Un consiglio

Mi permetto di darvi un “consiglio”, se così lo posso definire.

Qualche giorno fa sono stato – mio malgrado – in un centro commerciale dopo aver visitato una mostra d’arte contemporanea, dunque dopo essere stato in un luogo deputato all’arte. “Mio malgrado” nel senso che il ristorante interno al centro espositivo era pieno e l’unico posto dove trovare da mangiare almeno un panino era quel centro commerciale, senza altre alternative nei paraggi.

Ecco, il consiglio: non recatevi mai in un centro commerciale dopo essere stati ad una mostra d’arte, o in qualche altro luogo deputato a cose similmente “alte”. Perché, se possibile, la realtà del primo s’abbassa ancor più di quanto potreste mai immaginare. Semmai fate il contrario – prima il centro commerciale e poi la mostra d’arte, ma solo se siete veramente costretti a dovervi recare nel primo – oppure andate liberamente in entrambi ma soltanto se siete degli studiosi di sociologia (o psicosociologia). Oppure, ancora meglio, andate quasi sempre e solo alle mostre d’arte e quasi mai nei centri commerciali, almeno la domenica.

Sia chiaro: nulla di personale contro chi frequenta assiduamente i centri commerciali – tanto meno nei confronti di chi ci lavora, anzi: massimo rispetto per costoro. Solo, mi permetto di pensare che frequentare mostre d’arte, o altro di considerabilmente educativo alla bellezza e assecondante la cultura e il pensiero più sagace (come l’arte contemporanea sa fare con rara efficacia, ad esempio), è meglio.

Magari mi sbaglio, eh. O magari no.

Certe sere

E poi ci sono certe sere che, a pensare alle giornate trascorse, non sai se essere contento che siano finalmente arrivate o essere deluso che siano già arrivate. Per cui ci rifletti sopra, almeno finché trovi di dover stabilire se sia meglio sperare che le mattine successive arrivino quanto prima oppure il più tardi possibile. A volte, dall’una risoluzione dipende anche l’altra, nel bene e nel male.

E non è che la certezza che le sere o le mattine arrivino e passino comunque cambi qualcosa. Il tempo è relativo, certe domande quotidiane un po’ meno, visto che la risposta dipende da noi stessi. Che, a differenza del tempo, dovremmo cercare di non essere troppo relativi, in tal caso. Anzi, per nulla.

Antisocial network

Forse – mi viene da pensare – bisognerebbe creare sul web anche un antisocial network. Dove ti iscrivi e non devi cercare “amici” ma, all’atto dell’iscrizione, te ne vengono assegnati un tot in base a determinate profilazioni (tanto siamo tutti profilati, inutile fingere di non crederlo o non saperlo), per cui non devi tu fartene continuamente di nuovi a colpi di “likes”, al contrario hai a disposizione unicamente il tasto “dislikes” così da avere solo che da perderne. Meno amici falsi, più amici veri o – per certi versi ancora meglio – più antagonisti sinceri. Perché in fondo avrebbe molto più senso, e sarebbe ben più fruttuoso, un social che generasse un vivace (e sempre civile, ovvio) contradditorio piuttosto che infinite pagine auto incensanti e inutilmente fini a se stesse (cioè al loro intestatario) che pretendono solo consenso e nessun dissenso*!

O forse… forse no, è meglio che non venga creato qualcosa del genere. Ci sarebbero rese dei conti quotidiane tra utenti incapaci di ammettere disaccordi e di sostenere conseguenti costruttivi confronti senza degenerazioni troglodite… Forse è meglio che restino l’attuale falsità e la generale simulazione, per il “bene” di tutti. In una società costruita sull’ipocrisia e l’artificio, la sincerità e l’obiettività diffuse avrebbero l’effetto di possenti colpi di vento su un fragile castello di carte che ci ostiniamo a credere una “solida fortezza”.

*: ma esiste ancora poi, in questa società infarcita di boriosi saccenti gradassi prepotenti, il civile dissenso? Mah!

#iostoconburioni

Ecco. Anzi, mi sta sempre più convincendo – a me che mi faccio vanto d’essere sempre gentile, disponibile e diplomatico – che il suo atteggiamento intransigente nei confronti degli ignoranti sia l’unico veramente efficace per sconfiggere l’ignoranza, ben più che un processo di rieducazione culturale che, gioco forza, impiegherebbe troppe energie e troppo tempo (visti anche i numerosi inqualificabili media che fanno da cassa di risonanza alle varie ignoranze diffuse) col rischio che una tale terribile pandemia superi definitivamente il punto di non ritorno e seppellisca del tutto l’intelligenza e il buon senso, oltre che il futuro di noi tutti.

Dunque: #iostoconburioni

(Cliccate sull’immagine per visitare il nuovo sito medicalfacts.it, creato dal professor Burioni per contrastare la diffusione di balle (non) scientifiche e relative fake news.)

La testa tra le nuvole, e oltre

A volte bisogna avere la testa tra le nuvole. Perché è l’unico modo per passarvi attraverso, sbucarvi oltre e finalmente tornare a essere illuminati dal Sole e dalle stelle.

Altrimenti da quella coltre nuvolosa riguardo alla quale ci si convince (o si è convinti) che infilarci la testa sia inopportuno, sbagliato, azzardato, si finirà per essere costantemente limitati e, infine, per restarne oppressi, laggiù in basso, privi di luce e di energia.

(L’immagine è mia, ed è di qualche giorno fa.)