Piove, per fortuna!


(Ivan Ivanovič Šiškin, “Rain in the Oak Forest”, 1891)

Non lagnatevene ma rallegratevi sempre, quando piove. È tutta vita che scroscia dal cielo, prezioso nutrimento liquido per la Terra, una garanzia per il nostro buon vivere che val bene qualche abito bagnato.

(Solo per gli italiani: rallegratevi ma pure preoccupatevi, quando piove, visto come decenni di incuria e distruzione del territorio rischiano di rendere ogni acquazzone più intenso del solito una causa di dissesti idrogeologici e conseguenti tragedie. Semmai, assolutamente “lagnatevi” – e altro di più concreto – degli amministratori pubblici che ciò hanno permesso e continuano a permettere. Perché, sia chiaro, non è affatto la pioggia il “problema”.)

P.S.: per ribadire e rimarcare ancor più il concetto, leggete qui.

Cambiamenti (del clima) e immobilità (dell’uomo)

Mi viene molto difficile non percepire la brutta sensazione che buona parte delle persone, un po’ ovunque nel mondo, non si rendano veramente conto del rischio ambientale che il nostro pianeta sta correndo, dei danni che la nostra civiltà ha già ampiamente causato, della situazione reale in merito ai cambiamenti climatici e al futuro prossimo che ci potrebbe aspettare, se le previsioni più negative dovessero avverarsi.

Senza dubbio negli ultimi anni la sensibilità sul tema è aumentata, i media ne parlano – seppur con troppo frequente superficialità – il tema sembra (sembra!) essere nell’agenda di molti governi. Tuttavia, ribadisco, ancor più del poco impegno dei politici se non del disimpegno di qualcuno di essi, mi preoccupa il sostanziale disinteresse di ancora tanta gente: come se tutt’oggi bastasse un buon condizionatore d’estate, un efficiente riscaldamento d’inverno oppure una per ora normale disponibilità di acqua (per chi gode di tali fortune) a farci credere al sicuro, non toccati dal problema o solo sfiorati, a farci pensare che sì, forse quello che dicono è vero ma la situazione non è così grave, ce la possiamo cavare, tutto sommato.

E se invece fosse già ora ben più grave di quanto sia constatabile? Se, come sostengono molti studiosi, il grosso del cambiamento climatico, che deriva dall’alterazione di meccanismi naturali i cui effetti si sviluppano nel lungo periodo, dovesse ancora realizzarsi e quelli che constatiamo ora è solo l’inizio? Se quello che i vari paesi stanno cerca di attuare – contenimento dei gas serra e degli altri inquinanti, diffusione delle energie rinnovabili, impegni di mantenimento dell’aumento delle temperature entro certi limiti, eccetera – non dovesse fin d’ora essere sufficiente a porre riparo ai danni giù causati? Siamo (saremmo) pronti – non solo scientificamente e tecnologicamente ma pure culturalmente e socialmente – ad affrontare un tale scenario? Siamo capaci di concepire quali conseguenze potrebbe avere, su scala globale? Oppure il nostro bel condizionatore e la doccia di casa col suo abbondante getto di acqua ci continueranno a illudere ancora per lungo tempo? In effetti, ci vantiamo di abitare in un mondo totalmente conosciuto e iperconnesso ma le calotte polari in scioglimento restano ancora così lontane, e lo stesso per le acque oceaniche ricoperte di rifiuti plastici,

Tante domande, certo, ma ben poche risposte, al momento. E a fronte di una domanda – fondamentale, peraltro – se si vuole trovare una buona risposta bisogna pensarci bene, riflettere, ponderare ogni cosa, ogni elemento al meglio, e fare in modo che quella risposta sia la migliore possibile, e non un ennesimo sbaglio. Potrebbe essere quello finale.

(Immagine in testa al post: Jorge Gamboa, “The tip of an iceberg“)

La neve, il disagio, la meraviglia


Ha ragione Luca Radaelli, quando sulla propria pagina facebook scrive che c’è stato un tempo, meno impazzito di questo, in cui la neve non era solo pericolo, ostacolo alla viabilità, fastidio, disagio, ma fonte di gioia, fascino e bellezza. È verissimo: ci stiamo talmente straniando dalla realtà, dalle cose importanti, dalla bellezza, dalla capacità di meravigliarci, dal piacere di godere dei momenti di incanto, dalla curiosità di recepire il senso e l’essenza di ciò che abbiamo intorno, dalle percezioni emotive più genuine e dalla sensibilità che ne è fonte ed è peculiarità di ogni creatura senziente… e solo per inseguire frivole superficialità, futilità, scempiaggini, sconcertanti miserie intellettuali e spirituali, eccitazioni artificiose, ipocrite, false, illusioni prive (ovvero private) d’ogni logica e d’ogni valore… che stiamo perdendo, oltre al legame con la realtà, il senso stesso della vita. Non solo una dissonanza cognitiva, non solo un fenomeno di alienazione e uno smarrimento di logica culturale sempre più simile a un vero e proprio disagio psicosociale, ma ancor più una perdita di autentica umanità.

Anche perché, perdendo la capacità di meravigliarci, perdiamo pure la facoltà di pensare: già Aristotele, nel primo libro della Metafisica, sottolineava questo aspetto affermando che “gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia”. In fondo è per questo che i bambini imparano tutto così rapidamente e non smettono mai di essere curiosi. Noi adulti invece – continuamente lamentosi, stizzosi, irosi, collerici ma quasi sempre per riflesso indotto o pedissequa imitazione e quasi mai con cognizione di causa e ponderata consapevolezza – non lo sappiamo quasi più essere, finendo per perdere non solo il legame col mondo d’intorno ma pure con noi stessi. Come tanti pupazzi di neve su una spiaggia a fine luglio, insomma.

“IL” Natale

17.28 (ora italiana): è il Solstizio d’Inverno.
Il Sole vince sulle tenebre che hanno tentato di “adombrarne” la luminosità, dimostrando – almeno alle nostre latitudini – la propria invincibilità su di esse: il Sol Invictus dei culti pagani antichi, romani e non solo. Già dal minuto successivo, la luce ricomincia a incrementare la propria presenza e il giorno riprende ad allungarsi, come se rinascesse e tornasse a crescere verso la “maturità” estiva.

In fondo è oggi il vero Natale e noi, a ben vedere, siamo ben più figli del Deus Sol Invictus che di qualsiasi altra possibile “divinità”.

Se sul futuro della montagna i bambini imparano mentre gli adulti vaneggiano…

(Articolo pubblicato su altavita.com il 20/11/2017):

In tempi di sempre più profondi cambiamenti climatici, di imminente estinzione dei ghiacciai alpini (la principale riserva di acqua potabile a nostra disposizione, è bene ricordarlo), di palesi gravi problemi di siccità, e posto lo stato di fatto del mercato turistico invernale attuale, credere di poter rilanciare stazioni sciistiche (in passato già fallite, peraltro) attraverso nuovi impianti di innevamento artificiale è un po’ come affannarsi a nuotare in una piscina priva di acqua sperando di riuscire ad arrivare dalla parte opposta prima di sfinirsi inevitabilmente per l’inutile sforzo. La prova di una dissennatezza profonda nonché d’una grande mancanza di cultura, insomma.

Veramente c’è da riporre ben poca fiducia in siffatti amministratori pubblici, membri di una fin troppo numerosa fazione alla quale evidentemente nulla interessa del proprio territorio e della sua autentica salvaguardia e tutto interessa di propri personali tornaconti – ovvero, in alternativa a ciò, ai quali amministratori pubblici la testa non deve più tanto funzionare bene da parecchio tempo, ormai.

E veramente, di contro, c’è da porre la massima fiducia (e l’altrettanta speranza) in una nuova generazione di cittadini-montanari civicamente consapevoli dell’importanza, del valore e delle potenzialità dei propri monti sui quali, sia chiaro, si potrà pure praticare lo sci su pista ma solo in modo totalmente sostenibile, sia ambientalmente che economicamente, ma in primis ove possano finalmente nascere nuove (o rinnovate) forme di turismo in virtuosa armonia con l’ambiente montano le quali, se ben concepite e messe in atto, saranno senza alcun dubbio ben più remunerative di quelle fino ad oggi praticate e stoltamente perseverate. Con l’aggiunta di avere una montagna nuovamente e veramente viva, vitale, salvaguardata e valorizzata al meglio, e non il solito, vile e dannoso divertimentificio alpino: quello che la montagna la svilisce, la soffoca e, inesorabilmente, la uccide.

P.S.: ennesimo grazie a Michele Comi, che sulla propria pagina facebook ha pubblicato i due articoli ripresi nell’immagine in testa al presente post, rimarcandone la sconcertante contraddizione.