Éntula, la via sarda (targata Lìberos) per la riconquista dei lettori perduti

logo_entula2015Più volte nei miei articoli qui e altrove ho fatto cenno a Lìberos, la comunità dei lettori sardi che riunisce professionisti del settore editoriale, librai, bibliotecari, associazioni culturali, media e location partner, festival, amministrazioni locali e, ovviamente, appassionati di libri in una rete che sostiene numerose proprie attività di promozione della lettura e promuove, nonché qualifica con le sue competenze, tutte le realtà sane esistenti sul territorio sardo che aderiscono al suo circuito. Accenno spesso a Lìberos perché la ritengo la migliore e più efficiente esperienza di promozione del libro e della lettura esistente oggi in Italia, dunque un modello al quale altre zone del paese, a livello più o meno locale, possono e potrebbero ispirarsi – naturalmente con l’intento finale di una sola rete nazionale che sostenga l’editoria indipendente in modo definitivamente efficace, appunto, oltre che politicamente importante.
Ora torno a occuparmi di Lìberos per un’ennesima ottima ed emblematica iniziativa, che ritengo tale sull’onda della personale convinzione che, per far tornare a leggere quella troppo grossa fetta di italiani che non leggono, bisogna in primis rimettere nel loro campo visivo il libro come oggetto, come “gadget” (ciò che non sarà mai nel concreto, ma giusto per riportarlo in un’area di interesse nazional-popolare) ordinario, invitante e intrigante – quanto già indicavo un paio di articoli fa, insomma. Sto parlando di Éntula, il “festival letterario diffuso” che, giunto quest’anno alla terza edizione, da aprile a novembre animerà le piazze, le biblioteche e i teatri dei piccoli e grandi centri della Sardegna. In pratica (leggo dalla presentazione), “Un suggestivo tour letterario costruito su misura per l’isola, per portare gli autori più conosciuti nei centri meno conosciuti, e gli autori esordienti sui palchi più ambiti. Autori sardi, italiani e internazionali che per sette mesi attraverseranno l’isola guidati da Lìberos e dagli animatori della nostra comunità culturale: lettori, bibliotecari, librai, associazioni, scrittori stessi.” E più oltre: “Un festival permanente spalmato sull’intero territorio, perché la festa del libro, come quella della donna e degli innamorati, come il giorno della memoria, o è tutti i giorni, o non è. Raggiungere anche i paesini più piccoli, lontani dai grossi centri e dalle spiagge, quelli dove “non succede mai niente”, dove l’unico sogno dei giovani è scappare, perché la vita è altrove. Rendere ognuno di questi paesi protagonista per un giorno, attrazione di un pubblico di lettori che vengono dai paesi vicini o dalle città per ascoltare l’autore preferito, ma anche di abitanti del luogo che spesso non sono lettori, ma partecipano perché è un evento della comunità.
Credo non serva rimarcare come queste parole contengano l’essenza di una pratica a dir poco fondamentale per la diffusione della lettura (e dell’interesse culturale in senso generale) nonché un concetto che, traslato in altro ambito ma con identico senso, sarebbe altrettanto fondamentale per il comparto editoriale indipendente italiano: comunità. Fare comunità ovvero di molti interessi affini, se non equivalenti, farne uno solo; coordinare gli sforzi di vario genere che mirino a quell’interesse comune e farli convergere; generare energia culturale diffusa, per il semplice motivo che la cultura e tutto quanto è ad essa conforme è un valore civico, importante nella grande città come nel borgo sperduto, e oggi in Italia è certamente la filiera editoriale indipendente a poter soddisfare tale bisogno, quando invece la grande editoria dimostra di aver sempre meno considerazione di quel valore civico e culturale per conferire sempre più importanza al mero tornaconto commerciale della vendita di libri – come se l’esercizio della lettura fosse cose secondaria, trascurabile, irrilevante.
Torno a leggere la presentazione: “Éntula è momento visibile di relazioni invisibili, di collaborazioni e combinazioni, il punto di arrivo di mesi passati a trovare punti in comune e strade da battere insieme a strutture pubbliche e private. (…) Il primo passo per far diventare il consumo culturale da evento a consuetudine irrinunciabile, per rendere ordinario lo straordinario e accessibile l’inaccessibile.” Ecco, esattamente il concetto che ho sostenuto in principio d’articolo e in tante altre occasioni: purtroppo, in Italia, il libro è stato trasformato in qualcosa non solo di non necessario, ma anche di fuori ordinario. Tempo libero? C’è la TV, i social network, i centri commerciali; il libro, nel modus vivendi imposto dalla società contemporanea e da chi la plasma, non è più stato considerato – strategicamente, ne sono fermamente convinto. Certo, ci sono i grandi e più celebrati eventi dedicati alla lettura, da Torino in giù – che siano benedetti e ben vengano e proliferino eccetera eccetera. Tuttavia, sarà per interesse divergente, per lucido pragmatismo o che altro, ma gli organizzatori di Éntula non sbagliano a segnalare il dubbio che quei grandi eventi alla fine dei conti – ovvero dati statistici alla mano – non apportino quei preziosi vantaggi al mercato editoriale e alla promozione della lettura che sarebbero sperabili e auspicabili. O forse sì, forse senza di essi la situazione sarebbe pure peggiore, ma certamente la loro durata limitata e la concentrazione in un certo luogo – generalmente una città a volte grande, e intendo concentrazione di persone e di attenzione – non agevola una larga fetta di pubblico la quale, se non è motivata a visitare tali eventi, certamente rischia di non godere dei relativi vantaggi. In parole povere: chi non legge non va a Torino, a Roma o a Mantova – giusto per citare tre location di eventi tra i più noti. Per questo trovo che Éntula sia un’idea assolutamente rimarchevole e da imitare altrove il più possibile: se il lettore non va al libro, che i libri vadano ai lettori, ovunque essi siano, e ci vadano in  modo convincente e allettante, innescando quel meccanismo di appagamento suscitato dall’essere parte di un gruppo socialmente riconoscibile, di una comunità, appunto – una comunità viva e articolata come dovrebbe essere quella che riunisce chiunque nutra la passione per una cultura viva e articolata come quella del libro e della lettura. Viva, anche come in fondo segnala lo stesso nome del festival sardo, Éntula da entulare: “Separare il grano dalla pula, fare una scelta di valore, raccogliere quel grano che poi diventa pane e fare della cultura un pane quotidiano che abbia il sapore del pane della festa.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Entra anche tu nell’Outlet del libro! (Io no, rimango fuori, grazie.)

Mi è comparso quanto sotto giusto qualche giorno fa nella casella mail personale… Non pensavo esistessero ancora iniziative del genere. C’erano già quand’ero bambino (svariati lustri fa…) e pure allora, quantunque non capissi un bel niente della loro sostanza, nonostante la nascente passione per la lettura mi ispiravano poco o nulla.

Senza nome-congiunto-06Eppoi, suvvia, quella definizione, “L’Outlet del libro”, è oggettivamente da galera immediata. E non tanto per la definizione in sé, nemmeno per quella “O” maiuscola per Outlet (vanagloria irrefrenabile? O furbesco tentativo di nobilitare l’avvilente?), ma per racchiudere in sé – che l’abbiano fatto consapevolmente o meno, i responsabili – l’essenza del degrado verso cui certa editoria ha cercato/sta cercando di spingere il libro e la pratica della lettura, trasformandola da esercizio socio-culturale fondamentale a mera azione consumistica (in barba alla vigente Legge sul prezzo del libro, peraltro). E non entro nel merito dei titoli offerti ai fruitori di siffatto “Outlet”, che sennò non ne esco più.

Chissà, poi magari, alla fine, queste iniziative col tempo hanno fatto guadagnare nuovi membri alla comunità di lettori… – in fondo, sono io il primo ad affermare che è benvenuta e benedetta ogni cosa che sia in grado di togliere la gente da davanti la TV per metterle un (buon) libro in mano e farla leggere! Ma di contro ammetto che quel mio scetticismo giovanile è rimasto intatto, negli anni. Di sicuro, nuovi lettori creati o meno, ‘ste cose hanno permesso (ed evidentemente permettono ancora) agli editori di svuotare i magazzini e di gonfiare i numeri di vendita, nel frattempo spacciando il tutto per iniziativa “nobile” e “culturale”. In effetti, “outlet” non è l’anglicismo per spaccio aziendale?

Se la legge Levi, le librerie ti bevi!

Sconti-libri-altraversioneAl di là del bislacco gioco di parole del titolo (pardon!), penso che molti di voi già conosceranno – almeno per nome – la cosiddetta Legge Levi, o “Legge sul prezzo dei libri”, controversa normativa che nel 2011 ha cercato di mettere un certo ordine al mercato editoriale italiano (in gran ritardo rispetto ad altri paesi europei, more solito!) e, tra le altre cose, fissato un tetto massimo al valore di sconto applicabile ai prezzi di vendita dei libri, con ciò venendo incontro alle richieste della piccola e media editoria e delle librerie indipendenti ma di contro scatenando vivaci proteste di molti lettori fautori del “meno costa meglio è”, sovente ritenendo che tale strategia commerciale sia indiscutibile ausilio alla vendita di libri e alla diffusione della lettura.
Bene – o male, fate voi: è notizia di solo qualche giorno fa (io la prendo da qui) che una delle norme contenute nella bozza del disegno di legge sulle liberalizzazioni e sulla concorrenza, su cui il governo in carica è al lavoro, predisporrebbe l’abolizione del limite massimo del 15% di sconto applicabile sui libri, appunto sancito dalla suddetta Legge Levi nel 2011. Di conseguenza verrebbero aboliti i commi 3 e 4 dell’articolo 2 della normativa che, rispettivamente, permettevano una deroga alla regola del tetto massimo agli sconti per il mese di dicembre e fissavano uno sconto massimo del 20% in occasione di eventi particolari come manifestazioni o fiere (sempre che tali commi fossero effettivamente rispettai dai soggetti coinvolti, ma questo è un altro discorso).
Un’abolizione, in buona sostanza, che consentirebbe di nuovo ai maggiori gruppi editoriali e alla grande distribuzione (sovente in comunella, lo si sa bene) di fare il bello e il cattivo tempo sui prezzi di vendita dei libri, con modalità consentite dai propri grandi numeri e, di contro, sostanzialmente impossibili per l’editoria indipendente e per quelle librerie di ugual natura (ovvero non di catena, ma quelle oggi ormai si fanno chiamare bookshop, non più banalmente “libreria”!) che devo subire imposizioni di prezzo e condizioni di vendita insostenibili nei confronti della grande distribuzione o della vendita on line. Tutto questo, per di più, aggravato dal fatto che tali angustie commerciali vanno a colpire un’editoria che ancora produce letteratura di qualità, a fronte invece di quanto prodotto, distribuito e imposto dai grossi gruppi editoriali – ma non vado oltre, anche qui, per non imboccare strade speculative infinite che peraltro avrete percorso più volte pure voi.
Insomma, il ritorno di un lobbismo editoriale (!) senza pudore, capace di influenzare la politica (ma non ci vuole molto, suppongo) a tutto vantaggio di un’oligarchia che, per come ha lavorato negli ultimi anni, ha fatto più danni che buone cose per l’editoria, la letteratura e – soprattutto – per la cultura nazionale, a fronte di una situazione di mercato palesemente sbilanciata e deprecabilmente lasciata in condizioni di liberismo assoluto. Peccato che si stia parlando di libri, ovvero oggetti culturali, e di cultura diffusa, appunto, non di detersivi o ciabatte da mare – il che dimostra, una volta ancora, la mancanza di preparazione non solo tecnica ma pure culturale di certa classe politica e dirigente nostrana quando abbia a che fare con cose di una certa delicatezza.
Se effettivamente l’abolizione delle suddette norme – ovvero lo svuotamento sostanziale della Legge Levi, controversa e discutibile quanto si vuole ma almeno primo passo per regolarizzare il settore – andrà in porto è ancora da vedere, tuttavia mi chiedo nuovamente perché, molto semplicemente e banalmente, visto che siamo comunque un paese del pianeta Terra e non di Nettuno o di Alpha Centauri, non si dia un’occhiata ad altre situazioni simili intorno a noi e a legiferazioni in materia che sembrano funzionare bene: la normativa vigente in Germania, ad esempio, che fin dal primo articolo recita così: “La presente legge è volta alla tutela del libro inteso come bene culturale.” Quella italiana inizia invece così: “La presente legge ha per oggetto la disciplina del prezzo dei libri.” Sarò esageratamente caustico, ma temo che già così poche parole dimostrino molto, se non tutto.

N.B.: articolo pubblicato anche su CULTORA, qui.

Bel(én) flop! (Un post all’apparenza frivolo ma in verità no, proprio no!)

FlopBelen

Giunte 5 copie d’ufficio [che è un modo elegante per imporre la loro presenza tra gli scaffali], rese 5 copie che vanno ad ammucchiarsi alle altre 9995 rimaste invendute. Questo per dire che i signori editori si lamentano della crisi, ma continuano a commettere gli stessi errori. Einstein sicuramente se la starà ridendo.

(Testimonianza da una libreria, 11/11/2014)

Beh, dai, però un po’ mi dispiace per la bella e brava (fate voi quale dei due aggettivi vi pare fuori luogo) Belén. Sì, perché poverina, lei magari nemmeno sa di quel libro, ovvero nemmeno conosce che ci sta scritto dentro, le avranno detto solo “pubblichiamo ‘sto libro che facciamo i soldi, dai!” e lei ovviamente avrà acconsentito, e poi le hanno detto “ora vai qui a presentarlo e poi vai là e poi in TV e lo spacco inguinale, mi raccomando!” e lei l’ha fatto perché è bella e brava ma pure generosa (ora ne avete tre di aggettivi tra cui scegliere…) e chissà, si sarà pure convinta – dacché è straniera, forse non la conosce ancora bene l’ItaGlia e gli itaGliani – che a chi piacciono le farfalline piacciono pure i libri da leggere (“libri” in senso di oggetti dotati di tale forma, voglio dire.)
Povera Belén! Solidarietà e vicinanza, a lei. (No, nessun secondo fine, ve lo assicuro!)
Eppoi, in secondo luogo (e va già bene, che in giro il tema di seguito trattato è ormai al 28° o al 72° se non al 1245° luogo in ordine di importanza, nell’attenzione dell’opinione pubblica), un po’, anche un po’ tanto, mi dispiace per i lettori. Per noi lettori, sì, mica per gli editori uno dei quali ha preso Il Belén-abbaglio e ora si ritrova con tanta “bella” carta da macero nei magazzini. Mi dispiace perché tutti quei tot libri della bella e brava e generosa ma sfortunata (vedi sopra) Belén almeno occupavano lo spazio sugli scaffali delle librerie che ora invece sarà conquistato da chissà qual altra “opera letteraria” anche peggiore: eventualità pressoché certa per come ormai si comportano gli editori nostrani al riguardo (strategie editoriali, le chiamano, che è come chiamare Boeing 787 un aeroplano di carta), i quali a fronte dell’insuccesso del libro di Belén Rodriguez mica rifletteranno sul fatto che forse ci sarebbe da proporre libri con contenuti più degni di tal nome, semmai si convinceranno che, con tutta evidenza, il libro suddetto rimasto invenduto era troppo poco frivolo (trad.: “scandaloso”) ergo c’è da pubblicare di ben peggio. Più tette, più coiti, più drammi familiari, più gossip della peggior specie. Una soubrette con video porno disponibili sul web e la famiglia in gran parte sterminata: ce n’è una così, in giro? Sarebbe un libro di gran successo, questo sì!
O forse no. Resisto, sì, a che la pratica ma iconoclasta acidità fin qui espressa non soffochi del tutto la speranza che invece, almeno i lettori, abbiano capito ciò che gli editori – tzé! – pare non capiscano. O che capiscono ma se ne sbattono altamente, nel frattempo che nemmeno il libro della siorìna María Belén Rodríguez Cozzani risolleverà i dati di vendita di libri nostrani – e i loro bilanci ultra-dissestati. D’altronde, se un aereo – quel Boeing prima citato, per dire – è fatto per volare e invece viene usato a 90 all’ora in autostrada come fosse un normale bus, non ci si lamenti se gli utenti non se ne servono perché è più veloce il treno… E non gli si aumenti la velocità, che tanto non serve e poi, grosso com’è, nemmeno ci passa dal casello autostradale!

Tu quoque, lector, emptor mi! (Della serie: “I librai? S’attaccano!”)

Ex libraio cerco lavoro
Dobbiamo difendere i librai”… “Le librerie indipendenti sono un patrimonio da tutelare”… “La filiera editoriale è un comparto prezioso e insostituibile”… “Quello dei libri non è un mercato ma è un ambito culturale” eccetera eccetera eccetera… Bla bla bla… Blablablablablabla.
Si leggono così spesso dichiarazioni del genere, sui media e sul web, che se un centesimo di esse venisse effettivamente messo in pratica, vivremmo nel Bengodi dei libri e della lettura!
Eppoi, in mezzo alle suddette lodevoli dichiarazioni, si legge pure altro. Quanto di seguito, ad esempio (da La Stampa del 22 Agosto scorso):

La Feltrinelli ha lanciato sul suo sito un sondaggio on line (“Angeli o diavoli?” è la domanda) dedicato ai giganti del web. Gli scrittori italiani tacciono, d’accordo, ma i lettori no. A quanto pare (la fonte è Antonio Prudenzano sul sito “Cado in piedi”) i lettori votano i massa a favore di Amazon, dei suoi servizi e dei suo prezzi bassi, fregandosene dei rischi di un universo monopolista alle porte, quasi un totalitarismo del consumo. Meglio la gallina oggi. Domani è un altro giorno. 

Va bene.
Dunque, se i lettori medi vogliono questo, e a quanto pare lo vogliono senza molti dubbi, vorrà dire che – supponendo di dare ragione alle visione più pessimistiche (o forse solo più pragmatiche) sul tema – quando l’oligopolio editorial-finanziario si sarà definitivamente installato sul mercato, potremo comunque trovare i soldi per comprare libri ed ebook vendendo qualche anello prezioso di famiglia nei “Compro Oro” che avranno preso il posto delle librerie indipendenti e/o di quartiere fallite, oppure sfidando la fortuna nelle sale slot similmente impadronitesi dei locali commerciali di paesi e città. Nessun problema, no?

Ok, ok, sono troppo catastrofista, e in fondo non ce l’ho affatto con Amazon – lo sostengo sempre, quando vado dal mio libraio di fiducia, nella sua minuscola libreria, chiacchierando con lui del più e del meno editoriale e letterario. Amazon è assolutamente utile: se non ci fosse, come potrei più facilmente trovare le migliori edizioni dei libri che poi al suddetto librario ordino con assoluta precisione?
Ribadisco: lode e gloria al gigante del commercio on line statunitense, tuttavia resto convinto che il libro, sia di carta o digitale, non è un oggetto acquistabile come qualsiasi altro. Che poi lo si possa acquistare anche on line mi sta benissimo, ma che possa divenire (suo malgrado) uno strumento di imposizione d’un ennesimo monopolio commerciale come tanti altri ben più futili beni di consumo, per di più sopprimendo un elemento di così alto valore culturale e pure sociale quale è una libreria… beh, no. Non esiste proprio.
Insomma, sarò un povero idealista, ma per quanto mi riguarda la gallina può stare tranquilla, sia oggi che domani. Di mangime da darle ne ho alla grande, e il mio librario di fiducia non mangia nemmeno carne. Ecco.

P.S.: per capire il titolo di questo post (“Anche tu, lettore, cliente mio!“), prima che mi prendiate per un mentecatto con squilibri latinisti, cliccate QUI.