Freud e la “guerra genetica”

P.S. – Pre Scriptum: questo è un post che in origine pubblicai qui sul blog 4 anni fa, il 12 aprile 2018, quando la guerra in Siria raggiungeva il proprio apice di barbarie bellica. Oggi, che “la Siria” ce la siamo portata nel mezzo dell’Europa, torna drammaticamente valido.

[Il centro commerciale Podilskyi District di Kiev distrutto da un bombardamento delle forze armate russe, 20 marzo 2022. Foto di Kyivcity.gov.ua, CC BY 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Inizialmente, in una piccola orda umana, la maggior forza muscolare decise a chi dovesse appartenere qualcosa o la volontà di chi dovesse realizzarla. Presto la forza muscolare è accresciuta o sostituita dall’uso di certi strumenti; vince chi possiede le armi migliori o chi le adopera con maggior destrezza. Con l’introduzione delle armi la superiorità intellettuale comincia già a prendere il posto della forza muscolare bruta, benché lo scopo finale della lotta rimanga il medesimo: una delle due parti, a cagione del danno che subisce e dell’infiacchimento delle proprie forze, è costretta a desistere dalle proprie rivendicazioni o opposizioni. Ciò è ottenuto nel modo più radicale quando la violenza toglie di mezzo l’avversario definitivamente, cioè lo uccide.

(Sigmund FreudLe ragioni profonde della guerra in Lettera a Einstein, settembre 1932, in Opere, Torino, Boringhieri, 1966-1978, vol. XI, pp. 293 e sgg.)

Nel 1931 il Comitato sull’Arte e Letteratura della Lega delle Nazioni propose ai più noti intellettuali dell’epoca di iniziare una corrispondenza epistolare su diversi temi; fra di essi, Sigmund Freud e Albert Einstein discussero intorno al tema della guerra. Gli scritti di Freud, che comunque riprendono concetti già espressi in sue opere precedenti, vennero poi raccolti in Perché la guerra? e sono considerati in gran parte premonitori della successiva ascesa del nazismo in Germania e degli eventi della Seconda Guerra MondialeFreud, al contrario di Einstein, affermò l’impossibilità della fine delle guerre, in quanto l’aggressività, fondamento di ogni guerra, è radicata nell’uomo.

Per cui, se così si può dire, non è dunque la guerra il problema – Freud docet. Dobbiamo farcene una ragione o quanto meno meditarci sopra per bene, e sotto ogni punto di vista.

La grande bruttezza delle isole Fær Øer

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo dal quale è tratta.]
Le isole Fær Øer sono senza dubbio uno dei luoghi più spettacolari e affascinanti del mondo. Un posto che da sempre vorrei visitare ma nel quale, stando le cose come stanno, non andrò mai.

Già, perché certe barbarie del tutto insensate e frutto di una palese crudeltà, che si direbbe persino patologica, non trovano un contraltare riequilibrante in nessuna pur insuperabile meraviglia. Anzi, in qualche modo rendono quella barbarie ancor più atroce, anche per come sia perpetrata nei confronti di alcune tra le specie animali più socializzanti verso gli uomini.

«Sono tradizioni locali secolari che vanno rispettate!» sosterrà qualcuno. Affermazione del tutto priva di logica: la storia non può rompere la relazione col tempo ovvero non confrontarsi con il presente nel quale si genera, altrimenti diventa solo una mera alienazione – appunto. Se certe usanze “tipiche” potevano essere comprese mille o cinquecento anni fa, oggi – nel mondo di oggi, nella realtà odierna – non lo sono più. Altrimenti noi saremmo ancora qui a far combattere i gladiatori nelle arene e a sacrificare vergini agli dei. Pretendere di preservare una “tradizione” del passato in un presente che non offre più le condizioni in cui si è generata rappresenta solamente una forma di indubitabile, paranoica ignoranza.

Tornano invece in mente quelle celebri parole attribuite a Oscar Wilde, «la tradizione è un’innovazione ben riuscita»… Be’, se a fronte di quella spaventosa realtà gli abitanti delle Fær Øer non sanno innovare le loro tradizioni, dimostrando così di vivere nel presente e guardare al futuro piuttosto di rinnovare un passato così truce e sanguinoso, significa che la bellezza della loro terra non è poi così grande da meritare di essere visitata e apprezzata, ribadisco.

Oggi, 35 maggio

[Foto © di Jeff Widener, Associated Press – v. en:Image:Tianasquare.jpg, Copyrighted, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=1667079. Cliccate sull’immagine per ricordare Piazza Tienanmen.]
Per la cronaca: “35 maggio” è lo stratagemma espressivo concepito dallo scrittore Yu Hua e adottato per riferirsi al 4 di giugno, giorno del massacro di Piazza Tienanmen, aggirando la censura di Internet in Cina il cui regime da allora, se possibile, è diventato ancora più pericoloso – e lo è per l’intero pianeta, ormai.

Ma si può uccidere ogni cosa meno il pensiero libero e la memoria attiva, che restano – in ogni circostanza – gli strumenti fondamentali per non dimenticare il passato, comprenderne la portata nel presente e costruire di conseguenza il miglior futuro possibile. Per questo sono così avversati dai regimi repressivi come quello cinese, e per questo è così importante salvaguardarli sempre, non soltanto quando la loro pratica sia minacciata. Affinché il 35 maggio torni a essere un “normalissimo” 4 di giugno ovunque, anche in Cina e per i cinesi.

#Iostocoicurdi

In queste ore, credo che ogni individuo dotato di senso civico e di giustizia, di onestà intellettuale e morale, che si senta parte attiva del mondo e della civiltà occidentale a prescindere da qualsiasi idea, opinione, militanza politica, debba manifestare il proprio sostegno al fiero e esemplare popolo curdo vilmente attaccato dalla Turchia e tradito dagli USA, fino a pochi giorni fa suoi alleati. Parimenti, credo anche sia doveroso manifestare qualsiasi pressione possibile verso l’Unione Europea (la quale, pur con tutti i suoi problemi e tutti i distinguo del caso, resta l’unico vero baluardo di libertà, democrazia e giustizia di questa parte di mondo) affinché metta al bando il vergognoso dittatore turco Erdogan e tutto il suo sistema di potere, ponendosi in totale contrapposizione alla sua ipocrita strategia geopolitica che stermina i curdi, sostiene la rinascita dell’ISIS e minaccia l’Occidente (in primis proprio l’Europa), così come si debba contrapporre a chiunque in un modo o nell’altro vi si dimostri sodale – a partire dal dissennato presidente Trump, a sua volta pur in modi diversi sempre più ostile all’Europa e minaccioso nei confronti della sua Unione.

Non basta l’embargo alla vendita delle armi (peraltro una cosa che, lo sanno tutti, può essere tranquillamente aggirata); non bastano le proteste formali, i richiami degli ambasciatori, le intimazioni a sospendere i bombardamenti; non basta la mera indignazione verso un dittatore così spregevole e cinico. Bisogna che l’Europa agisca concretamente e duramente. Bisogna che Erdogan sparisca dal panorama politico internazionale.

Noi abbiamo avuto bisogno del popolo curdo, per sconfiggere l’ISIS e Daesh; ora il popolo curdo ha bisogno di noi per sconfiggere Erdogan. Non a caso e ormai con tutta evidenza, ISIS e Erdogan, le due facce di una stessa medaglia, che non deve e non dovrà più avere nessun valore, per sempre. Ne va della credibilità e della dignità dell’Unione Europea, e ne va del futuro della nostra civiltà.

Gente senza scrupoli

«Ma cosa ci si può aspettare da una nazione la cui storia è fatta di violenza e giustizia sommaria? La conquista del West non è altro che un’immensa spartizione storica di cadaveri, non certo un insediamento pacifico di pionieri in un nuovo continente. Quella conquista è la vittoria di un manipolo di gente senza scrupoli, e sono loro che hanno costruito gli Stati Uniti.»

(Arto Paasilinna, Il liberatore dei popoli oppressi, Iperborea, 2015, pagg.55-56.)