










«Sì, ma non c’è niente che faccia i numeri e gli incassi dello sci!» risponderà qualcuno, come spesso accade. Già, ma con quali conseguenze, quali impatti materiali e immateriali nei territori locali? E con quale futuro, vista la crisi climatica? In realtà, l’industria turistica di massa fa grandi numeri perché non consente a nessun’altra economia locale di farne – per questo è definita “monoculturale”: chi dice che se il territorio potesse esprimere le proprie potenzialità al di fuori dell’ambito turistico non farebbe numeri importanti e magari, con l’andar del tempo, anche superiori a quelli del turismo massificato? Quanto sono supportate dalla politica le realtà dei territori al di fuori della filiera turistica turistici affinché possano sviluppare le proprie filiere economiche locali? Poco o nulla, lo sappiamo tutti.

Ad esempio, in tema di arte e cultura: nei Grigioni, cantone svizzero montano per antonomasia, nel tempo sono stati aperti e sviluppati numerosi luoghi espositivi e di produzione artistica, spesso in piccoli comuni alpini per i quali l’arte e il suo pubblico sono diventati un volano economico importante nonché un elemento di pregio per l’immagine e l’identità del luogo. L’articolo della RSI (la Radiotelevisione della Svizzera Italiana) che vedete qui sotto ne elenca alcuni e con essi io ricordo anche le Biennali di Calanca e di Bregaglia: elementi di generazione di un turismo sostenibile e consapevole realmente in grado di valorizzare i territori dialogando con le specificità locali, sia naturali che antropiche, contribuendo fattivamente alla rete economica territoriale e all’immagine turistica peculiare.


L’immagine che vedete qui sopra, tratta da una vecchia pubblicazione del Touring Club Italiano (degli anni Sessanta del Novecento, probabilmente) mostra l’abitato di Dosoledo, una frazione del comune di Comelico Superiore, in provincia di Belluno. Come rimarca l’amico Angelo Borroni, che me l’ha inviata a seguito di una mia disquisizione sul paesaggio montano antropizzato, è un’immagine meravigliosa per come mostri le funzioni urbane dell’abitato perfettamente allineate alla morfologia del territorio e in armonia con il paesaggio alla cui elaborazione equilibrata contribuiscono: la linea dei fienili, il villaggio abitativo, i prati e le strutture di supporto alle attività rurali, la fascia boschiva a proteggere le case. Un’immagine che rappresenta una emblematica lezione di paesaggio antropizzato che Angelo, ex docente della Statale di Milano, ha mostrato per decenni ai propri studenti, e che racconta di un rapporto equilibrato e consapevole degli abitanti del posto con le proprie montagne, pur al netto delle criticità quotidiane che certamente la vita lassù comportava.
L’ordine urbanistico di Dosoledo manifesta il dialogo attivo tra il territorio e i suoi abitanti, la capacità di lettura delle sue morfologie, la comprensione – consapevole o innata – della geografia locale, la percezione che un territorio ordinato nel quale ogni elemento antropico deve trovare un legame non solo funzionale con quelli naturali e ambientali è la base per uno sviluppo equilibrato del territorio stesso e per la migliore abitabilità e vivibilità possibile, oltre che per la sua tutela non tanto in senso ambientale quanto più realmente ecologico, di ecosistema del quale si è parte ineludibile e quindi alla cui buona salute generale bisogna concorrere.
Ogni volta in cui invece il dialogo tra territorio e abitanti si è rotto, o è stato interrotto da elementi esterni alla dimensione locale al fine di imporvi meri soliloqui per i quali la voce dei luoghi e dei territori locali dava solo fastidio, ne è scaturito un gran disordine urbanistico e una disarmonia paesaggistica che inevitabilmente ha finito per alterare tanto i luoghi quanto la loro abitabilità. Ciò è accaduto quando alla percezione sostanzialmente ecologica del territorio si è sostituita la concezione esclusivamente economica dello stesso, alienata dai fattori locali e d’altro canto incapace di coglierne il valore specifico.
Di esempi al riguardo ce ne sono fin troppi sulle nostre montagne; ad esempio l’immagine sottostante di Foppolo, località il cui territorio è stato totalmente asservito all’economia turistico-sciistica e soggiogato al suo soliloquio, mostra bene quale caos urbanistico ciò abbia generato e quale conseguente degrado del paesaggio locale:
Tanti palazzoni, esteticamente discutibili, che sembrano buttati a casi nel territorio, senza nessuna programmazione urbanistica e tanto meno senza alcuna attenzione all’armonia con le forme del paesaggio circostante, la cui unica funzionalità è palesemente quella di mettere a valore la porzione di terreno occupata sfruttandola il più possibile, giammai di abbellirlo in modo organico con le altre costruzioni. Una totale assenza di dialogo con il territorio, insomma: nemmeno ricercato, rifiutato da subito perché fastidioso e inutile, con il risultato di un luogo alieno e alienante, estraneo, incongruo, brutto in mezzo a bellissime montagne.
Ma, lo ripeto, di esempi simili a quello di Foppolo, e pure di peggiori, ce ne sono a iosa sulle montagne italiane.

Tuttavia Padola, altra località del comune di Comelico Superiore posta proprio di fronte a Dosoledo, è coinvolta nel famigerato progetto di collegamento sciistico con la Val Pusteria e con il Dolomiti SuperSki: un’idea di turistificazione pesante del territorio insensata sotto molti punti di vista, come ho denunciato qualche tempo fa in questo articolo e in quest’altro precedente, che certamente avrebbe effetti deleteri anche sul paesaggio di Dosoledo. C’è solo da sperare che quel progetto, evidente risultato della totale mancanza di dialogo con il territorio locale ovvero di una sua concezione esclusivamente economica e speculativa, resti sulla carta, e che l’armonia paesaggistica di Dosoledo porti altrettanta armonia mentale e culturale in chi governa le sorti del suo meraviglioso territorio.
Ogni volta che salgo sul Monte San Primo, per me, è un po’ come tornare a scuola. A quella dell’età più allegra, la scuola elementare come si chiamava allora.
E allora, in quella scuola elementare di quando ero bambino, si studiava ancora la geografia (sia sempre maledetto chi decise di toglierla dai programmi scolastici), e avevo un libro di testo che tra le sue illustrazioni, in un capitolo sulla Lombardia o sui laghi alpini, non ricordo, ne aveva una con la celeberrima veduta del Lago di Como dalla vetta del Monte San Primo. Esattamente la stessa che ho rifatto io qualche giorno fa, tornando lassù, e che vedete lì sopra.
Ma tornandoci, sul San Primo (per la cronaca, stavolta l’ho fatto traversandolo per due volte, partendo dal Pian del Tivano e salendo in vetta per la cresta sudovest, poi scendendo dalla nord all’Alpe delle Ville e al Parco San Primo, risalendo a Terrabiotta e al Monte Ponciv e ridiscendendo al Pian del Tivano dall’Alpe Spessola e dall’Alpetto di Torno), mi sono reso conto che in effetti lassù è un po’ come tornare a scuola anche per tanti altri motivi, ancora più validi di quello sedimentato nella memoria personale.
Sul San Primo, innanzi tutto, si torna a scuola di bellezza: una bellezza assoluta, come solo la visione da lassù del mondo può donare, ancor più in forza della prominenza e del particolare isolamento del Monte che, senza raggiungere altitudini così elevate, regala una veduta panoramica a trecentosessanta gradi che molte vette ben più alte non possono offrire. Per di più, sempre grazie alla geomorfologia del San Primo, marcatore referenziale assoluto per tutto il territorio lariano, suscitando la vivida e affascinante impressione di essere proprio al centro del vastissimo panorama, nel punto attorno al quale quel pezzo di mondo si sviluppa con tutte le proprie innumerevoli forme e con tutto ciò che vi sta dentro, di naturale e di antropico.
Ecco, a tale proposito: sul San Primo si va anche a scuola di paesaggio nel senso culturale del termine. Dalla vetta si può contemplare come in pochi altri luoghi l’interazione tra ambiente naturale e spazi antropizzati, studiando come l’uomo abbia abitato i versanti montuosi, le rive del lago, i fondivalle, mentre verso meridione si stende la pianura iper-urbanizzata che tuttavia da lassù – sempre che la sua veduta non sia impedita da una cappa di smog – appare un mondo lontanissimo e inevitabilmente antitetico rispetto a ciò che si vede altrove, a nord dove il fiordo lariano si incunea tra le Alpi orientali e occidentali, a levante con le Grigne possenti e imperiose e dietro le Orobie, a ponente con le vette alpine italiane e svizzere che si susseguono a perdita d’occhio.
Si va anche a scuola di Natura, sul San Primo, con la gran varietà vegetale che offre, le conifere, le faggete, il bosco misto, i prati, le pietre, e tutto contenuto in uno scrigno geografico di rara bellezza, che a settentrione forma una conca dai bordi sinuosi – quella ove è sito il Parco Monte San Primo – che non è banale definire idilliaca per come il termine qui assuma il significato più compiuto possibile, mentre a sud appare come una dorsale che ricorda la schiena di un ciclopico tanto quanto docile animale le cui membra vengono definite dalle creste che dal crinale scendono sul Pian del Tivano, o viceversa.
Per tutto questo sul San Primo si può imparare o approfondire la più intensa e consapevole relazione con il territorio naturale, per come lo starci dentro, in tutta la meravigliosa bellezza del monte verso la quale viene spontaneo cercarvi un’armonia, un rapporto che non sia solo quello fugace del visitatore che passa e va come in un qualsiasi altro luogo ma qualcosa di più forte e radicato, più vitale, qualcosa che faccia veramente sentire di essere parte del paesaggio e il paesaggio che si fa parte di chi c’è lì: è quella congiunzione tra paesaggio esteriore e interiore che ci fa sentire bene nel luogo in cui siamo e, in qualche modo comunque ben percepibile, ci fa sentire vivi più che altrove e di altri momenti. Anche per questo il Monte San Primo si fa “scuola”, offrendo aule tra le più belle e accoglienti nelle quali ci insegna la forma, la sostanza e il senso della sua formidabile bellezza alpestre.
Posto tutto ciò – che è solo una minima parte delle tante cose che di sé il Monte San Primo sa insegnare – non c’è invece bisogno di andare a scuola per “imparare” a capire quanto il progetto, ormai noto e famigerato, di nuovi impianti sciistici che si vorrebbe imporre alla montagna, a questa montagna così bella e speciale per quello che è, sia un’idiozia assoluta. Non occorre essere meno diretti e rudi, bisogna rimarcare le cose per come stanno: è un progetto che può proporre solo chi, invece di imparare la bellezza del San Primo, preferisce ignorarla oppure, assurdamente, non sa comprenderla e per questo formula idee e proposte non solo scriteriate ma pure totalmente avulse dall’anima autentica del San Primo, oltre che alla sua realtà ambientale, paesaggistica e naturale.
Degradare un luogo così speciale, così bello e prezioso, così capace di donare visioni, emozioni, percezioni e sensazioni più uniche che rare a chi lo visita e ne percorre i versanti e le creste è qualcosa che semplicemente non si può accettare, esattamente come non è ammissibile degradare e devastare una scuola prestigiosa e autorevole. Una “scuola” montana che ha soltanto bisogno di alunni curiosi che abbiano voglia di imparare a goderne consapevolmente le bellezze, non di “asini” che invece, malauguratamente, ne disprezzano gli insegnamenti.

In realtà è lo stesso territorio bregagliotto che racconta molto di sé, ad esempio attraverso la sua morfologia: se osservata da Soglio (uno dei centri abitati più belli e noti), la Bregaglia rivela con chiarezza la sua genesi glaciale e il tipico (nonché particolarmente perfetto, qui) profilo morfologico a “U” che la sancisce indubitabilmente. Una genesi provata in modi più evidenti anche dalla presenza di numerose “marmitte dei giganti” come quelle di Maloja, dove se ne trova la maggior concentrazione di tutta Europa, e più a valle di Chiavenna, comprese nell’omonima Riserva Naturale, entrambi luoghi intriganti da visitare e conoscere.
Con un minimo di attenzione in più ovunque i territori, i luoghi e i paesaggi sanno raccontarci moltissime cose affascinanti che altrimenti potrebbero rimanere nascoste. E nel mentre che vi stiamo e interagiamo, in fondo raccontano anche di noi stessi.