Scrivere è leggere

[Foto di Devanath da Pixabay]
Se Ralph Waldo Emerson aveva assolutamente ragione quando affermava che «chi scrive per se stesso scrive per un pubblico immortale» (asserzione che si era annotato anche Nietzsche nei suoi Appunti Filosofici), è altrettanto vero che l’atto della scrittura letteraria è sempre – per così dire – una pratica “di lettura”.

E non nel senso più ovvio del termine: è lapalissiano che se qualcosa è stato scritto per essere pubblicato, quel qualcosa sarà (dovrà essere) letto da qualcuno. No, io intendo dire che ogni scrittura deve saper farsi leggere, se non vuole restare un mero esercizio di estetizzante retorica o di futile “talentuosismo”: e penso sia una cosa alla quale noi autori poniamo sempre troppa poca attenzione, per trascuratezza, imperizia o per vanagloria. Scrivere bene per farsi leggere male è forse l’errore più grande che un autore possa fare, quasi peggio che lo scrivere male tout court, cosa che quanto meno rende obiettiva l’incapacità nella pratica letteraria. Senza dimenticare peraltro che lo “scrivere bene per leggere bene” è pure un esercizio di reciproca maturazione ed evoluzione della qualità letteraria: ed è un esercizio costante e continuo, che richiede da parte dell’autore il massimo impegno per migliorare il proprio lavoro di scrittura e da parte del lettore la più perseverante sensibilità nel ricercare e considerare il valore dei testi da leggere. Il tutto, tenendo ben presente quell’assunto di Emerson, la cui importanza è data anche dal correlare saldamente lo scrittore e il lettore grazie al testo letterario, scritto e letto.

Anche in questo sta la meraviglia della letteratura, pratica culturale che forse come nessun altra (ma magari sono di parte, non so) unisce l’utile con il dilettevole, l’impegno e la passione reciproca, il divertimento e l’insegnamento, il materiale e l’immateriale ovvero la realtà con la fantasia, il sapere sempre di più col sapere di non saperne mai abbastanza… potrei continuare a lungo ma, credo, non servirebbe, almeno non quanto leggere un buon libro e, per un autore, scriverne di altrettanto buoni. Ecco.

INTERVALLO – Bologna, Biblioteca Salaborsa

[Foto di Pietro Luca Cassarino – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=60728241 ]
Inaugurata nel 2001 all’interno di Palazzo d’Accursio, sede storica del Comune di Bologna, la Salaborsa vanta uno scenario che la rende una delle biblioteche più belle d’Italia.
Oltre al suggestivo contesto architettonico della “piazza coperta” con il triplo ordine di archi e il tetto a cassettoni, sotto i pavimenti di vetro è possibile ammirare reperti archeologici di varie civiltà: dai resti della Civiltà Villanoviana del VII secolo a.C., passando per gli etruschi, arrivando ai romani. Il patrimonio della Salaborsa è parecchio vasto, trattandosi di una biblioteca pubblica multimediale di informazione generale che si prefigge lo scopo di sostenere la diffusione dell’uso delle risorse elettroniche e l’accesso alle nuove tecnologie dell’informazione.

Cliccate sull’immagine in  testa al post per visitare il sito web della biblioteca.

(Parte delle informazioni nel testo sono tratte da qui.)

Di cose che nessun ereader sa fare (tié!)

Ehi, voi coi vostri ipertecnologici ereader! Provate a fare questo, se ne siete capaci:

P.S.: sia chiaro, nulla in contrario agli ebook e agli ereader, stavo solo ironizzando. Ma di certo la meraviglia dei dipinti nascosti sui bordi dei libri antichi, una pratica nata intorno al 1600 che offre opere veramente stupefacenti, è qualcosa che mai nessuna diavoleria tecnologia contemporanea può riprodurre con uguale fascino.

Non si sa quanti ce ne siano ancora in circolazione di questi libri, ovviamente preziosissimi e assai ricercati dai collezionisti e dagli appassionati di arte libraria (ben danarosi, certo!). Una delle maggiori raccolte di essi (oltre 150 volumi) è custodita presso la Cary Graphics Art Collection, archivio di libri rari e antichi ospitata dal Rochester Institute of Technology di Henrietta, USA.
La collezione è presentata qui (da Wikipedia, in inglese) e in questo video:

I 100 migliori libri del 21° secolo (?)

Il “The Guardian”, che è uno dei più prestigiosi quotidiani al mondo, se non “il più” di tutti, ha stilato una classifica dei “100 migliori romanzi del 21° secolo” – ovvero, è bene specificarlo (che già qualcuno ha commentato cose tipo «degli ultimi 100 anni» o «ma se il secolo non è ancora finito!», eccetera), di quelli pubblicati in questi primi 19 anni e 9 mesi circa del secolo in corso.

Ora: io nei confronti di queste classifiche resto sempre abbastanza indifferente quando non scettico, dacché la loro ineluttabile parzialità – legata a fattori oggettivi, certo, ma non di meno limitanti – ne inficia il valore assoluto, e perché, in fin dei conti, la vecchia massima «De gustibus non est disputandum» resta sempre valida, nel bene e nel male. Mi chiedo anche quanto bene possano fare al mercato graduatorie parziali del genere, e se la letteratura, quando sia “grande” ovvero quando il valore letterario di certi testi sia elevato ed evidente, posa realmente essere ridotta a una mera classifica che, alla fine, ne banalizza l’impatto culturale legandolo ad aspetti soprattutto e dozzinalmente commerciali.

In ogni caso, dopo ‘sto personale pippone che tale è, e dunque niente affatto mirato a una critica a suddetta classifica del “The Guardian” – anzi, ogni cosa pubblica nella quale si disquisisca di letteratura alta è ben gradita e assai necessaria, sempre! Alla fine la classifica me la sono letta e studiata pure io, dunque… – vi invito a darle un occhio, cliccando sull’immagine in testa al post. Magari, me lo auguro, vi trovate cose estremamente interessanti e illuminanti ovvero qualcosa su cui riflettere o di cui criticare. Qui trovate un altro interessante articolo al riguardo, dal sito dell’Agi.

Una colpa grave

Fatto sta che saranno un venti giorni più o meno che non acquisto libri – anche perché ho gli scaffali di casa sui quali tengo quelli ancora da leggere che traboccano, e dopo averne acquistati almeno un buon centinaio, quest’anno – e mi sento terribilmente in colpa.
Già.

(L’immagine è presa da qui.)