La cancellazione del “due per mille” alla cultura, ennesimo imbarbarimento italico

È un’altra di quelle notizie passate sostanzialmente in sordina, questa – e volutamente, ne sono certo: la possibilità per ciascun contribuente di destinare il due per mille della propria imposta sul reddito delle persone fisiche «a favore di un’associazione culturale iscritta in un apposito elenco istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri», prevista con la Legge di Stabilità 2016, è stata cancellata dalla Dichiarazione dei Redditi di quest’anno senza alcuna spiegazione – mentre, ma guarda un po’, è rimasta ben salda la possibilità di destinare il due per mille ai partiti politici.

Personalmente ho letto di questa cosa qualche settimana fa, e di primo acchito mi è parsa così grave da non poter non essere corretta in qualche modo nelle settimane successive – come sovente accade, con le leggi italiane. Peraltro ho ritenuto opinabili le opinioni contrarie alla bontà del provvedimento (queste, ad esempio) perché disquisenti in senso critico su come lo stesso sia stato attuato (di nuovo all’italiana, ahinoi!) il che tuttavia non toglie affatto valore alla suddetta potenziale bontà, assolutamente (e disperatamente) necessaria a molte associazioni culturale del tutto virtuose ma lasciate languire dalla mancanza del supporto statale.

Dunque ho aspettato fin ad ora per scriverne, appunto nella speranza di leggere qualcosa riguardo a una correzione, un reinserimento, almeno una qualche valida giustificazione… niente di niente. L’unico parlamentare che ha sollevato la questione nelle sedi istituzionali (peraltro in modo controverso e bisbigliandola, ma tant’è) è stato il senatore Franco Panizza, del Partito Autonomista Trentino Tirolese (!) – e ho detto tutto sulla considerazione riservata alla questione dai siòri politici.

Fatto sta che quest’anno i cittadini italiani non potranno sopperire, attraverso il semplice atto di una firma sulla propria Dichiarazione dei Redditi, all’ormai cronico (e strategico, insisto) menefreghismo dello Stato nei confronti della cultura. E fate conto che nell’elenco ministeriale ci saranno pure state associazioni immeritevoli (ma qui è un problema di mancanza di controllo da parte del Ministero, non certo della bontà del provvedimento!), di contro c’erano pure fior di istituzioni come la Pinacoteca di Brera, il Teatro Stabile di Genova o la Società Geografica Italiana – l’elenco delle associazioni ammesse lo trovate qui, e già solo dandogli una rapida lettura si può capire quali tra di esse non c’entri granché!

Insomma, siamo alle solite: “cultura” è vocabolo col quale di frequente i rappresentanti delle istituzioni si riempiono la bocca nei propri arroganti discorsi pubblici ma poi, all’atto pratico, nel senso autentico e nella sostanza disdegnano in ogni modo possibile.

In fondo sarebbero assai meno ipocriti – essi, in ciò che rappresentano – se finalmente dichiarassero a reti unificate qualcosa del genere “allo Stato Italiano della cultura non frega assolutamente nulla!” La cosa diverrebbe definitivamente più chiara, palese, ufficiale, magari si potrebbe pure istituzionalizzare tramite un’apposita leggina e amen: almeno saremo certi della prossima fine della società civile italiana. Che non è sulla Luna o su Marte e dunque, come ogni altra, senza il supporto di una solida base di cultura, ben coltivata e diffusa da parte delle istituzioni in qualità di prime responsabili della sua presenza e del relativo accrescimento a favore del bene e del progresso intellettuale e morale della società stessa, sarà destinata a una rovinosa decadenza.

Ditemi pure che sono drastico, iperpessimista, catastrofista o quant’altro, ma la penso così.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Il lamentatore seriale

Eppoi ci sono i lamentatori seriali. Quelli che devono (e inopinatamente riescono a) lagnarsi sempre e comunque, ai quali non va mai bene nulla e se pure andasse bene tutto se ne lamenterebbero perché non va bene che tutto vada bene quando deve sempre esserci qualcosa che non va (bene). Quelli che se una cosa è bianca la vorrebbero, nera, se fosse nera la vorrebbero gialla, se fosse gialla rossa, e se fosse rossa pretenderebbero che fosse bianca. Quelli che, se fossero seduti su una montagna di denaro di loro proprietà, brontolerebbero del troppo vento che tira sulla sua cima; se fossero i primi uomini a mettere piede su Marte, reclamerebbero per tutta quella sabbia rossa sparsa sulla superficie; se trovassero il modo di diventare immortali, si lagnerebbero di quelli che non andranno mai al loro funerale.

Anche la lamentazione seriale, in fondo, è un sistema di rivendicazione dell’attenzione altrui da parte di chi non saprebbe altrimenti come richiamarla. Le lamentele di costoro non sono mai espresse con cognizione di causa ma per mero automatismo: non importa di cosa ci si lamenta, importa che ci si lamenti, punto. È un atteggiamento piuttosto affine alla bastiancontrariaggine viscerale ma sostanzialmente più semplice, più elementare ovvero più rozza: il bastiancontrario non è automaticamente un lamentatore e in certi casi “studia” la propria condotta contrastante o, quanto meno, ne possiede una qualche consapevolezza. Il lamentatore seriale, invece, è consapevole soltanto di doversi necessariamente lamentare di qualcosa, qualsiasi essa sia e senza pensare o capire cosa sia, anche perché d’altro canto non richiede che gli altri capiscano la sua lamentela: però pretende che tutti la ascoltino, ovviamente senza controbatterla – esercizio peraltro sostanzialmente inutile, questo. In fondo egli non si sta realmente lamentando di nulla: il suo è un riflesso incondizionato ancorché cronico, appunto. Per tale motivo finirà pressoché sempre col fare o con l’essere ciò di cui si lamenta continuando nel frattempo a lagnarsene, e questo è l’eloquente segno della sua imperterrita e irrimediabile serialità.

Ugualmente inutile è lamentarsi con esso del fatto che si lamenti sempre di qualcosa: ciò servirebbe solo da pretesto per ulteriori e ancor più veementi lamentazioni. Inoltre ciò finirebbe per soddisfare quel suo disperato bisogno di attenzione: conviene invece lasciarlo nel suo brodo, per fare che, nella propria irrefrenabile lamentazione, finisca finalmente per lamentarsi pure di sé stesso raggiungendo con ciò il proprio acme assoluto e dunque autoannichilendosi subito dopo.

In ogni caso, pur se malauguratamente ciò non avverrà, qualsiasi altro atto nei suoi confronti sarà tempo sprecato, dunque da evitare: come pensare di svuotare l’oceano con un cucchiaio, in pratica. Non conviene nemmeno provarci, neanche spendere mezzo secondo per pensare di farlo: tanto per il lamentatore seriale l’acqua sarà sempre troppo bagnata.

Un popolo di sensazionalisti da gara

fullQuelli che, con un leggero raffreddore, «Non mi reggo in piedi!», o quelli che, con qualche centimetro di neve sul terreno, «Non si vedeva una nevicata così da anni!» o ancora quegli altri che, per un quarto d’ora d’attesa, «Un delirio, c’ho perso più di mezza giornata!» per non dire di quelli che, davanti al proprio SUV nuovo fiammante, «Non si può più andare avanti così!» – ma, a ben vedere, pure di quelli che, nonostante la realtà dei fatti e i dati oggettivi, «Ci stanno invadendo!» – eccetera, eccetera, eccetera.

Insomma: sarà l’analfabetismo funzionale dilagante o la dissonanza cognitiva pandemica, sarà quello che offrono la TV e i media (e come lo offrono) o l’abuso (beh, altrettanto dilagante, pare) di sostanze psicotrope, fatto sta che ho la netta impressione che le persone normalisiano pure (e sempre più) terribilmente affette dal morbo del sensazionalismo gigantista, con frequenti devianze pseudo-catastrofiste. Nemmeno stessero competendo in una tiratissima gara a chi gonfi e drammatizzi più di chiunque altro la quotidiana e ovvia normalità! Tutto ciò, col drammatico risultato che fatti insignificanti, quando non totalmente campati per aria, vengono trasformati in eventi storici, e fatti fondamentali con relative preziose verità si sminuiscono al livello di inezie astratte e fastidiose come i moscerini d’estate. Ecco.

I programmi della RAI e il paese “disperato”

Premessa: “disperato” da interpretare (liberamente) come dis-perato, similmente a dis-arcionato ove “arcione” è sinonimo di sella: dunque disarcionato, caduto dalla sella/dal cavallo; disperato, caduto dal pero. Ecco: l’italiano è un popolo costantemente cadente dal pero, ergo disperato.

Posto ciò: suvvia, ma che accidenti viene detto di quel programma RAI nel quale si è disquisito sui buoni motivi per scegliere una donna dell’Est Europa, ora chiuso d’ufficio dai vertici dell’azienda radiotelevisiva nazionale?!? È (era) invece un programma perfetto, ovvero perfettamente consono e funzionale all’audience televisiva media contemporanea. Non era da chiudere, era da premiare per la capacità di intercettare e soddisfare al meglio il suo pubblico!

Sono sarcastico, sia chiaro, ma non ipocrita. Quanti programmi RAI, allora, sarebbero da chiudere perché diffondono simili idiozie degradanti qualsiasi buon concetto di cultura, oltre che di servizio pubblico? Quanti programmi televisivi in generale dovrebbero – ci sarebbe da dire “dovevano”, ma purtroppo il passato non si può cambiare – essere chiusi per come contribuiscano a diffondere il più letale analfabetismo funzionale su temi di interesse civico fondamentale? Vi pare logico, quantunque giustissimo e doveroso, che ci si fermi a sbraitare contro un programma che in fondo rappresenta una pagliuzza in un occhio nel quale da anni è conficcata una trave del tutto arrugginita? Sarebbe come lamentarsi delle tende sporche nelle cabine di una nave che sta affondando, ecco.

Ma in fondo la RAI di oggi, nei suoi canali generalisti, è veramente qualcosa di simile: una barcarola che per soddisfare le voglie più stupide (e sovente indotte, ma qui si apre un altro discorso infinito che ora è meglio non affrontare) dei naviganti a bordo, se ne frega ormai del tutto della rotta da seguire e per questo non rendendosi conto che tale rotta la porterà presto a sbattere contro gli scogli e a colare a picco. Già, lo ribadisco: a mio modo di vedere questa TV sta ormai morendo, ed è un gran bene che sia così – ne parla anche (di nuovo) Gennaro Pesante in questo ottimo articolo. E per caso sfortunato non morirà di sua iniziativa, sarà bene agevolare la cosa: allora sì, le proteste contro il programma in questione avranno portato a un risultato di reale valore culturale. E proficuo per il futuro di tutti, pubblico televisivo e non.

E se invece si facesse scoppiare una rivolta dei libri? (Reloaded)

(Questo articolo, balzatomi agli occhi poco fa, lo pubblicavo qui sul blog più di 3 anni fa. Inutile dire che oggi è ancora più valido di allora, e questa non è affatto una bella cosa. Nient’affatto.)

read-booksGià… dei libri piuttosto che di forconi o altro del genere e di così “fumoso”, se non bieco. In fondo, buona parte dei malanni che stanno uccidendo l’Italia nascono in primis da un grave problema culturale. Ignoranza, insomma, in senso generale e soprattutto nel senso di ignorare la realtà, dalla quale deriva la mancanza di consapevolezza e senso civici, il menefreghismo imperante, l’abulia sociale, la spiccata tendenza ad assoggettarsi a qualsiasi potere (o pseudo-tale) che accontenti i propri egoismi… Tutte cose sulle quali prospera e s’ingrassa chi vuole dominare, da sempre e ovunque: il popolo ignorante è ben più semplice da governare che quello consapevole, informato, acculturato – qualità che ne sottintendono un’altra ancor più fondamentale: libero.
Una rivolta dei libri, una rivoluzione culturale che spazzi via ogni cosa che offende l’intelligenza, l’onestà, l’etica e il buon senso comune: e non pensate che, da questo punto di vista, la prima cosa ad essere spazzata via sarebbe proprio la miserabile casta politica che l’Italia si ritrova?

In effetti, dice bene Doctor Who, il personaggio della nota serie TV della BBC prodotta e sceneggiata da Russell T. Davies:

You want weapons? We’re in a library. Books are the best weapon in the world. This room’s the greatest arsenal we could have. Arm yourself!

(Volete armi? Andate in una biblioteca. I libri sono l’arma migliore nel mondo. Questo luogo è il più grande arsenale che potremmo avere. Armatevi!)

Booksareweapons