Entra anche tu nell’Outlet del libro! (Io no, rimango fuori, grazie.)

Mi è comparso quanto sotto giusto qualche giorno fa nella casella mail personale… Non pensavo esistessero ancora iniziative del genere. C’erano già quand’ero bambino (svariati lustri fa…) e pure allora, quantunque non capissi un bel niente della loro sostanza, nonostante la nascente passione per la lettura mi ispiravano poco o nulla.

Senza nome-congiunto-06Eppoi, suvvia, quella definizione, “L’Outlet del libro”, è oggettivamente da galera immediata. E non tanto per la definizione in sé, nemmeno per quella “O” maiuscola per Outlet (vanagloria irrefrenabile? O furbesco tentativo di nobilitare l’avvilente?), ma per racchiudere in sé – che l’abbiano fatto consapevolmente o meno, i responsabili – l’essenza del degrado verso cui certa editoria ha cercato/sta cercando di spingere il libro e la pratica della lettura, trasformandola da esercizio socio-culturale fondamentale a mera azione consumistica (in barba alla vigente Legge sul prezzo del libro, peraltro). E non entro nel merito dei titoli offerti ai fruitori di siffatto “Outlet”, che sennò non ne esco più.

Chissà, poi magari, alla fine, queste iniziative col tempo hanno fatto guadagnare nuovi membri alla comunità di lettori… – in fondo, sono io il primo ad affermare che è benvenuta e benedetta ogni cosa che sia in grado di togliere la gente da davanti la TV per metterle un (buon) libro in mano e farla leggere! Ma di contro ammetto che quel mio scetticismo giovanile è rimasto intatto, negli anni. Di sicuro, nuovi lettori creati o meno, ‘ste cose hanno permesso (ed evidentemente permettono ancora) agli editori di svuotare i magazzini e di gonfiare i numeri di vendita, nel frattempo spacciando il tutto per iniziativa “nobile” e “culturale”. In effetti, “outlet” non è l’anglicismo per spaccio aziendale?

Un libro fondamentale sulla Vita, l’Universo e Tutto Quanto. Neil Gaiman racconta Douglas Adams in “Niente panico”

nientepanicogaiman (1)Non è mia abitudine consigliare libri che non conosco granché e prima che li abbia letti e valutati. Ma di fronte a una pietra miliare della letteratura del Novecento, ovvero a un libro che esce oggi e che su essa disquisisce con diritto e consapevolezza che pochi altri posso vantare, è impossibile esimermi.
E’ infatti da pochissimo uscito per 001 Edizioni Niente Panico. La Guida Galattica per gli Autostoppisti di Douglas Adams secondo Neil Gaiman – e credo che, capirete bene, il titolo abbia già detto moltissimo. Un libro mitico scritto da un autore geniale raccontato da un collega ed amico a sua volta mirabile autore. Ci sono tutti gli ingredienti per qualcosa di letterariamente notevolissimo, insomma.

Neil Gaiman con Douglas Adams nel 1983
Neil Gaiman con Douglas Adams nel 1983
Scrive l’editore: “La trilogia in cinque parti della Guida galattica per gli autostoppisti è approdata allo status di “cult” ormai da molti anni. Capolavoro senza tempo scritto da un simpatico genio, morto troppo presto: Douglas Adams. Personaggio eclettico e brillante, lo si può trovare a collaborare con i Monty Python, o a suonare sul palco con i Pink Floyd oppure a scrivere libri di zoologia. Ma il suo spazio nella Storia se lo è ritagliato proprio con la Guida galattica per gli autostoppisti, un’epopea in cui fantascienza e umorismo si fondono alla perfezione. Neil Gaiman, mitico autore della serie Sandman per la Vertigo e per la Marvel di 1602 e di romanzi quali Coraline e American Gods, conduce il lettore nel mondo fantastico di Adams con il suo stile inconfondibile. Il libro è una sorta di doppia biografia, in primo piano si racconta la nascita e l’evoluzione della Guida galattica come se fosse un organismo vivente. Sullo sfondo si staglia invece l’incredibile storia del suo indimenticabile autore. Il tutto attraverso aneddoti e vicende che tengono incollato alle pagine il lettore. Un libro che fa ridere e anche commuovere.
E che sorprende pure, visto che Gaiman promette di rivelare, nel suo saggio, il significato della risposta alla Domanda Fondamentale sulla Vita, l’Universo e Tutto Quanto…:

La Risposta alla «Domanda Fondamentale sulla Vita, l’Universo e Tutto Quanto» non è il numero 42, ma giace nelle cellule riproduttive di ogni forma vivente e può essere trovata per mezzo del numero 42. Per spiegarsi meglio: tutte, o la maggior parte, le cellule si riproducono dividendosi per formarne due. Quindi, una cellula ne diventa due, due diventano quattro… e così via. Ne consegue che la Risposta deve, di conseguenza, essere una potenza di due. Pensiero Profondo ne è venuto fuori con il numero 42, e questa è quindi la potenza alla quale deve essere elevato 2 per trovare tale risposta…

Questo è solo un estratto, che ho ricavato da qui. Per saperne di più, su tale questione e su ogni altra cosa, beh, non ci resta che leggere Niente Panico!

Librerie ad azionariato popolare: una via di salvezza per evitare la chiusura?

IoCiSto_image-900x600Avrete probabilmente sentito parlare della libreria ad azionariato popolare IoCiSto di Napoli, nata qualche mese fa per salvare dalla chiusura l’ennesimo esercizio commerciale analogo (una FNAC, per la cronaca, catena indipendente – o più o meno tale – che come saprete in Italia non c’è più), peraltro in una zona della città, il Vomero, da tempo in profonda crisi commerciale e sociale. Per chi non conoscesse tale “esperimento”, presentato dai media come la prima libreria di quel particolare genere giuridico (che nasce in ambito sportivo come sostentamento economico se non come “salvezza” di squadre in crisi finanziaria da parte dei tifosi di esse), lo riassumo in breve.
Lo scorso maggio Ciro Sabatino, giornalista ed ex editore napoletano, lancia un allarme sui social network per via della chiusura dell’ennesima libreria, appunto. “Perché non l’apriamo noi cittadini? Se ognuno ci mettesse qualche soldo, anche poco. Io ci sto”, scrive Sabatino. Da lì a qualche settimana, dal “mi piace” si è passati a qualcosa di più concreto. “Abbiamo raccolto le prime sottoscrizioni: 150 da 50 euro ciascuna” racconta Alberto Della Casa, attuale direttore della libreria. “A luglio avevamo una sede e la presentazione ai cittadini è avvenuta il 21 luglio con un flash mob di 4mila persone in piazza Fuga al Vomero, che sta davanti alla libreria.”. Oggi i soci sottoscrittori della libreria sono circa 700 soci, molti dei quali peraltro hanno pure dato una mano nell’allestimento dei locali, imbiancando le pareti, costruendo gli scaffali e arredando gli spazi a disposizione.
In verità IoCiSto non è stato il primo esperimento di libreria ad azionariato popolare. L’anno precedente due altre realtà della vendita libraria indipendente hanno deciso di affrontare tale innovativa strada. A Busto Arsizio, in provincia di Varese, la storica Libreria Boragno – di proprietà d’una famiglia di librai dal 1911 – a marzo 2013 è stata costretta alla chiusura, “Dopo aver lottato e perso contro i punti vendita delle grandi catene” come ha spiegato allora Francesca Boragno, ultima erede della famiglia. Tuttavia Francesca non s’é data per vinta, riuscendo a ottenere dal tribunale lo scorporo di una parte dell’azienda dalla procedura di concordato preventivo, così che la Libreria Boragno è potuta ripartire grazie all’azionariato popolare e ai primi venticinque soci finanziatori.
Poco distante, a Saronno (un contagio del tutto benefico, mi viene da pensare!), un’analoga scelta è stata affrontata dalla Libreria Pagina 18, che dopo i primi 5 anni di attività rischiava a sua volta di abbassare definitivamente le saracinesche, e nuovamente per la vicinanza di un punto vendita di una grande casa editrice. “Servivano 90mila euro, non li avevamo”, hanno raccontato i gestori della libreria (dacché definirli proprietari mi pare ora improprio). “Ma grazie all’azionariato popolare, in quarantacinque giorni abbiamo trovato trentacinque nuovi soci, e a luglio dello stesso anno abbiamo potuto inaugurare.”

Poste tali esperienze così importanti e innovative per il panorama della vendita libraria commerciale nel nostro paese, posta pure la sempre più precaria situazione delle librerie indipendenti nonché rimarcando nuovamente con forza che, in un paese nel quale più della metà della popolazione non legge nemmeno un libro all’anno e, forse, nemmeno più sa cosa sia un libro, c’è la necessità assoluta di rimettere in contatto le persone con l’oggetto-libro e con i suoi contenuti letterari, di rendere nuovamente il libro un oggetto assolutamente familiare, e familiare ancor più la sua importanza culturale, sociale e la bellezza che regala a chi lo legge – posto tutto ciò, insomma, credo che la via dell’azionariato popolare per le librerie indipendenti, non solo per la loro eventuale salvezza ma, io dico, per la loro prosperità (un vantaggio comune, a questo punto), sia da seguire e perseguire senza alcun dubbio. Anzi, che sia pure “istituzionalmente” e giuridicamente agevolata, in qualche modo che non ho le competenze di poter determinare ma che mi auguro possibile.
Come sostiene Claudia Migliore, vicepresidente dell’associazione IoCiSto, che gestisce la libreria napoletana e le sue attività, “Siamo un’associazione e prevediamo quest’anno di procedere all’iter per il riconoscimento. Ci risulta che in Italia, le strutture che nascono con azionariato diffuso non abbiano una forma giuridica ad hoc, devono adattarsi. Noi abbiamo scelto quella associativa che ci sta permettendo di capire come stiamo andando da un punto di vista economico e di realizzare le nostre attività. Quando il ricavato dalle vendite dei libri costituirà l’entrata prevalente rispetto alle quote associative, potremmo diventare cooperativa di consumo.”
Ecco, Claudia Migliore già indica e specifica meglio come si potrebbe agire, in tal senso. Per poi – passo appena successivo e indispensabile – creare una rete di librerie di tale genere, a sua volta ben correlata con l’intero ambiente dell’editoria indipendente nazionale, dato che ovviamente una libreria ad azionariato popolare non è diversa da qualsiasi altra, commercialmente e culturalmente. Ha una forma giuridica alternativa, tutto qui. Quel che conta è la missione (la mission oggi si direbbe, ma uso l’italiano, come da molti giustamente auspicato) culturale che, inevitabilmente, sta dietro l’attività commerciale di un esercizio come la libreria indipendente – salvo casi di inadeguata gestione. Missione che le altre librerie di catena, spiace dirlo, molto spesso mettono in secondo (o terzo, quarto, centoventiduesimo) piano rispetto al mero tornaconto finanziario, e che invece, per quanto affermato poco fa, oggi è più che mai fondamentale, da riproporre come esigenza ineludibile. E ad agire quanto prima in tal senso, senza alcuna esitazione, io ci sto.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, QUI.

La mia ragazza quasi perfetta

Un concentrato di ironia e sarcasmo…
(Christian Dozio, La Provincia)

Mille suggestioni esilaranti in La mia ragazza quasi perfetta (…).
Impiegheremo il tempo leggendolo e rileggendolo, e ce ne staremo ferme, immobili, con il fiato sospeso ad attendere il sequel…

(Alessia e Michela Orlando, NapoliMisteriosa)

Il libro è divertente, originale, pirotecnico, fantasioso, surreale.
Poi a voler scavare ci si accorge che la gigioneria nasconde riflessioni ben più serie su molti aspetti della vita…

(Carla Casazza, Critica Letteraria)

Il libro è davvero particolare. Un romanzo inusuale, una scrittura giovane e facile, a cui forse non siamo decisamente preparati…
(Love Books)

Sì, stanno proprio parlando di questo libro:

Cop_LMRQP_taglio2Sì, l’ho scritto io. E sì, certo che è come lo descrivono là sopra! Ma questo, beh, non lo posso mica dire io, dunque cliccateci sopra, e potrete saperne di più.
Anche su come acquistarlo, ovviamente.
Ho il mutuo da pagare, già.

“Non ci fosse stata quella biblioteca, saremmo morti in tanti”. Giuseppe Genna contro la chiusura della Biblioteca di Calvairate, Milano (e contro tutti i casi simili)

bibliocalvairateDa bravo (nel senso di alquanto appassionato e irriducibile, più che altro) difensore delle biblioteche pubbliche in quanto luoghi socio-culturali fondamentali, dal piccolo paese di poche anime alla metropoli (unitamente alle librerie indipendenti, ovvero quelle condotte con modi imprenditorial-culturali, e non come fossero hard discount ultra patinati), non posso non offrire a mia volta una spero utile eco alla lettera che Giuseppe Genna, certamente tra i migliori e più arguti scrittori italiani in circolazione, ha indirizzato al sindaco di Milano al fine di intervenire e fermare i lavori di demolizione della Biblioteca di Calvairate, quartiere della periferia Sud di Milano ove Genna è nato e cresciuto. Luogo non esattamente idilliaco e inesorabilmente mosso da dinamiche sociali complesse, nel quale la biblioteca è veramente un tesoro sociale e culturale inestimabile, uno dei pochissimi spazi viventi di aggregazione e di proficuo interscambio civico.
Poi, pare che la biblioteca verrà ricostruita in modo quasi del tutto identico (?!) ma non subito. E sapete bene che “non subito”, in Italia, può anche voler dire “probabilmente mai”.
Spero che la mobilitazione di tanti sul web (e non solo) favorita dalle parole di Genna ottenga il risultato sperato. E mi auguro pure che sia, tale mobilitazione, emblematica e proficua per qualsiasi altra simile situazione. Perché ce ne sono parecchie altre, in giro per l’Italia, un paese sempre inguaribilmente sprezzante nei confronti della cultura e, in generale, di tutte quelle cose che possono rendere la vita quotidiana dei suoi cittadini più elevata e consapevole.
(QUI trovate un articolo tratto da Q CODE MAG dal quale ho a mia volta tratto la lettera, che vi dice qualcosa di più sulla questione.)

P.S.: è una lettura un po’ lunga, come noterete. Ma merita, ve lo assicuro.

GENNA
Caro sindaco Giuliano Pisapia,
mi chiamo Giuseppe Genna, letterato e metafisico, aggettivi che, come Lei intuirà, significano la medesima cosa.
Mi permetto di scriverLe, appellandomi alla Sua preziosa attenzione, proprio come un liberto poteva un tempo fare pervenire a un dominus la sua prece. Non Le scrivo in merito all’atteggiamento della Sua rispettabile giunta e della Sua illuminata guida rispetto alla strategia circa gli sgomberi sociali o alle politiche culturali che dovrebbero impreziosire la nostra amata cittadina, in un periodo tanto delicato e coinvolgente qual è quello durante il quale si svolge la celebratissima fiera internazionale dell’Expo, che tanto ammanta di prestigio il nostro distretto abitativo almeno quanto inculca a viva forza in me lo sdegno che si accompagna sempre, brace silente, e dal di sotto, allo scetticismo. Nemmeno Le scrivo per esprimere lamentele e lamentazioni in ordine alla, a mio umillimo parere, sensazionale politica che riguarda il traffico e i lavori pubblici relativi alla creazione di linee metropolitane. E nemmeno quanto alla divertente vicenda di Uber e dei taxisti che hanno pagato centinaia di migliaia di euro per una licenza regolare, vicenda che il Suo assessore ha gestito con atti di consistenza politica che hanno fornito a tutti un momento ludico così raro all’ombra della Madonnina. E, giuro, non mi permetterei mai e poi mai di disturbarLa relativamente al nodo della Sua candidatura, il quale nodo non si scioglie, nonostante l’incombere delle amministrative, paralizzando, a quanto pare, l’azione civile e politica di tutti quanti Le hanno voluto bene qualche anno fa.
Le scrivo, invece, per sollecitare un Suo intervento e un cambiamento di rotta riguardo una questione microscopica, e per questo molto emblematica e quindi molto potente, che concerne la chiusura e l’abbattimento della struttura della Biblioteca Comunale Calvairate (sul Corriere della Sera è apparso questo, immagino lo saprà: http://bit.ly/1zpnFYZ).
Comprendo che si tratta di minima cosa. Può ovviamente scacciare come una mosca fastidiosa questa pubblica esposizione personale, meno universale della prestigiosa rassegna che Milano sta per ospitare. Tuttavia, gent.mo signor sindaco, c’è il fatto che questa vicenda, secondarissima e intuibilmente distante da interessi generali, attiene precisamente al nucleo stesso per cui Lei è primo cittadino: si tratta della vita vivente e di quella vissuta, cioè della politica e della storia, delle persone che lì stanno a smaltire i rifiuti che la società, da decenni, oppone loro con infaticabile e scientifica coerenza.
Calvairate è un quartiere adagiato nella periferia sud di Milano. Essendovi nato e cresciuto, e avendo intrapreso lo hobby della scrittura letteraria, ho trattato in modo laicamente mitologico quella zona dimenticata dal dio delle piccole e grandi cose. Come sa, si tratta di uno dei tanti quartieri a rischio del nostro bello e industrioso capoluogo di provincia.
Ciò è dovuto a un incrocio molto virtuoso di elementi che, tutti insieme, condizionano la vita della capitale morale del Paese: è un quartiere a prevalente abitato ALER, dove allignano tigne umane capaci di resistere a qualunque disagio e di rimetterlo in circolo nel consorzio umano, tra le quali mi glorio di essere cresciuto, io stesso tenia umana, con fioriture esotiche ed esogene a dire poco stupefacenti, per inerire a uno dei molti peccatucci che ivi si commettono, tra gang rivali connotate etnologicamente in tinte diverse, tra vecchiume incolto e sporcizia fisicomorale di eccellente fattura, occupazioni abusive che sono la risposta più neutra e naturale a una gestione degli alloggi scelleratissima e protrattasi nei decenni, mentre garantisco che lì a nessuno frega un cazzo della questione “rom”, in quanto tu ti aggreghi coi tuoi, signor Sindaco, e gli spezzi le gambe, agli zingari dell’incredibile aggregato di roulottari di via Zama, là dopo il Macello oramai svuotato, a destra delle Case Minime che i littorii eressero nel Ventennio, e dico il primo dei due ventennii fascisti che la nazione ha conosciuto, sempre enfiandosi di gioiosa euforia piccoloborghese, che giustamente il ceto da cui Lei proviene e in cui si è formato ha riguardato con illuminato sospetto, se non con legittima suspicione.
Insomma, per farla breve e rozza, il che non è da scrittori e metafisici, Calvairate è un piccolo helter skelter in cui non si ravvede un Charles Manson, o un girone infernale in ridotta che non dispone di un Alighieri, poiché c’è soltanto un Genna a farne cantiche sghembe e malmesse e non fondative o geniali.
Tra il conato della città delle merci che doveva essere il polo mai realizzato di Macello_Ortomercato_Mercato-Ittico, tra protesta contro il degrado di cui è perenne e pubblica amministratrice la povera signora Franca Caffa, di cui parlò Giorgio Bocca in una sua geniale cantica, tra spaccio e conflitto interetnico, tra criminalità organizzata che realizzò mirabilmente nel 1992 il caso dell’arsenale scoperto in piena Tangentopoli in via Salomone (tra Calvairate e Trecca, verso il campo nomadi, nomadi che sono stanzialissimi), tra esplosioni delle bomboniere ALER che furono carceri IACP, tra morti per strada e trasmissioni di Santoro a denunciare che non si denunciava, tra ordigni inesplosi della Seconda e sedi nazionali di Testimoni di Geova e Scientology (fino ai Novanta stavano in via Lattanzio e in via Abetone: Calvairate pienissima), è cresciuta una popolazione renitente a tutto, abbandonata a se stessa e meno male, ché, se venivano ad aiutarla, cacciava a calci nel sedere (o, immagino io, ben più che calci nel sedere) gli ausilianti.
Tra questa perduta gente c’ero io.
Le dico cosa era prevedibile che mi succedesse. Sono ovviamente immune da narcisismi, che qualcosa hanno a che fare con la scrittura letteraria, ma nulla con la metafisica. Se parlo qui di me, signor sindaco, è perché l’essemplo basti.
Doveva succedere questo. Approfittando in giovane età della festosa disponibilità di droghe pesanti, che le leggi speciali non impedivano arrivasse a noi derelittissimi, io avrei probabilmente: abbandonato gli studi; cercato e trovato un lavoro di nessun rilievo intellettuale e di molto impegno manuale, e questo se andava bene (del resto, in nero all’Ortomercato comunque lavorai); assunto una quantità indebita di stupefacenti, nello specifico noti oppiacei che hanno fatto fuori mezza generazione meneghina; sconfinato spesso e con felicità verso il Corvetto, che oggi è un’ulteriore emergenza sociale per Lei e la giunta attuale oltreché per quelle future, salvo che non risulta affatto un’emergenza agli abitanti del Corvetto medesimo, i quali se la cavano da soli e ai quali non bisogna rompere i coglioni e i commerci; plausibilmente morire di overdose in uno a scelta tra i giardini di piazza Martini o piazza Insubria o parco Alessandrini, luogo quest’ultimo dove si trovava un secondo arsenale, diciamo mobile e in transito perenne, come del resto nelle aree più cupe e inarrivabili del molosso ortomercantilizio.
Invece, signor sindaco, sono entusiasta di dire a me stesso e a Lei questo: io mi sono salvato. Mi sono salvato da una sorte breve e amara, fuoriuscendo da conflitti famigliari impensabili e sempre attuali, da rovine ed esistenziali che le petit Paris italiane si sognano facendo incubi. Io, e non per merito dei miei genitori, i quali purtroppo per loro non potevano nulla contro il momento storico e ambientale in cui venivo concrescendo fino all’attuale non perfetta forma, non mi sono salvato da solo: mi sono salvato grazie alla Biblioteca Comunale Calvairate.
La Biblioteca Comunale Calvairate è un edificio prefabbricato basso e largo, che si affaccia sul piazzale della mia infanzia, un’età dell’oro che copriva certe carie dentarie nei Settanta. Sta nella via Ciceri Visconti, dove si fanno le vasche tra il cosiddetto “Transatlantico” di Giò Ponti e il blocco ALER che fa via Tommei fino a viale Molise. Ci fu uno scontro inimmaginabile tra camerati e militanti comunisti, con viva partecipazione di ex partigiani, all’esordio nel 1969. Volarono pistolettate come se piovesse. Il governo, nazionale o locale, era ladro e distante anche allora. Quella biblioteca stava un centinaio di metri dalla sede di Alfabeta e della Cooperativa Intrapresa di Gianni Sassi e lì passavano a stormi intellettuali e artisti, da Demetrio Stratos a Franco Battiato, da Antonio Porta a tutto il movimento Fluxus italiano, da Francesco Leonetti ai Situazionisti.
Io entravo chino nella Biblioteca Comunale Calvairate: chi stava lì era infatti considerato affetto da una forma non terapeutizzabile di disfunzione erettile e di cretinismo, sia pure in quell’età precoce in cui i turbamenti erotici e politici parrebbero non scuotere le giovani membra. La mente, solitaria e china anch’essa, si formava sui molti dei moltissimi testi che riposavano su scaffalature metalliche grigie di pessima specie. Lì dentro c’era sempre caldo con un odore di cuoio capelluto con la forfora. Era il buen retiro dei tossici meno ineleganti, che venivano in quell’edificio basso e accogliente a gustarsi e dismettere le loro estasi sonnolente, comunque non prive di epistassi e arresti cardiocircolatori. Feci la spola tra lì e i caffè della pubescenza e dell’età adulta: milioni di volte calcando gli asfalti calvairatesi, che erano stati calcati decenni prima di me dalle SS accampate nel centro direzionale di Milano, il quale si trovava sempre a Calvairate, in via Monte Velino. Una volta trovai un cadavere umano, molto più spesso cadaveri di piccioni, bisunti e sgraziatamente arruffati ma rachitici.
Signor sindaco!, mi creda: lì stavo per sposarmi, conobbi nella Biblioteca Comunale Calvairate una bellissima fanciulla, ella mi prese il cuore. In piena Calvairate! E’ un luogo dove, Le garantisco, non è possibile innamorarsi. La celeberrima hit di Memo Remigi ha in Calvairate la sua smentita più patente.
Non ci fosse stata quella biblioteca, saremmo morti in tanti di più di quanto sono morti, non avremmo avuto la possibilità di fiorire quali virgulti, e avremmo privato le pubbliche scene di opere artistiche ragguardevoli: io non avrei scritto i miei libri, Giuseppe Povia non avrebbe cantato che i bambini fanno tutti “oh”, Costantino Vitagliano non sarebbe riuscito a sbarcare il lunario via etere da Maria De Filippi (entrambi, miei coetanei, costituiscono la crème del quartiere, ancora oggi detto “popolare”, con un filo di ipocrisia un filo pelosa: si sa infatti che, se i quartieri continuano a esistere, il popolo non esiste più).
Ora, signor sindaco, io Le ho sommariamente accennato a un’esperienza personale legata a quel centro di aggregazione e continua formazione che è la Biblioteca Comunale Calvairate. Provi per favore a immaginare quanto ha fatto, quanto ha contribuito, quanto ha regalato in termini umani, e cioè anche politici e sociali, una semplice biblioteca di quartiere, che ora la giunta da Lei guidata vuole disfare, per aprire un’ulteriore mirabile iniziativa in quella sede di sogni mai realizzati che è l’ex Macello (dove l’amico Gabriele Salvatores girò il kolossal italiano “Nirvana”: immagino che sia Suo amico, Salvatores, perché io non l’ho mai conosciuto personalmente).
Signor sindaco Giuliano Pisapia!: rinunci al puntiglio e permetta che resti in piedi, viva e pulsante, la Biblioteca Comunale Calvairate, che Le garantisco è proprio ciò di cui si ha sempre bisogno: una possibilità di redenzione personale minima e a portata di mano, un piccolo porto dei desideri che cresceranno come tali e faranno la fine che faranno ma non la faranno subitissimo. Se Lei spegne la Biblioteca Comunale Calvairate si rende colpevole di una cecità che assassina la vita vivente e vissuta della civiltà in cui io e Lei, con tutte le differenze di ceto e di classe e di educazione che ci distinguono l’un l’altro, ci siamo imbevuti ab initio: è la civiltà dell’umanismo, nemmeno dell’umanesimo, signor sindaco.
Un’ultima notazione. Nel 1981 rubai dagli scaffali della Biblioteca Comunale Calvairate un tomo, un’antologia di poesia contemporanea edita da Feltrinelli: non la leggeva nessuno, io avevo firmato la scheda di prestito troppe volte. Me ne appropriai. E’ uno dei due furti di cui mi sono macchiato nella mia non eclatante vicenda umana. Non ho mai restituito quel librone, ce l’ho ancora. Smentisco di avere fatto realmente questa cosa, sono uno scrittore, non credetemi: faccio fiction, è tutto inventato, anche quando dico che è vero. E’ vero, signor sindaco: ho rubato e detengo tuttora nella mia abitazione l’antologia della poesia italiana degli anni Settanta edita da Feltrinelli. Sospettarono di me, i bibliotecari, sospettarono di quel ragazzino che allora pareva anoressico e proveniente dall’Atlante, non immaginando che i ragazzini davvero provenienti dall’Atlante si sarebbero anch’essi appoggiati all’assistenza aggregativa di quei locali illuminati da neon giallastri e ballerini.
Signor sindaco: se Lei permette alla Biblioteca Calvairate di non chiudere e non essere abbattuta e di vivere, giuro che con una cerimonia pubblica io vado a restituire quel libro che ho rubato.
Mi faccia sapere.

Giuseppe Genna