Sbagliare è umano, perseverare è diabolico, intestardirsi è Matterhorn-Cervino Speed Opening!
Ironie (?) a parte, persino un sito certamente solidale nei confronti dello sci alpino e del suo mondo come “DoveSciare.it” mette in dubbio la ragionevolezza delle gare tra Zermatt e Cervinia (vedi qui sotto), nel mentre che invece le autorità regionali e la FIS, nonostante i soldi buttati al vento (è proprio il caso di dirlo), i danni arrecati al ghiacciaio e la figuraccia internazionale, stanno già pensando al prossimo anno, come vedete qui sotto. Ma, come dice quell’altro noto motteggio popolare, «non c’è due senza tre»: dunque, ci dobbiamo preparare all’ennesima, beffarda e antirealistica messinscena, lassù al Teodulo?
Be’, fosse solo questo ci si potrebbe ridere sopra e amen. Purtroppo, invece, temo che un nuovo tentativo di effettuare le gare sul ghiacciaio, l’anno prossimo, comporterà ulteriori sevizie alla già sofferente massa glaciale, nonostante l’indignazione internazionale manifestatasi nelle scorse settimane. Contro una tale manifestazione di testardaggine analfabetico-funzional-sciistica, e se la fregola degli organizzatori locali e FIS di voler fare gare sul Teodulo a novembre non passerà o verrà bloccata, non resta veramente che confidare nella Natura: nel bene, sperando che l’inverno sia nevoso e l’estate 2024 non troppo torrida, oppure nel male, come accaduto sia l’anno scorso che quest’anno. Confidare in certe menti umane, invece, è piuttosto arduo se non sostanzialmente inutile, ecco.
P.S.: in ogni caso, da appassionato di sci fin dai primi vagiti, torno a chiedere: una Coppa del Mondo di Sci Alpino che si comporta in questo modo imponendo tali pratiche è ancora il miglior mezzo di promozione per le montagne e le località sciistiche coinvolte, oppure si sta inesorabilmente trasformando in una manifestazione di alienazione e di ipocrisia nei confronti di quelle stesse montagne?
P.S.#2: qui trovate tutti gli articoli che negli ultimi tempi ho dedicato alla questione del “Matterhorn-Cervino Speed Opening”.
Dunque il “Matterhorn speed opening” maschile, ovvero le gare di Coppa del Mondo di sci sulla pista creata scavando il ghiacciaio del Teodulo, tra Zermatt e Cervinia, non s’ha da fare, per il secondo anno consecutivo – vedi qui sopra: cliccate sull’immagine per leggere l’articolo di “Neveitalia” al riguardo. Gare cancellate per cause differenti – l’anno scorsa niente neve e caldo, quest’anno troppa neve e vento, in fondo entrambi conseguenze del cambiamento climatico in corso – che tuttavia nascono dalla stessa matrice: la Natura. La quale evidentemente ha voluto vendicare di nuovo quanto subìto dal “suo” ghiacciaio – le ruspe sulla superficie, gli scavi e gli spostamenti di neve per creare il tracciato in parte illegali – al contempo rendendo palese l’atteggiamento spesso troppo arrogante e supponente dell’uomo nei suoi confronti, il quale pensa che non vi possano essere limiti all’ottenimento dei propri fini e invece ci sono eccome. Purtroppo ciò colpisce anche lo sport, che in teoria dovrebbe rappresenta uno degli ambiti virtuosi tra le cose umane e invece a sua volta diventa spesso uno strumento consumistico, finanziario e politico a danno dell’ambiente – ciò che sta accadendo per le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 rappresenta un’altra dimostrazione eclatante al riguardo, ma di esempi se ne potrebbero fare tanti.
A mio modo di vedere il problema non è che sul Teodulo nevicasse troppo oppure, lo scorso anno, non avesse nevicato per nulla: è che si possa pensare con estrema superficialità ad effettuare lassù delle gare a novembre nonostante l’estrema imprevedibilità della realtà meteoclimatica attuale e in divenire, ancor più a quelle quote, spendendoci un sacco di soldi serviti pure, ribadisco, per operare in un luogo in grande sofferenza e sempre più fragile come un ghiacciaio, ovvero pensare di assoggettare il luogo a qualsiasi intervento funzionale ai propri interessi, anche il più impattante e sconcertante. Una evidente mancanza di buon senso, di alienazione dalla realtà, di arroganza e di disprezzo dell’ambiente e del luogo in cui si è operato – altro che «valorizzazione» e «promozione turistica»!
Dopo due anni di annullamenti, i responsabili avranno imparato la lezione? A giudicare dalle dichiarazioni francamente poco sensate (e dal vago sapore negazionista) di Franz Julen, presidente del comitato organizzatore delle gare, sembra di no, mentre altri qualche dubbio sulla convenienza di un evento del genere se lo stanno ponendo, chissà con quali risultati concreti. Peccato che una delle vittime principali di tale pervicace alienazione sia proprio lo sci agonistico, quello della Coppa del Mondo, un tempo principale strumento di promozione commerciale e turistica della montagna invernale e oggi sempre più visto, in certi casi come quello dello “speed opening”, come una manifestazione insensata e ipocrita che si fa promotrice delle pratiche più impattanti e meno sostenibili per i territori montani. Peccato, lo ripeto: non se lo merita lo sci (e lo dico da sciatore ex – mediocre – agonista), non se lo merita la montagna e nemmeno se lo merita l’immagine delle stazioni sciistiche coinvolte.
Ancor prima che scoppiasse la polemica (che continua, sui media) intorno ai lavori sul ghiacciaio del Teodulo tra Zermatt e Cervinia in vista delle imminenti gare di Coppa del Mondo di Sci, dei quali già da tempo mi stavo occupando, scrivevo in un post che «mi augur(av)o di tutto cuore che le gare si possano svolgere su neve naturale e con temperature consone al luogo e alla quota. Già, me lo auguro proprio, piuttosto di assistere alle sevizie quotidianeinferte al ghiacciaio per cercare di allestire il tracciato di gara.»
Ecco: quest’anno, a differenza del 2022, la neve è arrivata e personalmente ne sono profondamente felice. Lascio dire ciò che vogliono a quei sostenitori dei lavori e delle gare che credono di aver “vinto” su chi come me protestava per quegli scavi inferti al ghiacciaio a colpi di ruspe (in parte rivelatisi irregolari) perché, appunto, già lo avevo scritto in tempi non sospetti – come si usa dire – che al netto di ogni considerazione e presa di posizione speravo nella neve vera, sul Teodulo. Non solo per far che il manto nevoso naturale coprisse (ovvero nascondesse) gli scavi e tutte le altre “sevizie” glaciali – circostanza che comunque rende la visione del ghiacciaio meno sconfortante e altrettanto meno irritante – ma anche perché, nel mezzo della crisi climatica che stiamo vivendo, la cui evoluzione non lascia sperare nulla di buono, vedere neve vera sui monti “come una volta” indubbiamente rincuora.
Posto ciò, nulla cambia rispetto alle problematiche ecologiche, ambientali, socioculturali e etiche delle quali i lavori sul ghiacciaio del Teodulo si sono fatti manifestazione concreta e inquietante (e parimenti rispetto a un evento montano come la Coppa del Mondo di Sci, che ormai troppo spesso si dimostra indifferente alle suddette problematiche, pur di mandare avanti il suo «circo bianco»). Di recente (cioè lo scorso 1 novembre) se n’è occupato anche l’amico glaciologo Giovanni Baccolo nel corso di un’intervista per la trasmissione Il giusto clima di Radio Popolare, che ha poi trascritto in questo post sul suo blog “Storie minerali”, spiegando chiaramente, in forza della sua competenza scientifica, quanto è accaduto lassù all’ombra del Cervino/Matterhorn. Ecco alcuni passaggi salienti delle sue considerazioni al riguardo:
Preparare una pista su ghiacciaio non è uguale a farlo sui classici terreni non glacializzati dove si sviluppa la maggior parte delle piste. Questo perché il ghiaccio di ghiacciaio, a differenza della roccia o dei sedimenti, è qualcosa di dinamico, in continuo movimento. I ghiacciai sono vivi. Per mantenere una pista su ghiacciaio è necessario compiere continui interventi di manutenzione. L’obiettivo è chiudere i crepacci, livellare la superficie ed eliminare qualsiasi imperfezione prodotta dal movimento del ghiaccio. Questi sforzi stanno diventando di anno in anno più intensi poiché le condizioni dei ghiacciai alla fine dell’estate sono sempre peggiori. A causa del cambiamento climatico che danneggia i ghiacciai, è necessario utilizzare sempre più combustibile per addomesticarli, contribuendo alla causa scatenante di tutto.
Insomma, si tratta di un cortocircuito, un cane che si morde la coda. Si tenta di risolvere un problema aggravando la causa primaria che lo sta producendo. La situazione mi ricorda un’altra vicenda che riguarda i ghiacciai: ovvero la posa dei teli per rallentarne la fusione. Anche in quel caso si interviene per diminuire il ritiro glaciale, ma al netto di tutto, quegli interventi hanno impatti ambientali tali da aggravare ulteriormente la causa primaria che sta provocando l’aumento delle temperature: le emissioni di carbonio in atmosfera.
Sia chiaro, scavare un singolo ghiacciaio con i bulldozer non ha un impatto reale sulla quantità di anidride carbonica presente in atmosfera, si tratta letteralmente di una goccia nell’oceano. La questione è simbolica. Il cambiamento climatico e il ritiro dei ghiacciai sono problemi sempre più gravi e impattanti. Allo stesso tempo però, una maggiore consapevolezza ambientale si diffonde tra la popolazione, rendendo questi interventi sempre piò difficili da digerire. Osservare bulldozer che sventrano dei ghiacciai per fare spazio a una pista da sci, è come assistere a un camion che butta a mare un carico di provviste in tempo di carestia.
Anche il progetto di creazione di questa pista ha un’ampia sezione dedicata alla sostenibilità, il che mi lascia un poco perplesso. Come è possibile parlare di sostenibilità ambientale se il cuore del progetto è portato avanti da una flottiglia di escavatori che con grandi benne distrugge ghiaccio antico di decenni o addirittura secoli?
Tra molte altre cose, di sicuro le vicende legate all’organizzazione delle prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 stanno (ri)mettendo in evidenza lo stato di fatto desolante della politica contemporanea, l’imperizia dei suoi rappresentanti, il dramma di affidare territori pregiati e delicati come quelli montani a decisori amministrativi che non solo non hanno le competenze per gestirli al meglio ma non hanno nemmeno sensibilità, cura e visione strategica e culturale verso di essi e le comunità che li abitano.
[Da “Il Foglio”, cliccateci sopra per leggere l’articolo.]La tragicommedia in corso tra Lombardia e Veneto, che dopo la cancellazione della pista di bob a Cortina stanno litigando per spartirsi in maniera differente da quanto inizialmente stabilito la torta olimpica – le cui fette non solo soltanto fatte di prestigio e orgoglio, tutt’altro! – è tanto grottesca quanto squallida, ancor più se si torna a quelle immagini di esultanza smodata del momento in cui il CIO assegnò a Milano e Cortina i Giochi invernali del 2026: una (apparente) unione di intenti e di interessi che nel giro di qualche anno si è sgretolata nel caos organizzativo che sta caratterizzando la macchina olimpica lombardo-veneta. Un caos, è bene rimarcarlo, che risulta lo specchio fedele di una palese inettitudine politica, amministrativa, decisionale, accresciuta da abbondanti dosi di ipocrisia e arroganza nonché da un’idea di fondo che fa (pervicacemente) delle montagne dei meri beni da consumare fin che ce n’è pur di conseguire i propri tornaconti, nonostante il diffuso parere contrastante di gran parte della società civile e la cospicua documentazione elaborata intorno alle tante pecche che l’organizzazione dei giochi sta evidenziando, ovviamente ignorata quando non diffamata dai suddetti politici – qui un esempio dei migliori al riguardo.
Che fare dunque dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026, a questo punto? Be’, al fine di evitare che la figuraccia planetaria diventi ancora più imponente e tragicomica, e posto che a solo poco più di due anni dall’inizio dei Giochi è ormai impossibile mandare a monte tutto quanto (anche se temo sarebbe l’unico modo per evitare totalmente ulteriori disastri), credo non si possa far altro che rifocalizzarsi e concentrarsi sulla sostenibilità economica, sociale e ambientale delle opere, eliminando definitivamente quelle che all’evento olimpico risultano sostanzialmente accessorie e mettendo da parte qualsiasi stupido orgoglio politico e ideologico per riequilibrare i Giochi al loro contesto più logico: lo sport e la montagna. Ciò significa che ogni intervento dovrà essere basato su buon senso, visione politica, utilità concreta, funzionalità, rigore finanziario, armonia con il territorio, retaggio a favore delle comunità ben più che dei turisti, diventando un valore aggiunto sul lungo termine per i luoghi interessati e non un’ennesima forma di consumo a perdere dei territori e dei paesaggi.
Eventi di tale portata d’altro canto impongono non solo sostenibilità economiche e ambientali ma, a monte, sostenibilità culturali, cioè la capacità di manifestare e mettere in campo una competenza innanzi tutto culturale nei confronti dei territori con la quale attuare quelle altre sostenibilità ovvero eventi, opere e iniziative che rappresentino veramente uno sviluppo dei quei territori e delle loro comunità, che ne sappiano realmente arricchire lo spazio, il tempo, il paesaggio, che siano elementi importanti nella costruzioni del miglior futuro possibile. In fin dei conti non devono essere i giochi a essere sostenibili ma devono esserlo i territori prima, durante e dopo l’evento, e parimenti deve essere “sostenibile” – cioè, logica, ammissibile, propugnabile – sotto ogni aspetto la vita quotidiana in essi.
Se non si è in grado di capire ciò, si intenderà solo che le Olimpiadi possono essere l’ennesimo strumento di conquista, di consumo, di tornaconti elettorali e non solo e di inesorabile successivo degrado dei territori. Come insegna l’Olimpiade di Torino 2006 e come sta dimostrando la cronaca fino a oggi per Milano-Cortina 2026: il rischio è forte, se non cambiano le cose.
In alta Valle Brembana (provincia di Bergamo), a breve andrà in pensione l’ultimo medico condotto ancora in servizio, l’unico per i cinque comuni montani della zona. Poi, se non sarà sostituito, agli abitanti toccherà guidare per almeno quindici chilometri lungo strade di montagna inevitabilmente tortuose per arrivare al più vicino ambulatorio di medicina di base. D’altro canto, anche se venisse sostituito, resterebbe il solo medico disponibile per la zona: una situazione comunque precaria, inutile rimarcarlo. Ne dà conto il telegiornale di “Bergamo TV” nell’edizione di giovedì 19 ottobre – qui sotto, dal minuto 34’50”.
Ma anche lassù, in alta Valle Brembana, numerosi politici locali coi loro sodali pensano di poter investire milioni di soldi pubblici per rilanciare lo sci e i relativi comprensori (ne parlai ad esempio qui), ovviamente dichiarando di “sviluppare il territorio» e «combattere lo spopolamento», in questo modo.
Riassumendo: non ci sarà più alcun medico di base per gli abitanti di quei comuni, che già hanno subito chiusure di sportelli bancari, uffici postali, scuole, eccetera, ma – se dovessero passare i progetti paventati – si apriranno impianti e piste, ovviamente innevati artificialmente (al costo di circa 50mila Euro al kmq a stagione, da aggiornare). Ovvero: da decenni mancano investimenti per i servizi necessari ai residenti e per i loro bisogni quotidiani, ma si vogliono spendere milioni di soldi pubblici per l’industria dello sci.
Perché lo sanno tutti che lo spopolamento non si combatte con il mantenimento degli ambulatori di medicina generale ma con i cannoni sparaneve, ma certo! Però solo se fa abbastanza freddo, chiaro, altrimenti non sparano nulla mentre un medico di base lavora con qualsiasi freddo e qualsiasi caldo, già.
Capite la gravità e la pericolosità di certe azioni politiche e della “visione strategica” che da decenni manifestano verso i territori montani amministrati?
Lassù, dove già ora mancano le condizioni climatiche e ambientali affinché una stazione sciistica possa sostenersi senza generare danni ambientali e debiti economici (si parla di comprensori che a fatica arrivano a 2000 m, sovente con esposizione sfavorevole), si vogliono buttare un sacco di soldi in società già fallite e senza alcuna prospettiva futura e, nel frattempo, ci si disinteressa totalmente di ogni altra cosa veramente utile a vivere, risiedere e lavorare lassù, inclusa l’ineludibile riconversione turistica post-sciistica. Non generano tornaconti né consenso elettorale, queste cose, mentre per una scintillante nuova seggiovia e per un nuovo efficientissimo impianti di innevamento artificiale si trovano soldi in abbondanza e prime pagine sugli organi d’informazione con relativa propaganda, già. Ed è inutile aggiungere che, se qui io cito l’alta Valle Brembana in quanto caso recente, non è che uno dei numerosi del tutto simili che si possono constatare un po’ ovunque, sulle montagne italiane: qui ad esempio trovate un altro caso emblematico sul quale ho scritto.
Dunque, va tutto bene? Andiamo avanti in questo modo? La “salviamo” così, la montagna?