Chi si farebbe operare da un architetto?

Il filosofo e sociologo Slavoj Žižek con la maglietta che reca il motto di Bartleby, lo scrivano di Melville. Foto tratta da “Artribune”, dall’articolo citato e linkato nel post.

[…] Chi si farebbe operare da un architetto? Chi si farebbe costruire la casa da un biologo? Chi si farebbe difendere in tribunale da un dentista? Perché invece presidenti e amministratori di imprese culturali (teatri, musei, festival, fondazioni) possono essere persone che non sanno nulla di finanza, controllo di gestione, contabilità, contrattualistica, risorse umane? Perché avvocati, medici, architetti non ci si improvvisa, mentre amministratori sì? Perché gestire decine e decine di milioni e centinaia di persone può essere per autodidatti e operare un essere umano, affrontare una causa in tribunale o progettare un ponte no?
[…]
Allora nella politica di oggi non ripongo speranze, ahimè; nel senso di responsabilità delle persone, invece, sì. Il più delle volte sono persone di pregio e con meriti sociali e creativi importanti. Appello: per favore, mettete da parte l’ego, la voglia di poltrona o di medaglie. E imparate a dire: “Grazie ma, no, non è il mio mestiere”.

(Fabio Severino su “Artribune” #50, in un editoriale intitolato I would prefer not to – sì, è la celebre affermazione di Bartleby, lo scrivano di Melville – nel quale riflette sagacemente su competenze (non) richieste e improvvisazione in politica, una realtà molto italiana per la quale – per dirla in modo suggestivo – gente che non sa fare, fa cose che dovrebbero fare altri a cui tocca invece fare tutt’altro. Leggete l’illuminante articolo nella sua interezza qui o cliccando sull’immagine in testa al post.)

George Orwell e la libertà

[Foto di Cassowary Colorizations – George Orwell, c. 1940, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=73550374.%5D

Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire.

(George Orwell, che lasciava questo mondo esattamente settant’anni fa, il 21 gennaio 1950. La citazione è tratta dalla prefazione de La fattoria degli animali, traduzione di Guido Bulla, Mondadori, Milano, 2011; 1a ed. Animal farm, 1945.)

INTERVALLO – Roma, Casa Museo Alberto Moravia

Alberto Moravia non ha certo bisogno d’alcuna presentazione, forse invece non tutti conoscono un luogo assolutamente affascinante legato al grande scrittore e alla sua vita: la Casa Museo di Roma, un appartamento all’ultimo piano di Lungotevere della Vittoria 1, dove lo scrittore, nato nella capitale italiana nel 1907, abitò dal 1963 fino al 1990, anno della morte.

L’intimità domestica, che il luogo conserva inalterata, offre al pubblico l’opportunità di avvicinarsi  con uno sguardo privo di soggezione ad una delle figure più importanti del Novecento europeo; uno scrittore dalla personalità complessa, intellettuale engagé, sostenuto da una profonda passione civile a da una curiosità culturale che hanno trovato espressione in molteplici forme e linguaggi. Nei diversi ambienti dell’appartamento, caratterizzato dalla semplicità degli arredi, moderni ma senza ostentazione, visitatori e studiosi possono ammirare le opere d’arte e gli oggetti della collezione in mostra sulle pareti delle stanze e dei corridoi dove si alternano agli scaffali ricchi di importanti volumi. Un luogo “museale” ma quanto mai vivo e attivo, di grande fascino e suggestione, che ospita inoltre le attività e le iniziative culturali promosse dall’Associazione Fondo Alberto Moravia: incontri, mostre, convegni internazionali, dibattiti, progetti editoriali e filmici che mantengono vivo l’interesse per lo scrittore e il suo lavoro.

Per saperne di più potete cliccare sulle immagini e visitare il sito web della Casa Museo, ove troverete ogni informazione utile per la visita.

(Le immagini presenti in questo articolo sono tratte dalla pagina facebook della Casa Museo.)

Fretta leggendaria

Leggendario era il modo dei Mohicani di orientarsi nelle più intricate foreste, anche al buio. Del resto non molti anni fa un pellerossa di Springs, Steve Talkhouse, a un bianco in automobile che gli offriva un passaggio, rispose «No, grazie, vado di fretta»; intendendo che, lungo sentieri attraverso boschi e campi che solo l’indiano riconosce, era sicuro di arrivare a destinazione prima dell’automobilista.

(Aldo Buzzi, L’uovo alla kok, Adelphi Edizioni, 1979-2002, pag.77-78.)

Come se la politica non fosse mai esistita

Ecco, a me, devo dire, piacerebbe moltissimo che qualche politico, di governo o di opposizione, facesse un discorso simile a quello che il poeta Iosif Brodskij ha fatto in occasione della cerimonia annuale per il conferimento delle lauree all’università del Michigan nel 1988, quando ha detto: «La sola cosa che di sicuro capiterà al mondo é di diventare più grande, vale a dire più popolato senza crescere di dimensioni. Non conta con quanta onesta l’uomo che avete eletto prometterà di suddividere la torta, questa non crescerà di dimensioni; in effetti, le porzioni sono destinate a diventare più piccole. Alla luce – o, piuttosto, all’oscurità – di ciò, dovreste far conto sulla cucina di casa vostra, vale a dire prendervi cura voi del mondo».
Sembra incredibile, ma è come se la profezia di Brodskij si fosse avverata: il mondo è diventato più popolato e, indipendentemente dall’onestà di quelli che abbiamo eletto, è ora che ce ne prendiamo cura noi, forse, come se la politica non fosse mai esistita.

(Paolo Nori, La grande Russia portatile, Salani Editore, 2018, pag.160.)

P.S.: ecco, questo indicato da Brodskij e citato da Nori sarebbe un ottimo proposito da realizzare nell’anno appena iniziato, prenderci finalmente cura noi del nostro mondo, mandando al diavolo tutti (e ribadisco, tutti) questi ignobili politicanti, come se la loro bieca politica non possa e non debba più esistere. Già.