistema viene installato alla Marzotto di Valdagno nell’agosto del 1960. Da quel momento le aziende italiane (Monte dei Paschi di Siena, Fiat e Cogne, tra le prime) iniziarono ad informatizzarsi grazie all’Olivetti.
La improvvisa morte di Adriano Olivetti nel 1960 (seguita dopo un anno appena da quella dello stesso Tchou) interrompe il cammino informatico dell’Olivetti. Negli anni successivi l’azienda entra in una profonda crisi finanziaria, causata dalle divisioni interne alla famiglia e dall’impossibilità di sottoscrivere aumenti di capitale. La Olivetti deve ricorrere a finanziatori esterni. Nel 1964 il controllo viene assunto dal cosiddetto Gruppo di intervento, costituito da Fiat, Pirelli, Centrale e da due banche pubbliche, Mediobanca e Imi. Riguardo al loro atteggiamento risulta emblematica la dichiarazione di Vittorio Valletta, allora Presidente della Fiat: ‘La società di Ivrea è strutturalmente solida e potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”.
Il Gruppo di intervento decide dunque di cedere la Divisione Elettronica alla General Electric, nell’apparente disinteresse del governo e dei media. (La Olivetti mantiene il diritto di proseguire l’attività solo nel campo della piccola elettronica; ciò consentirà a Pier Giorgio Perotto di realizzare nel 1965 la calcolatrice Programma 101, considerato il primo personal computer della storia mondiale.)
Il dibattito sulle responsabilità del fallimento che tali scelte generarono chiama in causa la miopia della classe imprenditoriale che prese tale decisione, l’indifferenza della classe politica di fronte ad un settore che aveva un’importanza strategica per l’intero paese e l’inerzia di un sistema bancario poco coraggioso; quel che è certo è che quella data segna la fine del sogno informatico Olivetti e fa perdere all’Italia un primato d’eccellenza che non recupererà mai più.

Hanno detto di lui

Uomo visionario o colpevole di un paternalismo pericoloso, un giusto, profeta di un capitalismo innovativo, un utopista, l’imprenditore rosso, un mecenate e un pioniere o addirittura un uomo che guidò i suoi uomini come ‘un patriarca biblico il suo popolo’: i giudizi su Adriano Olivetti sono diversi e poliedrici come i molti aspetti della sua stessa personalità. C’è addirittura chi parla di ‘cultura adrianea’. E anche sul gruppo ‘olivettiano’ si sono spese parole diverse; se qualcuno ha paragonato i suoi dipendenti a ‘frati trappisti’, che operavano nella fede della loro missione, altri ne hanno evidenziato la tendenza settaria e la distanza dal mondo reale. Ma a sentire le testimonianze di chi vi ha lavorato, in Olivetti ci si sentiva, prima di tutto, ‘uomini liberi’.
Di avere ‘un concetto snobistico della fabbrica’ e di ‘poco senso del mondo’ li accusa invece Cesare Romiti. Intervistato sull’eccezionalità dell’esperienza Olivetti nel panorama italiano, Romiti sostiene poi che fu proprio lo spirito precursore e innovativo di Adriano Olivetti ad isolarlo, dato il caso che si trovasse ad operare in un paese, l’Italia, fondamentalmente attendista e conservatore.
Natalia Ginzburg, di cui Adriano sposerà in prime nozze la sorella Paola Levi, nel romanzo ‘Lessico famigliare’ uscito tre anni dopo la scomparsa dell’amico imprenditore, lo ricorda così: «Lo incontrai a Roma, per la strada, un giorno, durante l’occupazione tedesca. Era a piedi; andava solo, col suo passo randagio; gli occhi perduti nei suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito come tutti gli altri, ma sembrava nella folla, un mendicante; e, sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio».
E più avanti, nel ricordare i tristi giorni in cui il marito Leone Ginzburg veniva arrestato dai tedeschi e Adriano la aiutava a fuggire da Roma, la scrittrice traccia di Olivetti un altro bel ritratto: «Io ricorderò sempre, tutta la vita, il grande conforto che sentii nel vedermi davanti, quel mattino, la sua figura che mi era così familiare, che conoscevo dall’infanzia, dopo tante ore di solitudine e di paura, ore in cui avevo pensato ai miei che erano lontani, al Nord, e che non sapevo se avrei mai riveduto; e ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere, per le stanze i nostri indumenti sparsi, le scarpe dei bambini, con gesti di bontà umile, pietosa e paziente. E aveva, quando scappammo da quella casa, il viso di quella volta che era venuto da noi a prendere Turati, il viso trafelato, spaventoso e felice di quando portava in salvo qualcuno.»
«Lei ricorda suo padre come una persona felice»? Sembra non avere dubbi la figlia Laura Olivetti, che risponde senza esitazioni a una tale domanda: «No». E ricorda suo padre come una persona che aveva certamente degli entusiasmi ma che era sempre alla ricerca di qualcosa di più, di qualcosa che non c’era.

Il Libro

L’ORDINE POLITICO DELLE COMUNITÀ
di Adriano Olivetti, Nuove Edizioni Ivrea, 1945

Nel 1945 Adriano Olivetti pubblica presso le Nuove Edizioni Ivrea il libro L’ordine politico delle Comunità. Il volume raccoglie le riflessioni sull’organizzazione dello Stato, compiute dall’industriale piemontese durante gli anni del confino svizzero: secondo Olivetti al centro dell’organizzazione dello Stato deve essere la Comunità, unità territoriale dai contorni geografici imprecisati, culturalmente omogenea e economicamente autosufficiente. Sulla scia della pubblicazione del libro e della sua diffusione, si fonda nel 1948 a Torino il Movimento Comunità.
L’organizzazione del Movimento è territoriale: vengono infatti creati i centri comunitari, che hanno il compito di organizzare il consenso politico e allo stesso tempo iniziative culturali, che contribuiscano a elevare il livello di vita dei piccoli centri canavesani investiti dal processo di industrializzazione.
La proposta del Movimento Comunità attira molti intellettuali, anche di diversa formazione politica e culturale, trovando una certa adesione oltre che nel Canavese, anche in molte regioni italiane.
Nel 2014 L’ordine politico delle Comunità è stato ripubblicato dalle Edizioni di Comunità.

La fondazione

La Fondazione Adriano Olivetti ha lo scopo di promuovere, sviluppare e coordinare le iniziative e le attività culturali, che siano dirette a realizzare il benessere, l’istruzione e l’educazione dei cittadini, attraverso il progressivo diffondersi, in armonia con i principi della Costituzione, di forme comunitarie, rispondenti alla configurazione urbanistica, produttiva, sociale, ambientale e culturale della collettività, secondo le idee di Adriano Olivetti.