Una risata ci salverà!

Credo che se noi essere umani riusciremo a conservare la capacità di ridere – di noi stessi, degli altri ovvero di far ridere, in senso umoristico arguto e non in modo sarcastico e amaro – qualche possibilità di salvezza, come genere, l’avremo ancora. Esattamente come chi manifesta senso dell’umorismo, e riesce a non prendersi mai troppo sul serio, se la caverà sempre: espandete questa singola virtù a più individui possibile e, appunto, si genererà un salvagente ben più prezioso ed efficace di tanti altri, per noi tutti. Che di contro, come si sa, sarà invece funzionale vanga per “scavare fosse” e “seppellire” (metaforicamente, ovvio) chi non vorrà essere tanto virtuoso.

Altrimenti no, penso proprio che non ci salveremo. Sia la fine tra un anno, un secolo, un millennio o domani mattina, saremo tristemente spacciati: allora sì che non ci sarà più nulla da ridere, anche perché sarà troppo tardi farlo.

P.S.: e se magari volete affinare la personale virtù di saper ridere, provate a leggere questo libro. Credo vi potrà essere utile.

Misteri (?) di facebook…

Applausi scroscianti per Gian Paolo Serino, che qualche giorno fa sulla propria pagina facebook così ha scritto:

…E io, che su facebook vanto una simile vetustà, se non pure maggiore (al punto da sentire sempre più puzza di stantio e desiderio di fuga), con tale osservazione sono totalmente d’accordo.

D’altro canto a Serino avevo già dedicato questo articolo e quanto sopra, pur nel suo “piccolo”, ne conferma di nuovo il valore.

Tempus fugit (e di brutto!)

Tempus fugit, “Il tempo che porta via” ogni cosa, già. Ma Virgilio l’ha detta ancora più chiara, nel verso delle Georgiche da cui è tratta la locuzione: Sed fugit interea fugit irreparabile tempus, “Ma fugge intanto, fugge irreparabilmente il tempo.”
È verissimo: il tempo fugge senza sosta e sovente non lo fa nemmeno dritto verso l’avanti ma zigzagando in modo “entropico”, mentre noi viviamo in un presente ovvero in un “punto zero” che divide passato e futuro il quale può avere senso e valore (per noi stessi) solo se glielo conferiamo con le nostre azioni – altrimenti non è che un “non tempo”, privo di spessore, di dimensionalità temporale e di realtà effettiva. Per tale motivo, io credo, non dovremmo mai perdere alcun istante della nostra vita per cercare di fare qualcosa di buono, per noi stessi e per il mondo che abbiamo intorno, che peraltro si dimostri tale anche se visto nel passato e, ancor più, se spinto nel futuro. E non è tanto una questione di carpe diem, ma di consapevolezza che oggi si può fare qualcosa di interessante, magari domani qualche altra cosa, dopodomani una diversa ancora e così via. Ovvero, almeno è utile non fare qualcosa di nocivo, per noi stessi e per ciò che abbiamo attorno.
Perché il tempo fugge via, appunto, e più si cresce con l’età più sembra accelerare e scappare in avanti: senza quasi rendersene conto, ci si ritrova poi in età avanzata con l’improvvisa presa di coscienza di non aver fatto ciò che di buono si poteva fare, e di aver sprecato la vita in cose del tutto futili, vuote, inutili, quando non deprecabili o deleterie. Meglio esserne coscienti prima, e per acquisire questa coscienza basta un minimo, proprio un minimo, di attività intellettuale. Molto meno di quella che sovente serve per buttare il proprio tempo in scempiaggini varie e assortite, ne sono certo.

P.S.: per chi fosse arrugginito con l’inglese, nell’immagine:
Le tre fasi della vita:
1. Nascita.
2. Cosa ca**o è ‘sta roba?
3. Morte.

La cancellazione del “due per mille” alla cultura, ennesimo imbarbarimento italico

È un’altra di quelle notizie passate sostanzialmente in sordina, questa – e volutamente, ne sono certo: la possibilità per ciascun contribuente di destinare il due per mille della propria imposta sul reddito delle persone fisiche «a favore di un’associazione culturale iscritta in un apposito elenco istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri», prevista con la Legge di Stabilità 2016, è stata cancellata dalla Dichiarazione dei Redditi di quest’anno senza alcuna spiegazione – mentre, ma guarda un po’, è rimasta ben salda la possibilità di destinare il due per mille ai partiti politici.

Personalmente ho letto di questa cosa qualche settimana fa, e di primo acchito mi è parsa così grave da non poter non essere corretta in qualche modo nelle settimane successive – come sovente accade, con le leggi italiane. Peraltro ho ritenuto opinabili le opinioni contrarie alla bontà del provvedimento (queste, ad esempio) perché disquisenti in senso critico su come lo stesso sia stato attuato (di nuovo all’italiana, ahinoi!) il che tuttavia non toglie affatto valore alla suddetta potenziale bontà, assolutamente (e disperatamente) necessaria a molte associazioni culturale del tutto virtuose ma lasciate languire dalla mancanza del supporto statale.

Dunque ho aspettato fin ad ora per scriverne, appunto nella speranza di leggere qualcosa riguardo a una correzione, un reinserimento, almeno una qualche valida giustificazione… niente di niente. L’unico parlamentare che ha sollevato la questione nelle sedi istituzionali (peraltro in modo controverso e bisbigliandola, ma tant’è) è stato il senatore Franco Panizza, del Partito Autonomista Trentino Tirolese (!) – e ho detto tutto sulla considerazione riservata alla questione dai siòri politici.

Fatto sta che quest’anno i cittadini italiani non potranno sopperire, attraverso il semplice atto di una firma sulla propria Dichiarazione dei Redditi, all’ormai cronico (e strategico, insisto) menefreghismo dello Stato nei confronti della cultura. E fate conto che nell’elenco ministeriale ci saranno pure state associazioni immeritevoli (ma qui è un problema di mancanza di controllo da parte del Ministero, non certo della bontà del provvedimento!), di contro c’erano pure fior di istituzioni come la Pinacoteca di Brera, il Teatro Stabile di Genova o la Società Geografica Italiana – l’elenco delle associazioni ammesse lo trovate qui, e già solo dandogli una rapida lettura si può capire quali tra di esse non c’entri granché!

Insomma, siamo alle solite: “cultura” è vocabolo col quale di frequente i rappresentanti delle istituzioni si riempiono la bocca nei propri arroganti discorsi pubblici ma poi, all’atto pratico, nel senso autentico e nella sostanza disdegnano in ogni modo possibile.

In fondo sarebbero assai meno ipocriti – essi, in ciò che rappresentano – se finalmente dichiarassero a reti unificate qualcosa del genere “allo Stato Italiano della cultura non frega assolutamente nulla!” La cosa diverrebbe definitivamente più chiara, palese, ufficiale, magari si potrebbe pure istituzionalizzare tramite un’apposita leggina e amen: almeno saremo certi della prossima fine della società civile italiana. Che non è sulla Luna o su Marte e dunque, come ogni altra, senza il supporto di una solida base di cultura, ben coltivata e diffusa da parte delle istituzioni in qualità di prime responsabili della sua presenza e del relativo accrescimento a favore del bene e del progresso intellettuale e morale della società stessa, sarà destinata a una rovinosa decadenza.

Ditemi pure che sono drastico, iperpessimista, catastrofista o quant’altro, ma la penso così.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Il lamentatore seriale

Eppoi ci sono i lamentatori seriali. Quelli che devono (e inopinatamente riescono a) lagnarsi sempre e comunque, ai quali non va mai bene nulla e se pure andasse bene tutto se ne lamenterebbero perché non va bene che tutto vada bene quando deve sempre esserci qualcosa che non va (bene). Quelli che se una cosa è bianca la vorrebbero, nera, se fosse nera la vorrebbero gialla, se fosse gialla rossa, e se fosse rossa pretenderebbero che fosse bianca. Quelli che, se fossero seduti su una montagna di denaro di loro proprietà, brontolerebbero del troppo vento che tira sulla sua cima; se fossero i primi uomini a mettere piede su Marte, reclamerebbero per tutta quella sabbia rossa sparsa sulla superficie; se trovassero il modo di diventare immortali, si lagnerebbero di quelli che non andranno mai al loro funerale.

Anche la lamentazione seriale, in fondo, è un sistema di rivendicazione dell’attenzione altrui da parte di chi non saprebbe altrimenti come richiamarla. Le lamentele di costoro non sono mai espresse con cognizione di causa ma per mero automatismo: non importa di cosa ci si lamenta, importa che ci si lamenti, punto. È un atteggiamento piuttosto affine alla bastiancontrariaggine viscerale ma sostanzialmente più semplice, più elementare ovvero più rozza: il bastiancontrario non è automaticamente un lamentatore e in certi casi “studia” la propria condotta contrastante o, quanto meno, ne possiede una qualche consapevolezza. Il lamentatore seriale, invece, è consapevole soltanto di doversi necessariamente lamentare di qualcosa, qualsiasi essa sia e senza pensare o capire cosa sia, anche perché d’altro canto non richiede che gli altri capiscano la sua lamentela: però pretende che tutti la ascoltino, ovviamente senza controbatterla – esercizio peraltro sostanzialmente inutile, questo. In fondo egli non si sta realmente lamentando di nulla: il suo è un riflesso incondizionato ancorché cronico, appunto. Per tale motivo finirà pressoché sempre col fare o con l’essere ciò di cui si lamenta continuando nel frattempo a lagnarsene, e questo è l’eloquente segno della sua imperterrita e irrimediabile serialità.

Ugualmente inutile è lamentarsi con esso del fatto che si lamenti sempre di qualcosa: ciò servirebbe solo da pretesto per ulteriori e ancor più veementi lamentazioni. Inoltre ciò finirebbe per soddisfare quel suo disperato bisogno di attenzione: conviene invece lasciarlo nel suo brodo, per fare che, nella propria irrefrenabile lamentazione, finisca finalmente per lamentarsi pure di sé stesso raggiungendo con ciò il proprio acme assoluto e dunque autoannichilendosi subito dopo.

In ogni caso, pur se malauguratamente ciò non avverrà, qualsiasi altro atto nei suoi confronti sarà tempo sprecato, dunque da evitare: come pensare di svuotare l’oceano con un cucchiaio, in pratica. Non conviene nemmeno provarci, neanche spendere mezzo secondo per pensare di farlo: tanto per il lamentatore seriale l’acqua sarà sempre troppo bagnata.