Basquiat, Milano

mte5ntu2mze1otcynzk3otyzÈ inutile che io ora, qui, vi rimarchi chi fosse Jean-Michel Basquiat e quanto sia stata originale la sua opera artistica. Motivo in più, questo per invitarvi semmai a visitare – se non l’avete già fatto – la mostra al MUDEC di Milano (avete tempo fino al 26 febbraio): ottima mostra in un bel luogo museale, ottimo allestimento (cronologico: il più elementare e immediato tanto quanto il più efficace, sempre), e più che ottima quantità di opere presenti, considerando che Basquiat produsse molto (e molto distrusse) ma in soli sette anni effettivi di “carriera”, dunque relativamente poco – pare che non siano più di 250 i dipinti oggi in circolazione.

Piuttosto, ho trovato affascinante interpretare i tanti lavori con sia elementi figurativi che testo scritto, ovvero parole utilizzate come vero e proprio segno artistico, oltre che espressivo, quali opere di una particolare, originale forma di poesia visiva. Basquiat ha lasciato numerosi taccuini giovanili fittamente ricoperti di componimenti poetici, o qualcosa di assimilabile alla poesia, e fu lo stesso artista ad affermare più avanti: “Uso le parole come fossero pennellate”. Ma quelle sue parole mostrano se possibile una forza espressiva anche maggiore d’un “semplice” segno pittorico e, al contempo, una misteriosa suggestione derivante dalla non immediata (eufemismo!) comprensibilità del senso di esse. Sono specie di aforismi ermetici, giochi di parole sfuggenti, frasi spesso scoordinate ma che in questa loro scrittura sbilenca riescono a manifestare efficacemente l’ambiente urbano di strada della New York anni ’80, quella che già presentava la sfavillante decadenza esportata poi un po’ ovunque nel mondo occidentale – per restare in zona, ricorderete la “Milano da bere”, ecco.

D’altro canto, la forma scritta e “anti-poetica” di Basquiat mostrava pure una forte ricerca di sperimentazione concettuale, perfettamente allineata a quella manifestata dai tratti figurativi – coi suoi iconici teschi in primis. È ancora Basquiat stesso a rivelare: “Cancello le parole in modo che le si possano notare. Il fatto che siano oscure spinge a volerle leggere ancora di più”, dunque a confermare la precisa volontà di ricerca d’una nuova espressività concettuale, che utilizza la forma di comunicazione più antica – dopo quella verbale – ma la contestualizza all’ambito quotidiano d’intorno, inquietante tanto quanto affascinante, chiedendo al contempo a chi si rapporti alle sue opere di leggere, cercare di riflettere e di comprendere, sforzarsi di superare il mero valore estetico-artistico (non a caso il Basquiat-artista odiava il mondo dell’arte) per tornare ai significati delle cose, ai messaggi, alla comunicazione di qualcosa di importante che resti a gironzolare nella testa anche fuori dal museo, dalla galleria d’arte, quando magari ci ritrova nello stesso ambito, o in uno similare, che fu per Basquiat così ispirante e caratterizzante.

Ottima mostra, da non perdere per tutte quante le suggestioni di molteplice segno, appunto, che sa suscitare. Potete goderne fino al 26 febbraio, appunto.

La libertà di (Radio) Alice

virgoletteUna delle prime cose che mi è venuta in mente, quando ho deciso di raccontare la storia e l’esperienza di Radio Alice, è stata la definizione di libertà. Un termine oggi usato, abusato e sovente seviziato nelle sue accezioni originarie, compresso per essere infilato in ogni cosa ovvero tirato come un elastico che si ritenga (a torto) oltre modo resistente a qualsiasi sollecitazione. Una parola ben presente nella bocca di chiunque, insomma, di sicuro ben di più in essa che nella testa e nell’animo, il cui reale significato, in senso filosofico così come in quello più direttamente contestualizzato alla realtà contemporanea, temo e credo sia sottovalutato, se non ignorato, dai più.
Libertà è una parola, un concetto assolutamente presente e oltre modo importante nella storia di Radio Alice, nel bene e nel male. Fu una delle prime radio libere d’Italia, così come si definirono quelle emittenti radiofoniche nate grazie alla sentenza N°225 della Corte Costituzionale, emessa nel 1974, che “liberò” – per restare in tema –, il campo dell’informazione e delle comunicazioni via etere dal monopolio della RAI. Radio che si definirono libere (poi denominate anche radio private, ulteriore distinzione rispetto al servizio pubblico gestito dalla RAI) anche per la capacità che dimostrarono fin da subito nel rivoluzionare il modo di comunicare e di veicolare informazioni e musica, oltre che di trasformare radicalmente il rapporto tra emittente e ascoltatori – in ciò proprio Radio Alice fu particolarmente innovativa, come vedremo.
Grazie a queste radio, la cui banda FM sovente non andava oltre il quartiere dal quale trasmettevano, l’universo giovanile dell’epoca si sentì finalmente libero di comunicare come mai prima aveva potuto fare, se non attraverso modi rudimentali e assai meno immediati – stampati di vario genere, periodici autoprodotti, adunanze pubbliche, eccetera. Non solo, tale acquisita libertà di comunicazione implicò anche la liberazione di irrefrenabili energie creative, un’autentica fucina di idee e di invenzioni comunicative che, appunto, contribuirono a rivoluzionare in modo profondo la radiofonia nazionale. (…)
(Pagg.13-14.)

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Luca Rota
Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre.
Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2016
ISBN 9788867932214
Pag.100, € 10,00

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L’arte ineguagliabile della scultura, e di Antonio Guerra – questa sera in RADIO THULE, su RCI Radio!

radio-radio-thuleQuesta sera, 19 dicembre duemila16, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 6a puntata della XIII stagione 2016/2017 di RADIO THULE!
Una puntata intitolata Come trovare il respiro della vita, citazione da un anime giapponese la cui prima parte dice: “Scolpire non è scavare una pietra…“. A ben vedere la scultura è, tra le arti visive, quella che da subito e più di ogni altra ha saputo dare non solo forma, all’espressività artistica, ma anche sostanza ovvero vita: banalmente, ma senza dubbio obiettivamente, è stata la prima modalità di creazione d’arte in 3D ideata dall’uomo. Ancora oggi, pure nella nostra era ipertecnologica ove tutto può essere realizzato, l’essenza e il fascino della scultura – pur rinnovati nella concezione pratica e nei materiali – conservano un valore che risulta ancora pressoché ineguagliato, in ambito artistico; e lo scultore, tutt’oggi come da sempre, è l’artista che come nessun altro impersonifica il creatore, colui che sa materializzare un’idea in qualcosa di reale e tangibile.
Il maestro Antonio Guerra è uno di questi “creatori” d’arte, di significati e di respiri, e RADIO THULE in questa puntata è assolutamente onorata di poterlo ospitare e di condurre i suoi ascoltatori alla conoscenza dell’uomo, dell’artista e del suo percorso nel mondo dell’arte così particolare e denso di significati che sanno andare oltre lo stesso e mero valore artistico delle opere.

antonio-guerra2Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
– Player Android: Google Play
Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Ebook, l’involuzione della “rivoluzione”?

fotolia_68399170_lPiù passa il tempo, e più pare che la tanto annunciata e da molti temuta “rivoluzione” degli ebook, che avrebbe cancellato in breve tempo il libro di carta, non stia avvenendo. Il mercato cresce con percentuali irrisorie, i lettori sono comunque in calo e, paradossalmente, gli ereader sono più graditi dagli over 60 che dai giovani. È un altro fatto evidenziato dall’ultimo rapporto sullo stato della lettura in Italia, presentato qualche giorno fa a cura dell’Ufficio Studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE): l’ennesimo d’una lunga serie che ormai nessuno più si fila: vuoi per evitare stati di depressione profondi, se si è parte del settore, vuoi perché ormai da anni estremamente monotoni – quantunque si tenti di sollecitare qualche entusiasmo con affermazioni di crescita del mercato in verità risibili (se non ridicole, come ho evidenziato qui), e vuoi perché «tanto, che cambia?»
Sia chiaro: nulla contro l’ebook – ne ho dibattuto varie volte in diversi articoli e nei più vari termini ma mai con posizione di rifiuto, anzi: nello stato di coma profondo in cui giace la lettura in Italia, ogni cosa che la possa anche un poco risollevare è graditissimo.
Tuttavia, diciamoci la verità: per un appassionato vero di lettura, leggere un libro negli attuali formati digitali è un po’ come – tanto per dire – per un appassionato di camminate in montagna andare per sentieri facendosi “regalmente” trasportare su una portantina: lo scopo lo si raggiunge comunque, il bel panorama lo si ammira e per giunta col minimo sforzo, senza dubbio, ma il piacere materiale d’averlo conseguito, quello che si riverbera direttamente nell’animo e illumina lo spirito oltre che la mente e il cuore, è prossimo a zero o quasi. Senza contare che l’ereader, al momento, soffre ancora di quella che tanti ritengono una “virtù”: l’essere un oggetto di moda, parimenti all’ebook se letto tramite tablet – a sua volta impostosi con peculiarità senza dubbio “modaiole”. Ed è inutile osservare che tutte le mode, per propria natura, si impongono, raggiungono una popolarità più o meno vasta per poi inesorabilmente svanire ed essere sostituite da altre mode (si veda qui al proposito), altri oggetti “di moda” – siano i phablet costruiti con nuovi materiali e tecnologie o che altro, in ogni caso strumenti non specificatamente deputati alla lettura d’un libro digitale ovvero con tale funzionalità in secondo o terzo piano rispetto a molte altre.
Per cui: e se pur con tutti i pregi (ribadisco) del libro digitale, la lettura fosse esercizio inevitabilmente da praticare sulla carta? Se il senso stesso del leggere, se il concetto di “libro” primigenio e universalmente accettato fosse legato a quell’oggetto fatto di carta o cartone rilegati e inchiostro e a nessun altro dacché unico e insostituibile, nemmeno nel futuro più remoto e fantascientifico?
In fondo, si può chiamare “escursionista” colui che – senza averne forzata necessità, ovvio – sale sui monti a bordo d’una portantina al pari di chi invece ci arriva sulle proprie gambe? Forse sì, ma non con pienezza di senso e di sostanza – su ciò non ci piove. E i libri di pregio sono un po’ come le più belle montagne: le ascendi leggendo e solo se ne superi le reali asperità ti gusti pienamente l’arrivo in vetta, e la visione finale che da lassù puoi ammirare. Ecco.
Sempre che, tra un po’, su tutte quelle montagne non ci arrivino altrettante scintillanti funivie che lassù scarichino improbabili turisti i quali nemmeno sappiano cosa siano, le “montagne”, e facilmente nemmeno gli interessi qualcosa, della loro primigenia, autentica bellezza… Che un metaforicamente simile destino stia attendendo il libro negli anni a venire, oppure il libro di carta continuerà ad avere solide e atletiche gambe con cui scalare le più alte vette culturali?
Ovvio che – non me ne vogliano i fan degli ebook – io mi auguro la seconda che ho scritto.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.