Quando viaggiavo regolarmente per l’Artico, di solito chiedevo agli Yupik, agli Inupiat e agli Inuit come avrebbero definito la gente della mia civiltà. Una risposta che mi sentivo dare con sconsolante frequenza era «soli». La cura per la solitudine non è socializzare di più. È costruire e mantenere amicizie intime.
Oggi siamo abituati a pensare alla “verità” come a una cosa che si può affermare esplicitamente piuttosto che evocare in maniera metaforica al di fuori della scienza e della cultura occidentale. La verità non può essere ridotta ad aforismi o formule. È qualcosa di vivo e impronunciabile. Le storie creano un’atmosfera nella quale essa diventa distinguibile in quanto forma. Se chi narra una storia insiste su relazioni che non esistono, sta mentendo. Mentire è l’opposto di raccontare.
Mentire è l’opposto di raccontare. Quanto è fondamentale questa affermazione di Lopez per la nostra epoca contemporanea, dove tutti “raccontano” tutto ma sempre meno sanno realmente qualcosa! Forse proprio perché di frequente non si raccontano cose vere ma “verità” presunte e di comodo, e molto spesso solo attraverso formule preconfezionate (ovvero slogan) prive di alcuna argomentazione e tanto meno di riscontri effettivi? La domanda è retorica, sia chiaro, la risposta è già in essa.
Più l’uomo è civilizzato, urbanizzato, colto, consapevole di ciò che ha intorno nella propria quotidianità, più sente il richiamo dei territori meno civilizzati, meno urbanizzati, più selvaggi e vergini.
Perché? Solo fascino dei luoghi in sé? Solo sensibilità, magari anche indotta, verso una tale antitetica correlazione geografica? O mera volontà di evadere dal mondo ordinario e dalle sue frequenti brutture?
Forse niente di tutto questo, e di tutto ciò a cui verrebbe facilmente – e giustificatamente – da pensare.
Forse, invece, la verità è che l’uomo diventa realmente umano solo dove possa ritrovare – o almeno cogliere – l’ancestrale legame con il territorio che lo ospita, ovvero dove torni (virtualmente, ma nemmeno troppo) a quel momento in cui uscì dalle caverne, dai ripari entro cui si rifugiava per difendersi da intemperie e belve feroci, e prese a esplorare ciò che vi era al di fuori, referenziandosi col mondo, con tutto ciò che conteneva, e cominciando a scriverein e su quei territori la sua “vera” storia – la narrazione ecostorica, per meglio dire, della sua presenza nel mondo.
Non è un caso che si usi lo stesso verbo, “essere”, per indicare cosa noi siamo e dove noi siamo. Io sono ciò che sono, io sono in un dato luogo. E ugualmente non è casuale che il termine “essere”, nella forma sostantiva, ci indica in quanto creature d’una determinata specie: l’essere umano.
Credo dunque sia per questo che noi, “esseri umani”, grazie al livello culturale generato dalla nostra civiltà quand’essa sia realmente tale e sviluppata, evoluta, “piena”, e quando di essa noi si faccia consapevolmente parte, veniamo affascinati e attratti dalla Natura a sua volta nella forma più autentica e vera. È il “nulla” che abbisogniamo per dare un senso virtuoso al tutto che siamo e possiamo essere, la dimensione senza la quale, cioè senza la sua cognizione e consapevolezza, finiamo inesorabilmente per generare da soli: il nulla nel tutto, la cancellazione nemmeno troppo immateriale della civiltà, la perdita pressoché assoluta di senso umano. Nella parte più degradata del mondo antropizzato avviene proprio questo: si ignora la selvatichezza naturale, si diventa umani selvaggi. È un processo inevitabile, appunto, e inevitabilmente letale. In fondo, altra cosa niente affatto causale, è proprio presso le nazioni civicamente e culturalmente più avanzate che oggi si riscontra il più attivo e consapevole legame con l’ambiente selvatico naturale. Ma, sia chiaro non è una questione di istruzione, non solo (tanto più che cultura e istruzione sono due cose ben distinte, a volte pure inopinatamente antitetiche), è semmai una questione di civiltà. Quella che ad esempio c’era fino a qualche tempo fa sulle Alpi, tra rudi e (formalmente) illetterati montanari, e che invece è stata sovente spazzata via da un degrado culturale biecamente travestito da (falso) benessere economico.
Ascoltatelo, dunque, il richiamo verso la Natura selvatica: in quel nulla apparente troverete tutto quanto serve a vivere veramente la vita, e capirete come quel drammatico nulla che si trova dove invece crediamo ci sia tutto è uno degli elementi più nocivi al nostro vivere contemporaneo. Da annullare, in tal caso sì, quanto prima e definitivamente.
Ogni creatura vivente di questo nostro pianeta è tale – e si può considerare tale – primariamente in relazione al territorio in cui vive. Non è una questione solo biologica, anzi: la principale implicazione di tale realtà è soprattutto culturale e in particolare filosofica, e ciò vale soprattutto per la creatura vivente maggiormente (all’apparenza) evoluta, l’essere umano, ovvero quella che più di ogni altra ha imparato a relazionarsi in modo profondo col territorio, interagendo con esso al punto da modificarlo altrettanto profondamente per renderlo funzionale alle proprie esigenze vitali.
In tal senso la geografia, quale disciplina di rappresentazione e identificazione del territorio, costituisce da sempre lo strumento fondamentale, per l’uomo, nel rapportarsi con il mondo che ha intorno; in fondo, rappresentando geograficamente il territorio, l’uomo non fa altro che rappresentare sé stesso, la propria storia, l’evoluzione nel tempo, oltre che sancire l’identità e l’identificabilità della propria presenza nel mondo. Studiare tutto ciò risulta dunque una pratica fondamentale per l’uomo-Homo Sapiens, ancor più comprenderlo e comprenderne la portata basilare per la propria vita: non a caso oggi, al riguardo, si parla ordinariamente di “geografia umana” e questa definizione fa capire come sia importante che la geografia del mondo d’intorno penetri in qualche modo nell’animo e nello spirito di chi lo vive e abita – noi esseri umani, appunto.
Basterebbe questa elementare tanto quanto – ribadisco – sostanziale verità per fare d’un personaggio come Barry Lopez, considerato il più grande landscape writer americano, una vera e propria fonte di ispirazione e illuminazione circa la comprensione del nostro legame col territorio, e parimenti per ritenere Una geografia profonda. Scritti sulla Terra e l’immaginazione(Galaad Edizioni, 2014, traduzione e cura di Davide Sapienza, introduzione di Franco Michieli) ovvero la prima antologia italiana dedicata a Lopez, una lettura imprescindibile per chiunque.
Purtroppo, invece, viviamo in un paese che addirittura ha ritenuto di poter eliminare la geografia dalle materie scolastiche… (continua)
(Leggete la recensione completa di Una geografia profondacliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Il consumismo è uno stile di vita che alla fine distruggerà la vita biologica. Qui, negli Stati Uniti, ci sta trasformando in gente priva di un senso di identità al di fuori della propria capacità di consumare.
…E non solo negli Stati Uniti! – viene inevitabilmente da aggiungere. Il consumismo è il frutto “pratico” di un sistema di potere e di gestione del pianeta che se ne infischia totalmente dei danni causati alla biosfera, sovente irreparabili e col tempo sempre più letali; ma, ancor prima, come osserva Lopez, i danni li fa a tutti noi che ne veniamo soggetti, alla consapevolezza del nostro essere e stare al mondo, alla nostra cultura, alla capacità di identificarci reciprocamente nel mondo, alla coscienza individuale che ci permette di dire chi siamo veramente e perché lo siamo. Sempre di più, invece, noi siamo ciò che acquistiamo, consumiamo, sprechiamo, distruggiamo, la nostra identità è data non dalla cultura dalla quale proveniamo e che sappiamo offrire, dalla storia, dal carattere individuale, dalle idee, dalle aspirazioni e dai nostri “atti sociali”, ma da ciò per cui veniamo convinti a spendere i nostri soldi, spesso senza una motivazione logica ma solo per mera ingiunzione esterna.
Non c’è nulla di male, di principio, nel produrre e consumare ciò che può aiutarci a vivere bene. Ce n’è invece molto, di male, nel consumare quello che non ci servirebbe affatto ma che ci convinciamo sia “indispensabile”, e nel farlo senza comprendere il senso, la sostanza e gli effetti di una tale pratica distruttiva a causa del non saper più comprendere nemmeno noi stessi e il senso della nostra esistenza quotidiana al mondo e col mondo.
Questa forma di consumismo ormai imperante è una vera e propria arma a doppio taglio, in buona sostanza: consumiamo la vita del pianeta e, nel contempo, consumiamo la nostra stessa vita.