Sappiate fin da subito che, sulla questione della ormai celeberrima vignetta di Charlie Hebdo sul sisma in centro Italia, state per leggere una personale considerazione che probabilmente qualcuno troverà sgradevole, se non peggio, ma che alla fine sostanzialmente esula dal genere di discussioni spese sul tema in questi giorni, per la gran parte di fortissima e indignata critica su quella vignetta – e meno male che ormai la buriana disquisitoria è passata, così che forse si possa ora ragionare con maggior lucidità.
Sì, perché è giustissimo e assolutamente condivisibile che una vignetta del genere possa essere criticata: ciò perché è assolutamente giusto e condivisibile che vi sia una libertà di satira che permetta ad essa di essere pubblicata, con il relativo corollario di responsabilità e, nel caso, conseguenze a carico di chi ne è l’autore. Per chi non ha capito: non sto affatto difendendo la vignetta di Charlie Hebdo e non sto per nulla dissentendo con chi la sta criticando. No, sto affermando altro.
Tralasciando appunto il genere di discussioni che è scaturito sulla vignetta – che alla fine si è palesato come una sorta di vendetta/resa dei conti tra italiani e francesi, cugini mai troppo cordiali da sempre, che ha utilizzato la vignetta e il suo senso come mere buone motivazioni per partire lancia in resta, al di là che quel senso fosse effettivamente disgustoso o meno – io credo che, in buona sostanza, criticare un giornale di satira come è Charlie Hebdo, e come lo sono molti altri pubblicati ovunque, per quanto pubblica, è un po’ come criticare i film pornografici perché in certi casi mostrano scene troppo esplicite e/o estreme. Il problema è che, come non avrebbe senso la pornografia senza tali immagini (che poi sia moralmente inaccettabile o no è, appunto, questione altra, che non c’entra con il principio qui esplicitato), la vera satira non sarebbe tale se non sapesse andare in certi casi oltre le righe: e ciò non perché la satira possa e debba godere di una libertà illimitabile e non criticabile, ma proprio perché è satira, dunque forma di comunicazione che in fondo nega sé stessa fin da subito, palesandosi per sua natura per ciò che è, ovvero qualcosa che non deve essere presa sul serio se non nel principio di fondo, nel messaggio che, nel caso, essa trasmette attraverso le sue divertenti, taglienti, offensive, oltraggiose immagini.
Ribadisco: c’è semmai un eventuale discorso di responsabilità dell’autore di certe immagini che si possano ritenere troppo forti, ma la valutazione del caso non può non tener conto che, se si facesse in modo di limitare l’espressività della satira, il suo senso verrebbe sostanzialmente meno, venendo meno anche la sua inimitabile forza d’impatto, capace di lanciare messaggi con un’efficacia che molte altre forme di comunicazione non saprebbero mai conseguire. O una o l’altra, insomma: e io credo che, pur in presenza di discutibilissimi eccessi, sia ben peggiore un mondo nel quale la satira subisca censure piuttosto che sia lasciata libera di “rivendicare il diritto alla cazzata” – per citare una nota affermazione del grande, e sovente assai satiresco, Ugo Tognazzi.
Ma c’è dell’altro: quel problema sopra indicato ha un suo nocciolo ancora più profondo. Come
qualcuno ha fatto notare in questi giorni, il celeberrimo giornale satirico Il Male nel 1980 dedicò un numero speciale al sisma dell’Irpinia, infarcito di vignette di ferocia pari, se non peggiore, di quelle di Charlie Hebdo. Bene, andate a controllare se quel numero suscitò una pari indignazione, allora, della vignetta francese di oggi. Non troverete nulla, ovviamente. Ecco: temo che la nostra società contemporanea, che noi sovente crediamo la più evoluta, emancipata, progredita, libera eccetera, abbia in verità fatto – non sempre ma sovente – un bel po’ di passi indietro in tema di apertura mentale, ovvero di preparazione culturale, e al contempo ne abbia fatti tanti in avanti, di passi, verso il blaterare con assai poca coscienza e percezione di ciò che si blatera – chiaramente anche grazie alla grande mano data dal web e dai social network nonché del modus operandi dell’informazione diffusa sui media nazional-popolari. Ribadisco: non sto affatto dicendo che non sia condivisibile la critica alla vignetta in questione e che non sia sacrosanto il diritto di esprimere le proprie idee. Sto semmai dicendo che tali esercizi espressivi pubblici mi sembrano ben più ispirati da impressioni del momento indotte da agenti esterni piuttosto che da una autentica e almeno un poco approfondita riflessione sul tema di essi. Anche perché, come puntualmente accade, la critica collettiva ad alzo zero come quella espletata da tanti in questi giorni alla fine non fa che donare ancora maggior importanza, rilievo e notorietà al suo bersaglio, quando invece un’ignoranza collettiva – ovvero l’ignorarla in massa, quella vignetta – l’avrebbe rapidamente relegata nel disinteresse generale, soffocando qualsiasi sua discutibile carica offensiva e/o aggressiva.
Alla fine, credo che in una società civile ed emancipata i limiti della libertà d’espressione, che in nessun caso può essere punibile, si generino automaticamente dal senso civico e dalla preparazione culturale diffusi, che essi si riferiscano poi alla satira o a che altro. Personalmente trovo altrettanto offensivi di vignette come quella in questione, ad esempio, certi servizi dei TG o numerose affermazioni di personaggi pubblici che, solo perché in posizione di “preminenza” sociale e mediatica, si credono liberi di poter dire tutto ciò che vogliono o quasi. Se togliessimo la facoltà di esprimersi a vignettisti satirici come quelli di Charlie Hebdo, la dovremmo togliere pure a numerosi politici, membri delle classi dirigenti, pseudo-giornalisti, eccetera. Tuttavia, a tal proposito, ripenso a quella nota affermazione di Voltaire sul difendere a tutti i costi la libertà di dire ciò che si vuole, e a come ciò significhi pure che, se certa gente non fosse libera di parlare, noi non sapremmo mai a quale livello di ignoranza, rozzezza e idiozia può cadere…
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Se l’editoria nazionale è nelle mani di personaggi infantili e sboroni…
No, dai… fino a che livello di ridicolaggine vogliamo arrivare?
Sì, insomma, intendo dire… la questione “Salone del Libro a Torino o a Milano”. È da pochi giorni che s’è scatenata e già è roba da restare basiti. Letteralmente basiti.
Lo anticipavo giusto nel mio precedente articolo su Cultora e qui sul blog (ma articolando la riflessione in modo – diciamo – più diplomatico e analitico) cosa mi pareva stesse uscendo da questa improvvisa querelle. Solo che al solito, la realtà dei fatti ha superato rapidamente ogni speculazione e, intendo dire, verso il basso: il tutto sta già assumendo contorni ridicoli, se non proprio grotteschi ovvero assai irritanti.
Che l’editoria non fosse ormai più, e da parecchio tempo, un’eccellenza nazionale, sotto diversi punti di vista (o sotto tutti i punti di vista?) lo avevamo capito. Ma qui siamo veramente caduti nei consueti e inguaribili vizi italioti, siamo ai soliti campaniletti che si fanno credere possenti ma sono in realtà fatti di inconsistente argilla i quali ombreggiano altrettanto soliti orticelli che ci dicono grandi e rigogliosi e invece sono piccoli, piccolissimi, e assai poveri di buone colture. In essi ormai non si odono che voci boriose, sbraiti sguaiati, capricci infantili, piagnistei, accuse e contro accuse e (scusate) gli “io-ce-l’ho-più-grosso-di-te” (ehm… lo spazio per allestire il Salone, diciamo…) con i contrapposti “no-io-di-più” eccetera, eccetera, eccetera. Dietro a tutto ciò, non è difficile immaginare chissà quali giochi di potere più o meno politici, accordi sottobanco, tornaconti più o meno leciti, lotte intestine per poltrone e scranni vari e quant’altro di – appunto – così tipico, così solito, così tradizionale nelle cose istituzionali (o similmente tali) di questo nostro paese.
Sia chiaro: non sto affatto difendendo Torino ovvero propugnando Milano o viceversa. Anzi, tutt’altro. Semmai, molto più semplicemente ma pure più concretamente, mi faccio domande del tipo: beh, signori voi tutti, ma dove vogliamo andare? Quanto ancora più di adesso volete affossare (e chissà che non sia la botta definitiva) il mercato dei libri in Italia? Perché è lampante fin d’ora, la sorte: di questo passo tale manfrina sabaudo-meneghina, con tutto ciò che vi sta dietro, finirà per danneggiare una volta di più il libro e la lettura, nel nostro paese: un paese nel quale si è reso palese che un Salone del Libro è fin troppo (che sia per colpe sue – e ce ne sono a iosa – o per l’ormai appurata scarsa propensione dell’italiano medio verso la lettura – adeguatamente coltivata da una strategia istituzionale mirata ed efficiente), figuriamoci dunque due, che per di più si da(ra)nno battaglia togliendosi reciprocamente quel poco di aria che potrebbero respirare per sopravvivere!
No, mi spiace: il mondo del libro e della lettura, in Italia, messo com’è nelle mani di siffatti personaggi tanto infantili e sboroni ai quali mi pare evidente che della letteratura – quella vera, quella che fa autentica cultura – interessa sempre meno, non può andare da nessuna parte. Ergo rassegniamoci a contare gli anni, augurandoci non siano mesi, che mancano al suo funerale, oppure si cambi completamente rotta – e nuovamente, nel mio precedente articolo, qualche indicazione a mio parere buona l’ho data, ovviamente senza alcuna pretesa di ragione. Ma con la speranza che per i libri e la lettura, in Italia, un futuro migliore sia ancora possibile.
Che la speranza è l’ultima a morire, si dice, no? – dunque almeno questa, lasciatecela.
Il “Mein Kampf” nelle edicole e noi “ingenui tredicenni” alla guida di un TIR
Il caso recente del Mein Kampf dato in omaggio al quotidiano Il Giornale ripropone per l’ennesima volta la questione della liceità di conoscenza e diffusione di libri portatori di messaggi malvagi e criminali preso il grande pubblico – e non serve dire che proprio il testo di Adolf Hitler rappresenti probabilmente, di questi libri maledetti, il caso più emblematico. Ne disquisisco qui solo ora nella speranza che gli sproloquiatori da competizione, così attivi in queste circostanze, se ne siano ormai andati altrove a berciare sguaiatamente come loro solito.
Bene: sulla questione, la prima cosa che mi viene in mente è una domanda: affidereste voi alle capacità – diciamo – di un tredicenne la guida di un TIR, facendogli tutt’al più prima leggere un agile libretto d’istruzioni?
Ora vi spiego tale (all’apparenza) bizzarra domanda. Formalmente, io credo da sempre che nessun libro, persino quello dai contenuti più terrificanti, possa e debba essere proibito. Ciò per due semplici motivi: primo, perché quei contenuti così tremendi innanzi tutto sanciscono la natura – intellettuale, culturale, umana, morale, etica – di chi ne è l’autore; secondo motivo, complementare al primo, perché chiunque ha il diritto di conoscere chi ha scritto cosa e perché, nonché di meditarci sopra previa fornitura dei più consoni strumenti critici – ove chi ne fruisca non li possieda già per propria preparazione culturale personale.
Posto ciò, sorge dunque una domanda ulteriore: i lettori de Il Giornale (e non solo loro, poi) possiedono una tale preparazione? Ovvero: la redazione, insieme al libro in questione, fornisce loro i più consoni strumenti critici al fine di poter comprendere senza alcun equivoco il valore e la portata di ciò che leggeranno, per poi poterci riflettere sopra nel modo meno superficiale e più articolato possibile?
Io non ho visto né conosciuto direttamente l’operazione messa in atto dal quotidiano milanese, tuttavia, leggendo commenti del tutto autorevoli e indipendenti nonché per una inevitabile considerazione “storica” della fonte di tale operazione, mi permetto di formulare seri dubbi su che ciò sia avvenuto. Ho invece letto l’editoriale del direttore de Il Giornale, e l’ho trovato “scolastico” (ma da scuola media, intendo, non di più!) e piuttosto superficiale, debolmente abbarbicato alle solite frasi del tipo “Studiare il male per evitare che ritorni” che ci si aspetterebbe, in situazioni del genere, più di quanto ci si potrebbe aspettare una sensazione di bagnato toccando dell’acqua, e all’autorevolezza del professor Francesco Perfetti, una delle massime autorità nel campo della storia contemporanea, che firma la parte critica dell’edizione. Autorevolezza riconoscibilissima, sono io il primo a sostenerla, a patto di non considerare troppo gli evidenti legami tra il professor Perfetti e un certo intellettualismo di destra – leciti, sia chiaro, ma date le circostanze forse non così convenienti: non ci fossero, quell’autorevolezza sarebbe senza dubbio maggiore e ancor più da riconoscere.
Un’altra domanda ancora: l’operazione in questione, al di là del libro in sé e dei suoi contenuti, lede o rischia di ledere la memoria storia, il rispetto e l’onore di chicchessia abbia subito, direttamente o meno, le conseguenze della pubblicazione originaria del libro in questione? A giudicare dalle reazioni della comunità ebraica italiana, parrebbe di sì. Anche in tal caso si poteva – e doveva – aspettare una reazione più o meno critica da parte degli ebrei italiani. Era inevitabile? Forse, pur solo per partito preso – o forse no, sarebbe stato meglio evitarla in ogni modo, magari con una adeguata concertazione della pubblicazione con la stessa comunità.
Ecco. A questo punto, torno a quella mia affermazione là sopra: di fronte a opere come il Mein Kampf, e a tutto ciò che portano appresso in senso storico, ideologico, morale, filosofico nonché (inesorabilmente) politico, noi tutti siamo e resteremo sempre come tredicenni – salvo rarissime eccezioni. Una tale opera ingombrante come il più grosso dei TIR (mi si perdoni tale metafora così rozza, ma vuole essere a fin di bene, sia chiaro), nelle mani di chi non possieda i più consoni strumenti culturali per la sua comprensione e meditazione ovvero che di essi non venga fornito – e in maniera assolutamente completa – finirà sempre per essere un’arma assai pericolosa, per chi la “guida” e per chiunque si trovi sulla sua strada.
Per come è stata impostata, la pubblicazione del Mein Kampf da parte de Il Giornale – a prescindere da eventuali volontà di marketing sensazionalistico di pessimo gusto che, quantunque segnalate da tanti, ora qui non prendo in considerazione – mi suona molto come un TIR, per di più carico di sostanze infiammabili o esplosive, potenzialmente dato in mano a tanti tredicenni. E, ribadisco nuovamente, noi tutti lo siamo, come bambini cresciuti ingenui e parecchio sprovveduti a fronte di cose tanto grandi e terribili: chi anche senza preparazione culturale abbia la capacità di capire cosa ha tra le mani e, a maggior ragione, chi no.
Ma, posto tutto quanto sopra, ciò non significa che i TIR non possano circolare, se ben guidati e su strade ad essi consone! Personalmente non sarò mai contrario alla conoscenza di opere pur così “maledette” come il Mein Kampf: la necessità di un’analisi critica di tali immani tragedie ovvero del dover fare i conti con la storia, come si dice in tali casi, al fine di chiudere veramente e definitivamente quel capitolo consegnandolo al passato e alla pubblica memoria (dunque senza alcuna “nostalgia”, di nessuno e in nessun modo) non viene mai meno. Altrove – vedi Germania – questo è stato fatto, in maniera considerabilmente compiuta. Qui, a quanto Il Giornale ci dimostra, nel bene e nel male, forse non ne siamo ancora capaci. E forse mai lo saremo.
P.S.: ah, per la cronaca… Lo lessi tempo fa, il Mein Kampf, e mi parve un testo parecchio stupido, nonostante tutta la sua tragicità.
Lunga vita allo Strega! (Il liquore, s’intende, più che il premio.)
Non servirebbe nemmeno rimarcarlo, quanto consenso sappia raccogliere attorno a sé lo Strega. D’altro canto è inevitabile, tutto questo apprezzamento: l’ormai lunga e acclamata storia, il prestigio del suo nome, la riconosciuta qualità, e quell’inconfondibile colore giallo dovuto allo zafferano, una delle settanta erbe che lo compone… Sì, lo Strega! – il liquore! Che avevate capito?
Il premio letterario? Ah, no, quello, bisogna ammetterlo, di apprezzamenti ne raccoglie molti meno, anzi… quest’anno, a due mesi scarsi dalla proclamazione del vincitore (che avverrà il prossimo 8 luglio), pare pure che le voci contrarie siano aumentate esponenzialmente, e voci di tono importante: senza contare Adelphi, che allo Strega non ci partecipa da anni, prima ci si è messa Feltrinelli e poi Einaudi ad annunciare, per l’edizione di quest’anno, di non far parte del gruppo – peraltro con accenti piuttosto polemici soprattutto da parte di Feltrinelli, il cui direttore editoriale Gianluca Foglia ha dichiarato che “Lo Strega ha bisogno di un profondo processo di rinnovamento. (…) I grandi gruppi editoriali hanno una capacità di coinvolgimento e relazione con i giurati e questo li favorisce. Tra i giurati ci sono autori e compagni di strada degli editori. Finché rimane così è difficile prenderne parte”. Dichiarazioni che – mi sia concesso di osservare – avrebbero un po’ più senso se provenienti da un piccolo editore, ma sentire il dar contro ai grandi gruppi editoriali da parte del direttore editoriale di uno di essi, perdonatemi, è cosa non poco buffa.
Appunto, a proposito di piccoli editori: in gran pompa magna l’organizzazione del premio aveva annunciato, lo scorso anno che “Il premio Strega cambia e si apre alla piccola editoria. Stando alle nuove regole del premio di narrativa, deve esserci almeno un libro di un editore medio o piccolo nella cinquina finale.” A parte che questa è in buona sostanza una indiretta ammissione di colpa – dacché equivale a dire: ok, fino allo scorso anno dei piccoli editori non ce ne fregava nulla, da quest’anno magari un po’ sì – con un po’ meno pompa magna la stessa organizzazione precisava che “di ciascuna delle 12 opere selezionate dal comitato, gli editori devono mandare 500 copie gratuite”. C-i-n-q-u-e-c-e-n-t-o copie. G-r-a-t-u-i-t-e. Una tiratura che buona parte dei libri pubblicati dai piccoli editori nemmeno raggiunge – e non per scarsa qualità degli stessi, ma per mancanza di promozione generante mancanza di mercato ovvero di equilibrio commerciale nel mercato stesso, totalmente squilibrato a favore dei grandi editori. Non commento io, riporto i commenti di alcuni editori a tale “rivoluzionaria” apertura ai piccoli editori: “Cifra folle!” (MdS ed.), “Assolutamente ingiusta!” (Linee Infinite ed.), “Ridicola!” (Apeggio Libero ed.), “Proibitiva!” (Brigantia ed.), “Fuori dal mondo!” (Nero Press ed.), “Assurda!” (Passigli ed.), e gran finale, “E’ come essere invitati a un party solo se si indossa uno smoking da 3000 euro, chi non se lo può permettere resta a casa. Il party se lo facciano tra loro!” (Gianluca Ferrara, direttore editoriale Dissensi Edizioni). Ecco.
Si vada poi a vedere la lista dei pre-finalisti dell’edizione di quest’anno, del premio, e si noti quanto trabocchi – ma proprio tanto, eh! – di libri di piccoli o medi editori. Ariecco!
Ma poi, alla fine, serve partecipare allo Strega per un piccolo/medio editore? Sì. Cioè, no. Insomma… boh! Emanuele Tirelli, su Pagina99, ha raccolto le opinioni e le esperienze di alcuni di essi in un articolo significativamente intitolato L’incerto business model del premio Strega: opinioni ed esperienze incerte, appunto. Si va dalla soddisfatta Neo Edizioni (“La ricaduta è stata molto importante. L’attenzione nei nostri confronti è aumentata e il titolo – (XXI Secolo di Paolo Zardi, n.d.s.) – continua a vendere” dice il direttore Angelo Biasella) alla più dubbiosa Manni (“Credo che la visibilità dello Strega sia stata decisiva, ma non è tale da cambiare completamente le sorti di un volume. Di sicuro è stata determinante per l’attenzione delle librerie, ma poi c’è tutto il discorso delle rese. Abbiamo alzato la tiratura rispetto ai nostri standard perché sapevamo che distributori e librai l’avrebbero chiesto dopo la selezione, ma se torna indietro l’invenduto si tratta di soldi investiti a vuoto. La regola di portare almeno un editore piccolo o medio in cinquina è un bel passo avanti, ma chi sa di non poter sostenere certe spese evita proprio di andare incontro alla candidatura” sostiene Angela Manni, che ha presentato lo scorso anno Se mi cerchi non ci sono di Marina Mizzau). Appunto: è cosa logica ed equa che le spese per partecipare ad un premio che possa aiutare anche – anzi, soprattutto, in potenza – la piccola editoria, siano troppo alte per la stessa, a fronte poi di un risultato (in termini di ritorno di immagine e di vendite) non garantito?
Inoltre: basta andare sul web e girovagare per i vari social intercettando i post pubblicati nelle scorse settimane sullo Strega (sempre il Premio, sì) relativi ai vari annunci dei libri selezionati e leggere i numerosi commenti critici degli utenti per rendersi conto che, anche nel pubblico (potenziale per i libri in gara, ovviamente) e con diffusione statistica significativa, l’apprezzamento per il Premio pare piuttosto bassa (sono abbastanza eufemistico, eh!) e le dichiarazioni di “non acquisto politico” del libro vincitore o di quelli finalisti abbondando. Ciò mi pare in fondo una ricaduta in ambito popolare di quanto similmente hanno dichiarato in passato voci ben più autorevoli del panorama letterario nazionale. Ne cito solo un paio: Umberto Eco (che il Premio l’ha vinto, peraltro: nel 1981 con Il nome della rosa) dichiarò che “il premio rischia di morire per mancanza di competizione”, e Aldo Busi (che invece lo Strega non l’ha mai vinto e, anzi, nel 2013, venne “buttato fuori” dalla finale abbastanza in malo modo) che, da solito par suo, sentenziò cose del tipo: “Il Premio Strega? Mi ricorda tanto l’Isola dei Famosi… Quando ero tra i concorrenti, tutti ne parlavano. Poi sono tornato in Italia, e quel reality è sparito…” e ancora: “Non c’è un solo titolo che sia di per sé invitante, mi sembrano fogli morti standard per figli nati vecchi e rimasti infantili, quindi non ci sarà che l’imbarazzo della scelta: ovunque il premio cadrà, cadrà a fagiolo e sul sicuro, anzi, proprio sul manico del premio.”
E dunque, che dire, in conclusione? Beh, mi viene da tornare all’incipit di questo articolo, e alla fine ricordare che, sia quel che sia, lo Strega è e resterà senza dubbio tra i più famosi liquori italiani, unico e inconfondibile per il suo sapore grazie all’esclusivo uso di ingredienti naturali ovvero alle circa 70 erbe e spezie selezionate da tutto il mondo e caratterizzate ciascuna da particolari proprietà organolettiche, tra le quali si possono citare la cannella di Ceylon, l’Iride Fiorentino, il ginepro dell’Appennino italiano, la menta del Sannio, oltre al citato prezioso zafferano aggiunto al distillato di erbe per conferirgli il suo caratteristico colore giallo.
Insomma: lunga vita allo Strega – ma più al liquore, che al Premio!
Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 9a puntata della stagione 2015/2016 di RADIO THULE!
Questa sera, 8 febbraio duemila16, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #9 dell’anno XII di RADIO THULE intitolata: “Rivalutare Lombroso! Il pensiero e la potenziale eredità contemporanea di Cesare Lombroso, uno dei più controversi scienziati di sempre”, ovvero: viene spesso da dire, sarcasticamente e soprattutto commentando le “opere” di certi opinabili personaggi pubblici, che basta guardarli in faccia per capire chi siano. Beh, oltre un secolo fa ci fu uno scienziato italiano, sconosciuto a tanti, che cercò di rendere scientifiche quelle considerazioni: Cesare Lombroso, il fondatore dell’antropologia criminale. Una scienza per molti aspetti controversa e sovente distorta nelle sue teorie, eppure ancora oggi assolutamente significativa – anzi, forse proprio in questi recenti anni più efficace ed emblematica di quando venne elaborata, e che potrebbe farci capire molte cose del mondo in cui viviamo.
Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!