Alice ricomincia il suo viaggio: appuntamento a Chiari, domenica 6 novembre, ore 16.30!

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Alice riprende il suo viaggio!
Domenica 6 novembre, nell’ambito della 14a edizione della Rassegna della Microeditoria Italiana di Chiari – uno degli appuntamenti più importanti in ambito nazionale per il settore editoriale indipendente – alle ore 16.30 presso la “Sala del Conte” di Villa Mazzotti, storica sede dell’evento, presenterò Alice, la voce di chi non ha voce, il mio saggio sulla storia e la rivoluzione di Radio Alice, l’emittente «più libera e innovatrice di sempre» della quale, nel periodo compreso tra il febbraio 2016 e il marzo 2017, si celebra il quarantennale.
Alice, la voce di chi non ha voce, edito da Sensoinverso Edizioni, è un libro che vi racconta con dovizia di particolari la storia, l’avventura, l’entusiasmo, l’energia creativa, l’utopia e la rivoluzione della radio in modo altrettanto creativo e rivoluzionario (se così posso dire, e capirete perché lo dico leggendo il libro) oltre che, mi auguro, estremamente interessante, grazie anche a testimonianze inedite (tra cui quella di Valerio Minnella, uno dei “padri” della radio) e a un corredo fotografico ricco e alquanto rappresentativo di quel periodo così intenso e ribollente, nel bene e nel male. Un libro da non perdere, insomma, anche per capire meglio la storia recente d’Italia e, in fondo, di noi stessi che ne formiamo l’attuale società civile.

La Rassegna della Microeditoria Italiana è un weekend di cultura a tutto tondo e un’immersione nel fascino liberty di Villa Mazzotti Biancinelli, a Chiari. Anche l’edizione di quest’anno prenderà le mosse dalla produzione dei piccoli e medi editori italiani per creare dibattito con grandi nomi della cultura nazionale e presentazioni di libri intervallati da appuntamenti artistici e musicali. Il mix perfetto per un weekend d’autunno all’insegna della cultura e dell’arte, ma anche dello svago e dell’intrattenimento!
Curata dall’Associazione Culturale l’Impronta, in collaborazione con il Comune di Chiari e il patrocinio della Provincia di Brescia, della Regione Lombardia e della Consigliera provinciale di Parita’, la manifestazione ha luogo ogni Novembre a Chiari, in provincia di Brescia, presso la bellissima cornice di Villa Mazzotti. Le migliaia di visitatori delle passate edizioni testimoniano il successo crescente di un evento che, di anno in anno, incuriosisce sempre di più il pubblico grazie alle proposte particolari, raffinate e di nicchia, che vengono offerte durante la tre giorni.

Cliccate sull’immagine in testa al post per conoscere ogni cosa su Alice, la voce di chi non ha voce, oppure cliccate qui per visitare il sito web della Rassegna della Microeditoria con tutte le informazioni utili sull’evento.
Vi aspetto con Alice, dunque, domenica 6 novembre alle 16.30 a Chiari!

Il Nobel a Bob Dylan? Perché no?

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P.S. (Pre Scriptum): in queste ore pare che la consegna del Nobel a Bob Dylan da parte dell’Accademia di Svezia stia conoscendo qualche problema… In ogni caso, tenete conto che l’articolo che state per leggere è stato scritto venerdì 14 ottobre, e in fondo i problemi di cui sopra non ne inficiano il senso e la sostanza.

Personalmente, non vedo che cosa ci sia di tanto male nell’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura 2016 a Robert Allen Zimmerman, alias Bob Dylan, e dico ciò da grande appassionato di musica e di poesia che non ha mai saputo apprezzare la poetica del cantautore statunitense. Ergo, accetto ma non comprendo tutta ‘sta alzata di scudi da parte degli “scrittori” che, a dirla tutta, mi pare tanto una di quelle difese di parte degli appartenenti ad una casta che vedano minacciato il proprio potere da parte di imprevisti e inopinati “invasori”.
Alessandro Baricco, ad esempio, afferma qui che “Per quanto mi sforzi, non riesco a capire che cosa c’entri con la letteratura”: riflessione comprensibile, di primo acchito, che tuttavia in me viene rapidamente sovrapposta da quella per la quale non capisco cosa c’entrino molti “scrittori” contemporanei, ovvero titolati come tali, con la letteratura. Pensiero che trova una sponda in Alessandro Carrera (apprezzato esegeta dell’opera di Dylan) che su Doppiozero scrive, al proposito: “I vari scrittori, italiani e non, i quali hanno strillato che Dylan non fa parte della letteratura, dovrebbero chiedersi prima di tutto se ne fanno parte loro, perché pubblicare un libro, o anche molti libri, significa essere dei lavoranti della scrittura, il che va bene, ma non significa per forza far parte di ciò che la letteratura decide di essere giorno per giorno.
D’altro canto già Tullio De Mauro pare aver risposto a modo suo a Baricco, nello stesso articolo, sostenendo che “È giusto allargare i confini del Nobel dalla letteratura accademica, patinata, nobile a quella non meno nobile ma di grande circolazione e popolarità in tutti i sensi della parola.” In verità credo che il Nobel abbia già compiuto più volte, in passato, questa operazione di riconoscimento dell’espressività letteraria (o di natura analoga) “meno nobile” e più popolana – nel senso maggiormente positivo del termine: basta scorrere l’elenco dei vincitori del Premio per rendersene conto, e a ben vedere lo stesso conferimento all’appena defunto Dario Fo è una buona prova di ciò. Per inciso, sarà che mi trovo parecchio affine alla cultura peculiare nordeuropea la cui essenza si ritrova anche nel modus cogitandi delle istituzioni scandinave preposte alla scelta dei vincitori ma, più volte negli ultimi anni, mi sono inizialmente trovato ad avere dubbi su alcuni di essi, salvo poi ricredermi nell’andare a fondo delle giustificazioni alla base dei conferimenti, che ovviamente vanno ben al di là delle tre-parole-tre delle motivazioni ufficiali e che vengono regolarmente pubblicate (e discusse) da molti media in giro per il mondo eccetto che qui in Italia – paese sempre così capace in qualsiasi cosa, invece, a ragionar di pancia per far che il cervello non si usuri troppo sì da (posso ipotizzare) conservare il celeberrimo “genio italico”, con la conseguenza che lo stesso venga inesorabilmente sepolto dalla più polverosa ignavia intellettuale, rendendo invisibile il suddetto “genio”!
In ogni caso, polemismi nostrani a parte: quanto asserito da De Mauro pare anche, indirettamente, fare da contraltare a ciò che invece è dichiarato al proposito da Francesco Giubilei, Editore di Cultora e Direttore Editoriale presso Historica Edizioni e Giubilei Regnani Editore: “L’assegnazione del Premio Nobel a Bob Dylan conferma il complesso di inferiorità culturale che vive la letteratura nella nostra epoca, si premia un musicista e non uno scrittore continuando a preferire l’intrattenimento piuttosto che il valore dei libri e della produzione letteraria di un autore. Di questo passo la letteratura è destinata all’estinzione.
Io invece, per quanto tema l’avverarsi della stessa sorte finale per il mondo dei libri paventata da Giubilei, vedo nel Nobel a Dylan qualcosa di sostanzialmente opposto, ovvero la forza della letteratura capace di inglobare in sé, nel suo grande alveo storico, artistico e culturale, anche espressività apparentemente diverse ma capaci ben più di tante opere classicamente letterarie di comunicare, appunto, qualcosa di ben articolato, determinato e originale a chi ne fruisce. Non penso che la letteratura sia destinata all’estinzione in forza del riconoscimento dell’opera di autori ad essa assimilati di riconosciuta capacità narrativa, per di più certamente di matrice artistica, come Dylan o altri del genere – e non credo ce ne siano tanti in circolazione, dicendolo (ribadisco) da uno che Dylan non lo ascolta e non lo legge dacché preferisce altro; semmai la letteratura li sta covando in sé, o appena accanto a sé, pericoli di estinzione ben più seri, ahinoi, e temo che il panorama letterario italiano sia assolutamente e drammaticamente emblematico in ciò. Ugualmente poi, con De Mauro, non trovo così blasfemo che il Nobel per la Letteratura vada alla ricerca di quelle espressività diverse e/o alternative al tradizionale libro scritto tuttavia tanto capaci di parlare, narrare, raccontare, rappresentare una storia. Credo anche che questa debba essere una prerogativa necessaria della letteratura, peraltro una di quelle che la rende arte nobilissima e insieme accessibile forse più d’ogni altra per come possa elevare a vertici artistici assoluti quanto di più primigenio possieda l’uomo, per costruire la propria identità: il racconto – di sé, della vita, della realtà, di fantasia eccetera.
Per certi versi mi sembra un situazione analoga a quella vissuta nell’ambito artistico visuale dalla fotografia, per lungo tempo denigrata dall’establishment artistico dacché considerata figlia di un dio minore – anzi, peggio, roba da derelitti indegni d’essere accettati nel club degli artisti veri e oggi invece non solo totalmente ammessa ed anzi celebrata con tutti gli onori, ma in certi casi divenuta persino disciplina espressiva di riferimento per buona parte del mondo artistico contemporaneo. Ciò non significa che abbia più valore – culturale, intendo dire – uno scatto fotografico da una tela di Lucio Fontana, semmai significa che anche una fotografia può raggiungere facoltà espressive riconosciute come un’opera d’arte visiva classica. Idem per la questione del Nobel dato a uno strimpellatore di seicorde nemmeno troppo intonato come Dylan.
Questo è quanto, per ciò che mi riguarda. Ben venga il Nobel a Bob Dylan, dunque, ma un ultimo appunto: se tale conferimento “alternativo” del Premio porterà a una oggi inconcepibile, inopinata e degradante devianza dello stesso e dei suoi parametri per la quale, tipo tra venti o venticinque anni, daranno il Nobel a Jovanotti oppure a Ligabue, giuro che dichiarerò guerra alla Svezia e ne farò terra bruciata. Ecco.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Renato Ranaldi (a cura di), “Marcel Duchamp. Un genio perdigiorno”

cop_duchampDi “rivoluzionari” la storia della civiltà umana è piena: personaggi che, nel bene o nel male, più o meno consapevolmente, hanno deciso di andare contro le regole e le convenzioni del momento per determinarne delle nuove ovvero per eliminarle del tutto. Alcuni di essi sono poi stati definiti “eroi”, altri hanno combinato dei danni tremendi – e le due cose non sono affatto distinte, di frequente. Di autentiche rivoluzioni, invece, la storia dell’umanità ne conta molte meno: episodi che veramente hanno cambiato il corso delle cose, il punto di vista, la conoscenza, la cognizione della realtà, l’essenza delle sue verità.
Marchel Duchamp, nell’arte moderna e contemporanea (ma non solo, in effetti), non è stato soltanto un rivoluzionario (o forse, se così si può dire, non lo è stato affatto), semmai è stato colui che ha ribaltato totalmente l’espressione artistica, l’ha sovvertita nelle sue basi fondamentali, l’ha rivoluzionata nel senso più letterale e al contempo più pieno del termine. E lo ha fatto nel modo meno “rivoluzionario” possibile (appunto): non con azioni eclatanti e sconvolgenti, piuttosto ricercando il modo di essere artista e generare senso artistico senza creare arte – prendetela, questa, come una personale definizione molto sbrigativa ma già significativa dei suoi ready made, ecco. Una rivoluzione basata sulla pigrizia: dunque la modalità più lontana possibile dal senso stesso di quel termine, “rivoluzione”, come ribadisco.
Sia chiaro: la “pigrizia” di Duchamp è stata in realtà il riflesso esteriore della frenetica iperattività interiore, anzi intellettuale, di quello che da più parti è definito uno dei più grandi geni del XX secolo, e tale evidenza è dimostrata dalla gran messe di libri che riferiscono del personaggio, del suo lavoro e della sua rivoluzione culturale, che rende Duchamp una nozione fondamentale per chiunque si voglia definire cultore di arte contemporanea. Tuttavia il personaggio è così grande che di narrazioni al proposito se ne possono fare (e se ne potranno fare in futuro) ancora molte: a tal proposito Marcel Duchamp. Un genio perdigiorno è quella curata da Renato Ranaldi (Edizioni Clichy, Firenze 2014) per la collana “Sorbonne” dell’editore fiorentino, nella quale vita, opere e idee di grandi personaggi del Novecento vengono relazionate a narratori contemporanei di varia natura ma sempre connessa a quella del personaggio narrato – in questo caso l’artista Duchamp raccontato dall’artista Ranaldi…

portrait_duchamp_20140916163736_20140916163758(Leggete la recensione completa di Marcel Duchamp. Un genio perdigiorno cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Mark Twain, “Il diario di Adamo ed Eva”

twain-diario-copPer ben poche altre realtà letterarie del mondo e della storia si può affermare con simile sicurezza che un autore sia fondamentale per ogni altra opera scritta ad egli successiva come per la letteratura americana con Mark Twain. È quasi una banalità affermarlo, in effetti, ma quanto meno a mitigare tale ovvietà arriva in soccorso un altro pilastro letterario come Ernest Hemingway, il quale a sua volta affermò che «Tutta la letteratura americana moderna deriva da un unico libro di Mark Twain intitolato Huckleberry Finn», ovvero il riconosciuto capolavoro dello scrittore ex pilota di battelli sul Mississippi – da cui Samuel Langhorne Clemens derivò lo pseudonimo che lo ha reso immortale.
Altra banalità, ora – d’altronde vien facile formularle, con Twain: i pilastri della letteratura di tutti i tempi si riconoscono anche dal fatto che non solo le loro più famose e celebrate opere sono dei capolavori, ma pure gli scritti minori in un modo o nell’altro lo sono, o quanto meno sanno dimostrare anche in poche righe come il loro talento e l’ispirazione non fosse dovuta a fortunate coincidenze o a congiunzioni astrali favorevoli ma, per così dire, a peculiarità genetica costantemente attiva.
Il diario di Adamo ed Eva (Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo, 1° ed.1999, a cura di Giovanni Sordini, prefazione di Carla Muschio) è un’ottima prova di quanto ho appena scritto. Opera certamente minore nella produzione dello scrittore americano, probabilmente non fondamentale per poter dire di conoscerlo in modo adeguato eppure, nelle sue sole 60 pagine, perfettamente in grado di…

twain(Leggete la recensione completa di Il Diario di Adamo ed Eva cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Radio Alice: il web, i social, l’open source – ma 40 anni fa!

(Quella che potete leggere qui sotto è la trascrizione di una delle tante presentazioni di “Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre”, tenute dallo scrivente nelle scorse settimane un po’ ovunque sul globo terracqueo.
Beh… quasi ovunque, ecco.
Per saperne di più sul libro, cliccate sulle immagini in testa e in coda all’articolo…)

Copertine_Radio-AliceVorrei prendere le mosse, per la mia personale narrazione del lavoro effettuato per creare questo libro – anzi, per raccontarvi della genesi e della sostanza del mio rapporto con Radio Alice – da una domanda che posi a Valerio quando, lo scorso gennaio, mi recai a casa sua per la chiacchierata che poi trovate anche nel libro. Una domanda che io feci a lui e che lui subito ha rifatto a me, che poi ha posto ai lettori di Giap, il blog di Wu Ming, e che trovo comunque inevitabilmente fondamentale sotto tutti i punti di vista – ancor più per me, che su Radio Alice ho appunto scritto un libro: “Cosa resta oggi, dopo 40 anni, di Radio Alice?”

Io, quando Alice nacque, avevo 5 anni, sono nato nel 1971. E sono nato in un piccolo paese di provincia, vicino a Lecco, quindi non ho certo vissuto, nemmeno dal racconto dei miei compaesani, il contesto sociale, politico, culturale, ideologico di quegli anni così come invece l’hanno certamente vissuto quelli che abitavano nelle grandi città e nei centri lungo l’Italia intera nelle cui piazze si attuava la contrapposizione, sovente violenta, tra operai, studenti, autonomi e quanti altri con le forze dello stato, che fossero dell’ordine, istituzionali, eccetera.

Quando l’editore mi ha proposto di scrivere questo libro – oltre che perché spero apprezzi il mio modo di scrivere – fondamentalmente credo l’abbia fatto sapendo che io faccio radio da più di 25 anni, in una piccola emittente che trasmette nelle provincie di Lecco e Bergamo la quale, peraltro, anch’essa è nata nella sua prima forma trasmittente verso la fine del 1976. Come molti, conoscevo Radio Alice di nome ma ben poco nei fatti, nel senso che avevo solo una vaga idea che avesse fatto qualcosa di importante, e che il suo nome contasse molto nella storia della radiofonia libera italiana, ma non molto più di questo. Ho cominciato dunque a interessarmi alla storia della radio e, inesorabilmente nonché ingenuamente, appunto, ho scoperto un universo… che ho esplorato e che, dopo qualche giorno, mi ha fatto dire, tra me e me: con tutta ‘sta roba che è già stata scritta ove si può trovare di tutto e di più, cos’altro posso scrivere, io? E vi confesso che, per qualche attimo, ho pensato di rinunciare, di chiamare l’editore e dirgli: «Senti, ma hai provato a vedere quanta roba c’è, su Radio Alice? Qui c’è il rischio di scrivere cose già scritte!»

Ma non ho smesso di leggere, e dunque di penetrare sempre più a fondo nella storia della radio e, ancor più, nello spirito originario di essa. E ho cominciato a capire che un’esperienza come quella di Alice non è affatto durata per quei soli 13 mesi di vita, anzi: quella di Alice fin da subito si è prefigurata come un’esperienza assolutamente e profondamente culturale, ovvero generatrice di cultura di diversa matrice, anche perché a sua volta nata da una culla del tutto culturale. Certo, tutto è cultura: la politica, le ideologie filosofiche, la sociologia così come la musica, la poesia, creatività, e pure i bisogni quotidiani della gente comune… Appunto, insomma: una storia come quella di Radio Alice, anche a 40 anni di distanza dalla sua realtà temporale, tutt’oggi genera elementi ed esperienze culturali.

Da qui ho cominciato a lavorare, per la stesura del libro, e da qui ha preso forma sempre più complessa e definita il mio personale rapporto con Alice, cercando ed elaborando risposte molteplici a quella domanda, “Cosa resta oggi, dopo 40 anni, di Radio Alice?”, che ho poi posto a Valerio.

Volantino-2Innanzi tutto, dopo 40 anni resta che Alice non è affatto “morta”, non è affatto finita con l’irruzione violenta della sera del 12 marzo 1977. Come più volte mi ha sottolineato Valerio, Alice è una creatura che ha saputo quasi da subito dotarsi di vita propria: una vita che ora non contempla più una voce ma che esiste, sussiste nel tempo, è ancora identificabile ovvero la si più ancora incontrare e comprendere che da un tale incontro vi si possono ricavare tantissime cose. Per tale motivo mi è venuto in mente di scrivere il testo del libro “rivoluzionando” a mia volta la linea temporale, ovvero partendo dalla fine – dall’intervista di Ciro Lomastro, che in qualche modo dal suo punto di vista di rappresentante dello stato contro Alice, chiude la vicenda (seppur in modo assolutamente confutabile, come ben sa Valerio) – e ponendo in ultimo, nella narrazione dei fatti, la nascita della radio. Questo perché ho voluto, per così dire, togliere subito di mezzo la “fine” dell’avventura di Radio Alice e di contro fare in modo che le ultime cose che il lettore legge, e che dunque facilmente gli resteranno più vivide e impresse nella mente, a fine lettura, sono quelle relative alla nascita di Alice. La nascita ovvero il momento di massima vitalità, di vita piena e fremente. Ciò, appunto, anche per capire che Alice tutt’oggi è viva, e non è certo lo scorrere del tempo, e questi 4 decenni ormai passati, ad aver relegato la sua vitalità al mero ambito della memoria, del ricordo e della commemorazione. Tutt’altro.

Inoltre, quando leggerete il libro, noterete che è tutto scritto al presente, non con tempi verbali al passato, generalmente tipici dei saggi che narrano qualcosa di storico e storicizzato. Il motivo è lo stesso: mantenere viva, ovvero “presente nel presente”, per così dire, la presenza di Alice e la sua capacità di raccontare ancora oggi tantissime cose con valenza contemporanea, non legata ad un passato tanto bello quanto però, appunto, trascorso e non più considerabile. No, Alice non diffonde più la sua voce da un microfono ma parla direttamente a chiunque voglia ascoltarla: è un ascolto non più radiofonico ma culturale, come ribadisco, parte della nostra stessa cultura contemporanea e, in molti modi, assolutamente identificante – come anche la cultura deve essere per chi la coltivi per sé stesso come conoscenza e bagaglio formativo e istruttivo.

Radio-Alice-1-4Un’altra cosa che mi ha affascinato, dell’esperienza di Radio Alice, è quella che, con tutta evidenza e ancor più proprio se vista oggi, a distanza temporale ma non intellettuale, quella della radio si può benissimo identificare come una lunga performance artistica. E intendo ciò proprio col senso che si può trovare su un qualsiasi vocabolario: un’azione artistica, generalmente presentata ad un pubblico, che spesso investe aspetti di interdisciplinarità. Un’azione la cui essenza artistica venne dai ragazzi della radio definita maodadaismo, proprio rifacendosi direttamente ad uno dei movimenti artistici fondamentali del Novecento, il Dada col suo figlio maggiore, il Surrealismo. Presentata ad un pubblico – inutile spiegarlo – perché trasmessa dai microfoni di un radio. Interdisciplinare perché – anche qui credo sia inutile spiegarlo – il modo di fare radio inventato da Alice fu totalmente e liberissimamente interdisciplinare ovvero compendiante qualsiasi cosa che potesse essere trasmesso e diffuso pubblicamente dai microfoni della radio.

Poi, partendo da queste basi, le connessioni con il mondo dell’arte sono innumerevoli: non a caso ho proprio dedicato un capitolo, nel libro, a questa matrice prettamente artistica nell’esperienza di Radio Alice, capitolo intitolato Arte radiofonica maodadaista – e anche qui da intendersi come di arte interdisciplinare: dalla letteratura, con la Alice di Lewis Carroll, la poesia rivoluzionaria di Majakovskij ma anche di Lautremont, di Rimbaud, dei poeti della beat generation,   Antonin Artaud, che propugna l’idea di un’arte totale nella quale confluiscano sullo stesso piano tutte le forme di linguaggio, fondendo gesto, movimento, luce, parola – un’arte avente espressività interdisciplinare, appunto. Ma ho trovato anche, in Radio Alice, l’ispirazione di Marcel Duchamp, uno degli artisti più rivoluzionari – non a caso – del Novecento, con la sua subordinazione del messaggio artistico al mezzo, ovvero all’opera, con cui viene diffuso, il che riporta alle teorie di Baudrillard e McLuhan, dunque anche al lato critico della storia dell’arte del Novecento… eccetera eccetera eccetera.

Radio-Alice-7E l’arte, lo sapete bene, non ha tempo, non ha scadenza. Quand’essa sia di valore, e quando sa trasmettere realmente un messaggio, un proprio senso, quando sa comunicare, insomma, vive sempre, è sostanzialmente atemporale. Per questo ancora oggi, a 40 anni di distanza, l’ascolto dei nastri di Radio Alice sa fornire una immediata sensazione di freschezza, di novità, di originalità ovvero sa parlare subito, sa raccontarci da subito molto, sa accendere una forte luce su di sé che poi si riverbera tutt’intorno. Ma a differenza di molta arte pur di valore, che anche non avendo tempo vive solo rinchiusa nella prigione del museo, Alice ancora oggi se ne resta ben lontana da qualsivoglia reclusione culturale, proprio perché lei la cultura la sa ancora generare e diffondere.

Non solo: come molta produzione artistica, non è affatto fuggita dal paventato pericolo della ripetitività, così tipico dell’arte contemporanea che ancora oggi è visto come fumo degli occhi da molti critici, anzi: Alice ha fatto della ripetitività artistica, ovvero della più assoluta e totale condivisione delle sue invenzioni in tema di linguaggio e comunicazione, un punto fermo e indiscutibile. Parlando con Valerio Minnella di questa cosa, alla fine ci siamo detti che è un po’ come se Radio Alice abbia inventato pure l’open source. Nessun copyright, nessuna rivendicazione di diritti su quanto i ragazzi avessero elaborato prima di avviare le trasmissioni e durante la vita della radio, semmai l’esatto opposto: la certezza che solo la massima condivisione di ciò che stavano facendo in radio poteva dare un senso e fornire la possibilità di raggiungere uno scopo alla radio stessa. E mi viene da dire che, se uno scopo politico, ideologico o sociale sembrerebbe non essere stato raggiunto, stante la fine violenta della radio e la disgregazione del movimento autonomo che aveva eletto Alice come propria voce, appunto, in realtà quello scopo o quegli scopi sono stati assolutamente raggiunti: il fatto che io ora sia qui a parlarvi di Alice con in mano questo libro ne è la prova lampante. Ribadisco: l’arte come la cultura non hanno ne tempo e ne scadenza, anzi, in qualche modo rafforzano il proprio valore nel tempo, e lo fanno proprio quando ciò che hanno generato continua a vivere e a diffondersi, anche se la fonte trasmittente – lo dico non tanto in senso tecnico ma più concettuale – non c’è più. Ma in realtà c’è, ha solo cambiato forma.

Radio-Alice-1-2Quanto ho detto sull’invenzione dell’open source da parte di Alice mi dà modo di ricollegarmi ad un’altra buonissima risposta alla solita domanda “Cosa resta oggi, dopo 40 anni, di Radio Alice?”… Resta la forza premonitrice se non profetica della rivoluzione del linguaggio e della comunicazione messa in atto da Alice, che appunto era allora preveggente e ora è realizzata, concreta, presente. E mi riferisco a come Alice abbia saputo realizzare, anni e anni prima di quello che poi oggi è il cosiddetto web 2.0 (anche se la definizione, come mi ha spiegato bene Valerio che di queste cose se ne intende, è piuttosto impropria e fuori luogo, nel senso che oggi gli diamo), una vera e propria rete sociale, le cui connessioni non viaggiavano sui cavi della banda larga o del wifi ma attraverso le onde FM e le linee telefoniche, per le quali la radio faceva da server – sia in senso tecnico che in senso umano, come ha ben evidenziato Massimiliano Panarari su La Stampa, in un articolo scritto in occasione dei 40 anni esatti dalla prima trasmissione di Radio Alice.

Anche riguardo questi temi ho voluto concentrare l’attenzione dei lettori del libro con un capitolo intitolato Alice, la social radio. Perché veramente Alice ha funzionato come oggi funzionano i social network o, nella definizione italiana che trovo anche più significativa di quella comune anglofona, le reti sociali ovvero, perché anche in questo modo quella messa in atto da Alice è stata una vera e propria profonda rivoluzione, se non una autentica trasformazione paradigmatica che ha innovato non solo perché ha proposto qualcosa di nuovo rispetto a quanto c’era prima, ma perché ha proprio preso le carte in tavola allora e le ha gettate via, mettendone su quella tavola di totalmente nuove e diverse, per certi versi mai viste prima.

Radio-Alice-AntennaVi voglio leggere una definizione molto adatta a descrivere tale rivoluzione, che “costituisce anzitutto un approccio filosofico alla rete di relazioni che connota la dimensione sociale, della condivisione, dell’autorialità rispetto alla mera fruizione: sebbene dal punto di vista tecnologico molti strumenti utilizzati in questo approccio possano apparire invariati, è proprio la modalità di utilizzo ad aprire nuovi scenari fondati sulla compresenza dell’utente nella possibilità di fruire e di creare/modificare i contenuti.» Ecco: si parla di dimensione sociale e dunque di relative istanze, di condivisione delle informazioni, di interazione piuttosto che di mera fruizione, e di modalità per ottenere tutto ciò pur in presenza di strumenti sostanzialmente invariati – infatti la radio in quanto strumento tecnologico c’era già prima di Alice… Bene: vi sto spacciando questa come una definizione della rivoluzione del linguaggio e della comunicazione di Radio Alice. In realtà è una definizione di “web” che si può trovare giustappunto in internet. Capite ora la portata della rivoluzione di Radio Alice, la cui storia la si può descrivere tranquillamente con parole create oggi per descrivere cose d’oggi, cose contemporanee. E che invece Alice rende valide persino per un qualcosa accaduto 40 anni fa.

Eccone un’altra buona: «consiste in un qualsiasi gruppo di individui connessi da diversi legami sociali. (…) Esempi di questi soggetti sono le comunità di sostenitori di eventi, quelle unite da problematiche strettamente lavorative e di tutela sindacale del diritto nel lavoro, che permettono di materializzare, organizzare e arricchire di nuovi contatti la rete di relazioni sociali che ciascuno di noi tesse ogni giorno, facilitando la gestione dei rapporti sociali e consentendo la comunicazione e la condivisione» In cosa consiste tutto ciò? Di cosa si sta parlando? Verrebbe da rispondere di Radio Alice, senza alcun dubbio. Invece è una definizione di “social network”. Ecco: direi che ora non si possa proprio più dubitare che, a 40 anni di distanza, Radio Alice non solo sia viva e vegeta ma sia pure assolutamente narrante e con una moltitudine di argomentazioni, temi, storie, esperienze, rivelazioni, insegnamenti che veramente poche altre cose saprebbero mettere in campo.

Per finire: lo scorso gennaio, quando come vi ho detto ho incontrato Valerio per registrare la chiacchierata che poi potete leggere nel libro, e dopo che ci siamo salutato e abbiamo preso per tornarcene a casa, ho chiesto a mia moglie, che era con me, cosa ne pensasse dell’incontro e della chiacchierata. La prima cosa che mi ha detto è stata assolutamente significativa, soprattutto perché detta da una persona che non conosceva la storia di Radio Alice – un po’ come me – e non aveva ancora letto il manoscritto del libro: mi ha detto che è sempre interessante conoscere persone che hanno saputo fare la storia, e sentire i loro racconti ancora oggi così “contemporanei”, che si possono sentire ancora tanto propri e condivisibili. Ecco, a 40 anni dalla sua nascita, Radio Alice è viva e vegeta anche per chi non l’ha conosciuta se non solo oggi e anche se “non parla più”: noi che siamo qui oggi ma, spero soprattutto, questo libro è la prova evidente di ciò. E posso proprio affermare che, in questo libro, ho cercato (spero nel modo migliore possibile) non solo di narrare una storia, ma di raccontare la storia di una radio e dei suoi creatori che hanno fatto la storia.

Copertine_Radio-AliceLuca Rota
Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre.
Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2016
ISBN 9788867932214
Pag.100, € 10,00

In tutte le librerie e sul web
(Cliccate sull’immagine del libro per saperne di più!)

P.S.: tutte le immagini pubblicate in questo articolo sono tratte dal libro, al quale si rimanda per i relativi riferimenti e crediti.