Considerazioni “primaverili” (cioè a caldo ma non troppo) sul Salone del Libro 2016

salone2016«Beh, grazie, il Salone lo fanno in primavera, è ovvio che le considerazioni sul tema siano tali!» dirà qualcuno. Certo, scontato rimarcarlo; invece meno scontato lo è stato, l’evento torinese, fino a mica troppe settimane fa, rimasto a lungo pericolosamente barcollante per parecchi colpi di vento turbinoso (ma pure per proprie zoppìe, eh!) e invece alla fine rimesso in sesto con poderose e provvidenziali zavorre di dné (è dialetto piemontese e termine ben intuibile, credo) e ora appena chiuso e passato alla cronaca con le prime dichiarazioni dei suoi reggenti (riportare da numerosi media: io le ricavo da qui)… dalle quali si possono ricavare alcune considerazioni sul tema, appunto, e ancor più in vista dei cambiamenti già preannunciati (ma niente affatto determinati) per il prossimo anno.
Partiamo da quanto ha comunicato la presidente della Fondazione che organizza il Salone, Giovanna Milella:

Quest’anno abbiamo staccato 126.406 biglietti. Un risultato che va oltre quelli di dodici mesi fa. Si tratta di un più 3,1 percento in più rispetto al 2015, quando i tagliandi emessi furono 122.638.

Mmmm… attenta, presidente Milella, che a parlare di Salone e biglietti si rischia di entrare in un campo minato!

Abbiamo scelto di comunicare i dati più concreti, cioè i biglietti venduti.

Ah, ok. Certo, questo rende le false cifre sparate fino allo scorso anno (300mila e più biglietti… no comment!) ancora più irritanti, da un lato, e ridicole dall’altro, ma almeno si è ripristinata una apprezzabile (e inevitabile, d’altronde) obiettività. Di contro, non è detto che ai biglietti venduti corrispondano altrettanti ingressi effettivi al Salone, inoltre il dato può fare da cronaca e regalare ai giornalisti un po’ di facezie in più da riportare nei loro resoconti ma non credo sia il più importante e significativo – anzi, tutt’altro. Comunque, ribadisco, almeno i conti da questo punto di vista sono tornati, pare.
Andiamo avanti. Sempre Giovanna Milella:

Al Salone sorridono anche gli editori: Feltrinelli ha fatto registrare un più 5 per cento di vendite rispetto allo scorso anno, per De Agostini e Interlinea più  10, mentre Einaudi ha avuto addirittura un più 30 grazie soprattutto a “Scusate il disordine” di Luciano Ligabue. – (vabbé… – n.d.s.) – Meglio ancora ha fatto la casa editrice Sur (più 35), mentre Emos Audiolibri si è fermata ad un incremento del 15-20 per cento. Più 25 anche per Donzelli Editore, 30 per Perrone Editore, 40 per Blu Edizioni, più 20 per le Edizioni Del Baldo, più 30 per Giuntina. Poche le note negative: meno 10 per cento per Scritturapura, stessa performance per Miraggi.

Ecco: qui io, puntualmente, storco il naso, perché non credo proprio che lo scopo principale del Salone di Torino sia vendere libri, ovvero sia quello di essere una specie di mercatone del libro-sconto-fiera-prendi-3-paghi-2. No. E dico no perché che si vendano più libri al Salone (il che in sé mi può far pure piacere, sia chiaro) per poi leggere sulla stampa e sul web della costante moria dei librai – soprattutto di quelli indipendenti ovvero non di catena ovvero non con le spalle (più) coperte, che poi pure questi chiudono, eh! – mi pare una cosa del tutto fuori da ogni logica, seppur possa capire che il visitatore si faccia cogliere dall’entusiasmo dell’evento e compri quello che altrimenti non comprerebbe in un lustro. Peccato però che il salone duri 5 giorni mentre i librai debbano resistere per 360 giorni in più a combattere nella situazione di mercato che ci ritroviamo, e se (ragionando in linea di principio) qualche libro venduto al Salone in questi anni fosse acquistato in libreria, beh, qualche ruga in meno sulla faccia dei librai forse la vedrei.
Passiamo ora al direttore del Salone, Ernesto Ferrero, al suo ultimo mandato:

Questa manifestazione ha saputo arrivare a un grande risultato nonostante tutto. Ha vinto la squadra che si è dimostrata più forte di invidie e critiche anche eccessive, e delle enormi difficoltà finanziarie e burocratiche che potevano bloccarla.

Eh, l’ha detto, esimio (ex) direttore Ferrero: enormi difficoltà finanziarie e burocratiche. Che ora pare siano state risolte, ma si sa che di questi tempi di ostacoli simili ne spuntano all’improvviso come funghi, senza contare che il Salone deve comunque (anche) essere un’azienda (termine brutto ma consono) che crea utili e non perdite, come accaduto fino allo scorso anno. Purtroppo nessuno vive di aria e tanto meno (anzi, tanto peggio!) nell’ambito culturale, dove non solo di soldi non ce ne sono mai abbastanza ma quei pochi che ci sono si fa di tutto per farli sparire (perché “con la cultura non si mangia” (cit.), ricordate no?)
Di nuovo Ferrero:

Gli editori sono preoccupati di tutto questo parlare di cambiamento. Stanno assaporando il successo di quest’anno e già si sentono dire che andranno cambiate molte cose. A chi prenderà le redini raccomando di andare piano, documentarsi sui dossier, perché questa è una formula che funziona. Sicuramente da ammodernare, ma funziona.

Eh già, vanno cambiate (ancora) molte cose, al salone, se si vuole che la sua vita si allunghi di parecchio e resti in salute per lungo tempo. La formula funziona ma il rischio che diventi stantia (se non lo è già) è possente – con in più quella costante sensazione di mega-sagra paesana coi libri al posto delle salamelle che è simpatica, divertente, pure coinvolgente ma, in certi casi, parecchio avulsa dal concetto culturale (imprescindibile, se non vogliamo la trasformazione in non luogo del Salone e in non cultura dei libri) di letteratura e di lettura. Sia chiaro – lo voglio rimarcare con forza, a scanso di equivoci: il Salone del Libro di Torino è un evento più che importante, necessario per un ambito e un mercato editoriali così claudicante come quello italiano. Ma la sua necessarietà è strettamente correlata a quello che, a parere dello scrivente, è lo scopo fondamentale del Salone: il suo dover essere motore, propulsore, volano, fonte d’energia o che altro di simile per il mondo dei libri nostrano. E non solo in senso economico/industriale, anzi: soprattutto come basilare e omnicomprensivo evento di promozione della lettura per chiunque, ancor più per chi al Salone non ci viene, talmente evidente in questa sua missione da non poter essere ignorato da nessuno e da far che i suoi effetti posano spandersi nello spazio e nel tempo per l’intero anno, fino alla successiva edizione.
Per tale motivo, in fin dei conti, che si venda un tot di biglietti in più o in meno rispetto agli anni scorsi o che si vendano vagonate di libri, saranno pure cose belle e piacevoli ma conta poco o nulla. Un Salone quasi deserto ma le librerie piene di gente che compra in tutto il paese: questa sarebbe la condizione ideale che personalmente mi auguro. Restando, il Salone, un evento doveroso, lo ripeto ancora: ma che al dovere segua il piacere – della lettura, s’intende. Dacché, come dicono dalle sue parti, “Ghè mia na bèla scarpa, c’la divénta mia na sciàvata!” (“Non c’è una bella scarpa che non diventi una ciabatta”. Ecco.)

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Lunga vita allo Strega! (Il liquore, s’intende, più che il premio.)

Logo-Premio-Strega-16-1Non servirebbe nemmeno rimarcarlo, quanto consenso sappia raccogliere attorno a sé lo Strega. D’altro canto è inevitabile, tutto questo apprezzamento: l’ormai lunga e acclamata storia, il prestigio del suo nome, la riconosciuta qualità, e quell’inconfondibile colore giallo dovuto allo zafferano, una delle settanta erbe che lo compone… Sì, lo Strega! – il liquore! Che avevate capito?
Il premio letterario? Ah, no, quello, bisogna ammetterlo, di apprezzamenti ne raccoglie molti meno, anzi… quest’anno, a due mesi scarsi dalla proclamazione del vincitore (che avverrà il prossimo 8 luglio), pare pure che le voci contrarie siano aumentate esponenzialmente, e voci di tono importante: senza contare Adelphi, che allo Strega non ci partecipa da anni, prima ci si è messa Feltrinelli e poi Einaudi ad annunciare, per l’edizione di quest’anno, di non far parte del gruppo – peraltro con accenti piuttosto polemici soprattutto da parte di Feltrinelli, il cui direttore editoriale Gianluca Foglia ha dichiarato che “Lo Strega ha bisogno di un profondo processo di rinnovamento. (…) I grandi gruppi editoriali hanno una capacità di coinvolgimento e relazione con i giurati e questo li favorisce. Tra i giurati ci sono autori e compagni di strada degli editori. Finché rimane così è difficile prenderne parte”. Dichiarazioni che – mi sia concesso di osservare – avrebbero un po’ più senso se provenienti da un piccolo editore, ma sentire il dar contro ai grandi gruppi editoriali da parte del direttore editoriale di uno di essi, perdonatemi, è cosa non poco buffa.
Appunto, a proposito di piccoli editori: in gran pompa magna l’organizzazione del premio aveva annunciato, lo scorso anno che “Il premio Strega cambia e si apre alla piccola editoria. Stando alle nuove regole del premio di narrativa, deve esserci almeno un libro di un editore medio o piccolo nella cinquina finale.” A parte che questa è in buona sostanza una indiretta ammissione di colpa – dacché equivale a dire: ok, fino allo scorso anno dei piccoli editori non ce ne fregava nulla, da quest’anno magari un po’ sì – con un po’ meno pompa magna la stessa organizzazione precisava che “di ciascuna delle 12 opere selezionate dal comitato, gli editori devono mandare 500 copie gratuite”. C-i-n-q-u-e-c-e-n-t-o copie. G-r-a-t-u-i-t-e. Una tiratura che buona parte dei libri pubblicati dai piccoli editori nemmeno raggiunge – e non per scarsa qualità degli stessi, ma per mancanza di promozione generante mancanza di mercato ovvero di equilibrio commerciale nel mercato stesso, totalmente squilibrato a favore dei grandi editori. Non commento io, riporto i commenti di alcuni editori a tale “rivoluzionaria” apertura ai piccoli editori: “Cifra folle!” (MdS ed.), “Assolutamente ingiusta!” (Linee Infinite ed.), “Ridicola!” (Apeggio Libero ed.), “Proibitiva!” (Brigantia ed.), “Fuori dal mondo!” (Nero Press ed.), “Assurda!” (Passigli ed.), e gran finale, “E’ come essere invitati a un party solo se si indossa uno smoking da 3000 euro, chi non se lo può permettere resta a casa. Il party se lo facciano tra loro!” (Gianluca Ferrara, direttore editoriale Dissensi Edizioni). Ecco.
Si vada poi a vedere la lista dei pre-finalisti dell’edizione di quest’anno, del premio, e si noti quanto trabocchi – ma proprio tanto, eh! – di libri di piccoli o medi editori. Ariecco!
Ma poi, alla fine, serve partecipare allo Strega per un piccolo/medio editore? Sì. Cioè, no. Insomma… boh! Emanuele Tirelli, su Pagina99, ha raccolto le opinioni e le esperienze di alcuni di essi in un articolo significativamente intitolato L’incerto business model del premio Strega: opinioni ed esperienze incerte, appunto. Si va dalla soddisfatta Neo Edizioni (“La ricaduta è stata molto importante. L’attenzione nei nostri confronti è aumentata e il titolo – (XXI Secolo di Paolo Zardi, n.d.s.) – continua a vendere” dice il direttore Angelo Biasella) alla più dubbiosa Manni (“Credo che la visibilità dello Strega sia stata decisiva, ma non è tale da cambiare completamente le sorti di un volume. Di sicuro è stata determinante per l’attenzione delle librerie, ma poi c’è tutto il discorso delle rese. Abbiamo alzato la tiratura rispetto ai nostri standard perché sapevamo che distributori e librai l’avrebbero chiesto dopo la selezione, ma se torna indietro l’invenduto si tratta di soldi investiti a vuoto. La regola di portare almeno un editore piccolo o medio in cinquina è un bel passo avanti, ma chi sa di non poter sostenere certe spese evita proprio di andare incontro alla candidatura” sostiene Angela Manni, che ha presentato lo scorso anno Se mi cerchi non ci sono di Marina Mizzau). Appunto: è cosa logica ed equa che le spese per partecipare ad un premio che possa aiutare anche – anzi, soprattutto, in potenza – la piccola editoria, siano troppo alte per la stessa, a fronte poi di un risultato (in termini di ritorno di immagine e di vendite) non garantito?
Inoltre: basta andare sul web e girovagare per i vari social intercettando i post pubblicati nelle scorse settimane sullo Strega (sempre il Premio, sì) relativi ai vari annunci dei libri selezionati e leggere i numerosi commenti critici degli utenti per rendersi conto che, anche nel pubblico (potenziale per i libri in gara, ovviamente) e con diffusione statistica significativa, l’apprezzamento per il Premio pare piuttosto bassa (sono abbastanza eufemistico, eh!) e le dichiarazioni di “non acquisto politico” del libro vincitore o di quelli finalisti abbondando. Ciò mi pare in fondo una ricaduta in ambito popolare di quanto similmente hanno dichiarato in passato voci ben più autorevoli del panorama letterario nazionale. Ne cito solo un paio: Umberto Eco (che il Premio l’ha vinto, peraltro: nel 1981 con Il nome della rosa) dichiarò che “il premio rischia di morire per mancanza di competizione”, e Aldo Busi (che invece lo Strega non l’ha mai vinto e, anzi, nel 2013, venne “buttato fuori” dalla finale abbastanza in malo modo) che, da solito par suo, sentenziò cose del tipo: “Il Premio Strega? Mi ricorda tanto l’Isola dei Famosi… Quando ero tra i concorrenti, tutti ne parlavano. Poi sono tornato in Italia, e quel reality è sparito…” e ancora: “Non c’è un solo titolo che sia di per sé invitante, mi sembrano fogli morti standard per figli nati vecchi e rimasti infantili, quindi non ci sarà che l’imbarazzo della scelta: ovunque il premio cadrà, cadrà a fagiolo e sul sicuro, anzi, proprio sul manico del premio.

E dunque, che dire, in conclusione? Beh, mi viene da tornare all’incipit di questo articolo, e alla fine ricordare che, sia quel che sia, lo Strega è e resterà senza dubbio tra i più famosi liquori italiani, unico e inconfondibile per il suo sapore grazie all’esclusivo uso di ingredienti naturali ovvero alle circa 70 erbe e spezie selezionate da tutto il mondo e caratterizzate ciascuna da particolari proprietà organolettiche, tra le quali si possono citare la cannella di Ceylon, l’Iride Fiorentino, il ginepro dell’Appennino italiano, la menta del Sannio, oltre al citato prezioso zafferano aggiunto al distillato di erbe per conferirgli il suo caratteristico colore giallo.
Insomma: lunga vita allo Strega – ma più al liquore, che al Premio!

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

“Racconti dal Lago”, la nuova raccolta di Historica dedicata al Lago di Como

Domenica prossima 8 maggio, alle ore 11.00, nell’ambito di Piccoli Editori in Fiera – la rassegna dedicata all’editoria indipendente che si svolge a Bellano, sulle rive del Lago di Como – verrà presentata per la prima volta in pubblico Racconti dal Lago, la raccolta che è il frutto dell’omonimo concorso letterario organizzato da Historica Edizioni (che ovviamente ne è l’editrice) in collaborazione con Cultora, il portale italiano di informazione culturale, e della quale ho avuto l’onore di essere il curatore.
Su Racconti dal Lago, e sul lavoro di curatela che ho compiuto – del quale fa parte il piacere derivante dalla lettura dei venti racconti scelti e la relativa meditazione sulle storie, le narrazioni e le invenzioni letterarie in essi presentate – ho voluto mettere nero su bianco alcune personali considerazioni: ve le propongo nel testo a seguire, il quale mi auguro sia non solo una buona e intrigante presentazione della raccolta e dei suoi contenuti letterari, ma anche una riflessione più ampia e generale (ma non meno intensa e approfondita) sul rapporto che può intercorrere tra un ambito naturale così peculiare, come quello del Lago di Como, il suo genius loci e le genti che ne abitano le rive e le terre limitrofe. Un rapporto per certi aspetti speciale, indagando il quale risulta ancor più piacevole, densa e intrigante la lettura dei racconti.

doppia-cop-ombra-racconti-lagoIntroduzione – tre parole significative

Nella lettura dei racconti scelti poi per formare questa bellissima e molto intensa raccolta di Historica Edizioni, mi sono ritrovato non solo a giudicare la qualità letteraria degli stessi, ma ho cercato pure di coglierne gli elementi di fondo, per così dire, quelli che dei racconti formano non tanto la mera struttura sintattica, espressiva e narrativa quanto quella più profondamente culturale – e intendo con ciò riferirmi all’identità elementale dei testi più legata alla cultura stessa del territorio del Lago di Como e alla sua gente, della quale gli autori qui presenti sono un campione del tutto autorevole proprio perché in grado di raccontare e di raccontarsi – raccontare una storia per raccontare anche un mondo, quello dove vivono cioè quello che rendono vivo con la loro presenza vitale quotidiana.
Tra le tante impressioni in tal senso, ritengo di poter compendiare buona parte di esse in tre parole – o elementi o fattori o entità… insomma, fate voi – che mi sembrano più di altre significative e rappresentative dei testi che compongono la raccolta. Tre parole all’apparenza banali o forse pure ovvie, ma che credo lo siano molto meno di quanto si creda e, anzi, che nella loro semplicità apparente celino in verità molti e variegati significati assolutamente profondi e intriganti, che di seguito vi voglio raccontare dacché costituiscono importanti valori aggiunti alla qualità letteraria dei testi presenti in Racconti del lago.
Le tre parole sono: lago, malinconia, amore.

Lago

Se oggi i laghi, in qualità di elementi del paesaggio naturale e della relativa idromorfologia, assumono soprattutto una valenza estetica e di rimando culturale, dunque sostanzialmente positiva e legata alle più piacevoli emozioni e sensazioni, secondo certe antiche raffigurazioni simboliche i laghi erano visti come palazzi sotterranei di diamante o di cristallo da dove emergevano fate, streghe, ninfe e sirene, creature che sovente attiravano gli uomini verso la morte. Assumevano dunque la temibile valenza di paradisi illusori e rappresentavano creazioni dell’esaltazione dell’immaginazione[1]. Immaginazione, dunque fantasia, ovvero creatività: una contiguità di termini niente affatto casuale, e il volume che sto presentando ne è una prova piuttosto lampante, direi.
Ma al di là dell’interpretazione simbolica più antica del “lago” in qualità di elemento naturale, che peraltro verrà utile a breve, è interessante notare in che modo il lago – di Como, ora – ovvero con quale parte da protagonista, entri nei racconti che compongono la raccolta. Perché sì, il lago è un protagonista dei testi presenti nel volume ed è inevitabile che sia così, ma la sua presenza non è affatto solo scenografica oppure meramente ispirante in senso ambientale ed emozionale. Leggendo i racconti, più volte sono tornato alle considerazione che sugli elementi naturali, e sul bosco in particolare – “entità” sotto molti aspetti paragonabile al lago -, si possono fare nel leggere e studiare una produzione letteraria contemporanea che personalmente ritengo tra le più interessanti e particolari, quella della Scandinavia. In essa la Natura e il bosco, appunto, sono veri e propri personaggi che entrano nelle narrazioni non solo e non semplicemente come sfondi delle stesse ma né più né meno come attori, elementi realmente attivi, presenze che influenzano i protagonisti umani, ne caratterizzano gli spiriti, ne influenzano le azioni e plasmano i caratteri anche se, gioco forza, in maniera mediata. La loro presenza, così evidente e per certi versi ingombrante, così ineluttabile e dinamica sia in senso spirituale e metafisico che pratico, contribuisce al carattere generale delle storie narrate, che indubbiamente senza di essa avrebbero tutt’altra valenza, letteraria e non solo.
Ecco, ho trovato che per i racconti presenti nella raccolta possono valere le stesse considerazioni: il Lago di Como non fa da semplice scenografia, pur bellissima, spettacolare, romantica, intensa, alle storie narrate ma è spesso un personaggio attivo in esse, una specie di attore non protagonista – o dal protagonismo “mediato” – la cui presenza è tuttavia fondamentale per il senso e la profondità narrativa di esse, oltre che per le potenziali peculiarità emozionali scaturenti.
Trovo molto interessante e significativa questa impressione, perché denota un legame di natura antropologica, oltre che meramente estetica e culturale, del lago con le genti che vivono in sua prossimità. Anzi: seppur la bellezza del lago sia sempre e comunque presente in chiunque, che sia abitante sulle sue rive o forestiero in visita e in transito lungo le sue sponde, mi viene da pensare che proprio l’abitudine a tale bellezza da parte di chi abita in zona agevoli la riscoperta, magari anche solo in modo inconscio, di quel legame antropologico con l’entità lacustre, col suo peculiare genius loci. Una sorta di imprimatur metagenetico nell’animo e nell’io più profondo e autentico delle persone – dei laghée, come vengono definiti nel dialetto locale coloro che abitano sulle rive del Lago di Como – che ne determina poco o tanto la vita e l’esistenza quotidiana oltre che i pensieri, la fantasia, la creatività (sia essa artistica o d’altra specie). Anche nel caso in cui essi stessi non se ne rendano nemmeno conto, come ribadisco; ma credo che, in buona parte dei casi, questa influenza sappia rendersi ben percepibile, determinando la relativa consapevolezza.

Malinconia

Fermi tutti, preciso subito! Non dovete intendere la parola “malinconia” nel suo senso originario, quello che trae origine dal greco melancholía, composto di mélas, mélanos (“nero”), e cholé (“bile”), quindi “bile nera”[2] – una delle condizioni umane più tristi in assoluto, insomma!
In verità uso tale termine ma ho riflettuto molto su quale fosse più consono utilizzare riguardo ciò che vi dirò a breve. Probabilmente sarebbe un po’ più adatto il termine struggimento inteso come traduzione italiana del più letterario Sehnsucht[3], ma a sua volta ha una connotazione fin troppo cupa, oppure il “baudelaireano” spleen[4], pure non poco tetro a meno che lo si intenda come lo stesso Baudelaire lo volle intendere non tanto nei celeberrimi I Fiori del male[5] quanto in Lo spleen di Parigi[6], ovvero: «Con più libertà, molti più dettagli, e molta più satira»[7] – con meno tetraggine e più leggerezza, in pratica.
A dire il vero quanto vorrei intendere io si trova per certi versi a metà di tutto ciò e, ribadisco, su un versante ben più luminoso che oscuro. Ma al di là del termine più corretto per compendiarne il senso, certamente in tutti i racconti, anche in quelli più allegri, divertenti, leggeri, mi è parso di cogliere almeno un pizzico di questo “stato d’animo” – o di pensiero, o di spirito – pseudo-malinconico, come una sorta di costante percezione anche del lato in ombra di tutte le cose, oltre che di quello in luce e più piacevole, più gradevole e proficuo.
Un’impressione che, a ben vedere, ritrovo nella sostanza del concetto in un passo sul Lago di Como scritto da Hermann Hesse:
Non ho mai saputo amare veramente questo lago, forse addirittura troppo bello e scintillante, e che troppo volentieri si prodiga per esibire la propria ricchezza, mancandogli invece la cosa più bella che un lago possa avere: una sponda dolce e ampia. I monti si ergono con aria inquietante e scendono giù spietatamente, in alto selvaggi e brulli, in basso sovraccarichi di paesi, giardini, residenze estive e locande: tutto qui è rigoglioso, è una realtà di vivido splendore, è tutto uno squillare e scintillare di magnificenza e opulenza; non è rimasto un solo angolo per il sogno e l’immaginazione, non una palude coperta di canne o un pascolo addormentato, non un umido prato rivierasco o una seducente macchia di vegetazione selvaggia.
Tuttavia anche questa volta l’intensa bellezza esercitò la sua potente attrazione su di me con il romanticismo rupestre di borghi erti, la fierezza rigorosa delle ville aristocratiche con giardini, parchi e porticcioli, l’amena coesistenza di terreni e costruzioni.[8]
Una inquietudine – o struggimento, appunto – che si genera dalla visione del paesaggio lacustre, in parte troppo spietato e in parte così esageratamente opulento e rigoglioso da risultare impossibile da “comprendere” totalmente negli occhi e nel cuore, al punto da tarpare qualsiasi ulteriore immaginazione riguardo esso, e che da quella visione paesaggistica sembra derivare pure una similare inquietudine d’animo e di spirito – che però nulla può, lo precisa subito Hesse, nell’impedirgli (ovvero impedire a chi come lui si ritrovi al cospetto del Lago di Como e del suo paesaggio, sia un residente o un viaggiatore) l’attrazione verso la sua romantica bellezza.
L’autore che dunque si ritrovi a scrivere, raccontare, narrare del e sul Lago di Como non potrà dunque non lasciar fluire nel proprio scritto entrambi questi stati d’animo, ed è infatti quanto posso riscontrare nei racconti di questa raccolta, ma con una differenza non da poco rispetto a quanto asserito da Hermann Hesse: gli autori di Racconti dal lago, forse proprio perché fatti della stessa sostanza del loro bacino lacustre ovvero discepoli dello stesso genius loci ancestrale, sanno ben superare quel limite al sogno e all’immaginazione riscontrato dal celebre scrittore tedesco[9] per inventare e narrare nuove storie, le quali tuttavia, andando oltre il suddetto limite, non possono non portarsi appresso un poco (o un tanto) di ciò che spiritualmente lo determina, quel leggero eppur concreto struggimento che rende le narrazioni mai superficiali, mai leggere o futili e invece sempre piene, dense di emozionalità, ben distese lungo un ampio spettro di sensazioni, sensi e percezioni, dalle più intime e sfuggenti alle più aperte e partecipate.
Nulla di triste e oscuro insomma, lo ribadisco di nuovo, ma un’espressività letteraria e  narrativa completa e intensa, fatta per restare oltre la lettura, oltre le mere parole che la compongono, per lasciare una traccia evidente e altrettanto densa nell’animo dello stesso lettore.

Amore

Anche in questo caso, siamo lontanissimi da qualsivoglia concezione sdolcinata e superficialmente romantica del termine “amore”, che non a caso – volendo tornare ai più antichi simbolismi dai quali peraltro derivano tutte le accezioni moderne delle cose del nostro mondo – faceva riferimento a nozioni tutt’altro che sdolcinate! Basti pensare solo alla cosmogonia orfica, che racconta della genesi di Amore dalle tenebre notturne, che partoriscono un uovo dal quale, appunto, esce Amore, mentre le due metà spezzate del guscio formano la Terra e il cielo: un elemento, dunque, che non rimanda al mero piacere legato all’innamoramento (concetto che si legherà al termine solo dopo, questo) ma che rappresenta e assicura la coesione interna del Cosmo[10]. D’altro canto, Platone lega pure in modo indissolubile il concetto di amore a quello di bellezza, sia nel senso di bellezza sensibile che di bellezza della sapienza, considerata il più alto possibile.[11]
Insomma, per non farla troppo lunga e “professorale”: c’è molto “amore”, nei racconti presenti nella raccolta, ma quasi sempre è un amore “alto”, scevro da mere e dozzinali passionalità le quali, quando vi siano, sono sempre in qualche modo meditate e afferenti ad un concetto di amore che mi viene da riportare a quelli “aulici” sopra citati.
Credo, anche in tal caso, che il lago c’entri molto. E c’entri in modo diverso, e appunto più profondo nonché aulico, rispetto a quanto verrebbe facilmente – e in fondo non erroneamente – da pensare circa la carica romantica (nel senso più ovvio del termine), sentimentale e languida del paesaggio lacustre verso gli “innamorati”, o i potenziali tali (e quelli a loro affini). In qualche modo il lago rende l’amore vissuto sulle sue rive un qualcosa di meno banale del solito e più intenso, più intimo, più spirituale – senza contare che, inutile dirlo, non è “amore” solo quello legato alla passione amorosa che può nascere in due persone vicendevolmente attratte, dacché l’amore vive in forme e sostanze molteplici che in certi casi tornano direttamente a riferirsi a quell’antico concetto orfico di coesioni cosmica, nel quale vi si possono comprendere infinite cose ed elementi.
È un po’ come se il lago con la sua vitalità – i venti, il moto delle onde, le correnti, lo sciabordio continuo dell’acqua sulle rive… – mantenesse in costante movimento anche il sentimento amoroso che si vive sulle sponde stesse, lo tenesse sempre fremente e vivace e ciò nel bene ma pure nel male, nei suoi aspetti più perturbanti e agitanti. Il paesaggio lacustre anima e influenza l’amore, insomma, lo porta oltre qualsivoglia banalità e ovvietà, lo rende specchio di quello stesso sentimento che provano le persone di fronte alla sua bellezza, che può essere di totale ammirazione e venerazione nei momenti più placidi ma anche di sgomenta meraviglia, se non di attraente inquietudine, quando le acque si gonfiano di onde violente che sferzano le rive e i venti soffiano impetuosi e irati contro tutto e tutti – anche in tali situazioni agitate, ribadisco, non ci si può non fare attrarre dalla bellezza inquieta e turbante del lago, esattamente come a volte l’amore genera passioni verso persone – o verso circostanze – per le quali saranno più sofferenza e tormento ad esserne peculiarità, piuttosto di felicità, beatitudine e piacere.

Per concludere

Ecco: lago, malinconia, amore. Certo, potrebbero essere ben di più le parole emblematiche e significanti per i testi di Racconti dal lago, e mi auguro che sia effettivamente così, che tante altre parole potranno scaturire nella mente e nell’animo di chi leggerà la raccolta – così come, ugualmente, siano ulteriori e differenti le impressioni che ciascun lettore potrà ricavare dal volume e dai suoi testi. Perché il lago è un piccolo/grande universo ricolmo di infinite cose, in primis della storia della sua gente e delle storie che la sua gente può ricordare, pensare, inventare, elaborare e dunque narrare. Finché ciò accadrà, finché la gente potrà e saprà raccontare, anche il lago raccontare infinite storie. In fondo, un po’ come Walter Bonatti (il quale guarda caso abitava in vista del Lario, alle porte della Valtellina) diceva delle montagne, lo stesso si può dire del lago: che non sarà mai soltanto un mero specchio d’acqua finché gli uomini lo vivranno – sulle acque e sulle rive – e lo sentiranno parte di sé stessi.

Note

[1] Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dizionario dei Simboli, BUR, 1a ediz. 1986.
[2] Ottorino Pianigiani, Vocabolario Etimologico della lingua italiana, voce “Melanconia”.
[3] Parola-chiave dello spirito romantico tedesco ottocentesco, derivante dall’antico alto tedesco Sensuht, con significato di “malattia del doloroso bramare”.
[4] Altro termine assai in uso nel decadentismo dell’Ottocento – ma esistente già nello stesso Romanticismo – e reso celeberrimo da Baudelaire, il cui concetto viene direttamente dall’antica medicina ellenica degli umori. Deriva dal greco splēn; in inglese significa “milza”.
[5] Charles Baudelaire, I fiori del male, 1a ediz. 1857 (orig. Les Fleurs du mal).
[6] Charles Baudelaire, Lo spleen di Parigi. Piccoli poemi in prosa, 1a ediz. 1869 (orig. Petits poèmes en prose. Le spleen de Paris).
[7] Charles Baudelaire, Lettera a Troubat, Parigi, 1866.
[8] Hermann Hesse, Vedere l’Italia, Guanda, Parma, 1995.
[9] Il quale peraltro, non bisogna dimenticarlo, visse a lungo e morì a Montagnola, sopra il Lago di Lugano, dunque in pratica nello stesso paesaggio naturale che accomuna il bacino lacustre svizzero con il vicino Lario.
[10] Pierre Grimal, Dictionnaire de la mythologie grecque et romaine, 3a ediz. Parigi, 1963. Citato in Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dizionario dei Simboli, op.cit.
[11] Nicola Abbagnano, Dizionario di filosofia, 1a ediz. UTET 1971.

P.S.: potete scaricare la versione pdf di questo articolo qui.

Quelli che credono “nel grande potere dei libri”…

(Premessa: questo è un articolo pubblicato su Cultora lo scorso sabato, in occasione della Giornata Mondiale del Libro. Tuttavia, una volta letto, converrete che il suo senso non è certamente limitato a quella occasione… purtroppo!)

Senza nome-True Color-02-1Oggi che è il 23 aprile, Giornata Mondiale del Libro, lasciando stare la consueta domanda sorgente in tali occasioni («Ma a che cavolo servono ‘ste giornate, poi, se non a dimostrare come al solito che negli altri 364 giorni dell’anno a molti dei libri non frega una beata fava?»), vorrei con questo mio articolo che mi auguro risulti profondamente sentito e partecipe come in effetti è (?!) ringraziare di cuore – e ribadisco, di gran cuore, eh! – quelli che in questa giornata così significativa ci ricordano attraverso l’invio di messaggi che probabilmente pure molti di voi avranno ricevuto nella propria casella email l’importanza fondamentale per i libri e per la lettura di uno strumento legislativo nato proprio a difesa del mercato editoriale e della sua imprescindibile equità commerciale quale è la Legge Levi sul prezzo dei libri, in vigore nel nostro paese dal 2011.

È un ringraziamento veramente caloroso, il mio, perché trovo ammirevole – sì sì, taaaanto ammirevole! – che con tanta enfasi si metta ben in evidenza, e senza dubbio alcuno, l’importanza di quanto stabilito dalla suddetta legge, ovvero il tetto massimo di scontistica applicabile ai prezzi di copertina dei libri, come indicati nell’articolo relativo del provvedimento:

Articolo 2
1. Il prezzo al consumatore finale dei libri venduti sul territorio nazionale e` liberamente fissato dall’editore o dall’importatore ed e` da questo apposto, comprensivo di imposta sul valore aggiunto, su ciascun esemplare o su apposito allegato.
2. E` consentita la vendita dei libri ai consumatori finali, da chiunque e con qualsiasi modalità effettuata, compresa la vendita per corrispondenza anche nel caso in cui abbia luogo mediante attività di commercio elettronico, con uno sconto fino ad una percentuale massima del 15 per cento sul prezzo fissato ai sensi del comma 1.

Quanto sopra con unica deroga ammessa indicata al comma 4 dello stesso articolo:

4. La vendita di libri ai consumatori finali e` consentita con sconti fino ad una percentuale massima del 20 per cento sul prezzo fissato ai sensi del comma 1: a) in occasione di manifestazioni di particolare rilevanza internazionale, nazionale, regionale e locale, ai sensi degli articoli 40 e 41 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112; b) in favore di organizzazioni non lucrative di utilità sociale, centri di formazione legalmente riconosciuti, istituzioni o centri con finalità scientifiche o di ricerca, biblioteche, archivi e musei pubblici, istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, educative e università.

In breve: sconto massimo 15%, e solo in particolari casi del 20%. Proprio come annunciato dal banner pubblicitario che vedete lì in testa all’articolo, no?

Per questo trovo altrettanto ammirevole l’impegno che tali iniziative mettono nel sancire l’importanza di rispettare tale legge dello stato senza deroghe, aggiramenti o furberie di sorta che permettano sconti selvaggi – tipo di più del 50, 60%… magari fino al 65%, pensate un po’ che roba indegna sarebbe! La Legge Levi non sarà al livello di altri provvedimenti legislativi similari in vigore in altri paesi europei, come molte spesso fanno notare, ma che, quanto meno, risponde al vecchio motteggio popolare “piuttosto che niente, meglio piuttosto!” ovvero, nella pratica, permette di conservare almeno un minimo di pluralismo culturale nel mercato editoriale nazionale e una effettiva possibilità di concorrenza, soprattutto dell’editoria piccola, media e indipendente nei confronti dei grossi gruppi editoriali e industriali e delle loro costanti mire di sopraffazione oligarchica.

Grazie, dunque, ancora una volta: grazie a tutti quelli i cui messaggi promozionali avrete ricevuto o letto nelle vostre mail o un po’ ovunque sul web, per essere così rispettosi delle norme più logiche ed eque che regolano il mercato dei libri, e per dimostrare di “credere nel grande potere dei libri: migliorare la vita!La “vita” di tutti quanti, vero?

Libri venduti anzi no, libri invenduti e resi. Ovvero: l’editoria è un morto che cammina?

libri_maceroLo scorso 15 marzo Studio, il media di attualità e cultura diretto da Federico Sarica, ha pubblicato un assai significativo articolo sulla percentuale di copie rese dei quotidiani italiani in vendita nelle edicole durante l’anno solare 2015, calcolato dal sito specializzato DataMediaHub. I numeri che rivela l’articolo sono inquietanti: su un totale di poco meno di 20 milioni di copie stampate nel 2015 dalle sessanta principali testate prese in considerazione, in media ci sono stati resi di una copia su tre. In Francia, per fare un raffronto diretto, la percentuale analoga si ferma al 14%. Se poi si vanno a vedere le percentuali riferite alle singole testate, i dati diventano ancora più emblematici: Il Manifesto ha il 74% di copie rese, Il Fatto quotidiano 57%, Tuttosport 55%, Libero 50%. Il Giornale 45%, La Repubblica 31%, La Stampa 30% e così via – ovviamente trovate i dati nella loro interezza nell’articolo citato.
Volendo riassumere la situazione in parole molto povere e molto chiare, si può dire che i giornali italiani sono in molti casi dei morti che camminano, sia economicamente che mediaticamente, ecco.
Posto ciò, inevitabile m’è sorta la domanda: e i libri? I quali a loro volta, notoriamente – chiedete a qualsiasi libraio – hanno volumi di resi parecchio importanti e altrettanto emblematici? Esistono statistiche simili a quella compilata da DataMediaHub per i quotidiani?
Risposta (prevedibile): no. Non esistono perché, beh, sai che figura per gli editori, che tanto puntano nelle loro promozioni sui media ai numer(on)i di copie vendute, dover ammettere che poi tante di quelle copie “vendute” ma in realtà solo consegnate dalle distribuzioni ai librai – e dunque solo potenzialmente vendute – tornano poi indietro, dopo un tot di tempo, invendute? No, credo che statistiche del genere non le diffonderanno mai, trincerandosi magari dietro il fatto che “sono di impossibile determinazione” – e senza denotare che, allo stesso modo, pure i dati e le statistiche (con le relative classifiche) di vendita effettiva – e ribadisco, effettiva – dei libri sono ben difficilmente determinabili.
Tuttavia qualche dato al riguardo lo si può ottenere, ad esempio dagli allegati (che quasi nessuno legge, nemmeno tra gli addetti ai lavori) alle indagini che l’ISTAT compie periodicamente sulla produzione e sulla lettura di libri nel nostro paese. Nella più recente disponibile che tocca la questione, qualche riga ne tratteggia la situazione con riferimento alla produzione 2013:
Nonostante le differenti opportunità di distribuzione e di commercializzazione, per il 25,5% degli editori rispondenti sono rimaste invendute non meno della metà delle copie stampate nel corso del 2013. La quota di libri resi dalle librerie o giacenti in magazzino è maggiore per i piccoli (30,6%) e medi editori (22,1%), ma anche il 9,3% dei grandi editori ha dichiarato una giacenza ed un reso superiori alla metà delle copie stampate. (Tavola 40 – Allegato B)
Eccola qui la Tavola 40 dell’Allegato B (ovvero quello con i dati relativi alla produzione di libri, mentre l’Allegato A si occupa dei dati di lettura):

Senza nome-True Color-01Credo che non vi sia bisogno di spiegazioni su come la tabella (cliccateci sopra per leggerla in versione più grande) riferisca i dati e su cosa essi ci dicano, ma una cosa, molto rapida e altrettanto significativa, la si evince: in media il totale degli editori italiani attivi si vede rendere invendute circa la metà delle copie stampate e distribuite dei libri pubblicati, mentre di contro solo poco più di un libro ogni 10 pubblicati ha un volume di reso inferiore al 10%. Noterete inoltre che non vi sono differenze rilevanti tra editori piccoli, medi e grandi, ad eccezione della fascia di resi tra il 26 e il 50%, nella quale i medi e i grandi hanno volumi di reso parecchio maggiori rispetto ai piccoli editori.
Ora fate pure tutte le considerazione che vi vengono di fare, ma, nel complesso… che dite? È il caso pure qui di parlare per qualcuno – provocatoriamente o meno, sarcasticamente o catastroficamente oppure no, vedete voi – di morti che camminano?

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.