Biblioteche “da fantascienza”. Il caso emblematico, e chimerico, della BEIC di Milano.

BEIC MilanoSaprete forse che qui nel blog c’è una sezione chiamata INTERVALLO, a ricordo di quegli intermezzi sulla TV d’una volta nei quali, tra una trasmissione e l’altra veniva mandato un rullo di immagini di luoghi, panorami e monumenti nazionali particolarmente belli. Similmente, saprete che lì pubblico spesso immagini e informazioni su luoghi particolarmente belli dedicati alla cultura e ai libri, biblioteche storiche e contemporanee dall’architettura spettacolare ovvero dalle caratteristiche fuori dall’ordinario. Ciò in base a un’idea molto semplice: un “contenitore” di tesori preziosi e fondamentali per la società civile come i libri deve a sua volta essere qualcosa di prezioso, qualcosa che anche nelle linee architettoniche rifletta la propria importanza civica e, anche per questo, che divenga un luogo di richiamo degli abitanti d’una città o della zona limitrofa, un aggregatore sociale di persone il cui fulcro centrale siano, appunto, i libri e ciò che essi rappresentano.
E’ questo un concetto particolarmente considerato in Nord Europa, ad esempio, ove esistono biblioteche pubbliche a dir poco spettacolari. E non è un caso, io credo, che lassù le percentuali di diffusione dei libri e della lettura siano tra le più alte al mondo.
Anche in Italia vi sono casi interessanti e virtuosi da questo punto di vista. Manca tuttavia, a Milano come a Roma ovvero nelle città principali, una biblioteca nazionale, o un similare luogo di natura centrale nel sistema istituzionale di diffusione sociale della lettura, che come sopra affermato possa fare da catalizzatore di persone e di interessi culturali. Un po’ ciò che accade nell’ambito artistico, nel quale sempre, ove vi sia un importante museo o centro d’arte aperto al pubblico, attorno si crea un indotto di altri luoghi pubblici e privati – gallerie, centri culturali, locali richiamanti l’arte – che generano un sistema virtuoso e – inutile dirlo – assolutamente benefico per la città d’intorno e per la vita urbana dei suoi abitanti.
Milano, città che molti considerano la capitale culturale d’Italia, una nuova, grande e iconica biblioteca l’ha progettata: la BEIC, Biblioteca Europea di Informazione e Cultura, edificio architettonicamente potente e suggestivo che doveva sorgere nell’area di Porta Vittoria un tempo occupata da uno scalo ferroviario poi dismesso, e che doveva proprio rappresentare il fulcro di “un’arca per la cultura” – proprio con tale definizione veniva presentata la riqualificazione dell’area – con attorno altri luoghi di interesse culturale.
Doveva, sì, sto usando il verbo al passato, lo avrete già notato. Perché mentre in molte città europee negli ultimi anni sono sorte, o a breve sorgeranno, nuove e spettacolari biblioteche, sulla scia della riscoperta dell’importanza fondamentale di tali luoghi pubblici per una città, se non per un’intera regione o stato, beh, qui – a Milano, intendo – non se ne farà nulla.

BEIC_giornaleNulla, niente. Chimera, utopia, illusione, la BEIC. Una biblioteca da fantascienza, perché forse solo in un romanzo di tal genere la si potrà credere realizzata.
L’idea iniziale del progetto per la BEIC nacque ancora negli anni ’90 (!); poi, nel 2001, lo studio Bolles & Wilson vinse il concorso per il progetto esecutivo – quello che vedete nell’immagine a corredo di questo articolo. Il progetto prevedeva (o prevedrebbe, se vogliamo essere speranzosi fino al parossismo) un edificio per 500mila opere a libero accesso e digitalizzate (secondo altre fonti i volumi ospitati sarebbero stati 900mila), corredato da un’emeroteca, settori per musica e spettacolo, sale di registrazione, studio e lettura, caffetterie, terrazze. Beh, fatto sta che, una volta stabilito il progetto, è iniziata l’odissea, tramutatasi poi rapidamente in tragicommedia, nonostante le dichiarazioni entusiaste dei soggetti coinvolti nella realizzazione, che già vantavano d’aver donato a Milano e all’Italia un grande luogo di cultura d’importanza sociale incalcolabile.
Sì sì, come no! In quasi 15 anni i lavori nemmeno sono realmente partiti, e ormai il progetto è considerato dai più morto e sepolto, già sostituito da un giardino pubblico. Che per carità, ben venga pure quello, ma se ci fossero stati pure i libri a disposizione da leggere sulle panchine all’ombra degli alberi, sarebbe stata cosa migliore, converrete con me. Però il sito c’è, della BEIC: tanto ben fatto da risultare analogamente beffardo. Si vedano a tal proposito le pagine relative alla genesi e agli sviluppi del progetto, mestamente ferme al 2009…
Purtroppo, per l’ennesima volta resta l’amaro in bocca per un’altra occasione di elevazione culturale gettata alle ortiche, e ancora di più resta per la constatazione di come in questo nostro paese, ahinoi, la cultura e tutto quanto serva per promuoverla e diffonderla tra i cittadini sia un qualcosa che probabilmente fa venire l’orticaria alle istituzioni, assai più felici di spendere soldi per opere pubbliche francamente inutili quando non idiote (la lista è lunga, lo sapete bene. Per dirne una: i soldi che lo stato sborserà per non far fallire l’inutile autostrada BreBeMi equivalgono più o meno a quelli necessari per la costruzione della BEIC. No comment!) piuttosto che per coltivare l’intelligenza e il sapere della gente comune. Per precisa strategia, ribadisco ancora una volta la mia opinione.
Beh, ci toccherà di nuovo emigrare altrove – ad Helsinki, ad esempio: guardate qui che popò di progetto stanno realizzando, lassù! D’altro canto, è cosa istituzionalizzata che, in Italia, con la cultura non si mangia, no?
Mi viene malevolmente da pensare che forse nemmeno George Orwell seppe concepire una realtà del genere. “L’Ortodossia consiste nel non pensare — nel non aver bisogno di pensare. L’Ortodossia è inconsapevolezza.” (1984, Libro 1, Capitolo 5)

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, QUI.

Il rivoluzionario spaziale. Lucio Fontana: vita, arte, infinità.

A seguito della puntata di RADIO THULE dello scorso 9 marzo che ho dedicato a Lucio Fontana, mi sono giunte diverse richieste di rendere disponibili i testi utilizzati nel corso della stessa. In verità, avevo già pensato di pubblicarli, qui sul blog, dal momento che nel preparare la trasmissione mi sono reso conto che effettivamente sul web non si trova molto su Fontana, ovvero si trovano documenti ma sovente specifici su certe parti del suo lavoro artistico e di frequente piuttosto sintetici. Di contro, non si trova quasi nulla di unitario e non troppo sinottico sull’attività di un artista così rivoluzionario e fondamentale per l’arte del Novecento e non solo.
Cerco nel mio piccolo e mi auguro di offrire un buon contributo al fine di diffondere una maggiore conoscenza di Lucio Fontana e, ancor più, una maggiore consapevolezza dell’importanza della sua arte – rivoluzionaria, lo ribadisco, non solo per l’arte stessa ma sotto diversi aspetti per tutta la cultura del secondo Novecento fino a oggi.

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Dalla terra allo “spazio”

Lucio Fontana nasce in Argentina, a Rosario di Santa Fe, il 19 febbraio 1899. Il padre Luigi, in Argentina da una decina d’anni, è scultore e la madre, Lucia è attrice di teatro.
A sei anni torna con la famiglia in Italia, a Milano, per frequentare la scuola.
Il suo apprendistato d’artista inizia nella bottega del padre, mentre ancora frequenta la Scuola per Maestri Edili.
A diciotto anni, nel 1917, interrompe gli studi e parte per il fronte come volontario, ma viene presto ferito e rimandato a casa con la medaglia al valor militare e continua gli studi fino al Diploma e comincia a frequentare l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano.
Anche se sinceramente interessato all’arte, lascia presto l’Accademia per tornare in Argentina dove all’inizio lavora con suo padre, in un primo tempo, per aprire poi un proprio studio di scultura.
Nel 1928 Lucio Fontana torna in Italia per riprendere gli studi all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove segue i corsi di Adolfo Wildt fino al diploma.
Per guadagnarsi da vivere il giovane scultore realizza opere decisamente commerciali e partecipa a mostre collettive.
Negli anni ’30 Lucio Fontana, segue la sua vena personale realizzando opere fra il figurativo e l’astratto, elabora il suo personale concetto spaziale considerando che fra l’uomo e l’arte corre una sinergia che va oltre la tela nello spazio ed è un fatto concettuale e gestuale.
Sempre più apprezzato dai maggiori critici, partecipa alla Triennale di Milano, alla Biennale di Venezia, alla Quadriennale di Roma; espone più volte alla Galleria del Milione, presentando tele in cui la superficie è interrotta da rilievi e rientranze, che chiamano in gioco non solo le forme ed i colori, ma il mondo reale, lo spazio e la luce.
Ad Albissola, in Liguria, Lucio Fontana si dedica alla ceramica, proseguendo in Francia alla Manifattura di Sèvres nella creazione di piccole sculture, che espone e vende con successo a Parigi.
I primi anni ’40 lo vedono ancora a Buenos Aires dove lavora indefessamente, partecipando e vincendo vari concorsi di scultura, insegnate di modellato alla Scuola d’Arte della città e creatore con altri di una scuola d’arte privata: l’Accademia di Altamira, sempre a Buenos Aires, che diventa un importante centro di promozione culturale.
Proprio qui che, in contatto con giovani artisti e intellettuali, elabora le teorie di ricerca artistica che portano alla pubblicazione del “Manifiesto Blanco”.
Rientrato a Milano nell’aprile del 1947, Fontana fonda il “Movimento spaziale” (o “spazialista”) e, con altri artisti e intellettuali, pubblica il “Primo Manifesto dello Spazialismo”.

Il Movimento spaziale

Il primo testo teorico alla base della nascita dello Spazialismo è stato ideato da Fontana nel 1946 a Buenos Aires, in Argentina: è il già citato “Manifiesto Blanco”, dove si iniziano a delineare le urgenze di un superamento dell’arte come sino ad allora concepita e ormai “stagnante”, inserendo le dimensioni del tempo e dello spazio.
I pittori spazialisti non hanno come priorità il colorare o dipingere la tela, ma creano su di essa delle costruzioni che mostrano agli occhi del passante come, anche in campo puramente pittorico, esista la tridimensionalità. Il loro intento è dar forma alle energie nuove che vibravano nel mondo del dopoguerra, dove la presa di coscienza dell’esistenza di forze naturali nascoste come particelle, raggi, elettroni premeva con forza incontrollabile sulla “vecchia” superficie della tela. Tali forze troveranno lo sfogo definitivo nel rivoluzionario gesto di Fontana, che bucando e tagliando la superficie del quadro, fece il passo finale di distacco dalla “vecchia” arte verso la nuova arte spaziale.
Oltre all’iconico taglio del caposcuola Fontana vanno ricordate le più note ricerche degli altri artisti spazialisti: Mario Deluigi ha inciso la tela grattandone il colore e creando con i suoi graffi fantasmagoriche nuvole di scintille che prefiguravano i movimenti delle particelle nella luce; Roberto Crippa ha ricreato sulla tela vertiginose spirali nelle quali si può riconoscere la forma intima dell’energia, come nelle orbite degli elettroni attorno all’atomo.

Verso un’espressività infinita

Fontana riprende l’attività di ceramista ad Albissola, la collaborazione con gli architetti e la pubblicazione del “Secondo Manifesto dello Spazialismo”.
Nel 1949 espone alla Galleria del Naviglio “L’ambiente spaziale a luce nera” suscitando al tempo stesso grande entusiasmo e scalpore, e non pago, da vita alla sua invenzione più originale quando, forse spinto dalla sua origine di scultore, alla ricerca di una terza dimensione, realizza i primi quadri forando le tele dando il via al ciclo dei “Buchi”.
In questo ciclo le opere pittoriche sono caratterizzate da costellazioni di “buchi”, effettuati sulla superficie della tela. Questa serie, per Fontana, inizia nel 1949 e viene portata avanti con continuità anche negli anni successivi. I primi lavori presentano vortici di buchi; dal ’50 in poi i vortici lasciano spazio a buchi organizzati in base a sequenze ritmiche più regolari. I “Buchi” hanno un’origine prettamente “spaziale” e nascono nel momento più vivo e profondo di questa ricerca. Il loro significato va ben oltre l’essere elementi puramente grafici sulla tela, in quanto sono considerati vere e proprie aperture verso uno spazio ulteriore.
Durante i primi esperimenti di pittura tridimensionale, Lucio Fontana continua l’attività di ceramista ad Albissola ed inizia a collaborare con architetti d’avanguardia.
Negli anni ’50 Lucio Fontana continua a lavorare intensamente al ciclo dei “Buchi”, ma utilizza anche vetri, avviando il ciclo delle “Pietre”.
Fontana chiamava “Pietre” i frammenti di pasta di vetro che apponeva direttamente sulla tela di supporto delle opere pittoriche. La superficie della tela era ricoperta di colore ad olio o, eccezionalmente, ad anilina, che veniva steso per campiture spesse percorse da costellazioni di buchi. Le pietre apposte sulla superficie bucata creano un’ulteriore dimensione spaziale sottintesa: sporgono contrapponendosi allo sfondamento provocato dai buchi e aprono nuove vie di immaginazione.
Spingendosi avanti nella sperimentazione, Fontana, oltre a forare, le tele vi applica colore, inchiostri, pastelli, collages, lustrini e frammenti di vetro.
Nel 1957, in una serie di opere in carta telata, oltre ai buchi ed ai graffiti, appaiono, appena accennati, i primi “Tagli”.
Nel video che segue, Enrico Crispolti riassume in pochi minuti l’importanza di una carta del ’59 del maestro Fontana, un’opera propedeutica al nascente ciclo dei Tagli.

Una grande rivoluzione in un piccolo gesto

Uno dei mezzi utilizzati da Fontana per raggiungere il suo scopo è il taglio della tela.
Diverse sono le tipologie dei “Tagli”, che si differenziano principalmente per la quantità e la disposizione dei tagli stessi. Dalla tela con un unico taglio, disposto obliquamente e leggermente arcuato, a quella, sempre con un solo taglio, ma disposto verticalmente, si passa a tele con coppie di tagli che possono essere paralleli, convergenti o contrapposti verticalmente, sino a giungere a superfici segnate da una pluralità di tagli a volte della stessa misura, altre volte di misure diverse.
Fontana buca la tela per oltrepassarla, superarla, ma la penetrazione accentua il valore della superficie stessa, la trasforma in una presenza che si impone con la sua fisicità. Con un taglio viola un campo cromatico omogeneo, uno spazio dove il  colore non ha importanza, occorre solo sia saturo per comunicare come ormai sia inerte. Così lo riattiva, lo riapre al mistero di uno spazio ulteriore e di un tempo infiniti. Si crea un varco tra uno spazio di “qua” e di “là”; lo stesso varco che Montale ricerca nella sua poesia. E allo stesso tempo una cesura tra un passato che non esiste più e un futuro che deve ancora accadere, soglia, costante stato di sospensione che oggi, in modo del tutto particolare, caratterizza l’esperienza del presente, continuamente schiacciata, appiattita e resa ansiosa dalla velocità in cui viviamo.
Non c’è, però, volontà di imporsi al pubblico, di costringerlo a porsi degli interrogativi morali, sociali, artistici, c’è invece la più pura e assoluta libertà di interpretazione concessa all’osservatore che, nell’opera, si “ambienta” egli stesso. In questa concezione libertaria dell’arte riecheggia la voce di Kandinskij, per il quale l’opera d’arte non è un modello, ma uno stimolo.
Il taglio è il “gesto”, il “segno”. Lo stesso dell’action painting di Pollock, che esprime ed eterna il modo di essere dell’artista il quell’unico momento. Non è tuttavia un movimento casuale, ma frutto di un preciso calcolo e di un minuzioso studio formale.
In queste opere è il Fontana amante dell’ordine, della pulizia, della purezza a prevalere spinto dalla necessità di sintesi ed essenzialità. Ciò si concretizza nel saturo monocromatismo della tela e nella regolare e raffinata sistemazione dei tagli, che tendono ad imporsi come strutture primarie, essendo le uniche linee che attraversano la tela.
La superficie tagliata si flette, avanza, arretra, facendo sì che la composizione sia dinamica e armonica. Tale caratteristica è data dalla luce e dagli effetti chiaroscurali che provoca. Inoltre l’ombra nera del taglio è accentuata sia dal colore uniforme, sia dalla presenza di garze nere sul retro della tela. Il tutto rende una sorta di bicromia.

La fine è l’inizio (del mito)

A questo punto Lucio Fontana è conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo: partecipa a manifestazioni internazionali a ritmo sempre più intenso; grandi musei e gallerie acquistano le sue opere.
Negli anni Sessanta Lucio Fontana dà il via al ciclo degli “Olii” realizzandone di grandi dimensioni ispirati a Venezia, che poi espone in una personale a New York. Gli Olii sono opere pittoriche distinte dall’uso corposo del colore a olio, una materia abbastanza plasmabile da rendere semplice qualsiasi gesto per l’artista, che sia incidere, lacerare o bucare. Talvolta arricchite da frammenti di vetro colorato, a questa sezione appartengono opere molto significative, le cosiddette Venezie, ovvero tele di grande formato in cui l’artista si spinge verso un’interpretazione fantastica della città di Venezia.
La sua creatività porta il pittore a realizzare anche dei gioielli, a disegnare “Abiti Spaziali” e a concepire anche la serie di opere del ciclo “Metalli”. Le opere di questa serie sono prodotte su lastre di metallo e sono caratterizzate da tagli manuali, da squarci perforanti e da molteplici graffiti e incisioni. I primi “Metalli” sono legati alla città di New York e nascono dalle suggestioni di Fontana maturate durante la sua permanenza nella città statunitense. Nelle New York il segno è più corsivo e, talvolta, rimanda a profili di grattacieli affiancati. Nelle realizzazioni successive, le lastre raggiungono maggiori dimensioni, il gesto diventa più violento e la materia è aggredita con più decisione.
Tra il 1963 e il 1964 Fontana realizza una delle serie di opere più affascinanti dell’intera sua produzione: La Fine Di Dio. Le opere pittoriche di questa serie sono tutte realizzate su telai ovali della stessa dimensione e si distinguono per le costellazioni di “buchi”e/o squarci e/o graffiti che in alcuni casi interessano solo parte della tela monocroma, in altri ne caratterizzano tutta la superficie ricoperta di colore ad olio (a volte anche da lustrini). Questa serie di lavori è chiamata “La Fine di Dio” dallo stesso Fontana che così le spiega a Carlo Cisventi, in un’intervista del 1963: “Per me significano l’infinito, la cosa inconcepibile, la fine della figurazione, il principio del nulla“.
Successivamente, Fontana collabora con l’architetto Carlo Scarpa nella progettazione e realizzazione della propria Sala Bianca alla Biennale di Venezia del 1966, dove, con le sue tele bianche segnate da un solo taglio verticale, vince il primo premio per la pittura.
Dimostrando di poter interpretare l’arte in ogni forma, Lucio Fontana disegna scene e costumi per il balletto “Ritratto di Don Chisciotte”, in scena al Teatro la Scala, a Milano.
Dal 1967 inizia il nuovo ciclo delle “Ellissi”, una serie di opere pittoriche realizzate in forma ellittica e tutte nello stesso formato. Di legno laccato a colori uniformi, le “Ellissi” sono attraversate da buchi netti incisi meccanicamente e disposti in base a soluzioni ritmiche sempre diverse. Tutte le opere di questo ciclo sono state materialmente prodotte da Sergio Tosi a Milano, su disegno esecutivo di Fontana.
All’inizio del 1968 Lucio Fontana, a causa delle cattive condizione di salute, restaura la vecchia casa di famiglia a Comabbio, Varese, dove si ritira, continuando a lavorare agli “Olii”, ai “Buchi” e soprattutto ai “Tagli”.
Lucio Fontana muore a Varese il 7 settembre 1968, lasciando le sue opere in collezioni permanenti di più di cento musei di tutto il mondo.

La moglie Teresita Rasini, nel 1982, ha dato vita alla Fondazione Lucio Fontana, alla quale lasciò oltre seicento opere dell’artista e di cui è stata presidente fino alla sua scomparsa nel 1995. La fondazione collabora all’organizzazione di mostre, ospitate da importanti istituzioni pubbliche o private come: la grande antologica, la mostra al Guggenheim, la personale itinerante, in Giappone e l’esposizione al Pompidou di Parigi. Attualmente il presidente della fondazione è Nini Ardemagni Laurini.
Il sito web è: www.fondazioneluciofontana.it/

QUI potete leggere un altro ottimo e articolato approfondimento sui “Concetti Spaziali” di Lucio Fontana. Il video seguente, invece, è senza dubbio uno dei migliori in circolazione narranti di Fontana e della sua arte. Contiene inoltre alcuni frammenti RAI originali con lo stesso Fontana che parla di sé stesso e delle proprie opere.

Per tornare rozzamente sulla Terra…

Il 12 aprile 2008 nella sala d’asta di Christie’s a Londra, l’opera dell’autore Concetto spaziale. Attesa, stimata tra i 3,5 e i 5,5 milioni di sterline, è stata aggiudicata nell’asta “Post-War and Contemporary Art” a 6.740.500 sterline, pari a 9.018.789 Euro.
Il record d’asta assoluto per un’opera di Fontana è stato però raggiunto a Christie di New York nel novembre 2013, quando l’opera Concetto Spaziale. La Fine de Dio (1963) è stata aggiudicata per 20.885.000 mila dollari, ovvero 19.261.275 Euro.

“Non ci fosse stata quella biblioteca, saremmo morti in tanti”. Giuseppe Genna contro la chiusura della Biblioteca di Calvairate, Milano (e contro tutti i casi simili)

bibliocalvairateDa bravo (nel senso di alquanto appassionato e irriducibile, più che altro) difensore delle biblioteche pubbliche in quanto luoghi socio-culturali fondamentali, dal piccolo paese di poche anime alla metropoli (unitamente alle librerie indipendenti, ovvero quelle condotte con modi imprenditorial-culturali, e non come fossero hard discount ultra patinati), non posso non offrire a mia volta una spero utile eco alla lettera che Giuseppe Genna, certamente tra i migliori e più arguti scrittori italiani in circolazione, ha indirizzato al sindaco di Milano al fine di intervenire e fermare i lavori di demolizione della Biblioteca di Calvairate, quartiere della periferia Sud di Milano ove Genna è nato e cresciuto. Luogo non esattamente idilliaco e inesorabilmente mosso da dinamiche sociali complesse, nel quale la biblioteca è veramente un tesoro sociale e culturale inestimabile, uno dei pochissimi spazi viventi di aggregazione e di proficuo interscambio civico.
Poi, pare che la biblioteca verrà ricostruita in modo quasi del tutto identico (?!) ma non subito. E sapete bene che “non subito”, in Italia, può anche voler dire “probabilmente mai”.
Spero che la mobilitazione di tanti sul web (e non solo) favorita dalle parole di Genna ottenga il risultato sperato. E mi auguro pure che sia, tale mobilitazione, emblematica e proficua per qualsiasi altra simile situazione. Perché ce ne sono parecchie altre, in giro per l’Italia, un paese sempre inguaribilmente sprezzante nei confronti della cultura e, in generale, di tutte quelle cose che possono rendere la vita quotidiana dei suoi cittadini più elevata e consapevole.
(QUI trovate un articolo tratto da Q CODE MAG dal quale ho a mia volta tratto la lettera, che vi dice qualcosa di più sulla questione.)

P.S.: è una lettura un po’ lunga, come noterete. Ma merita, ve lo assicuro.

GENNA
Caro sindaco Giuliano Pisapia,
mi chiamo Giuseppe Genna, letterato e metafisico, aggettivi che, come Lei intuirà, significano la medesima cosa.
Mi permetto di scriverLe, appellandomi alla Sua preziosa attenzione, proprio come un liberto poteva un tempo fare pervenire a un dominus la sua prece. Non Le scrivo in merito all’atteggiamento della Sua rispettabile giunta e della Sua illuminata guida rispetto alla strategia circa gli sgomberi sociali o alle politiche culturali che dovrebbero impreziosire la nostra amata cittadina, in un periodo tanto delicato e coinvolgente qual è quello durante il quale si svolge la celebratissima fiera internazionale dell’Expo, che tanto ammanta di prestigio il nostro distretto abitativo almeno quanto inculca a viva forza in me lo sdegno che si accompagna sempre, brace silente, e dal di sotto, allo scetticismo. Nemmeno Le scrivo per esprimere lamentele e lamentazioni in ordine alla, a mio umillimo parere, sensazionale politica che riguarda il traffico e i lavori pubblici relativi alla creazione di linee metropolitane. E nemmeno quanto alla divertente vicenda di Uber e dei taxisti che hanno pagato centinaia di migliaia di euro per una licenza regolare, vicenda che il Suo assessore ha gestito con atti di consistenza politica che hanno fornito a tutti un momento ludico così raro all’ombra della Madonnina. E, giuro, non mi permetterei mai e poi mai di disturbarLa relativamente al nodo della Sua candidatura, il quale nodo non si scioglie, nonostante l’incombere delle amministrative, paralizzando, a quanto pare, l’azione civile e politica di tutti quanti Le hanno voluto bene qualche anno fa.
Le scrivo, invece, per sollecitare un Suo intervento e un cambiamento di rotta riguardo una questione microscopica, e per questo molto emblematica e quindi molto potente, che concerne la chiusura e l’abbattimento della struttura della Biblioteca Comunale Calvairate (sul Corriere della Sera è apparso questo, immagino lo saprà: http://bit.ly/1zpnFYZ).
Comprendo che si tratta di minima cosa. Può ovviamente scacciare come una mosca fastidiosa questa pubblica esposizione personale, meno universale della prestigiosa rassegna che Milano sta per ospitare. Tuttavia, gent.mo signor sindaco, c’è il fatto che questa vicenda, secondarissima e intuibilmente distante da interessi generali, attiene precisamente al nucleo stesso per cui Lei è primo cittadino: si tratta della vita vivente e di quella vissuta, cioè della politica e della storia, delle persone che lì stanno a smaltire i rifiuti che la società, da decenni, oppone loro con infaticabile e scientifica coerenza.
Calvairate è un quartiere adagiato nella periferia sud di Milano. Essendovi nato e cresciuto, e avendo intrapreso lo hobby della scrittura letteraria, ho trattato in modo laicamente mitologico quella zona dimenticata dal dio delle piccole e grandi cose. Come sa, si tratta di uno dei tanti quartieri a rischio del nostro bello e industrioso capoluogo di provincia.
Ciò è dovuto a un incrocio molto virtuoso di elementi che, tutti insieme, condizionano la vita della capitale morale del Paese: è un quartiere a prevalente abitato ALER, dove allignano tigne umane capaci di resistere a qualunque disagio e di rimetterlo in circolo nel consorzio umano, tra le quali mi glorio di essere cresciuto, io stesso tenia umana, con fioriture esotiche ed esogene a dire poco stupefacenti, per inerire a uno dei molti peccatucci che ivi si commettono, tra gang rivali connotate etnologicamente in tinte diverse, tra vecchiume incolto e sporcizia fisicomorale di eccellente fattura, occupazioni abusive che sono la risposta più neutra e naturale a una gestione degli alloggi scelleratissima e protrattasi nei decenni, mentre garantisco che lì a nessuno frega un cazzo della questione “rom”, in quanto tu ti aggreghi coi tuoi, signor Sindaco, e gli spezzi le gambe, agli zingari dell’incredibile aggregato di roulottari di via Zama, là dopo il Macello oramai svuotato, a destra delle Case Minime che i littorii eressero nel Ventennio, e dico il primo dei due ventennii fascisti che la nazione ha conosciuto, sempre enfiandosi di gioiosa euforia piccoloborghese, che giustamente il ceto da cui Lei proviene e in cui si è formato ha riguardato con illuminato sospetto, se non con legittima suspicione.
Insomma, per farla breve e rozza, il che non è da scrittori e metafisici, Calvairate è un piccolo helter skelter in cui non si ravvede un Charles Manson, o un girone infernale in ridotta che non dispone di un Alighieri, poiché c’è soltanto un Genna a farne cantiche sghembe e malmesse e non fondative o geniali.
Tra il conato della città delle merci che doveva essere il polo mai realizzato di Macello_Ortomercato_Mercato-Ittico, tra protesta contro il degrado di cui è perenne e pubblica amministratrice la povera signora Franca Caffa, di cui parlò Giorgio Bocca in una sua geniale cantica, tra spaccio e conflitto interetnico, tra criminalità organizzata che realizzò mirabilmente nel 1992 il caso dell’arsenale scoperto in piena Tangentopoli in via Salomone (tra Calvairate e Trecca, verso il campo nomadi, nomadi che sono stanzialissimi), tra esplosioni delle bomboniere ALER che furono carceri IACP, tra morti per strada e trasmissioni di Santoro a denunciare che non si denunciava, tra ordigni inesplosi della Seconda e sedi nazionali di Testimoni di Geova e Scientology (fino ai Novanta stavano in via Lattanzio e in via Abetone: Calvairate pienissima), è cresciuta una popolazione renitente a tutto, abbandonata a se stessa e meno male, ché, se venivano ad aiutarla, cacciava a calci nel sedere (o, immagino io, ben più che calci nel sedere) gli ausilianti.
Tra questa perduta gente c’ero io.
Le dico cosa era prevedibile che mi succedesse. Sono ovviamente immune da narcisismi, che qualcosa hanno a che fare con la scrittura letteraria, ma nulla con la metafisica. Se parlo qui di me, signor sindaco, è perché l’essemplo basti.
Doveva succedere questo. Approfittando in giovane età della festosa disponibilità di droghe pesanti, che le leggi speciali non impedivano arrivasse a noi derelittissimi, io avrei probabilmente: abbandonato gli studi; cercato e trovato un lavoro di nessun rilievo intellettuale e di molto impegno manuale, e questo se andava bene (del resto, in nero all’Ortomercato comunque lavorai); assunto una quantità indebita di stupefacenti, nello specifico noti oppiacei che hanno fatto fuori mezza generazione meneghina; sconfinato spesso e con felicità verso il Corvetto, che oggi è un’ulteriore emergenza sociale per Lei e la giunta attuale oltreché per quelle future, salvo che non risulta affatto un’emergenza agli abitanti del Corvetto medesimo, i quali se la cavano da soli e ai quali non bisogna rompere i coglioni e i commerci; plausibilmente morire di overdose in uno a scelta tra i giardini di piazza Martini o piazza Insubria o parco Alessandrini, luogo quest’ultimo dove si trovava un secondo arsenale, diciamo mobile e in transito perenne, come del resto nelle aree più cupe e inarrivabili del molosso ortomercantilizio.
Invece, signor sindaco, sono entusiasta di dire a me stesso e a Lei questo: io mi sono salvato. Mi sono salvato da una sorte breve e amara, fuoriuscendo da conflitti famigliari impensabili e sempre attuali, da rovine ed esistenziali che le petit Paris italiane si sognano facendo incubi. Io, e non per merito dei miei genitori, i quali purtroppo per loro non potevano nulla contro il momento storico e ambientale in cui venivo concrescendo fino all’attuale non perfetta forma, non mi sono salvato da solo: mi sono salvato grazie alla Biblioteca Comunale Calvairate.
La Biblioteca Comunale Calvairate è un edificio prefabbricato basso e largo, che si affaccia sul piazzale della mia infanzia, un’età dell’oro che copriva certe carie dentarie nei Settanta. Sta nella via Ciceri Visconti, dove si fanno le vasche tra il cosiddetto “Transatlantico” di Giò Ponti e il blocco ALER che fa via Tommei fino a viale Molise. Ci fu uno scontro inimmaginabile tra camerati e militanti comunisti, con viva partecipazione di ex partigiani, all’esordio nel 1969. Volarono pistolettate come se piovesse. Il governo, nazionale o locale, era ladro e distante anche allora. Quella biblioteca stava un centinaio di metri dalla sede di Alfabeta e della Cooperativa Intrapresa di Gianni Sassi e lì passavano a stormi intellettuali e artisti, da Demetrio Stratos a Franco Battiato, da Antonio Porta a tutto il movimento Fluxus italiano, da Francesco Leonetti ai Situazionisti.
Io entravo chino nella Biblioteca Comunale Calvairate: chi stava lì era infatti considerato affetto da una forma non terapeutizzabile di disfunzione erettile e di cretinismo, sia pure in quell’età precoce in cui i turbamenti erotici e politici parrebbero non scuotere le giovani membra. La mente, solitaria e china anch’essa, si formava sui molti dei moltissimi testi che riposavano su scaffalature metalliche grigie di pessima specie. Lì dentro c’era sempre caldo con un odore di cuoio capelluto con la forfora. Era il buen retiro dei tossici meno ineleganti, che venivano in quell’edificio basso e accogliente a gustarsi e dismettere le loro estasi sonnolente, comunque non prive di epistassi e arresti cardiocircolatori. Feci la spola tra lì e i caffè della pubescenza e dell’età adulta: milioni di volte calcando gli asfalti calvairatesi, che erano stati calcati decenni prima di me dalle SS accampate nel centro direzionale di Milano, il quale si trovava sempre a Calvairate, in via Monte Velino. Una volta trovai un cadavere umano, molto più spesso cadaveri di piccioni, bisunti e sgraziatamente arruffati ma rachitici.
Signor sindaco!, mi creda: lì stavo per sposarmi, conobbi nella Biblioteca Comunale Calvairate una bellissima fanciulla, ella mi prese il cuore. In piena Calvairate! E’ un luogo dove, Le garantisco, non è possibile innamorarsi. La celeberrima hit di Memo Remigi ha in Calvairate la sua smentita più patente.
Non ci fosse stata quella biblioteca, saremmo morti in tanti di più di quanto sono morti, non avremmo avuto la possibilità di fiorire quali virgulti, e avremmo privato le pubbliche scene di opere artistiche ragguardevoli: io non avrei scritto i miei libri, Giuseppe Povia non avrebbe cantato che i bambini fanno tutti “oh”, Costantino Vitagliano non sarebbe riuscito a sbarcare il lunario via etere da Maria De Filippi (entrambi, miei coetanei, costituiscono la crème del quartiere, ancora oggi detto “popolare”, con un filo di ipocrisia un filo pelosa: si sa infatti che, se i quartieri continuano a esistere, il popolo non esiste più).
Ora, signor sindaco, io Le ho sommariamente accennato a un’esperienza personale legata a quel centro di aggregazione e continua formazione che è la Biblioteca Comunale Calvairate. Provi per favore a immaginare quanto ha fatto, quanto ha contribuito, quanto ha regalato in termini umani, e cioè anche politici e sociali, una semplice biblioteca di quartiere, che ora la giunta da Lei guidata vuole disfare, per aprire un’ulteriore mirabile iniziativa in quella sede di sogni mai realizzati che è l’ex Macello (dove l’amico Gabriele Salvatores girò il kolossal italiano “Nirvana”: immagino che sia Suo amico, Salvatores, perché io non l’ho mai conosciuto personalmente).
Signor sindaco Giuliano Pisapia!: rinunci al puntiglio e permetta che resti in piedi, viva e pulsante, la Biblioteca Comunale Calvairate, che Le garantisco è proprio ciò di cui si ha sempre bisogno: una possibilità di redenzione personale minima e a portata di mano, un piccolo porto dei desideri che cresceranno come tali e faranno la fine che faranno ma non la faranno subitissimo. Se Lei spegne la Biblioteca Comunale Calvairate si rende colpevole di una cecità che assassina la vita vivente e vissuta della civiltà in cui io e Lei, con tutte le differenze di ceto e di classe e di educazione che ci distinguono l’un l’altro, ci siamo imbevuti ab initio: è la civiltà dell’umanismo, nemmeno dell’umanesimo, signor sindaco.
Un’ultima notazione. Nel 1981 rubai dagli scaffali della Biblioteca Comunale Calvairate un tomo, un’antologia di poesia contemporanea edita da Feltrinelli: non la leggeva nessuno, io avevo firmato la scheda di prestito troppe volte. Me ne appropriai. E’ uno dei due furti di cui mi sono macchiato nella mia non eclatante vicenda umana. Non ho mai restituito quel librone, ce l’ho ancora. Smentisco di avere fatto realmente questa cosa, sono uno scrittore, non credetemi: faccio fiction, è tutto inventato, anche quando dico che è vero. E’ vero, signor sindaco: ho rubato e detengo tuttora nella mia abitazione l’antologia della poesia italiana degli anni Settanta edita da Feltrinelli. Sospettarono di me, i bibliotecari, sospettarono di quel ragazzino che allora pareva anoressico e proveniente dall’Atlante, non immaginando che i ragazzini davvero provenienti dall’Atlante si sarebbero anch’essi appoggiati all’assistenza aggregativa di quei locali illuminati da neon giallastri e ballerini.
Signor sindaco: se Lei permette alla Biblioteca Calvairate di non chiudere e non essere abbattuta e di vivere, giuro che con una cerimonia pubblica io vado a restituire quel libro che ho rubato.
Mi faccia sapere.

Giuseppe Genna

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 11a puntata 2014/2015 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, nove marzo duemila15, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #11 dell’anno XI di RADIO THULE. Titolo della puntata, “Il Rivoluzionario Spaziale. Vita e opere di Lucio Fontana”.
Può un artista aver generato una delle più profonde e illuminanti rivoluzioni del XX secolo, non solo nel campo dell’arte ma, sotto molti aspetti, anche nella cultura, nel costume e nel pensiero, per di più con un gesto così semplice che più semplice non si può? Sì: Lucio Fontana è stato quell’artista, coi suoi celeberrimi Tagli e con l’intera sua produzione, senza la quale buona parte dell’arte contemporanea non esisterebbe, e pure una certa visione culturale del mondo. Eppure tanti ancora pensano che le sue siano solo tele strappate che tutti sarebbero capaci di fare…

lucio_fontana_1Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com (64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
http://myradiostream.com/rciradio (128 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus).
– Player Android: Google Play

Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Visitando “Klein Fontana. Milano Parigi. 1957-1962” a Milano

01-IMG_20150222_122456L’arte è uno degli strumenti migliori e più efficace per esplorare il mondo e rivelarcene realtà e verità, inutile rimarcarlo. Quand’essa diventi avanguardistica, può persino andare oltre quel limite mondano, ed esplorare anche quanto vi sia al di là, verso lo spazio senza confini, verso l’infinito. Può compiere tale inopinata esplorazione in senso concettuale e metafisico, senza dubbio, ma in certi casi anche ottenendo risultati assolutamente concreti e, per così dire, spaziali.
Yves Klein e Lucio Fontana, che in una mostra assai particolare il Museo del Novecento di Milano (ri)mette in dialogo, attivando nuovamente quel rapporto che lì unì – indipendenti eppure assai legati, sotto molti aspetti – quasi sessant’anni fa sull’asse Parigi-Milano, sono stati definiti due cosmonauti. Erano i tempi, quelli del lustro abbondante preso in esame dalla mostra, nei quali una nuova, inconcepibile frontiera si stava aprendo per il genere umano, quella dello spazio, grazie prima al lancio dello Sputnik e poi al volo orbitale di Gagarin e dei primi cosmonauti russi/americani. Una vera e propria rivoluzione, almeno idealmente: l’uomo che ormai già allora conosceva tutto o quasi del pianeta che abitava, si trovava a disposizione uno spazio di esplorazione e di avventura senza alcun limite effettivo. L’infinito, appunto, verso il quale finalmente si poteva affacciare e cominciare a muovere per conoscerne la realtà e svelarne i misteri.
37207_klein-fontana-mostra-milano-111Per un processo non casualmente coincidente, dal dopoguerra anche certa arte, quella più avanguardista e sperimentale, cominciò a riflettere su come andare oltre il sempre più prossimo limite dell’arte figurativa e di derivazione “classica”. Era stato fatto quasi tutto quanto, soprattutto in pittura: come poter rinnovare, come poter sfuggire al recinto teorico, tecnico e tematico che sempre più strettamente si stava chiudendo intorno all’artista? Lungo due strade inizialmente diverse ma che in breve si ritrovarono convergenti e parallele – parallele, rimarco, non sovrapposte! – Klein e Fontana cercarono buone risposte a quelle domande, in sé stessi prima e nella loro arte, poi. E le trovarono: risposte potenti, concettualmente avanzatissime, rivoluzionarie proprio come quei primi viaggi al di fuori dell’atmosfera terrestre verso lo spazio profondo. Si imbarcarono sui propri personali razzi spaziali, accesero i motori e volarono verso l’alto, dove molti colleghi nemmeno concepivano di poter andare, dove molti critici ed “espertoni” – i soliti che tutt’oggi infarciscono la critica artistica con la loro inarrivabile dote di non capire, sovente, l’arte più innovativa e rivoluzionaria, per ignoranza o per dolo – nemmeno più furono in grado di vederli, e di comprendere quel loro volo cosmico. Fontana con – serve citarli? – il suo Concetto Spaziale esplicato nelle diverse forme conosciute, e i tagli nelle tele senza i quali, probabilmente, buona parte dell’arte contemporanea (non solo quella più sperimentale) non esisterebbe; Klein con la sua ricerca artistica in transito dal Monochrome all’esplorazione del vuoto, il tutto sullo sfondo del suo fantastico International Klein Blue: non un semplice nuovo colore nel tono del blu ma – spiritualmente – il colore dello spazio, appunto.
I loro razzi in volo nel cosmo si affiancarono, dal quel 1957, e volarono l’uno accanto all’altro, su rotte a volte diverse ma entrambe puntate nella stessa direzione. Ci si rende conto di ciò proprio nella sala del Museo del Novecento dedicata a Fontana, nella quale, tra le grandi vetrate ad arco affacciate su Piazza Duomo (ovvero sul mondo terreno, mi viene da dire) sono state contrapposte la Scultura al neon di Fontana, del 1951, e una riproposizione della grande installazione Pigment pur di Klein presentata nel maggio del 1957 alla Galerie Colette Allendy di Parigi. Sullo sfondo blu dello spazio kleiniano si riflette una sorta di luminoso tracciato stellare, scie di corpi celesti che sembrano doversi tuffare da un momento all’altro, da quella loro sospensione, nel sottostante macro-microcosmo blu puro pronto ad accoglierli. Concetto, metafisica, poesia, filosofia, estetica, arte, il tutto portato al massimo livello di espressività.
D’altro canto, la sala Fontana appena descritta in tale suo allestimento è una delle poche nel quale, lungo il percorso espositivo, le opere di Klein e Fontana sono poste in dialogo e confronto diretto. La mostra, negli ambienti del Museo del Novecento, è allestita in maniera spezzettata e, forse, un poco confusa per il non troppo esperto d’arte contemporanea. Non è un difetto, sia chiaro, dacché credo sia stata soprattutto una inevitabile necessità dettata dalle possibilità logistiche offerte dalla struttura museale milanese. In effetti, forse la suggestione più forte nel visitare la mostra li si ha nell’ultima sala, totalmente dedicata alle opere dei due artisti che si fronteggiano, si confrontano, colloquiano, si armonizzano e si legano, permettendo finalmente al visitatore di essere avvolto dall’arte dei due artisti e di immergersi nei temi e nei concetti da essa espressi, comprendendo fin dal primo colpo d’occhio la differenza di forma delle opere e parimenti la contiguità sostanziale, dacché il viaggio spaziale dei due qui offre numerosi riverberi e ricadute artistiche nuovamente terrene – ad esempio le Anthropométrie di Klein, oppure La fine di Dio di Fontana. Di contro, potrei anche dire che il dover vagare per il Museo nel seguire il percorso espositivo della mostra permette di trovarsi di fronte a molte altre opere sublimi custodite dal museo stesso – ad esempio nella saletta dedicata a Piero Manzoni, altro rivoluzionario assoluto dell’arte del Novecento, che a sua volta ebbe non pochi contatti sia con Klein che con Fontana il quale peraltro fu sempre suo grande sostenitore.
In ogni caso: mostra bellissima per due artisti insostituibili ai quali l’arte di oggi deve moltissimo. E già questo potrebbe – anzi, dovrebbe essere un motivo indubitabile per visitarla.

Cliccate sulle immagini in testa al post per visitare il sito web del Museo del Novecento e conoscere ogni informazione utile alla visita della mostra, oppure QUI per leggerne la cartella stampa.

P.S.: le fotografie della galleria che correda tale articolo le ho fatte personalmente con uno smartphone durante la visita alla mostra, ergo non fate troppo caso alla loro non eccelsa qualità!