“La Stella di Andra e Tati”, la memoria affidata ai più giovani

Presentato il 13 aprile 2018 in anteprima a Torino nell’ambito del Festival Cartoons on the Bay, il cartoon La Stella di Andra e Tatidedicato alla deportazione delle sorelle Bucci ad Auschwitz, è il primo film di animazione europeo sull’Olocausto.

Per celebrare – nel piccolissimo che può fare il blog, e altrettanto farò anche domani, in Radio Thule – il Giorno della Memoria, trovo assai importante e significativo segnalare un’opera come questa, rivolta specificatamente al pubblico più giovane – la prima in ambito europeo, appunto, a colmare finalmente una lacuna non poco sconcertante. Credo infatti che il valore della memoria e del ricordo possa diventare tanto inestimabile quanto fondamentale (nel senso più pieno di tale termine e della sua origine, fondamento) in primis tra i più giovani, gli uomini di domani, coloro i quali hanno tra le mani il destino del mondo, la costruzione (anche su tali fondamenta, appunto) del suo futuro e la responsabilità di non commettere più gli errori del passato. A loro, ne sono certo, ci si deve affidare e non solo per quanto appena ho affermato ma pure perché, purtroppo, noi adulti abbiamo più volte dimostrato di non aver imparato molto, se non nulla, da tragedie pur tanto spaventose – basti considerare, per dirne una, l’aumento dei fenomeni di antisemitismo in tutta Europa, in Italia monitorati e studiati dall’Osservatorio antisemitismo della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea – CDEC Onlus di Milano.
Affinché finalmente la domanda (retorica) posta da Primo Levi, «Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?» possa finalmente trovare una risposta definitiva.

P.S.: se siete registrati al portale RaiPlay (è gratuito, nel caso), potete vedere in podcast La stella di Andra e Tati qui.

La “celeste” delatrice

Devo nuovamente “ringraziare” quei ladruncoli fascistoidi che a Roma, lo scorso mese di dicembre, hanno divelto e rubato le pietre d’inciampo delle famiglie ebree Consiglio e Di Castro, che ne ricordavano la deportazione e la morte per mano di fascisti e nazisti nella Roma occupata del 1944 – ne ho scritto qui. Pietre che qualche giorno fa sono state finalmente riposizionate ove vennero trafugate, in Via della Madonna dei Monti.

Li “ringrazio” perché, come già dicevo nel precedente post sul tema, grazie ad essi e al loro “impulso” ho voluto approfondire la conoscenza di alcune assai emblematiche vicende di quel periodo oscurissimo della storia italiana. Così, cercando maggiori notizie su chi furono i delatori della famiglia Consiglio, mi sono imbattuto in un’altra sconcertante vicenda: la storia di Celeste Di Porto, ragazza alta, slanciata, affascinante, bellissima – al punto da essere soprannominata “la stella di Piazza Giudìa” – ma, soprattutto, delatrice di almeno una trentina di ebrei romani poi deportati nei campi di concentramento nazisti o fucilati alle Fosse Ardeatine – sì che la fascinosa Celeste venne risoprannominata “la pantera nera”, nonostante fosse lei stessa ebrea. Il tutto per mero e bieco denaro: un ebreo maschio in età da lavoro valeva 5000 lire, una donna 3000, un bambino 1500.

Racconta la sua inquietante storia questo articolo (vi arrivate anche cliccando sull’immagine in testa al post), dal quale traggo un passaggio oltre modo significativo del personaggio – e d’una certa predisposizione di mente e di spirito che quelli come lei manifestavano a supporto delle proprie terribili azioni criminali:

Nel 1944 con la liberazione di Roma da parte delle truppe anglo-americane, Celeste Di Porto cambia nome e diventa Stella Martinelli. Si trasferisce a Napoli per non destare sospetti e ricominciare una nuova vita ma due ebrei romani che si trovano nella città partenopea la riconoscono e la fanno arrestare. Il 5 marzo 1947 inizia il processo in un clima di tensione altissima. Celeste ha sempre lo sguardo fisso, puntato sui suoi accusatori; non lo abbassa mai neanche quando dall’aula le gridano «A morte!». Il Pubblico Ministero chiede per lei 30 anni di reclusione in un tribunale incandescente. Il 9 giugno 1947, dopo otto ore di camera di consiglio, il giudice la condanna a 12 anni ritenendola colpevole di sequestro di persona e di furto dei gioielli che aveva sottratto alle sue vittime. Grazie all’indulto concesso nel febbraio 1948, il 10 marzo dello stesso anno lascia il carcere di Perugia da donna libera ed il 15 abbraccia la fede cattolica battezzandosi. Lo sdegno da parte della comunità ebraica è unanime, contro di lei comincia a circolare lo slogan «De Gasperi l’ha graziata, il papa l’ha battezzata.»

 

Un giorno il fascismo sarà curato con la psicanalisi

I fascisti sono una trascurabile maggioranza. Personalmente, ne conosco uno che ogni volta che mi vede si illumina di gioia e minaccia di mettermi una bomba «sotto casa». Io mi mostro lusingatissimo. Questo della bomba è per lui un segno di considerazione; non la metterebbe al primo venuto, a me invece sì, molto volentieri. E ha l’aria di aggiungere che se non mi ha ancora «messo» la bomba è perché, in fondo, mi vuol bene, mentre dubita che io gliene voglia. Mi dimostra quindi il suo rifiutato affetto come può; mi stima fino all’attentato. Un giorno il fascismo sarà curato con la psicanalisi.

(Ennio FlaianoDiario NotturnoAdelphi Edizioni, 1994-2010 – 1a ediz. 1956, pag.225.)

Il calcio preso (mortalmente) a calci

Mi pare di nuovo assolutamente chiaro perché il gioco del calcio si chiami così, qui, e non “football” o qualche derivato da tale termine originario, come avviene quasi ovunque nel resto del mondo. Giammai per un retaggio dal calcio storico fiorentino, ma perché il football è – anzi, era un gioco sportivo bellissimo che è stato ormai ucciso a calci da tutto quanto gli si è costruito intorno e sopra: dai giri di denaro a dir poco vergognosi quando non oscurissimi allo pseudo-giornalismo di più che infimo livello, fino al tifo violento e criminale per il quale si odia il tifoso avversario, ci si esercita nel più bieco razzismo, addirittura si uccide in nome di una squadra, il tutto con la silente tolleranza di club e istituzioni. Per tornare poi l’indomani a dire le solite scempiaggini retoriche e luogocomunistiche, del tipo: «Sì, ma il calcio è lo sporto più bello del mondo!», dettate da quella terribile stortura che, dagli anni ’60 in poi, ha trasformato il football da bellissimo gioco – e ribadisco, gioco – a questione sociopolitica, ovvero contemporanea (e degradata) versione del panem et circenses d’epoca romana.

Il “calcio”, già.

Vi fu un tempo in cui un grande del Novecento, Albert Camus, disse: «Non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio». Ma è passato più di mezzo secolo da allora, e pure quel tempo di trepidante gioia che una partita sapeva suscitare è stato preso a calci, temo in modo letale. Chissà se oggi Camus, a fronte di fatti come quello di Milano – al quale si riferisce l’immagine qui sopra – e di tanti altri simili, scriverebbe la stessa cosa.

Chi la fa(scista) l’aspetti!

Cliccate sull’immagine: potrete leggere una breve storia della famiglia Di Consiglio, le cui pietre d’inciampo sono state rubate a Roma qualche giorno fa.

In effetti, da par mio non posso che “ringraziare” quei ladruncoli fascistoidi: mi hanno dato occasione di conoscere la storia dei Di Consiglio e di diventare a mia volta uno strumento di diffusione e salvaguardia della memoria loro e di tutti gli altri uomini, donne e bambini, sterminati dalla follia antisemita.
Grazie, poveri fascistoidi cretini! Chi la fa l’aspetti! – sperando che l’aspettato sia molto, molto peggio di quanto è stato fatto, ecco.