Tiziano Incani, “Il castello”

Si dice spesso, e a ragione, che noi uomini contemporanei stiamo perdendo la capacità di sorprenderci. In senso generale, e ciò perché ormai tutto o quasi viene preconfezionato, prestabilito, standardizzato e adeguato a certi “metri emotivi” sostanzialmente imposti e conformi all’immaginario diffuso. Effettivamente in circolazione c’è in giro ben poco che possa definirsi spiazzante, nell’accezione letterale del termine ovvero s-piazzante, con la “s” sottrattiva: qualcosa che porta fuori dai soliti luoghi (comuni), dalla “piazza” dove tutti stanno – come indica l’etimologia originaria del termine. Poi, ovviamente, una cosa può essere “spiazzante” nel bene e parimenti nel male, ma anche nel secondo caso rappresenterebbe una rottura potenzialmente positiva, che può far capire cosa ci sia che non vada in quella cosa, evidenziandone l’irregolarità e permettendo di starne alla larga.

Ecco: Il Castello, romanzo di Tiziano Incani pubblicato da Silele Edizioni nel 2021, è un libro che potrei definire tranquillamente “spiazzante”. Sia chiaro: non sono un lettore che da un certo libro si aspetta qualcosa di particolare, se non di godere d’una bella e interessante lettura, come è ovvio, tanto più per il fatto che le mie scelte di lettura sono sempre mirate e ponderate; di contro mi torna in mente quella famosa affermazione di Gauguin, «l’arte o è plagio o è rivoluzione» la quale, fatte le debite proporzioni, rimanda un po’ a quanto scrivevo poco fa, ovvero a che pure un buon libro è tale quando riesce a sorprendere e, in qualche modo, a “spiazzare” il suo lettore, generandogli una sorta di piccola “rivoluzione”. Il castello trovo che lo sia in diversi aspetti []

[Foto di Coccodrillodelnilo, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
(Potete leggere la recensione completa de Il castello cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

“Soluzioni”

Sentivo discutere alcuni conoscenti, poco fa, intorno alla politica italiana, alla totale sfiducia che i suoi rappresentanti suscitano in modo sempre più crescente, alla necessità di eleggere “nuovi politici” quale soluzione ad una situazione del genere, e mi è tornata in mente un’affermazione di Gómez Dávila, intellettuale per certi versi (e per quanto mi riguarda) discutibile ma per altri sicuramente apprezzabile:

L’uomo non chiama soluzione la formula che risolve problemi, ma quella che li nasconde.

(Nicolás Gómez DávilaTra poche parole, a cura di Franco Volpi, traduzione di Lucio Sessa, Adelphi, Milano, 2007.)

Leggere per scrivere, e non viceversa! (Jorge Luis Borges dixit)

Vedo me stesso essenzialmente come un lettore. Mi è accaduto di avventurarmi a scrivere, ma ritengo che quello che ho letto sia molto più importante di quello che ho scritto.
(Jorge Luis Borges, tratto da Il credo di un poeta, citato in Poesia, anno XIV, maggio 2001, n.150, Crocetti Editore)

Ecco.
Ovvero, se molti “autori” – pretestuosamente “esordienti” ma anche titolati e celebrati – di prosa e ancor più di poesia non pensassero il contrario, ovvero non ritenessero di scrivere cose ben più importanti di borges2_photoquelle che leggono (o che dovrebbero leggere, e assiduamente!), a, scriverebbero opere più interessanti; b, educherebbero i lettori a leggere cose più interessanti; c, si venderebbero più libri di valore; d, il panorama letterario e il relativo orizzonte sarebbero meno foschi di quanto ora sono, e infine e, si sprecherebbe meno carta e meno inchiostro (almeno fino a che l’ebook non diverrà predominante).
O forse, se molti leggessero di più e lo facessero con cognizione di causa, ci sarebbero pure meno scrittori. Ma questa è un’altra storia. Forse.

Scrivere tanto, scrivere poco, scrivere bene… Ma prima: “come” scrivere?

Come chi segue il blog sa, da qualche tempo ho ingaggiato una riflessione su in che modo si possa raggiungere la (migliore) qualità di scrittura attraverso l’analisi della quantità: se per scrivere bene si debba scrivere tanto o scrivere poco, insomma, il che poi è una riflessione sull’uso della fantasia e della creatività, o meglio ancora sullo “spazio” da concederle nel personale processo di invenzione narrativa per fare che da esso si possa trarre il meglio letterario possibile.
Tuttavia, banale ma concreto dirlo, prima del come scrivere in senso concettuale c’è evidentemente il “come” scrivere in senso pratico, materiale, e poco tempo fa tale questione è stata analizzata da Jacopo Iacoboni su La Stampa, prendendo quale pretesto per ciò l’uscita di un libro negli USA sull’argomento, Daily Rituals: How Artists Work, scritto dal giornalista Mason Currey – libro che mi auguro possa essere pubblicato presto anche in Italia, così come lo è già in molti altre paesi.
E’ un articolo parecchio interessante, il quale in effetti ci può portare a riflettere anche sulla nostra personale materialità letteraria, che ovviamente non può non influire, poco o tanto, su ciò che scriviamo e come lo facciamo.
Ve lo propongo di seguito, mentre QUI lo potrete leggere in originale nel sito de La Stampa. Cliccando invece sulla copertina del libro di Currey, potrete visitare il sito web ad esso dedicato.

Il Corpo della Scrittura
Hemingway, Nabokov, Burroughs… La materialità dello scrivere in un imperdibile libro uscito in America

Hemingway stava sempre in piedi, ritto come il suo fucile. Haruki Murakami si sveglia alle 4 di mattina, scrive per sei ore, il pomeriggio fa dieci chilometri di corsa o 1500 metri in piscina, e va a letto alle 9 di sera. Twain si chiudeva in studio dall’alba alle cinque, e poi la sera, a cena, leggeva ad alta voce i suoi prodotti ai commensali. E meno male che era Twain: pensate identico, ossessivo rituale imposto da uno con altra penna.
C’è modo e modo di scrivere. C’è chi batte su una tastiera e chi scrive. Chi scrive male – che è comunque scrivere – e chi scrive bene. Chi crede di scrivere, un fenomeno anche questo interessante, per la psicologia. La scrittura, diceva Jacques Derrida, è l’unico caso in cui il pensiero incontra il mondo (Derrida diceva «l’esteriorità-corporeità»). Di cos’è fatta, appunto, e come, la materialità dello scrivere? Esce in questi giorni negli Stati Uniti un libro bellissimo, pura filosofia del voyeurismo, Daily Rituals: How Artists Work, di Mason Currey, un critico che per anni ha lavorato alla ricostruzione della materialità delle scritture, i luoghi, i modi, le fisse, i tic, dentro i quali l’esteriorità del mondo – la quotidianità «innanzitutto e per lo più», avrebbe detto Heidegger – entra nel processo di creazione di uno scrittore. Currey, ma anche il geniale magazine Brainpicker , ha raccolto cose note e altre un po’ meno, finendo col disegnare un quadro imperdibile della psiche d’artista.
Ray Bradbury poteva scrivere ovunque, e si vede, a patto di avere con sé una macchina da scrivere. «Se mi viene qualche idea e non la archivio, è lei che archivia me. Da ragazzo scrivevo nella mia camera da letto, o in salotto con mia madre e mio padre che parlavano con la radio accesa ad alto volume». Questa Daily-Rituals-Book-1-300pxpotenza compulsiva di fronte alla macchina trovò la sua massima realizzazione «ai tempi in cui scrivevo Fahrenheit 451. Avevo trovato un posto alla Ucla dove, con dieci cents, affittavi una macchina da scrivere per mezz’ora». A botte di mezze ore è stato partorito Guy Montag, uno dei personaggi più lunari nella storia della letteratura.
Basta che un oggetto iconico, se non un luogo o una situazione, ci guidi. Protegga la nostra capacità di essere fino in fondo noi stessi, anche nonostante – e anzi, grazie – alla mediazione e gli intralci della materia. Kerouac descrisse nel ’68 vari dei suoi rituali, «una volta accendevo una candela e scrivevo di getto tutto, finché la candela non si spegneva». Poi passò a ispirarsi con la luna piena. A un certo punto cominciò a esser ossessionato dal numero nove, e prima di scrivere faceva nove saltelli, magari chiuso in bagno, quasi a trovare un suo equilibrio mentale, «una specie di yoga». «Io scrivo a mano, su grandi fogli bianchi o gialli che odorano di scrittori americani. Tutte le mattine non più tardi delle otto», ha raccontato Susan Sontag. L’ora è importante. Il mattino ha (spesso) l’oro in bocca; a volte nel senso di Jack Nicholson in Shining, comunque, sempre, costeggiando follia e alienazione, di cui la scrittura è simulacro.
Hemingway doveva alzarsi in piedi, sempre con i suoi mocassini oversize indosso, e davanti a sé, bella alta sulla scrivania, la macchina da scrivere. Si sa che scriveva dalle prime luci dell’alba fino a quando non gli si chiariva il passaggio successivo della narrazione, «fuori è freddo e tu invece sei caldo e scrivi, nessun rumore», tutto è silenzio. Finisci quando cominci a sapere quale sarà il prossimo passo, il giorno successivo. La vera fatica: arrivarci.
De Lillo ha confessato di scrivere quattro ore di mattina e due di pomeriggio, ogni giorno, ma tra i due momenti va a correre. Non mangia, non prende caffè, non fuma («smisi tanti anni fa», disse nel ’93). Per «rompere il linguaggio» ( to break the language ) guarda ossessivamente una foto di Borges su sfondo nero regalatagli da Colm Toibin. «La sua faccia fiera, lo sguardo da cieco, le narici aperte, la bocca incredibilmente vivida… sembra dipinto». È l’ammonimento di uno che non perde tempo a guardar fuori dalla finestra. William Gibson ha invece scritto Neuromante andando a pilates tre volte la settimana, e solo dopo, alle dieci, cominciando a scrivere. Vonnegut ha scritto Mattatoio n. 5 tutti i giorni dalle 5,30 alle 8. Dopo, passeggiata fino alla piscina comunale, e nuotare, nuotare. Nel pomeriggio, oltre a varie attività d’insegnamento, immancabile scotch alle 17,30, sempre lo stesso, cinque dollari e cinquanta, allo State Liquor Store. Altro che tè.
In qualche caso la materialità della scrittura è già in sé e per sé teorica, per esempio è interessantissimo – anche se noto – che Vladimir Nabokov scrivesse su cartoncini da biblioteca rigorosamente ordinati in scatole, dove lavorava per sequenze, che quindi potevano essere tranquillamente invertite alla fine, a cose fatte; è un azzardo paragonarlo al cut up di Burroughs, eroinizzato, sui post-it della stanza d’albergo del Pasto nudo a Tangeri?
È con sollievo che apprendiamo che qualcuno, come Gertrude Stein o James Joyce, si alzava tardi. Non è segno di pigrizia mentale. Lo scrittore di Ulisse , anzi, restava anche a letto a perdere tempo e per principio non si tirava mai in piedi per scrivere prima delle undici. In effetti, l’abbiamo sempre ammirato.
twitter: @jacopo_iacoboni