“Scrittore” chi, cosa, quando… perché?

Ma, in fin dei conti (e al di là delle enunciazioni “di comodo”), basta aver scritto e pubblicato qualche libro per potersi definire “scrittori”? Per acquisire l’accezione e il valore del termine quale sostantivo e non più come aggettivo (sempre che prima si sia saputa acquisire questa, ovvio) o per non essere dei meri “autori”? Chi si definisce “scrittore” è realmente e genuinamente mosso, nella sua pratica letteraria, da “intenti artistici”, come sentenzia la definizione del termine, o è mosso da altri “intenti”? Ovvero: è ancora la presenza di “intenti artistici” a definire e giustificare il termine, oggi, o sono altri elementi? Inoltre: conta ancora, nel definire cosa è lo “scrittore”, il rapporto e la consonanza tra chi è e cosa fa? E con ciò che scrive, con il senso e il valore culturale di quanto scrive e rende pubblico?

Beh, sono domande sulle quali mi ritrovo spesso a riflettere, al fine di ricavarne qualche buona risposta invero piuttosto ostica e indeterminata – domande che, io penso, chiunque scriva dovrebbe porsi, almeno qualche volta.

Comunque io no, scrivo libri ma non sono uno “scrittore”. Il quale peraltro è un termine che si porta pure appresso un sacco di responsabilità, per certi versi assai gravosa, e la scarica addosso a chi lo usa nel momento stesso in cui si definisce tale – e che sovente di quella responsabilità rimane ignaro, o bellamente incurante. Meglio rifletterci sopra per bene, dunque, ed evitare qualsiasi assunzione indebita, già.

(Nell’immagine in testa al post: Ivan Koulikov, (1875–1941), “Ritratto dello scrittore russo Evgeny Chirikov”, 1904.)

INTERVALLO – Ankara (Turchia), Biblioteca Pubblica di Çankaya

Una piccola biblioteca pubblica che evoca innumerevoli suggestioni come poche altre (anche quando ben più grandi e prestigiose) sanno fare, quella di Çankaya, città nei pressi della capitale turca Ankara. Qui, i netturbini locali hanno preso a recuperare e “salvare” i libri che trovavano tra i rifiuti raccolti quotidianamente, arrivando in breve tempo ad accumularne un numero cospicuo e a interessare alla loro iniziativa molti altri residenti, che a loro volta hanno donato libri propri ovvero ritrovati un po’ ovunque. Così, il 18 gennaio scorso, è stata inaugurata una biblioteca pubblica con ben 6.000 volumi ordinati nei suggestivi locali di una ex fabbrica di mattoni a sua volta abbandonata, realizzando un’iniziativa meravigliosa, di raro valore socio-culturale e, come detto, dalle molteplici suggestioni profondamente esemplari. Ad esempio dimostrando come i libri (e la cultura in genere) sappiano suscitare grandi cose e migliorare il mondo anche quando abbandonati o deprecabilmente gettati nella spazzatura.

Cliccate sulle immagini per saperne di più oppure qui per leggere un articolo al riguardo di CNN (in inglese).

P.S.: en passant, i libri non si buttano mai via, nemmeno quelli peggiori. Piuttosto si regalino a qualcuno o alla biblioteca più vicina. A chiunque li gettasse nella spazzatura comminerei svariati mesi di condanna ai servizi sociali, se ne avessi facoltà.

P.S.#2: grazie a Rossella Mauri che ha indirettamente ispirato questo articolo.

INTERVALLO – Jorge Méndez Blake, “El Castillo” (Summer reload)

(Una rassegna degli articoli più “cliccati” dell’ultimo anno qui sul blog, in attesa di tornare a pieno regime dopo l’agognata e giammai necessaria pausa vacanziera! 😉 )

Jorge Méndez Blake è un artista messicano le cui installazioni di frequente rappresentano la combinazione delle sue due grandi passioni, l’architettura e la letteratura e nelle quali materiali ed opere sono indistinguibili, la materia stessa è l’opera d’arte comprensiva del suo significato e della sua efficacia rappresentativa ed espressiva.

L’opera nelle immagini si intitola El Castillo (“Il Castello”), prendendo il nome dal libro che ne è protagonista, proprio Il Castello (orig. Das Schloß) di Franz Kafka, e dimostra, nemmeno così metaforicamente, come la forza (culturale) di un solo libro, e di quanto esso rappresenti, possa tanto sostenere un muro quanto deformarlo, intaccarne la solidità, esserne elemento costitutivo e costruttivo (se il muro fa da fondamenta a una buona realizzazione) ma pure distruttivo (se serve a dividere e a separare). Si può costruire la muraglia più possente e apparentemente invalicabile, insomma, ma nemmeno questa avrà mai la forza e l’impatto della buona cultura.

Cliccate sulle immagini per saperne di più oppure qui per visitare il sito web di Méndez Blake.

(P.S.: grazie a Sarah Inverno per la segnalazione.)