Oggi (martedì 13 maggio) i media strombazzano (giustamente, sia chiaro) i risultati, anzi, i record conseguiti dall’edizione 2014 del Salone del Libro di Torino, conclusasi giusto ieri (ovvero lunedì 12): QUI un esempio. Più o meno la stessa cosa avveniva lo scorso anno, quando ugualmente i media avevano parlato di nuovi record, rispetto all’edizione precedente (leggete QUI, ad esempio).
Benissimo, sono veramente contento di ciò. Come scrivevo venerdì, a differenza di molti altri “colleghi” non sono mai stato prevenuto nei confronti del salone torinese e del suo carrozzone nazional-popolar-editoriale scintillante e rumoroso; per di più, a fronte dei risultati conseguiti e riferiti dalla stampa, viene spontaneo pensare che dai, forse forse non bisogna essere così pessimisti sul futuro nostrano dell’editoria e della lettura dei libri…
Epperò poi vado a leggere l’indagine ISTAT sullo stato della lettura in Italia relativa al 2013 – ovvero al periodo posto nel mezzo di due edizioni “da record” del Salone, appunto – e constato che no, tutt’altro: il numero di lettori in Italia è calato ancora, passando in un anno dal 46% al 43%.
Dunque? Che sta succedendo? Il Salone, principale kermesse nazionale dedicata al libro, aumenta i visitatori, ma i lettori in Italia calano e parecchio. Negli stand si sono venduti più libri, ma i librai italiani continuano a chiudere. Qualcosa non quadra, con tutta evidenza.
Pare di assistere ad un fenomeno di – passatemi il termine – autoghettizzazione del panorama editoriale e letterario nazionale, sempre più florido e brillante negli ambiti ristretti ad esso dedicati e sempre più moribondo altrove, con gli eventi pubblici (grandi e importanti come Torino o meno, come le fiere dedicate alla piccola e media editoria ovvero le altre manifestazioni del genere) sempre più simili a floride oasi sparse e isolate in un vasto deserto, peraltro ogni giorno più avanzante. Il patron del Salone, Ernesto Ferrero, si dimostra (almeno davanti ai microfoni, come quasi sempre accade; poi, quando quelli si spengono e si chiude la porta del proprio ufficio…) ottimista: “I lettori hanno ripreso fiducia e gli editori lasciano Torino rinfrancati. Non so se questa sia la colomba bianca che segna la fine del diluvio, ma probabilmente questa volta ci siamo proprio vicini.” Un ottimismo, appunto, che personalmente non posso non appoggiare ma che stride parecchio, ahinoi, con la tendenza pluriannuale della lettura in Italia fotografata dall’Istat.
E quindi? Come fare affinché quella colomba bianca non venga impallinata appena esce dall’oasi sopra la quale ha spiccato il volo? Beh, personalmente credo che la questione sia sempre quella: ricadute potenzialmente positive che si generano dal successo di eventi come il Salone del Libro di Torino verranno inesorabilmente annullate se, al di fuori di esse e spentisi i riflettori mediatici che le hanno illuminate, tornerà a regnare su ogni cosa la non-cultura imperante dalle nostre parti che fa del libro e della lettura un qualcosa di superfluo – non-cultura, inutile dirlo, efficacemente diffusa proprio dai mass-media – e che viene ben supportata dalla pressoché totale assenza di azione delle istituzioni, pronte solo a tagliare i fondi per la cultura e giammai a comprendere che quelle non sono spese ma investimenti, e per giunta i più preziosi, visto che agiscono sulla società e sul benessere di chi ne fa parte. Se le suddette oasi al momento ancora floride resteranno tali, in balia della desertificazione culturale sempre più avanzante, se non si creeranno delle vie di comunicazione tra di esse in modo da creare una efficace rete di supporto alla lettura così che quanto di florido e vitale in esse si genera possa cominciare a diffondersi anche al di fuori delle stesse e nell’ogni dove, temo che eventi come Torino e come ogni altro simile diverranno veramente dei ghetti temporanei nei quali il libro e la lettura apparentemente sopravviveranno ma in realtà verranno sempre più limitati e soffocati. Mi viene in mente l’esperienza di Liberos, in Sardegna (ne ho già parlato QUI): ecco, questo è a mio parere un buon esempio di “rete” che si può tentare di ampliare su scala nazionale per vedere che succede. Ma in effetti di cose buone se ne possono fare parecchie: si tratta solo di metterle in atto, senza perdersi in continui sbattimenti politico-finanziari che, spesso, paiono veramente creati apposta per uccidere nella culla qualsiasi idea potenzialmente buona, e ponendo come punto fisso di partenza quanto ho scritto poco sopra; il supporto economico per la cultura non è e non sarà mai una spesa ma sempre, e ripeto sempre, un investimento (come hanno capito bene in Francia, giusto per citare un altro esempio virtuoso del quale vi riferirò a breve.)
Il successo del Salone di Torino e i suoi record sono una gran bella cosa, e non c’è che augurarsi che ogni anno si possa festeggiarne di nuovi, ma se tali e solo tali resteranno – qualcosa di eccezionale, di fuori norma, qualcosa di cui vantarsi come ci si può vantare di girare con una scintillante Ferrari, auto meravigliosa e ammirata da tutti ma che poi mai verrà usata nella vita e nel traffico di tutti i giorni, tenendola invece chiusa e al sicuro in garage – allora la colomba bianca citata da Ferrero sul serio è già bell’e impallinata.
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La tragica normalità di un paese “analfabeta” in tutto, o quasi. Dopo la Sardegna, a chi toccherà?

Alé, anche la Sardegna è entrata in elenco. Dopo Liguria, Toscana, Campania, Piemonte, Veneto… – un elenco parecchio lungo, in effetti.
A chi tocca, ora?
Sì, perché capiterà ancora, e mica bisogna essere Nostradamus per prevederlo. Lo intuiscono pure i sassi ormai, così come ormai conoscono tutta la prassi successiva a tali tragedie – sempre la stessa: le polemiche, i dibattiti in TV, l’allerta che c’era anzi no e la colpa è tua no è sua, i soccorsi in ritardo, i politicanti che dicono “siamo accanto a voi!” mentre con 10 minuti di elicottero volano sulle zone colpite per poi tornarsene nei propri palazzoni romani, gli sms da 2 Euro che siano lodati, certo, ma a volte si ha l’impressione che li abbiano inventati apposta per far mettere il cuore in pace a chi non è della zona e non sentire la colpa del pensare “meno male che è capitato a loro e non a me!”, i fondi stanziati ma che, chissà perché, non arrivano mai… Poi altre notizie occuperanno i servizi dei TG e le prime pagine dei giornali, le polemiche si placheranno, la gente troverà ben altro con cui distrarsi e tutto scivolerà via liscio come il marmo d’una tomba uguale a tante altre, l’ennesima anomalia muterà in normalità, esattamente come ogni altra che questo paese non è stato capace di risolvere e dunque ha pensato bene di rendere “normale”, appunto, di trasformare in regola. E’ normale che in Italia ci sia la mafia, è normale che i politici siano quel che sono, è normale che le strade siano piene di buche, è normale che per una partita di calcio dei “tifosi” si accoltellino. Tutte “regole”, tra le tante, e pure fedelmente rispettate – queste sì.
Ecco, anche il dissesto idrogeologico è regola, in Italia. Sempre i suddetti sassi lo sanno, ormai, che la penisola italiana da questo punto di vista è un territorio a rischio, eppure col tempo è diventato normale – ad esempio – costruire sul letto dei fiumi, se non addirittura dentro. Per poi piangere morti e devastazioni – così tante volte che ormai è cosa normale, vedi sopra. Se non fosse così, si cercherebbe di fare qualcosa, di sistemare tale anormalità, ma essendo ormai una cosa normale, mica richiede una soluzione, no? Il ragionamento fila, esattamente come fila la cosa più stupida e irrazionale nella mente dell’imbecille.
D’altro canto, è normale che un paese che ha deciso di ignorare e dimenticare di essere una delle culle mondiali della cultura, tanto da sputare in faccia a qualsiasi cosa di culturale per fare spazio – il maggior spazio possibile – all’idiozia generale, istituzionale e non, sia divenuto totalmente analfabeta anche nella lettura del territorio. Perché il territorio è elemento culturale, e il saperlo leggere, interpretare, comprendere, il sapersi adattare ad esso, è in tutto e per tutto cultura, è esercizio culturale. La si usa anche una definizione del genere, in questi casi: leggere il territorio, proprio come fosse un libro che trasmette certe nozioni, da capire, imparare e in base alle quali agire – è anche per questo che ne voglio parlare qui sul blog, in mezzo ai più disparati argomenti letterari e non solo.
Ma in Italia è ormai normale pure che al potere, sulle poltrone del comando, ci vadano i peggiori analfabeti civici – uso tale definizione cercando di trattenerne altre ben più scurrili. E dunque? Dobbiamo anche noi adattarci a tale imbecille analfabetismo? Siamo così ipnotizzati dalle mille e mille futilità che ci vengono propinate (panem et circenses, la regola è sempre quella!) da passare per emeriti cretini, e farci di conseguenza prendere per il sedere in modo tanto sfacciato?
Alla fine, la scelta è sempre nostra, e nostra può essere l’azione contro chi devasta il territorio – il nostro territorio – per poi presentarsi in giacca e cravatta di fronte alle bare piagnucolando e assicurando che “io non centro nulla!”, oppure per mostrarsi in qualità di benefattore al solo scopo di intascarsi una bella fetta di soldi stanziati per l’emergenza – ah, ecco: l’emergenza all’italiana, altra normalità ormai ben consolidata!
O la smettiamo con ‘sta immonda e letale tiritera, ovvero ci riprendiamo in mano il nostro territorio togliendolo dalle mani di politici e affaristi criminali, oppure prepariamoci ad aggiungere il nome di un’altra zona del paese a quell’elenco citato in testa all’articolo – magari proprio quella in cui abitiamo: chi può dirlo che non sarà così? Ah, e nel caso, smettiamo pure una volta per tutte di considerarci cittadini di una “democrazia”! Questa sì, una cosa che dovrebbe essere normale e invece è diventata ormai una sconcertante anomalia!
Come piccoli Davide contro il grande Golia. Con i colossi della vendita di libri online sempre più dominanti, il destino delle piccole librerie di quartiere pare segnato. O forse no…
Una delle questione che più mi sta a cuore del panorama editoriale e letterario contemporaneo – e sulla quale dunque disserto ad ogni buona occasione, per come la ritenga tanto sintomatica quanto ineluttabile – è la costante falcidia delle librerie indipendenti (o di quartiere, come molti le definiscono per rimarcare la loro natura “popolare”), quegli autentici e importantissimi presidi culturali sovente a gestione familiare nei quali la vendita di libri è direttamente legata alla passione per essi dei proprietari piuttosto che a fredde logiche di mercato e di finanza, come quelle alla base dei grandi gruppi di distribuzione – legati a doppio filo ai più importanti editori – che stanno sempre più fagocitando il mercato stesso causando l’estinzione, appunto, delle piccole librerie. Ovunque il loro numero è in continua diminuzione sia nelle grandi città che nei piccoli centri (ad esempio a Bergamo e provincia, territorio di cui mi sono occupato di recente in tal senso, si è passati in circa vent’anni da 500 librerie a poco più d’un centinaio), con un trend di chiusure in drammatico aumento col passare del tempo anche perché la vendita online di libri, pure qui sempre più monopolizzata da pochi attori – uno su tutti: il colosso Amazon – si è intanto presa una fetta sempre maggiore di mercato così togliendo ancora più ossigeno ai piccoli librai, minuscole formichine che nemmeno riescono a fare il solletico ai giganteschi “elefanti” multinazionali della distribuzione editoriale. Una realtà parecchio triste, inutile dirlo, anche al di là delle essenziali considerazioni sull’importanza culturale, dunque anche sociale, delle librerie indipendenti e del loro lavoro di promozione dei libri e della lettura. Ma è una realtà che determina un destino inesorabilmente funesto, come verrebbe da ritenere, oppure i tanti piccoli librai-Davide possono ancora fare qualcosa, o quanto meno tentare di fare qualcosa, contro il vorace Golia?
Negli ultimi tempi due iniziative di diverso stampo ma con simili progetti e scopi possono fornire qualche interessante dritta nel merito. La prima che vi voglio presentare ha ormai già compiuto un anno
di vita: è italiana, più precisamente sarda, e si chiama Liberos, che in sardo logudorese significa sia “libri” che “liberi”. Liberos è un progetto di rete nato per volontà di scrittori, editori, librai, associazioni culturali, bibliotecari e agenti letterari, che – come si legge nella presentazione del progetto – “nasce dalla constatazione delle difficoltà di sopravvivenza di tutti i soggetti della filiera sarda del libro. Si propone di offrire a librai, bibliotecari, editori e agli altri attori del mondo editoriale uno strumento di relazione costante, di progettazione comune e di comunicazione diretta con i lettori. Ai lettori, che sono la chiave di volta di questo progetto, Liberos offre moltissimi servizi, il principale dei quali è un social network on line dove incontrarsi, costruire i propri angoli di lettura personalizzati, entrare in contatto diretto con gli autori, le associazioni, i librai, gli editori e i bibliotecari e ricevere informazioni sul mondo del libro in Sardegna.” Un progetto che in questo primo anno di vita ha già ottenuto ottimi riscontri e che trovo molto interessante anche per via della sua valenza locale: è certamente adattabile, con le ovvie e opportune varianti del caso, a qualsiasi altra realtà simile, geograficamente contestualizzata o meno.
La seconda iniziativa che vi presento è invece un progetto francese, più immediato nella forma ma pure più “aggressivo” nella sostanza, verso la mera realtà “commerciale” del mercato editoriale. Di esso ne ha parlato qualche settimana fa su La Stampa il corrispondente da Parigi Alberto Mattioli: “Strangolate da Amazon, devastate dalla grande distribuzione, minacciate dall’ebook. Le librerie indipendenti hanno perso molte battaglie, ma sperano ancora di vincere la guerra. O almeno di limitare i danni. Così 64 boutique del libro di Parigi si coalizzano per contrattaccare sul terreno del nemico: Internet. È in rete www.parislibrairies.fr perché, come racconta al Parisien Laura de Heredia, «sono quattro anni che noi librai sentiamo i clienti dire: non avete questo libro? Lo ordinerò su Amazon». (…) “Fra i 64 ci sono indirizzi storici, come «Delamain», di fronte alla Comédie-française, «Eyrolles» a Saint-Germain o la «Gallimard» in boulevard Raspail, posti dove talvolta si è fatta la storia o, più modestamente, ci si è fatti una cultura. L’idea è semplice: digiti il titolo e il sito ti dice dove è disponibile. Localizzi la libreria più vicina a te e l’acquisto è fatto. Oppure puoi ordinare il tuo volume on line. In entrambi i casi, però, devi andare a prendertelo «live»: la consegna per posta è lasciata alla «nemica» Amazon. «Vogliamo preservare – dice de Heredia – il nostro savoir-faire e il contatto umano».”
Faccio notare che tale progetto parigino di “web-alleanza” commerciale tra librai indipendenti viene da una realtà, quella francese appunto, di gran lunga migliore di quella italiana sotto ogni punto di vista: in Francia le librerie sono parecchio tutelate da apposite iniziative di legge – ad esempio fin dal 1981 è in vigore una legge (legge Lang) che regola il prezzo del libro e la scontistica relativa – e possono inoltre godere in molti casi di sovvenzioni governative, peraltro non solo nelle circostanze di accertata difficoltà. Di contro, nonostante tale situazione favorevole, anche i “cugini” transalpini librai soffrono e non poco la mutazione del mercato a favore della grande distribuzione e della vendita online, tant’è che nella sola Parigi – una metropoli con un bacino d’utenza letteraria ovviamente imparagonabile a qualsiasi piccola realtà locale nostrana – nel corso del 2012 hanno aperto 4 nuove librerie ma ne sono state chiuse ben 12: un saldo annuale negativo che non abbisogna certamente di commenti. Proprio da queste preoccupanti constatazioni matematiche nasce il progetto www.parislibrairies.fr il quale, nella sua efficace semplicità, sarebbe a sua volta facilmente riproducibile altrove, avendo i librai da esso e dalla sua idea di base ben poco da perderci e semmai soltanto da guadagnarci.
Posto ciò, dunque, e tornando alla difficile situazione italiana, è persino inutile affermare che una delle iniziative migliori che i librai superstiti nostrani potrebbero da subito realizzare è quella di mettersi in rete – cittadina, provinciale o che altro: il vecchio motto “l’unione fa la forza” è quanto mai valido in tale situazione, nella quale pensare di poter resistere con la realtà di mercato attuale e in vista delle sue presumibili trasformazioni future, inevitabilmente sempre più indirizzate alla generale digitalizzazione (oligarchica, pure) del comparto editoriale, è semplicemente folle. L’alleanza sarda di Liberos e il progetto di rete dei librai parigini sono, lo ribadisco, due idee preziose (nonché facilmente realizzabili) e due stimoli importanti per cercare di agire in tal senso, magari con un progetto di genesi e formazione locale ovvero adattato, com’è ovvio che sia, al mercato, al pubblico, ai gusti e alle preferenze del posto. Voglio inoltre nuovamente rimarcare una delle peculiarità sostanziali possedute dai librai indipendenti e di quartiere, che mai alcun colosso dell’editoria potrà offrire ai suoi clienti – citato peraltro anche nell’articolo sul progetto parigino: il contatto diretto con il pubblico, la presenza “umana” del libraio come referente, consigliere e contatto immediato per qualsiasi esigenza del lettore, oggi ancora più importante con l’arrivo sempre più frequente sugli scaffali delle librerie di libri di infimo valore letterario, imposti a suon di pubblicità mediatica e scalpori pseudo-scandalistici piuttosto che per la loro eventuale qualità (sovente inesistente, appunto). Iniziative come quella sarda e quella parigina hanno anche il pregio di preservare l’indipendenza dei soggetti che vi partecipano – cosa a volte molto sentita dai librai “storici” – nel frattempo unendo le varie singoli voci in un unico coro che, questa è la speranza, sappia farsi sentire, se non in modo preponderante, almeno in modo certamente distinguibile dai lettori, così che in nessun caso possano dimenticare che probabilmente quel tal libro che si vuole acquistare e che viene quasi automatico ricercare sul web magari lo si trova pure nella libreria sotto casa, davanti la quale si passa forse quotidianamente nell’andare a scuola o in ufficio.
E allora forse sì, i minuscoli librai-Davide – di qualsiasi zona essi siano – potranno non solo sopravvivere all’aggressione del colossale Golia, ma potranno pure tornare a essere una presenza culturale importante e una risorsa sociale preziosa in ogni nostra piccola e grande città.
Pugnaci esercizi di autodifesa culturale
Ormai è più che chiara, la situazione. Quasi pleonastico rimarcarla. L’Italia, paese primario al mondo (se non primo in assoluto) per potenzialità culturali, e per altrettanto potenziale e fruttuosa influenza della cultura sulla società civile e sullo stato del paese, la cultura stessa istituzionalmente l’ha ormai gettata alle ortiche. La classe dirigente che ci comanda, ignorante e becera (oltre che sovente criminale), non capisce quanto bene si potrebbe ricavare (anche dal punto di vista economico) dalla cultura – non solo: con la ormai palese strategia di rincoglionimento di massa (scusate la franchezza) posta in atto da decenni, funzionale al far che le menti spente non possano creare noie e fastidi alle loro mire di potere e di dominio sempre più vaste, sta facendo in modo che la cultura, in Italia, sia ormai quasi allo stato di cadavere. Lo si sa bene, d’altronde, che la cultura genera pensiero, dunque intelligenza, dunque consapevolezza della realtà: tutto ciò che il potere aborrisce, invece, per i motivi di cui sopra.
Dunque? Dunque non resta che fare una cosa – del tutto ovvia e naturale, d’altronde, se veramente vogliamo vivere in un sistema democratico: riprendere in mano il controllo della realtà, fare ciò che le classi dirigenti non fanno e probabilmente non faranno mai (visto al proposito l’orizzonte che abbiamo di fronte…), e cominciare a farlo fin dalle piccole cose – dacché, non dimentichiamocelo, anche le più grandi conquiste sono spesso fatte di tanti piccoli progressi, a partire da noi tutti singoli individui in su.
Ecco di seguito, ad esempio, due ottimi esercizi di autodifesa culturale, alla faccia di quei beceri potenti che un libro non sanno forse nemmeno come sia fatto…
Esercizio di autodifesa culturale #1: la biblioteca di condominio
“È stata inaugurata lo scorso 12 febbraio la prima “Biblioteca condominiale” a Milano, in via Rembrandt 12, passata subito agli onori della cronaca grazie alla singolare problematica che il suo fondatore, il Sig. Roberto Chiappello, è riuscito a mettere in luce. Non solo nel condominio di via Rembrandt 12, abitato da circa una settantina d’inquilini, si assiste infatti all’assurdo di non conoscere i propri vicini di pianerottolo, o il non aver scambiato se non un vuoto “buongiorno” per le scale con gli altri condomini. Il paradosso si raggiunge in ascensore, ci racconta con un filo di ironia lo stesso signor Chiappello che siamo andati a trovare per chiedere come procede l’iniziativa, dove, se si è in tre, uno fa girar il mazzo di chiavi, l’altro guarda il soffitto e l’altro il pavimento, perpetuando questa bizzarra situazione. “Abbiamo cercato di abbattere le distanze tra gli inquilini del palazzo, di dialogare con i condòmini per verificare se anche da parte loro ci fosse la volontà di creare finalmente un nostro spazio, adibito al dialogo e al confronto” dichiara il signor Chiappello. La Biblioteca, allestita in una sala adiacente alla portineria, ora considerata come spazio comune del condominio, imbiancata e sistemata di tutto punto per l’iniziativa, conta tra le sue fila più di mille titoli, ancora non catalogati, ed altri mille sono in arrivo. La maggior parte di questi libri, sottolinea il signor Chiappello, sono arrivati grazie anche al supporto di persone all’esterno del condominio, “ho addirittura ricevuto una telefonata da un signore di Perugia che voleva donarci alcuni libri”, aggiungendo, in risposta a chi del condominio aveva proposto di chiudere la biblioteca agli “esterni”, che queste opere non sono altro che un veicolo culturale, un mezzo attraverso il quale promuovere una nuovo modo di fare coesione sociale, all’interno tanto del condominio quanto del quartiere.” (articolo tratto da www.milanoize.com. Qui l’originale.)
Esercizio di autodifesa culturale #2: la comunità dei lettori
“Liberos in logudorese significa sia libri che liberi ed è il nome di un nuovo interessante progetto.
Liberos – come si legge sul sito di Michela Murgia – è un progetto di rete nato per volontà di scrittori, editori, librai, associazioni culturali, bibliotecari e agenti letterari. Partirà tra poche settimane, ma intanto è già on line una pagina di pre-lancio con un video (con musiche di Arrogalla). Il network Liberos sarà operativo ai primi di marzo. E’ già possibile però effettuare una pre-iscrizione su http://www.liberos.it (per testare per primi le funzionalità della comunità) e seguire l’iniziativa su Facebook e Twitter.
L’idea di Liberos nasce dalla constatazione delle difficoltà di sopravvivenza di tutti i soggetti della filiera sarda del libro e si propone di offrire a librai, bibliotecari, editori e agli altri attori del mondo editoriale uno strumento di relazione costante, di progettazione comune e di comunicazione diretta con i lettori. Ai lettori, che sono la chiave di volta di questo progetto, Liberos offre moltissimi servizi, il principale dei quali è un social network on line dove incontrarsi, costruire i propri angoli di lettura personalizzati, entrare in contatto diretto con gli autori, le associazioni, i librai, gli editori e i bibliotecari e ricevere informazioni sul mondo del libro in Sardegna.”
(Articolo tratto da www.edumondo.it. Grazie di cuore a Marta, del blog Tramedipensieri, per la segnalazione.)
Ecco. La cultura è nostra, la cultura siamo noi. Riprendiamone il controllo, e avremo tra le mani l’arma forse in assoluto più efficace contro qualsiasi deriva sociale, imposta per strategia o meno.
Alla pugna! E, mi raccomando, siate feroci e spietati, quando avrete un buon libro tra le mani!