David Bowie (1947-2016)

Vi sono personaggi che, per le grandi cose che hanno saputo fare nella loro vita e per l’aura di prestigio che da ciò è scaturita e li avvolge, ci viene da ritenere virtualmente immortali.
Così, quando anche ad essi inesorabilmente tocca la sorte che spetta a qualsiasi essere umano – pure se parrebbero tanto distanti da una tale “ordinaria” definizione – lo sconcerto che ci coglie è grande e quasi scioccante. Forse perché, pur sapendo che l’immortalità non esiste, di fronte a tali grandi persone la speranza più o meno inconscia è che la loro presenza a questo mondo, e i benefici che ne derivano, siano interrotti il più lontano possibile nel tempo: una sorta di rimozione dell’inevitabile che è segno inequivocabile di quella loro grandezza.
Poi, appunto, l’inevitabile accade. Ed è in questo momento, paradossalmente, che ci si può rendere conto di come quei grandi personaggi abbiano veramente acquisito uno status di immortalità, di trascendenza temporale, di presenza permanente che nessuna fine, biologica o che altro, può realmente annullare. Ciò accade quando le “cose grandi” che essi hanno saputo fare nella loro vita sono risultate talmente grandi da diventare ben più che mere e pur importanti azioni: sono diventate cultura. Cultura preziosa, riconosciuta, condivisa, disponibile per i posteri in modo imperituro. Cultura immortale, appunto.

Proprio ciò che è stato – ciò che è David Bowie.

1035x1452-db-Jimmy-King__Giusto un anno fa, in occasione del suo 68° compleanno, dedicavo la puntata di lunedì 12 gennaio 2015 di RADIO THULE proprio a David Bowie. Un piccolo (ma sentito) omaggio personale a uno dei più grandi artisti dell’epoca moderna e contemporanea, che potrete riascoltare cliccando sull’immagine qui sopra. Un omaggio che, mi auguro, possa divenire a sua volta – per quanto possibile – imperituro.

Macchine da scrivere, e “macchine” già scritte

12341629_10153847336602922_780260725127898494_nHo pubblicato qualche giorno fa sul mio profilo di facebook questa immagine (presa da qui) di celeberrime macchine da scrittori, e ne è scaturita un’interessante chiacchierata con molti amici, alcuni dei quali “diversamente giovani” a sufficienza da averci scritto parecchio, su macchine del genere.
Al di là dell’evidente fascino di esse, dato non solo dalle loro celeberrime proprietà, mi è venuto da riflettere su come al tempo in cui (a parte la scrittura a mano) con le macchine da scrivere si redigeva qualsiasi testo, giornalistico, letterario o altro – che, detto così, sembra roba di secoli fa ma è in fondo solo passato qualche decennio – e a differenza della nostra epoca e di noi autori contemporanei ipertecnologici e dotati di qualsivoglia potente strumento digitale di scrittura, di memoria, di correzione, di impaginazione e così via, praticamente ogni parola dovesse essere sudata, per così dire, ovvero pensata, guadagnata, fissata sulla carta in modo assai meno delebile di oggi e dunque, in qualche modo, dotata in spirito di maggior valore espressivo. Se si sbagliava, a qui tempi, e soprattutto se interi brani non risultavano consoni a ciò che si voleva scrivere, beh, c’era praticamente da rifare tutto da capo, mica come oggi che bastano pochi attimi per cancellare, copiare, incollare, correggere e memorizzare.
Sia chiaro: non sono, queste mie, considerazioni nostalgiche e/o anti-tecnologiche, ci mancherebbe: credo che nessuno sano di mente tornerebbe a quei tempi, se non per pochi secondi di inebriante “finzione” – giusto per sentirsi al pari, almeno nel gesto, di mostri sacri come Kerouac o Hemingway. Tuttavia, appunto, il ritmo e il gesto simile a quello contemporaneo ma invero totalmente differente, nella sostanza pratica, mi viene da supporre che fosse forse più consono ad un esercizio di scrittura letteraria autentica e di qualità rispetto a quello ultraveloce e parecchio assistito che oggi abbiamo a disposizione. Ogni parola, ogni frase, ogni brano più o meno breve te lo dovevi guadagnare, come dicevo, e dunque meditare, progettare al meglio, strutturare in modo il più possibile definito e definitivo. C’era forse una maggiore necessità di ponderazione del gesto di scrittura, oltre che un rapporto diverso, più diretto, più fisico, con quanto scritto sul foglio di carta.
Non voglio dire che la da più parti riscontrata e diffusa carenza di qualità letteraria e artistica (dacché la scrittura è un’arte, bisogna ricordarcelo ogni tanto) di noi autori contemporanei possa dipendere anche da quanto sto qui affermando, però di sicuro quella carenza, che spesso risalta subitamente dalla palese superficialità di ciò che si legge oggi dacché pubblicato pure da rinomati editori (e il pensiero va inevitabilmente al panorama nazionale, ça va sans dire), io temo (e credo) sia anche dovuta ad una eccessiva facilità pratica di scrittura, al fatto che chiunque, con un qualsiasi pc e il correttore ortografico attivo, possa convincersi di poter scrivere “letteratura” per poi magari pubblicarla, con pochi altri clic, in formato digitale e/o in self publishing – oppure pagando un editore, ovvio. Parafrasando una nota battuta di Nino Frassica, se un tempo c’erano le macchine da scrivere, oggi si producono testi con così tanta meccanica facilità che è come ci fossero le macchine già scritte!
Oh, certo, magari qualcosa del genere, contestualizzato alla relativa epoca, poteva ben succedere anche al tempo delle macchine da scrivere, ma capite bene che, nel caso, non era nulla di paragonabile a quanto è possibile oggi. E mi piacerebbe veramente poter constatare, mettendo in moto una inopinata ucronia e immaginando l’assenza di tutta la tecnologia a disposizione degli autori odierni ovvero sostituendola con macchine da scrivere meccaniche, risme di carta, cartellette in cui immagazzinare i fascicoli e quant’altro di “obsoleto”, se la produzione letteraria conseguente rimanesse tale a quella contemporanea oppure no, in primis nella quantità ma soprattutto nella qualità.
Magari sì. Sostenere il contrario da parte mia sarebbe una forzata speculazione, non posso negarlo. D’altro canto, di contro lo sarebbe pure sostenete che la qualità letteraria media odierna non sia drammaticamente più bassa di quella d’un tempo – di quel tempo in cui creare testi battendo i tasti di una macchina da scrivere era veramente roba da scrittori veri. I quali ci sono anche oggi, senza alcun dubbio: ma se non in tema di qualità letteraria (forse), in fascino dell’esercizio della scrittura partono – e partiamo tutti, noi autori contemporanei – con una marcia in meno.

INTERVALLO – Tokyo, Book and Bed Hostel

Book-and-Bed1Bisogna ammetterlo: in Giappone non si pongono troppe remore nel realizzare i progetti apparentemente più bizzarri – che poi, sovente, si dimostrano geniali. Di certo il Book and Bed Hostel di Tokyo si può annoverare in questa categoria: perfetto mix tra una libreria e un ostello per viaggiatori, l’hotel si trova al settimo piano di un grattacielo ed è stato progettato dallo studio Suppose design office, dagli architetti Makoto Tanijiri e Ai Yoshida. A prima vista, sembra una libreria elegante e curata nei minimi dettagli: da un lato gli scaffali, dall’altro comodi divani blu con tanto di cuscini. In realtà, quelle scale non servono solo per aiutare i lettori a raggiungere i libri posizionati in alto, ma anche per arrivare a dei veri e propri letti nei quali alloggiare, in perfetto stile nipponico.

Cliccate sulle immagini per vederle in un formato più grande e visitare il sito web dell’ostello, oppure qui per visitarne la pagina facebook. Qui invece potete leggere un articolo in italiano, dal quale ho tratto alcune notizie per questo articolo.

Una nuova meravigliosa avventura culturale: apre a Roma la “Libreria Cultora”!

LIbreria_Cultora-logoCose apparentemente insensate ovvero pazze o temerarie (o qualcosa di simile) da fare: attraversare il Pacifico su un materassino da spiaggia, salire sull’Everest con le infradito ai piedi, cucinare una bistecca al sangue in una zona infestata da coccodrilli… oh, beh, certamente: se si è in Italia, aprire di questi tempi una libreria!
Ma se la temerarietà non è frutto di mera dissennatezza o dabbenaggine, ed è invece il frutto finale di una studiata, meditata e strutturata strategia culturale, ancor prima che commerciale, ecco che l’apertura di un nuovo luogo in cui si vendono libri e si parla in mille diversi modi di letteratura e cultura diventa un qualcosa comunque di “eroico”, forse, ma ancor più e senza dubbio indispensabile, fondamentale, preziosissimo. Un’avventura della quale far parte, in qualsiasi modo possibile – in primis come fruitori di essa – diventa a sua volta un atto di profonda e possente cultura, di cui vantarsi a più non posso con chiunque: d’altro canto, in un paese nei cui ordinari conformismi non pare esserci posto per le cose culturali, praticare la cultura è qualcosa di esclusivo, a dir poco. A meno che non si voglia far parte della massa di pecoroni imbarbariti che non leggono e non praticano la cultura – questo, sì, qualcosa di totalmente insensato e idiota.

LIbreria_Cultora0Una tale “avventura” libraria avrà inizio il 12 dicembre, a Roma: la Libreria Cultora, primo bookshop in Italia diretta espressione dell’omonimo (e sempre più seguito, ergo influente) sito letterario, che nasce dall’idea di voler rappresentare un modello in un paese dove chiude una libreria al mese. Concepire un locale fisico come il mero strumento per la vendita di libri è, infatti, non solo qualcosa di superato, ma anche di estremamente riduttivo. Il senso più profondo di questa esperienza è invece quello di riscoprire il ruolo e la professione del libraio, in un mercato editoriale sempre più congestionato dove i lettori si trovano spesso spaesati. Non solo ascoltare le esigenze dei lettori, non solo consigliargli l’acquisto, ma selezionarne anche l’offerta, in base a criteri che privilegiano la piccola e media editoria di qualità. La libreria nasce sperimentando un nuovo modello distributivo: rapporto diretto con gli editori e attenta selezione dei libri da proporre ai lettori lavorando esclusivamente con gli editori indipendenti.
Sabato 12 dicembre alle 18, dunque, in via Ferdinando Ughelli 39 a Roma (quartiere Appio Latino), l’editore Francesco Giubilei e il direttore editoriale di Cultora, Daniele Dell’Orco, in occasione dell’inaugurazione della libreria proveranno proprio a spiegare quali sono queste linee guida in un breve e programmatico dibattito sul tema: “Perché aprire una libreria in Italia nel 2016?”
Sia lode e gloria imperitura, dunque, a Libreria Cultora, all’omonimo sito e a tutte le persone che hanno deciso di mettere in atto questa meravigliosa follia – ma assolutamente meditata e strategicamente realizzata, appunto!
Cliccate sulle immagini per saperne di più, e… siate temerari anche voi: acquistate e leggete libri a più non posso!