A giorni mi scade la carta di credito, non ho ancora ricevuto quella nuova, vado in banca a chiedere spiegazioni. Scopro che l’invio della nuova carta è bloccato perché i dati del documento d’identità risultano non più aggiornati ma di avvisi in tal senso, di recarmi in filiale per l’aggiornamento necessario o di fare altro all’uopo non ne ho mai ricevuti. Ne per posta, ne per mail e nemmeno tramite un messaggio nell’home banking.
Se una società privata lavorasse con lo stesso livello di “efficienza” delle banche, della Posta o degli enti della pubblica amministrazione, con tutta probabilità chiuderebbe nel giro di qualche giorno. Per inabilità imprenditoriale e per palese mancanza di serietà professionale, già.
Perché mai non utilizzare le frecce? Da un attento esame sono giunto alle seguenti conclusioni:
Sono fornite come optional di serie su tutte le autovetture: insomma ve le danno per forza, sin da quando l’autoradio era l’optional più ambito, e da prima ancora (accusate di questo la lobby dei produttori di automobili se volete). Quindi, visto che le avete… tanto varrebbe usarle. No?
Tanto più che non comportano costi aggiuntivi per chi le usa, compresi consumo di carburante, addebiti su telepass, scalatura di punti patente, IVA, accise o altri oneri fiscali;
Non sminuiscono la virilità – o per converso la femminilità – del conducente, né agli occhi dei sui conoscenti né degli altri utenti della strada;
Nemmeno marcano come mentalmente insipiente chi le adopera anzi…
… Al contrario, rivelano la sorprendente abilità di chi le usa, in quanto capace di capire di dover girare ben cinque secondi prima di doverlo effettivamente fare, e di dimostrarlo con un gesto volontario e deliberato: l’azionamento della levetta delle frecce nella giusta direzione, appunto.
Possono aiutare chi non è dotato di capacità telepatiche (come il sottoscritto) di comprendere le tue intenzioni, e quindi evitare potenziali rischi di incidente (non di colpa tua… sia chiaro: di chi non ha capito in anticipo che stavi per girare senza averlo minimamente segnalato).
Evviva! Ff0rt è solidale e lotta con noi!!!
Spiego: a seguito del mio ultimo (e non unico) articolo che qui nel blog ho dedicato alla maleducata pratica di non utilizzare gli indicatori di direzione – le frecce, sì – quando si è alla guida dell’auto e si svolta, che io reputo assolutamente indicativa ed emblematica della troppa mancanza di educazione e di senso civico manifestata da tante “persone normali” (detti anche “bravi/onesti cittadini” e altro del genere), l’amico ff0rt mi ha girato il link di un proprio articolo dedicato alla questione e pubblicato sul suo blog “SALDIMENTALI”, dal quale riprendo il passaggio qui sopra. Vi invito a leggerlo nella sua interezza cliccando qui – così conoscerete pure il blog, se già non lo frequentate – e chissà che, noi ora voci sperse nel deserto dell’indifferenza e della sempre meno latente inciviltà, si possa domani diventare un coro in favore della salvaguardia e della rivendicazione di quel senso civico che è fondamentale in qualsiasi società civile – appunto – e avanzata. Chissà!
Quarta fermata, salgono alcuni, scendono altri.
Durante i primi momenti che vivo in una città, nella quale non sono mai stato prima, mi ritrovo sempre impegnato, anche in modo inconscio, a cogliere quanti più dettagli possibile del nuovo luogo con cui devo interagire, a determinare riferimenti potenzialmente familiari, a individuare e definire quelle coordinate, a cui pensavo poco fa, che mi possano far sentire via via meno perso e più in sintonia con il luogo. Dettagli inizialmente comuni con quelli del mio ambiente quotidiano o noti per cognizione diretta; poi altri meno soliti ma riconducibili ai primi o da essi derivabili e subito dopo altri ancora che possa rapidamente riconoscere come consueti e identificanti il luogo in cui mi trovo. Infine ulteriori magari del tutto avulsi alla mia sfera vitale e intellettuale ordinaria, ma coi quali possa credere di rapportarmi, anche in modo univoco e spesso sulla base di mere congetture o fantasie ma comunque in grado di costruirmi, oltre a una geografia dell’animo ‒ quella dell’anima si può formare solo dopo permanenze ben più prolungate e stanziali ‒ una sorta di personale semantica dell’ambiente d’intorno e di ogni cosa che lo compone: un significato che mi dia una definizione, un dato certo, un punto fisso ovvero un riferimento da utilizzare come segnavia. Magari poi tra solo due giorni mi sentirò come a casa qui, oppure mi sentirò un pesce fuor d’acqua finito su una brace rovente. Tuttavia è un processo mentale che mi si installa regolarmente, e finora credo mi abbia aiutato: a non sentirmi smarrito, in primis, ma appena dopo – e in modo poi preminente – a intercettare e cogliere l’essenza del luogo in cui mi trovo, la sua anima, la parte più intima e urbana ovvero antropologica (quinta fermata, scende una coppia con bagagli voluminosi) […]
Un piccolo estratto del mio nuovo libro, in uscita a breve e del quale vi ho fornito nei giorni scorsi qualche indizio fotografico riguardo la città che ne ospita la storia, qui.
Sì, è ancora una città la protagonista non solo scenografica del libro, che infatti coglie lo spunto e il mood narrativo di Lucerna, il cuore della Svizzera e lo sviluppa in una forma all’apparenza somigliante ma in effetti diversa nella sostanza, attraverso una storia che miscela strettamente realtà e fantasia – ma una “fantasia” assolutamente reale e una realtà che, grazie alla città stessa, diventa per molti aspetti “fantastica”.
Insomma: non manca molto, a breve il libro sarà pubblicato e, comunque, nei prossimi giorni ve ne parlerò ancora, qui sul blog.
Ho deciso che non mi lamenterò più.
Giammai per cose personali, e solo attraverso l’ironia per altre cose, ma sempre formulando osservazioni che siano – provino a essere – concrete e costruttive. Se notate che stia contravvenendo a questa decisione, denotatemelo subito e con vigore.
Mi sono veramente rotto le scatole di tutta questa gente che non fa altro che lamentarsi di tutto, gente a cui non manca nulla di ciò che gli serve nella quotidianità ma si lamenta, si lamenta, si lamenta, si lamenta, gente che non ha veri e seri problemi e nonostante questo si lamenta, si lamenta, si lamenta… Sono gli individui che in questo articolo di qualche tempo fa ho definito lamentatori seriali: gente che si lamenta “di default”, per la quale non conta di cosa ci si lamenta, conta lamentarsi e stop, credendo così di mostrarsi “diversi”, quelli che “non si fanno mica mettere i piedi in testa”, che hanno capito che “li stanno fregando” o che certe cose “non vanno bene così, è una vergogna” eccetera. E che, con le loro lamentele, non solo non fanno nulla per risolvere la situazione della quale si lamentano ma la peggiorano sempre più, spandendo intorno a sé tanto di quel bieco e cieco livore che per la salute è quasi peggio del pm10.
Insomma, basta. Mi allontano quanto più possibile dall’essere o apparire come gente del genere, a costo di dover tenere per me anche circostanze parecchio problematiche; d’altro canto, ribadisco, se è palese che comunque lamentarsi non serve a nulla, al contempo credo che ogni persona debba cercare e trovare in sé la forza per risolvere piccole o grandi situazioni avverse che possano capitarle nella quotidianità, e solo se non vi sia nulla da fare in tal senso si possa pensare in altro modo. Ma certamente, ribadisco, mai e poi mai atteggiandosi nel modo in cui si comporta quella gente. Per carità!
Fatto sta che saranno un venti giorni più o meno che non acquisto libri – anche perché ho gli scaffali di casa sui quali tengo quelli ancora da leggere che traboccano, e dopo averne acquistati almeno un buon centinaio, quest’anno – e mi sento terribilmente in colpa.
Già.