La recensione di “Lucerna, il cuore della Svizzera” su Excursus.org, rivista di attualità e di cultura

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E’ a dir poco lusinghiera la recensione che Laura Mesa ha firmato per Excursus.org, uscita sul nr.57 di Aprile 2014. Ve la propongo di seguito (mentre in originale la potete trovare QUI), con l’ovvia speranza che le impressioni che Laura Mesa ha recepito dalla lettura del mio cahier le possiate trovare condivisibili anche voi.

logo_ExcursusUn diario di viaggio racconta Lucerna come “luogo del cuore”
Un libro targato Historica Edizioni narra lo splendore della città e il suo carattere magico, addentrandosi nel “giardino d’Europa”

virgoletteEsiste un “luogo del cuore”, una parentesi dalla quotidianità e dalla monotonia che permette di respirare a pieni polmoni, di sfuggire ai doveri e alle responsabilità per godere di un proprio angolo di paradiso. Ognuno ha il suo e per Luca Rota in Lucerna, il cuore della Svizzera (Historica Edizioni, pp. 48, € 5,00) è un giardino magico, un luogo utopico che proietta nella propria fantasia fin da bambino, ma che in realtà esiste e si trova a pochi chilometri dalla sua città natale: Lecco.
Nonostante crescesse e ridimensionasse i propri sogni, l’autore non ha modificato la sostanza del proprio desiderio e ha ritrovato al di là delle Alpi, nella piccola ma al contempo grande Svizzera, il suo giardino: una fortezza in grado di difendere se stessa e le sue ricchezze, ma allo stesso tempo accogliente e generosa.
In un mondo sempre più artefatto e artificioso, questo angolo di paradiso condivide le sue bellezze – soprattutto naturali – presentandole con orgoglio. Così la Svizzera diviene il vero giardino d’Europa CIMG4119-cutche, nonostante stereotipi e luoghi comuni, rimane oggetto di vanto, ma anche d’invidia da parte di un mondo che oggi «è tutto paese e che se non avesse ancora la fortuna di preservare ancora qualche bel giardino, qui e là per il globo, sarebbe certamente un posto assai meno gradevole (o ben più sgradevole) da vivere».
In un angolo di questo giardino si trova Lucerna, non una piccola e semplice tappa turistica fra le Alpi, ma – come dice il nome stesso – la città della luce che nutre di linfa vitale un paesaggio ancora fortemente caratterizzato da elementi naturali e da meraviglie paesaggistiche degne di nota. Tuttavia, chi visita Lucerna con il solo intento di fotografare un monumento o qualche altro “simbolo identitario”, non gode appieno l’essenza di questo luogo e Rota stesso afferma che «se il turista chiede a un luogo di riempirgli gli occhi, il viaggiatore desidera che gli colmi l’animo».
Colui che potrà gustarla appieno, alzerà lo sguardo verso il Monte Pilatus o il Rigi, ascolterà il fiume Reuss, ammirerà i numerosi specchi d’acqua, tra i quali il noto Lago dei Quattro Cantoni, osserverà le persone accanto a sé e si renderà conto che anche un luogo così luminoso può celare zone d’ombra. Quindi, dopo un climax in cui l’autore si perde nelle meraviglie del suo giardino e l’ambiente che lo circonda diventa il fulcro di una spontanea narrazione, Lucerna viene ridimensionata senza perdere il suo fascino e la forza per sprigionare la sua luce. Il cuore del territorio elvetico ha saputo infatti mantenere il suo senso civico e la sua identità, restando una città di ideali e di buon vivere.
Lucerna, il cuore della Svizzera è un libro piccolo, ma intenso, un quaderno di pensieri, sensazioni e impressioni che l’autore imprime su carta con una densità tale che il lettore non può non immergervisi. È un diario di viaggio alla scoperta di un luogo colmo di riflessi, paesaggi attraenti, indiscutibile magia; una meta che non può non invogliare la partenza. Queste poche pagine rivelano i pensieri di un uomo che rimane stupito di fronte a una città di incommensurabile bellezza, ma che ha ancora le parole per descrivercela e renderci partecipi del suo sguardo meravigliato.
Lucerna, il cuore della Svizzera non è né una semplice guida turistica, né un manuale geografico specializzato, è qualcosa di più completo, un compagno di viaggio che permette di conoscere il cuore del territorio elvetico nelle sue varie sfumature, ma che allo stesso tempo condivide con noi sensazioni, idee, conoscenze e giudizi che arricchiscono il nostro modo di vivere il cammino in questi luoghi.
Lucerna, il cuore della Svizzera è ricco di spunti ed è stato scritto in uno stile misto fra il romanzo e la poesia, l’autobiografia e il diario. Attraverso istantanee Luca Rota ci regala momenti di esperienza vissuta e ricorda «il valore dello sguardo […], che diventerà la messe di dati con cui la mente costruirà la propria percezione dei luoghi, la piacevolezza di starci o meno». Grazie a questo mezzo essenziale, l’autore riesce a combinare immagini suggestive con la propria capacità narrativa e a creare un libricino breve, ma scorrevole, che si assapora lentamente in meno di un’ora o in una pausa caffè.
L’esperienza di Luca Rota in Lucerna, il cuore della Svizzera è un esempio di come sia inevitabile che alcuni viaggi diventino compartecipi dell’esperienza umana e della componente emotiva di ognuno, perché ciascun itinerario ci mostra un percorso diverso, che ci trasmette sensazioni e fa nascere racconti ed emozioni nuove. Vi sono luoghi che ci segnano dentro, iniziano a fare parte di noi e di quello che siamo, non sono qualcosa di cui sentiamo un piacere semplicemente visivo, ma anche intimo e profondo. Questi sono i luoghi che potremmo definire come “seconda casa”, dove lasciamo una parte di noi stessi e dove è impossibile non ritornare.
Lucerna, il cuore della Svizzera è un petit cahier de voyage che si conclude proprio con il tema del ritorno, della riscoperta, per ricordarci di continuare a guardare con gli stessi occhi, ma in modo nuovo, l’immutabile splendore del nostro “luogo del cuore”.

Laura Mesa
(www.excursus.org, anno VI, n. 57, aprile 2014)

P.S.: cliccate QUI per conoscere ogni informazione utile su Lucerna, il cuore della Svizzera.

MiArt 2014: opinioni, impressioni, riflessioni, visioni.

MiArt 2014 si è chiusa da poche ore (sto scrivendo questo pezzo lunedì 31) e, come sa chi segue il blog, quando ho occasione di visitare un evento del genere offro poi il mio resoconto di puro appassionato d’arte (contemporanea, in primis) mettendo per iscritto ciò che mi è parso di vedere capire dell’evento stesso.
Per il MiArt di quest’anno, tuttavia, voglio fare qualcosa di diverso e – sia chiaro fin da subito – non di contrario o contrapposto, anzi: è la mia una forma particolare d’omaggio per un evento che, fortunatamente, sta riportando Milano al centro del traffico artistico che conta, dotando la città di una fiera degna di tal nome e con altrettanto degno corollario di appuntamento d’incontro e d’approfondimento – oltre che di immancabile festa. Sì, al di là di quanto vi sto per mostrare, ricavo da questa edizione della fiera milanese, la seconda targata Vincenzo De Bellis, un’ottima impressione generale, che diventa eccellente dal punto di vista dell’organizzazione e del mood generale scaturente dall’evento: bell’atmosfera, tanta gente, ottime gallerie, ben poco di opinabile – ecco, se proprio devo opinare qualcosa, devo dire che la sezione dedicata al design mi pare ancora troppo esigua e poco consona, oltre che piuttosto snobbata da un pubblico che, evidentemente, riserva la propria attenzione verso tale settore all’imminente periodo del Salone del Mobile, dedicandosi qui invece soprattutto all’arte – cosa che mi pare logica, d’altronde, quantunque design e arte contemporanea si stiano imparentando sempre di più.
Per quanto riguarda le proposte delle gallerie, trovo che le italiane siano sempre fin troppo conformiste, per così dire, presentando soprattutto opere già storicizzate e di sicuro appeal, quasi a voler assicurarsi un certo ritorno economico che giustifichi la spesa sostenuta per essere presenti in fiera. O forse l’arte contemporanea italiana non merita d’essere presentata a fianco dei vari (e soliti) Fontana, Boetti, Castellani, Burri e via dicendo? Ciò che voglio dire è che un Fontana, negli stand di certe gallerie, so per certo di poterlo trovare e nel caso acquistare, mentre mi è più difficile trovare opere di nomi nuovi e/o emergenti, che sono sicuro meriterebbero a loro volta un palcoscenico (commerciale) importante come quello offerto dal MiArt, a fronte, certo, di una più difficile vendibilità. Ma, insomma, il nome nuovo diventa importante (e sale di quotazione) se lo si presenta e lo si spinge in pubblico, non certo lasciandolo in galleria e aspettando che arrivi qualche buonanima di giornalista del settore a scoprirlo e farlo scoprire ai potenziali acquirenti… Ho visto invece ben più intraprendenza, in tal senso, nelle gallerie estere: alla fine credo sia anche una questione culturale, di maggior capacità ricettiva verso il “nuovo” dell’ambiente dal quale quelle gallerie provengono – e al MiArt ve n’erano di tedesche, nordeuropee, americane, sudafricane… – ovvero di un atteggiamento dei galleristi stessi più teso alla ricerca continua di nuovi talenti con relativa ricaduta commerciale fruttuosa, aspetto che invece dalle nostre parti è di più ostica realizzazione. E di talenti, in Italia, ce ne sono a iosa: sarebbe bello vederne di più in queste occasioni, appunto.
In ogni caso leggo che la grande parte dei galleristi si dichiara soddisfatta dei riscontri ottenuti durante MiArt, sia in termini di vendite che di contatti potenziali; dunque, a prescindere dalle suddette impressioni, non posso che augurarmi che finalmente la fiera milanese possa continuare a crescere e consolidarsi come evento tra i maggiori e i più proficui del mercato dell’arte italiano, continuando sull’onda di queste due ultime edizioni e alla guida di De Bellis, indubbiamente il principale fautore di tale bella crescita grazie ad un lavoro di sostanza e piacevolmente creativo. Quello targato 2015 sarebbe – stando al contratto vigente – l’ultima edizione di sua direzione; da appassionato visitatore di eventi del genere, beh, uno come lui non me lo farei rubare dalla concorrenza!

Dicevo, invece, di come da par mio voglio diversamente raccontare il MiArt 2014: attraverso una galleria di immagini il cui titolo dice tutto, in buona sostanza: l’arte non è l’arte. Perché l’arte è dappertutto, e se la sappiamo cogliere sapremo anche percepire quando essa sia di valore, ovvero quando non sia che un vuoto esercizio di stile.

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INTERVALLO – Los Angeles (USA), The Wellesbourne Library Pub

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“Ehi, che prendi, tu?”
“Una birra e un Huckleberry Finn!”
“Io invece uno scotch e un Vecchio e il mare!”
Una conversazione solo all’apparenza bizzarra, in verità del tutto logica e possibile a Los Angeles, al The Wellesbourne Library Pub: come dice il nome stesso, un pub in tipico british style con all’interno una fornita biblioteca a disposizione degli avventori. Posto meraviglioso, non serve dirlo, nel quale finalmente anche la mente si può “ubriacare”, e nel modo più salutare possibile!
Cliccate sull’immagine per visitare il sito web del pub (in inglese).

In cammino – George Meegan, “La Grande Camminata”

P.S. (Pre Scriptum!): per avere informazioni su questa sezione del blog, cliccate QUI.

Quando si parla di camminare – e camminare parecchio! – non si può non citare George Meegan, forse il più grande “camminatore” vivente. Ma al di là delle sue imprese e dei relativi record, Meegan – membro della Royal Geographical Society di Londra e docente di Scienze marittime presso la Kobe University in Giappone dove vive, dunque uno che sul “muoversi” per il pianeta ha pure una personale preparazione accademica – ha saputo fare dell’atto del camminare un vero e proprio stile di vita in senso materiale, scientifico, filosofico e spirituale, interpretando pienamente il concetto di movimento nello spazio, e dunque di scoperta continua, passo dopo passo, dello stesso spazio attraversato.
Il testo più noto di Meegan reperibile sul mercato è naturalmente quello legato alla sua più grande impresa, La grande camminata. Dalla Patagonia all’Alaska in sette anni, il diario della traversata completa dell’immenso continente americano, dall’estremo Sud all’estremo Nord. Ve lo presento attraverso l’articolo pubblicato su epipaideia.com, giornale on line di arte e cultura, da Giulia Bitto – potete leggere l’articolo in originale qui.

virgoletteIl pomeriggio del 18 settembre 1983, sul margine settentrionale dell’insediamento della baia di Prudhoe, in Alaska, percorsi gli ultimi chilometri di tundra melmosa verso il limitare del Mar Glaciale Artico, dove immersi le mani nelle gelide acque d’argento. Erano i passi finali di un viaggio durato sette anni. Ce l’avevo fatta. Fisicamente ed emotivamente spossato, caddi in ginocchio e piansi.
La più lunga marcia ininterrotta di tutti i tempi è raccontata nel libro “La grande camminata” da George Meegan: dalla Patagonia all’Alaska in sette anni (tra il 1977 e il 1983), un’avventura di 30.000 km. Un’impresa epica che Meegan compì con il solo aiuto della gente incontrata lungo il cammino e con il sostegno dei familiari, prima tra tutti la moglie Yoshiko, che con pazienza visse lontana dal marito per quasi tutto il viaggio, insieme ai due figli Ayumi e Geoffrey. Un piccolo carretto contenente l’essenziale, scarponi (italiani), pochi vestiti e un’immensa forza di volontà: questo servì all’autore per portare a termine la traversata delle Americhe. Niente soldi e niente sponsor per il più grande camminatore della storia. “Ho viaggiato senza denaro per essere come le persone intorno a me e ho sempre avuto quel che mi serviva: aiuto, cibo, acqua, ospitalità… Io credo che se vivi in armonia col mondo avrai sempre quello che ti serve.
Il libro, pubblicato nel 2007 da Mursia dopo travagliate vicende editoriali, è una sorta di diario che Meegan stesso scrisse durante il suo viaggio. La parte prima, dedicata al Sud America (del quale cop_la-grande-camminataattraversò la Terra del fuoco, il Cile, la Patagonia, l’Argentina settentrionale, la Bolivia, il Perù, l’Ecuador, la Colombia, il Darièn Gap e Panama) è forse la più rappresentativa e la più bella: una terra tormentata, lacerata dalle guerre, dalla povertà, ma una terra ospitale, bella ed accogliente. Ovunque George si fermasse, dal contadino al dottore, dalla povera famiglia indigena al proprietario terriero, gli veniva offerto del cibo e un posto in cui dormire. Le persone, su cui tanto il nostro viaggiatore aveva riposto le speranze per sopravvivere, non gli hanno mai negato l’essenziale: tanti sono stati ricordati e ringraziati profondamente. Il Sud America ha lasciato una traccia indelebile nell’animo di Meegan. Grazie ai tanti tipi di persone incontrati, grazie alla loro bontà e disponibilità, l’autore ha imparato ad apprezzare la bellezza dell’umanità. Dice in un’intervista per Panorama: “Ho visto posti bellissimi, ma soprattutto mi sono innamorato della bellezza delle persone. Gente che vive lottando ogni giorno. Vedendoli capisci che una vita senza lotta è una cosa di seconda classe, non è vera vita.
Nonostante sforzi incredibili (quasi 40 km di camminata giornaliera e rari soggiorni di più notti in uno stesso luogo) e nonostante cominciasse a farsi sentire la mancanza di una famiglia lontana (vista soltanto due volte nel corso del viaggio e per poche settimane) George Meegan attraversò la Costa Rica, il Nicaragua, l’Honduras e il Guatemala fino a giungere nel Nord America. La differenza tra quest’ultimo e il suo “fratello” del Sud fu evidente: il viaggiatore trovò con fatica persone disposte ad accoglierlo, e le chiese, le caserme dei vigili del fuoco o della polizia e altre strutture simili in cui nel sud alloggiava spesso non furono sempre benevole nei suoi confronti. Certamente l’apparato burocratico, le istituzioni e l’alto tasso di povertà dei paesi a sud del Texas non erano dei migliori: svariate furono le difficoltà incontrate. Ma ogni umile cittadino di queste terre offriva ciò che poteva: questo non accadde al nord.
Superata l’America l’autore entrò nel Canada, dal quale avanzò verso l’Oceano Pacifico, per poi risalire in Alaska: il traguardo finale. Accompagnato nell’ultimo tratto dalla famiglia completò una delle più grandi imprese di sempre. Un sogno realizzato grazie alla comprensione dei familiari e a una forza di volontà strabiliante. Il viaggio ancora una volta si è fatto metafora della vita stessa, scoperta del mondo, scoperta di sé, ma soprattutto scoperta di un’umanità varia e meravigliosa. Un viaggio fuori dal comune, basato solo sulle proprie energie e su quelle donate dagli altri. A George Meegan compiere la più grande camminata di sempre è servito a svelare la bellezza del mondo intero e ad apprezzarlo per com’è.
Il viaggio aveva fatto storia. Non solo avevo percorso a piedi l’intero emisfero occidentale (impresa mai realizzata prima), ma ero stato protagonista della più lunga camminata ininterrotta di tutti i tempi. Si trattava, fattore decisivo per me, dell’apice di un sogno realizzato. E allora perché le lacrime, perché quel senso di pesantezza nel cuore? Perché ora ero costretto a dire addio alla mia buona amica, l’inflessibile aguzzina, l’intima compagna onnipresente di oltre novanta mesi di cammino: la strada sotto ai miei piedi.

INTERVALLO – Lahore (Pakistan), librerie di strada

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Spesso in questo spazio vi presento luoghi deputati alla lettura, che siano biblioteche, librerie o altro, ospitati in bellissimi edifici, vere e proprie opere d’arte architettonica contemporanea; e sono il primo a sostenere che in questi casi un bell’edificio predispone l’animo del visitatore a usufruirne al meglio, e ovviamente a usufruire nello stesso buon modo di quanto contiene e offre.
Se invece vogliamo mettere totalmente l’accento sul contenuto (assai prezioso, trattandosi di libri) piuttosto che sul contenitore, vi sono luoghi nel mondo ben più… minimalisti, in tal senso, come le rivendite di libri (definirle “librerie” è forse troppo!) che si possono trovare per le strade di Lahore, la seconda città del Pakistan e capitale della regione del Punjab, che anche in questo particolare modo dimostra di essere il principale centro universitario e culturale del paese asiatico.
Evidentemente la pioggia, da quelle parti, la sanno prevedere con largo anticipo!