Il canto di rinascita del cuculo

Nell’aprile del 1945 ero in un Lager e dai boschi di Graz avevo sentito il cuculo; poi tra le macerie di un vecchio bombardamento un vecchio vestito da cacciatore mi aveva sussurrato: – Non aspettare nessuno, mein liebe Freund. Vai a casa, scappa!
Anche per questo ogni anno desidero il canto del cuculo, che avrà pure rallegrato in quello stesso giorno gli amici della contrada e di scuola diventati partigiani che dentro il Bosconero aspettavano il segnale. Insomma i rondoni per la mia felice infanzia, e il cuculo per il giorno della speranza sono i segnali di sempre per ogni primavera. Infine se non abbiamo speranza a che vale vivere?

(Mario Rigoni Stern, Segnali di primavera in Uomini, boschi e api, Einaudi, 1a ed.1980, pag.81.)

Il bosco come necessità vitale

Ma lui cammina così sull’harnust per controllare nei boschi gli effetti dell’inverno: i danni delle nevicate pensati di novembre, quelli delle bufere di gennaio e ancora delle nevicate pesanti di fine febbraio che qualche volta hanno trasparenze rossicce per la sabbia del Sahara che il vento dei tropici porta fin qui.
Nessuno gli dice di andare per i boschi a constatare i danni, per controllare questi ci sono i guardaboschi comunali e le guardie forestali della Regione; ma lui ci va ugualmente perché questi boschi li sente suoi più che ogni altro, non per proprietà ma perché parte della sua vita, e necessari a lui come l’aria, l’acqua, il cibo.

(Mario Rigoni Stern, Il vecchio boscaiolo in Uomini, boschi e api, Einaudi, 1a ed.1980, pag.172.)

N.B.: harnust (“corazza”) è termine di origine longobarda con il quale sull’Altopiano di Asiago, i cui abitanti in origine sono Cimbri dunque di stirpe germanica, ci si riferisce al tipico manto nevoso primaverile, caratterizzato in superficie da una dura crosta ghiacciata generata dalla fusione diurna e dal seguente rigelo notturno.

Una matita Hard Black

Scrivere con una matita Hard Black, HB, rigorosamente col corpo esagonale di legno, ben appuntita, premendo sul foglio di carta bianco e percependo l’equilibrata consistenza della punta, tracciando il suo segno netto, nitido, dal colore della terra antica e più feconda, con quell’olezzo tenue e inconfondibile di legno e grafite… Ecco: questa è una delle cose più piacevoli che si possano fare, lo ribadisco,per me che ancora amo scrivere a mano perché è un bellissimo esercizio culturale che trova un suo inopinato senso nell’inutilità alla quale pare esser condannato dalla digitalizzazione universale. Un po’ come il “gusto per il superfluo” del dandy di fine Ottocento, quello celebrato e praticato dal D’Annunzio più esteta, per dire, che nella sua apparente vanità ha generato bellezza e fascino a non finire. Ma qui, a ben vedere, di “superfluo” vi può essere poco o nulla, per quanto si possa scrivere e, soprattutto, stante la nobiltà incontrovertibile di un così amabile strumento di scrittura.

Mario Rigoni Stern, “Uomini, boschi e api”

Qualche tempo fa Roberto Mantovani – uno dei massimi esperti italiani di cose di montagna – pubblicava sul magazine “In Movimento” un articolo intitolato Ridateci Rigoni Stern con quale rimarcava come, a fronte della notevole produzione editoriale contemporanea dedicata alla montagna e alla Natura in generale, nella quale non mancano buoni scrittori e libri, sostanzialmente non c’è nessuno che sappia scrivere di tali temi come sapeva farlo Mario Rigoni Stern, ribadendone non solo l’unicità di stile nel panorama letterario italiano del Novecento ma pure l’insuperata dote di narrazione pura del mondo naturale e del rapporto dell’uomo con esso. “Pura” perché cristallina, genuina, obiettiva, priva di fronzoli letterari eppure profondamente poetica, sovente intima e intimistica, sublime compendio di pensieri ed emozioni messi nero su bianco dalle giuste parole – ne una di più ne una di meno, nessuna al di sopra delle righe e nemmeno al di sotto – nell’insieme di testi che si potrebbero pensare quasi minimali, asciutti o laconici ma che sanno raccontare molto di più di quanto si recepisca dalla loro lettura, proprio perché in grado attivare tanto la mente quanto il cuore e l’animo. E sempre, lo ripeto, raccontando la nuda verità, ovvero facendo scaturire da essa la poesia e la narrazione letteraria ma senza mai distaccarsi dalla visione dello sguardo e dai conseguenti moti dello spirito.
Uomini, boschi e api (Einaudi, 1a ed.1980) è uno dei titoli di Rigoni Stern specificatamente dedicati alla Natura e ciò, con il grande scrittore dell’Altopiano di Asiago, significa sempre “Natura” nell’accezione più ampia possibile del termine: quella in cui ogni elemento variamente vivente – piante, fiori, animali, insetti, rocce, acque eccetera nonché, ultimi ma non ultimi, uomini – è parte egualitaria dell’insieme naturale, in relazione reciproca dal punto di vista tanto biologico quanto spirituale []

(Leggete la recensione completa di Uomini, boschi e api cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Natura maiuscola

Natura.
Di recente qualcuno me lo ha fatto di nuovo notare, che “Natura” non si scrive con la N maiuscola. Ma io continuo a scriverlo in questo modo, Natura. Perché non riesco a non farlo, se lo faccio guardo un attimo la parola scritta e mi dico: no, non mi piace.
Non è una questione di ipotetica matrice “panteista” o “animista” o che altro, (se così si possa intendere; almeno non lo è primariamente), nemmeno di ambientalismo massimalista, e non considero che possa essere errato scriverla così*. Semmai, mi sembra una minima, banale, certamente simbolica, forse superflua ma per me significativa e necessaria forma di rispetto. Per la Natura, già.

*: quantunque in certi casi lo sia, e questo per molti versi è uno di essi.