Basta con la letteratura a scuola! (O no?)

rondoni-contro-letteraturaSì, basta con l’attuale insegnamento della grande letteratura nelle scuole italiane. Perché, visti poi i risultati – culturali e commerciali – è evidente che sia ben più grande il danno che il beneficio!
Non è una mia tesi – forse l’avrete già intuito dacché viene ed è stata rilanciata nelle ultime settimane (qui un articolo dei tanti) da Davide Rondoni, che a tal proposito di recente ha ripubblicato con Bompiani il suo Contro la letteratura, libello in origine pubblicato nel 2010 da Il Saggiatore il quale già all’epoca suscitò parecchie polemiche, tanto da essere poi (così pare) ritirato dall’editore.
In verità, in principio di questo articolo ho parecchio condensato il succo della tesi rondoniana, che lo stesso autore riassume invece con maggior determinatezza in questo brano:

La letteratura è l’unico bene antropologico del nostro Paese. E la scuola la sta distruggendo. A chi difende il vigente sistema di insegnamento dico: voi state difendendo questa situazione. Ne siete dunque corresponsabili almeno quanto quelli che l’hanno generata in migliaia di pubblicazioni, convegni, ore di insegnamento. Per di più pagati dallo Stato. Una montagna di soldi pubblici per ottenere la pubblica fucilazione dei grandi capolavori della nostra letteratura. Una formidabile idiozia. Tutto questo non vi suscita nessun moto di insurrezione? A me sì, e per questo faccio una proposta: smettiamo di insegnare la letteratura a scuola, rendiamola facoltativa. Lasciamo ai nostri figli questa libertà.

Dunque il vero bersaglio della provocatoria riflessione di Rondoni non è tanto la letteratura in sé (e ci mancherebbe!) quanto il modo in cui viene insegnata oggi nelle scuole, tra arcaiche imposizioni didattiche e sostanziale impreparazione letteraria dei docenti.
Personalmente, trovo difficile non essere concorde con Rondoni, in linea di massima. Anche solo per una più rozza ma inevitabilmente pragmatica considerazione circa lo stato del mercato dei libri in Italia: dato che, stando alle statistiche (inconfutabili dalla realtà oggettiva, ahinoi), sempre meno italiani si dedicano alla lettura, può ben essere che tale disaffezione nasca all’origine, a quando la letteratura ci viene insegnata ovvero al modo in cui viene insegnata. Per quanto mi riguarda, se posso offrire ad esempio la mia esperienza personale, è innegabile che una certa parte della mia dedizione ai libri e alla lettura sia stata ben coltivata dalla fortunata presenza, alle scuole superiori, di un docente di italiano la cui passione per la letteratura era evidente e, non posso che dire, contagiante. Poi, al di là dei meri casi singoli, sulla questione se ne potrebbero correlare infinite altre: dalla (a mio parere) strategica “de-culturazione” della società imposta dalla politica, all’imposizione di modus vivendi che nulla hanno a che vedere con la cultura, alla presenza nel nostro mondo di infinite distrazioni fin troppo rimbambenti aventi effetto soprattutto sui più giovani  – e provocanti poi danni tremendi in età adulta, dato che tutto sommato gli adolescenti leggono ancora: è col passare del tempo che i libri divengono oggetti del tutto estranei alla vita quotidiana!
Rondoni scarica buona parte della colpa di ciò sui docenti, dichiarandoli nella maggior parte dei casi inabili all’insegnamento letterario e invocando la presenza di altri docenti “tecnici”, specificatamente preparati sulla materia e altrettanto bravi a coinvolgere gli studenti nelle proprie dissertazioni letterarie didattiche. Non so se questa proposta possa effettivamente avere successo, nel sistema scolastico nostrano; piuttosto è preoccupante che si debba intervenire in tal senso nel sistema scolastico di un paese evidentemente incapace di trasmettere ai propri giovani cittadini le più fondamentali basi culturali, le quali poi – inutile rimarcarlo – diventano anche identitarie e indispensabili alla costruzione di una società consapevole di sé e del paese che si ritrova a vivere e amministrare.
È chiaro, in senso generale, che ci sia qualcosa che non va nell’insegnamento culturale in Italia, non solo riguardo a libri e letteratura; è evidente che, continuando con la situazione attuale, le cose non potranno cambiare anzi, non faranno che peggiorare di continuo. La scuola può fare molto, per migliorare le cose, ma non a sufficienza se poi, fuori dalle mura scolastiche, i ragazzi trovano una società che rigetta qualsiasi elemento culturale per fare spazio unicamente a scempiaggini varie e assortite, col bene placito di una politica che non solo non investe nella cultura ma fa di tutto per togliersela di torno, come fosse un irritante ostacolo alla salvaguardia dello stato di fatto del sistema di potere – e infatti è proprio così, è un gigantesco ostacolo: dovremmo finalmente capirla ‘sta cosa una volta per tutte e agire di conseguenza, piuttosto che fare i soliti rivoluzionari da happy hour che si fanno belli di populismi e luogocomunismi vari per poi, appena possibile, fare spallucce e rinchiudersi nel proprio piccolo orticello quotidiano, e per qualsiasi cosa che accada fuori di essi: chissenefrega!
In fondo, temo che anche sulla questione “letteratura a scuola” il principio di fondo sia lo stesso: una (pianificata?) incapacità di vedere oltre il domani, di capire che un grande classico letterario non è solo motivo di insegnamento, non è solo fonte di cultura e conoscenza ma è anche elemento fondante di senso civico e consapevolezza politica, sociologica, antropologica, esattamente come oggi lo può essere, ad esempio, il saper ben smanettare con uno smartphone – esattamente così, perché pure questa, oggi, è cultura, ma che non ne elimina qualsiasi altra, semmai vi si affianca e correla. Perché il nostro mondo è fatto di tecnologia contemporanea e di sapienza antica – nel bene e nel male per entrambe – e l’una non regge senza l’altra così come chi si vuole dedicare a cose meramente futili dovrà pur possedere una cultura di contraltare, per non passare indubitabilmente per idiota nonché, peggio, per non essere trattato da idiota da chicchessia – a partire dalla politica in giù.
Servono nuove strategie di diffusione della cultura, serve una presa di coscienza collettiva, forte se non fortissima (anche in senso pratico, intendo dire), sullo stato di fatto della questione, serve una imposizione democratica – ovvero dal basso – nei confronti di chi decide le sorti della cultura nel nostro paese, in senso politico, amministrativo, gestionale. Solo così anche la scuola sarà messa nella condizione di fare bene il proprio mestiere; in caso contrario, potrà pure esserci il più grande e appassionato insegnante di letteratura al lavoro coi più ricettivi alunni, ma il risultato finale sarà inevitabilmente zoppo, se non deficitario. A tal punto, tanto vale eliminarla del tutto, la letteratura a scuola: almeno in tal modo si userà il rozzo ma sempre efficace principio del “desiderare ciò che non si ha e ignorare ciò che si ha”. Un principio da società imbarbarita e troglodita ma alla fine quello diventeremo, se andiamo avanti così.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

INTERVALLO – Sioux Falls (South Dakota, USA), “A book for everyone”

7052a57c2db937876cd7876fb0a96ed9A book for everyone (“Un libro per tutti”) è una scultura esposta lungo la Sioux Falls Sculpture Walk, esposizione urbana di sculture artistiche che si tiene annualmente nella città americana, ed è ovviamente un omaggio alla lettura dei ragazzi e un richiamo all’importanza fondamentale di essa per i futuri adulti.
Cliccate sull’immagine per visitare il sito web della Sculpture Walk (in inglese).

Editoria de profundis

zombie-libriBeh: bisogna ammettere che, se qualcuno poteva ancora generare dubbi sullo stato reale del mercato editoriale in Italia e della lettura in generale, e su che vi potessero comunque essere possibilità di ridarvi fiato e rinvigorirlo, la diatriba tra Torino e Milano sul futuro del Salone del Libro ovvero tra le parti dell’editoria nostrana coinvolte in essa (cliccate lì sotto, per sapere le ultime novità sul tema) ha dato una risposta che, io credo, è inequivocabile e definitiva: salvo casi rarissimi, il mercato del libro in Italia è morto, e i personaggi sopra citati lo stanno seppellendo una volta per tutte in una fossa parecchio profonda nella quale finirà tutto quel mercato, pure quello che apparentemente con lorsignori non ha nulla a che fare.

salone-rotturaEcco, direi che non ci sia più nulla da aggiungere al riguardo e, per quanto mi riguarda, al momento la questione si chiude qui. Mi sono rotto delle loro rotture, già!
Ah, beh, un momento: una cosa da aggiungere forse c’è… Voi “aspiranti scrittori” nostrani che ancora credete al fascino e al prestigio della letteratura edita… o imparate per bene una lingua straniera e altrove scrivete e pubblicate, oppure sappiate che l’allevamento dei suini, ad esempio, è oggi attività ben più nobile e culturale dello scrivere libri poi pubblicati dai personaggi suddetti. I quali credo che, alla fine, cosa sia realmente un libro non lo sappiano più bene. O non l’abbiano mai saputo, forse.

P.S.: quanto sopra, sia chiaro, con tutto il rispetto per i suini, che solo metaforicamente ho inteso comparare a certuni “signori” dell’editoria nazionale.

Sulla responsabilità del narrare (special guest: Emanuela E. Abbadessa)

snoopy-scrittoreSovente pubblico qui sul blog dissertazioni – di genere vario ma obiettivo comune – sull’esercizio della scrittura letteraria, lo sa bene chi il blog lo segue con regolarità. Sono profondamente convinto che buona parte dell’attività di scrittura sia fatta dal continuo studio e dalla riflessione del senso, della forma, della sostanza e dell’essenza di essa, e ciò perché scrivere qualcosa che poi venga pubblicato rappresenta una grandissima responsabilità, non solo verso i lettori ma pure verso sé stessi autori. Questo implica che non  ci si possa mai sentire “arrivati”, nello scrivere, mai: è come percorrere una strada che può offrire panorami meravigliosi, a volte tranquilla e ampia, altre volte faticosa, piena di ostacoli e della quale non si conosce la fine, ma la cui percorrenza verso quel suo orizzonte indeterminato è fondamentale per non ritrovarsi fermi in mezzo ad essa, statici, privi di moto – qualcosa, dunque, di totalmente avulso dal senso stesso di una strada, che è appunto il viaggio su di essa. E se è vero che, sovente, la meta è proprio il viaggio, direi che ciò può valere anche nella grande avventura della scrittura letteraria, ancor più se nel corso di esso si possono incontrare altri viaggiatori con cui condividere quella strada, quei panorami, le visioni, le sensazioni, le idee.

Emanuela Ersilia Abbadessa, raffinata e arguta scrittrice (ma non solo – l’ultimo suo libro è questo) è certamente una di essi. A sua volta spesso medita sul senso dell’esercizio della scrittura, riportando poi le riflessioni elaborate in illuminanti articoli, uno dei quali voglio proporvi di seguito. Il tema principale di esso è la responsabilità dell’autore nei confronti della narrazione del “bene” e del “male” e sulla necessaria elaborazione di una consapevolezza circa l’effetto che la forma e la sostanza di questa narrazione può avere sul lettore. Tema assai importante e pesante (di argomenti e di relative possibili elucubrazioni, intendo dire), in senso letterario, ma con il quale prima o poi un autore si potrà ritrovare ad avere a che fare – se scrive autentica letteratura e non storielle da libroidi per ipermercati, certo.
Ringrazio di cuore EE per avermi concesso dal suo convento il consenso alla pubblicazione dell’articolo (che trovate in versione originale qui).
Buona lettura!

virgoletteCara amica,
qualche tempo fa, mi chiedevi se io scriva tutto ciò che mi passa per la testa e mi trovavo insieme a te a interrogarmi sulle responsabilità di chi usa la parola come mezzo di comunicazione. Naturalmente il gradiente di impegno cambia a seconda dell’uditorio che viene raggiunto e, come sai, credo che scrivere sui social o più in generale sul web, ci carichi di grossi oneri proprio per la vastità del pubblico che ipoteticamente può leggerci. Per questo detesto esprimermi su Facebook, ad esempio, su fatti di forte impatto emozionale o che, come recentemente avvenuto, coinvolgono le esistenze di molti.
emanuela-e-abbadessaLa scrittura di un romanzo offre possibilità di riflessione ancora diverse rispetto a questo argomento. Ho provato a riassumerle in un articolo apparso su “La Civetta” (anno XXI, luglio-settembre-agosto 2016) che ti riporto qui.
Devotamente
EE.

Ogni libro è un viaggio. Lo è sia per l’autore che intraprende un cammino scrivendo un incipit, sia per quanti leggeranno. I viaggi ci cambiano e leggere, dunque, è un modo per mettere in mano ad altri la possibilità di cambiarci la vita.
Ogni libro cambia la vita di chi scrive e di chi legge. E facendo scorrere gli occhi tra le righe, anche nell’illusione di tenere tra le mani un qualsiasi mezzo di intrattenimento, una parte di noi è consapevole che le singole parole, il modo di concatenarsi tra loro e i sensi del racconto, alla fine, ci renderanno persone diverse.
Non tutti i libri però danno al lettore la medesima percezione del mutamento. La cosiddetta narrazione di genere, nella rassicurante uniformità di plot che si ripetono sempre simili e nell’osservanza di regole abbastanza precise, appaiono, d’acchito, incapaci di cambiarci davvero. Con i loro buoni e i loro cattivi, sempre caratterizzati da certezze dentro le quali è quasi impossibile fare insediare margini di dubbio, i gialli, ad esempio (così come i romanzi rosa, i noir e tutto ciò che può essere ascritto a una categoria più o meno precisa), rappresentano una realtà talmente fittizia da divenire, per iperbole, rassicurante.
Ma cosa avviene invece quando, fuori dalla narrazione di genere, per dirla manzonianamente, non è possibile dividere il bene e il male con un taglio così netto che una parte dell’uno non resti nell’altro? Accade, che il lettore si trova di fronte a qualcosa in grado di scompaginare le sue convinzioni ma, nello stesso tempo, ha davanti personaggi che somigliano a lui nelle insicurezze, nelle debolezze, nel desiderio di vendetta così come nelle ambizioni, insomma, nel bene e nel male e, a volte, al di là del bene e del male. Cioè, accade che il libro narra effettivamente la vita e non la sua cristallizzazione stereotipata dentro canovacci di genere più o meno aderenti ad essa e che del vero hanno solo la pretesa ma, nei fatti, proprio in forza della divisione netta tra bene e male, consegnano al pubblico un altrove in cui l’ordine interiore rassicura perché diverso dalla vita reale.
Affrontare i grandi temi intorno ai quali l’uomo indaga da sempre – la vita, la morte, l’amore – è compito e responsabilità dello scrittore.
Nel tempo però sono mutati i gradienti di responsabilità e questi temi, non potendo più essere affrontati con i medesimi strumenti, hanno sovraccaricato il narratore di responsabilità, sia al momento dell’indagine, sia in quello della consegna al pubblico.
Se si potesse dare una data ideale al giro di boa che ha costretto chi scrive a portare sulle spalle il peso del dubbio e rappresentare personaggi più reali e al contempo più inquietanti, dovremmo provare a considerare il tempo circolare, liberarci delle gabbie cronologiche e postulare una possibile mescolanza di diacronia e sincronia.
Per il suo potere evocativo e per la larga diffusione della vicenda, poniamo come spartiacque il dubbio amletico. Esso non riguarda solo la possibilità dell’esistenza di una “giusta vendetta”, ma addirittura la totale riscrittura dei rapporti tra vita e morte e tra uomini: così, la bomba deflagra nella narrativa e pone scrittore e lettore di fronte al dubbio grazie all’introspezione o, per dirla più precisamente, alla psicanalisi.
In forza dell’idea di circolarità del tempo delle idee, un archetipo (in questo caso quello del Principe di Danimarca) non deve necessariamente venire cronologicamente dopo un’acquisizione scientifica e, dunque, poco importa l’epoca in cui Shakespeare vi pose mano se Amleto è in effetti roso da inquietudini a cui Freud avrebbe dato, vari secoli dopo, nomi assai precisi.
Ecco il punto: nel momento in cui uno scrittore “giustifica” il male narrando il pregresso di un personaggio gli concede in qualche modo delle circostanze attenuanti e le azioni stesse di un cattivo smettono di essere inchiodate a un pirandelliano teatro di cartapesta, cessano di essere abiti comodi indossati per una commedia dell’arte e diventano il risultato di un portato di traumi. Se sapessimo da Hugo che l’ispettore Javert – ostinato nel suo male e nel cieco desiderio di perseguire Jean Valjean in modo acritico, in forza di un’idea di giustizia che non ammette né espiazione né rieducazione – da bambino era stato vittima di bullismo o di abusi, molto probabilmente saremmo anche pronti a giustificare buona parte delle sue azioni. Stesso discorso può essere valido per qualsiasi personaggio a cui si associa un’idea concreta di male ma, per una curiosa specularità, di rado il pregresso di un personaggio è utilizzato per dare conto delle azioni virtuose di cui si può fregiare.
A questo punto, sia pure con qualche approssimazione, risulta che la narrativa moderna ha dovuto rinunciare alla netta divisione tra buoni e cattivi usando le armi dell’introspezione e della coscienza perché questa è responsabilità precisa dello scrittore: tenere fede al patto col lettore e fornire una narrazione verosimile. Di contro, spogliato di questa stessa responsabilità, l’autore di genere può permettersi di attenersi al realismo descrittivo di fatti e luoghi relegando di contro la vita, la morte e l’amore in uno spazio protetto in cui proprio l’estremo realismo, come in un gioco degli specchi, allontana dal vero per la carenza dello sguardo “dubbioso” sui personaggi.
Forse questo è solo un modo come un altro per esorcizzare la paura della morte e quella dell’amore capace di far compiere azioni estreme. Ma le inquietudini della vita narrate dalla letteratura, sono ben altra cosa.

Fate cultura? Allora vergognatevi, fannulloni!

vignettaxSì, certamente: non c’è granché da aggiungere a questa vignetta di Vignettax, se non che si può sostituire il termine “musicista” con qualsiasi altro afferente al mondo della cultura e dell’arte ma il risultato non cambia.
Oppure no, c’è molto da aggiungere, moltissimo – tutto quello che, al proposito, disquisisco spesso con amici e conoscenti che “soffrono” dello stesso disprezzo popolare: un disprezzo adeguatamente coltivato da una pluridecennale e precisa strategia politica ben riassunta da quella famigerata affermazione d’un noto ex ministro, “con la cultura non si mangia”, per di più assolutamente diabolica per come ribalti totalmente il proprio senso sulle spalle di chi la cultura la fa e più di ogni altro avrebbe il diritto di mangiare con essa, quando invece altri ci mangiano – quelli che negano ciò, ovviamente!
Insomma, quella vignetta rappresenta perfettamente la normalità quotidiana di chi decida di impegnarsi nel mondo della cultura, l’emarginazione a cui viene sottoposto dal bigottismo culturale nostrano, l’ignominia che lo obbliga a doversi quasi giustificare per praticare un mestiere che da tanta gente viene visto come una parassita perdita di tempo. Forse qualcuno penserà che la stia mettendo giù fin troppo dura, la questione; in verità una tale situazione, purtroppo quasi esclusivamente italiana, nel suo senso va ben al di là della mera considerazione riservata al lavoratore culturale – sia esso musicista, scrittore, attore o che altro, appunto – ed è profondamente sintomatica dello stato generale della cultura in Italia, un settore che potrebbe garantire spropositate ricchezze (non solo economiche) al nostro paese e che invece per la politica pare sia quasi un peso, qualcosa di ingombrante, di fastidioso, qualcosa che tocca gestire controvoglia perché obbligati dalla nomea, così apprezzata all’estero, dell’Italia quale “paese culla della cultura” o “scrigno di tesori artistici e culturali” ma che, appena ve ne fosse l’occasione, non pochi vorrebbero togliersi dai piedi per sempre. Da qui, da tale modus operandi politico di lunga durata, deriva quella strategia a cui prima accennavo che, in fondo, riporta inevitabilmente a certe evidenze storiche le quali sanciscono che meno il popolo è (viene) acculturato, più si presenta facile da dominare e assoggettare.
Ma ok, questa è una mia osservazione personale e la potete confutare quanto volete. Tuttavia a quanto ho affermato lì sopra mi viene da correlare un altro fatto recente (ennesimo d’una lunga serie, peraltro), di forma diversa ma, a ben vedere, di identica sostanza, citato anche su Cultora: il benestare alla costruzione di uno stadio di calcio sopra una preziosissima area archeologica, a Crotone.

crotone-675 In buona sostanza, rispetto al vincolo di “inedificabilità assoluta” sull’area della Soprintendenza, sancito fin dal 1981, è stato ritenuto più importante il «chi se ne importa di quei sassi!» dei tifosi della squadra locale, con improperi vari e assortiti a chiunque abbia cercato di mettere in evidenza e salvaguardare il valore – storico, archeologico e potenzialmente economico – di “quei sassi” di 25 secoli fa.
Ecco: ora forse capirete come le due cose – la vignetta e lo stadio di Crotone – siano le due facce della stessa medaglia, rappresentante inequivocabilmente il disprezzo generale verso la cultura e, di contro, l’ennesima riproposizione del panem et circenses (più i secondi del primo, chiaramente nella forma dell’imperante, impestante, rincretinente calcio) con cui il sistema ha conformato nel tempo il nostro paese. Il quale ormai, a causa di tutto ciò e per sua ampia parte, non è nemmeno più in grado di comprendere d’essere assai più in rovina di quelle “rovine” archeologiche ovvero di quanto sia fondamentale l’attività di produzione culturale per il benessere collettivo, preferendo ad essa figure ignobilmente vuote e rozze elevate al rango di esempi da seguire – e facilmente imitabili, dacché per farlo non serva affatto avere un cervello funzionante.
Si può fare qualcosa affinché la situazione in futuro possa cambiare? Certamente si deve! E si deve farlo in primis perché lo merita la cultura del nostro paese e lo dobbiamo a noi stessi, se vogliamo realmente considerarci individui intelligenti e civili. Anche perché altrimenti il nostro paese è condannato all’affondamento nel mare della barbarie (sempre che non sia già colato a picco, eh!), e stare su una nave che affonda anche per colpa dei suoi capitani ignoranti non mi pare cosa così consona a persone di cultura!

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.