Un buon metodo per azzeccare sempre (o quasi) il “bel tempo”

[Foto fatta da me, il giorno di Pasqua.]
Ieri che era “Pasquetta”, dalle mie parti, il tempo è stato bello: un po’ di nuvole al mattino, gran sole, cielo limpido e molto mite al pomeriggio. I servizi di previsioni meteo non c’hanno azzeccato granché, al solito: nessuno dava tempo bello, molti davano instabilità e pioggia. Al netto che un’altra conseguenza della crisi climatica è la maggiore imprevedibilità della meteo, come sostengo da tempo se quei servizi tirassero a indovinare ci prenderebbero di più. E diffondere bollettini su come sarà il tempo aggiungendo la percentuale di affidabilità per evitare lamentele ma pretendendo che si dia loro fiducia è una cosa parecchio ridicola: è un po’ come leggere un testo scritto in una lingua straniera e tradotto in italiano da un traduttore che si presenti come affidabile ma al contempo dichiari che una certa percentuale di parole potrebbe non essere corretta. Vi fidereste di ciò che leggete?

Ecco.

A Pasqua, invece, era pressoché certo che ci fosse brutto, senza bisogno di consultare le previsioni del tempo. Bene! – mi sono detto, e ne ho approfittato per farmi un bel giro in montagna, nel paesaggio ancora innevato fascinosamente avvolto da nebbie leggere e nubi vaganti tra le cime e nella certezza che non ci fosse in giro nessuno o quasi, così da godermi appieno l’anima autentica del luogo senza interferenze più o meno moleste. Un buon K-Way è bastato per fare della pioggia una compagna mai fastidiosa, tant’è che la stessa si è più volte quietata lasciando persino che occhiate d’azzurro si palesassero tra le nubi illuminando i miei passi nel silenzio del bosco.

Ci fosse stata una bella giornata, invece, sarebbe stato bello comunque, in maniera differente. Ci sarebbe stata più gente sui sentieri, meno silenzio, più vitalità, meno intimità. Ma le montagne sarebbero apparse affascinanti come sempre, anche perché sarei stato ben felice io di starci in mezzo a prescindere, di sentirmi in relazione con la loro peculiare dimensione alpestre, di perdere lo sguardo tanto nei loro vasti panorami quanto nei più piccoli dettagli, di stupirmi delle visioni offerte dal paesaggio reso sfavillante dalla luce del Sole o misterioso da nubi e nebbie.

Io credo – l’ho già sostenuto più volte, lo ribadisco – che se ci facessimo meno influenzare dalle previsioni meteo e più dalla variegata bellezza delle montagne, che è lì ad attenderci sia con il bel tempo che con il brutto tempo, ne godremmo in maniera più profonda e compiuta. Questa cosa che il tempo è “bello” solo quando è sereno è un po’ da – permettetemi di dirlo – bambini viziati: se il Sole splende, la pioggia non ci bagna e il paesaggio non è nascosto dalla nebbia, la montagna non è “più bella”, così come viceversa non è “brutta”. Siamo noi che dovremmo comprendere che la bellezza della montagna si può manifestare in molti modi differenti, ciascuno dei quali sa offrire percezioni e emozioni diverse. E le eccezioni a ciò sono veramente rare: se proprio partiamo per i monti sperando che ci sia tempo sereno e invece ci accoglie una bufera amen, sarà per la prossima volta e potremo sempre consolarci in un ristorante a gustare qualche piatto tipico del territorio o visitando qualche luogo al chiuso.

Visto che le previsioni del tempo ormai sono diventate – bontà loro – affidabili come l’oroscopo di un rotocalco, tanto vale non dar loro troppa considerazione e abituarsi a cogliere il carattere speciale e unico – dunque massimamente prezioso – di ogni singolo momento che possiamo trascorrere in montagna e nell’ambiente naturale. Ci impratichirà anche a gestire gli imprevisti e a cogliere gli aspetti positivi pure nelle circostanze apparentemente sfavorevoli.

Riflettere, ri-valutare, (ri)scoprire

[Sentieri di casa.]
In questi mesi, durante le varie “colorature” più scure della mia regione e i relativi lock down, con le restrizioni agli spostamenti che comportano, non potendo praticare l’amato vagabondaggio per paesaggi tanto naturali quanto urbani lontani dalle mie parti mi sono dedicato – con il prezioso aiuto di Loki, il mio segretario personale a forma di cane il quale si dimostra pure un ottimo “segugio di sentieri” – ne sto approfittando per riscoprire itinerari appena fuori casa (nel senso letterale della definizione) e luoghi che facevano da meta alle passeggiate di quand’ero bambino con i genitori o i nonni. Una pratica che peraltro, in questi giorni di transito dall’inverno alla primavera, si rivela particolarmente piacevole, con le temperature diurne miti, la luminosità già da “bella stagione”, il bosco ancora assopito ma i prati già puntinati di innumerevoli e coloratissime fioriture – nonché, devo ammettere, l’assenza quasi totale di disturbi antropici, almeno in certe zone particolarmente “remote” seppur situate a poche centinaia di metri di distanza dalla “civiltà”.

In tal senso, sto cercando di trasformare questo periodo difficile dettato dal Covid-19, che possiamo definire come di “crisi”, in ciò che l’etimo della parola suggerisce: un momento di riflessione ovvero, per meglio dire nel mio caso, di rivalutazione e riscoperta, ricco di numerose sfumature positive e illuminanti. Ad esempio, riguardo come ogni luogo abitato e vissuto, anche geograficamente limitato, contiene sempre un proprio piccolo/grande mondo la cui esplorazione può veramente risultare interminabile, se vissuta con occhi sempre attenti, curiosi e sensibili. Formalmente, non c’è bisogno di andare chissà dove, per “esplorare” e scoprire cose nuove: si possono trovare nella terra più remota e sperduta a migliaia di km di distanza così come a pochi passi da casa. Come ho già scritto altrove, la cosa meravigliosa dell’infinito è che comincia appena oltre la punta dei tuoi piedi.

Inoltre, nel tornare ora a ripercorre cammini e visitare luoghi che frequentavo da bambino, e (anche) attraverso i quali si è formata la mia sensibilità verso la percezione del mondo d’intorno e l’elaborazione dei suoi paesaggi, mi sto nuovamente rendendo conto che il tempo è veramente qualcosa che passa solo perché noi pensiamo e crediamo che sia così, per una nostra convenzione alla quale decidiamo funzionalmente di sottostare. In verità, ha ragione la fisica contemporanea quando attesta che il tempo non esiste, sulla microscopica scala umana, se non in funzione dello spazio: in tal caso, cioè nelle circostanze delle quali vi sto scrivendo qui, lo spazio è quello vissuto, per poco o per tanto, e che proprio grazie al mio (nostro) vissuto diventa “luogo” dotato di un valore che il tempo non può scalfire.

In fondo anche per questo il luogo più limitato – quello dove magari viviamo, posto appena fuori la porta di casa, ripeto – può assumere le “sembianze” dell’infinito, come accennavo prima: ed è una peculiarità, questa, che proprio in questo periodo di difficoltà e confinamenti più o meno stringenti credo possa tornare assolutamente utile e piacevole se non parecchio sorprendente, già.

[Sentieri di casa con cane – di casa.]

Intanto, lì fuori…

[Foto di 272447 da Pixabay ]
In effetti verrebbe proprio da pensare che in questi giorni la Natura – o qualsiasi altra “entità” con la quale vi venga di poterla identificare – si stia prendendo gioco degli umani, costretti a restare reclusi tra le mura domestiche per colpa di un virus terribile. Nel pieno d’una tale pandemia, che peraltro cade nel mezzo della fremente esplosione di vita che dona la primavera, e in corrispondenza del ponte pasquale, per il quale di norma buona parte delle persone non resterebbero in casa nemmeno sotto minaccia, la suddetta Natura, almeno dalle mie parti, sta inanellando una serie notevole di giornate splendide, dalla meteo favorevole come non mai. I monti ancora innevati, i boschi coloratissimi, i prati fioriti, l’aria già tiepida e le giornate che s’allungano, il cielo da giorni sereno senza nuvole… e gli umani chiusi in casa. Tiè!

Una gran presa in giro “naturale”, appunto, come se la Natura si divertisse a rigirare il coltello nella piaga (termine peraltro correlato a una situazione di calamità) e volesse sbeffeggiare l’umana caducità e la palese fragilità del sempre tanto borioso Homo Sapiens così chiaramente palesate dall’invisibile, imperante e invadente coronavirus!

E poi, quando l’emergenza finirà e torneremo liberi di muoverci a piacimento, magari pioverà per settimane. Perché la Natura di sicuro le Leggi di Murphy le conosce bene, tant’è che, come recita la Settima variante di Zymurgy alla legge di Murphy:

Quando piove, diluvia.

E ancora tiè! Ecco.

Gita di Pasquetta

Gita di Pasquetta: comp. da gita s. f. [der. di gire; propr. «andata»] e pasquétta s. f. [dim. di pasqua] – Locuzione popolare atta a definire i più terribili ingorghi stradali ovvero gli affollamenti insostenibili in luoghi dotati di varie peculiarità turistiche e ricreative nel lunedì successivo alla festività di Pasqua.