Doccia fredda

Ice-Bucket-Challenge (2)
Premessa (inevitabile): evviva il tirarsi in testa acqua ghiacciata se lo si fa per raccogliere fondi a favore di chiunque ne abbia bisogno* (e i malati di SLA, per i quali ora si stanno raccogliendo, ne hanno parecchio – soprattutto qui da noi, in questa miserrima Italietta)! Però mi chiedo: perché un’iniziativa divertente alla quale chiunque è libero di aderire ma anche no (intendo il tirarsi secchiate gelide in terra) rischia per l’ennesima volta di finire in volgare caciara? Tra web-esibizionismi, accuse varie (quello ha dato tot e quella invece una miseria…), snobistiche storture di naso e infinite chiacchiere vane e vanesie, mi viene da pensare che: 1) ogni singolo euro donato a favore di chi ha bisogno è oro colato (e più sono meglio è, inutile dirlo); 2) si può benissimo donare senza esibirsi sul web e senza per ciò passare per antipatici, ovvero senza doverlo dire a chicchessia; 3) il massimo sarebbe se, passata la moda di ‘sto Ice Bucket Challenge (perché per i più sarà, ahinoi, mentre in origine non lo era e non lo è), le donazioni a favore dei malati di SLA (e di mille altre situazioni di bisogno) continuassero e magari aumentassero, anche senza il bisogno d’una secchiata d’acqua gelata in testa o d’altro del genere. Altrimenti sì, sarebbe una ben poco divertente doccia fredda – una terribile doccia gelida – per quei malati e per chi li aiuta a vivere una vita dignitosa.

*: Forse tale post non sembra di “interesse culturale” come quelli che solitamente pubblico qui nel blog ma, a ben vedere, un fenomeno virale del genere diventa (anzi, è già diventato) costume, seppur temporaneo, per quanto se ne parli e se ne scriva: ergo, è cultura. Pop, trash, idiota o virtuosa, di un’estate oppure no, la sostanza non cambia. E se lo diventasse in toto, ovvero ottenendo di accendere in maniera definitiva l’attenzione sulle innumerevoli situazioni di bisogno che il nostro mondo contemporaneo presenta – e la SLA è una di esse – sarebbe la migliore delle iniziative culturali desiderabili.

Nel ghetto di noi idioti acculturati

La ignoranzia non avendo né fine, né regola, né misura, procede furiosamente e dá mazzate da ciechi.

(Francesco Guicciardini)

Frequentando spesso – per un irrefrenabile e inguaribile bisogno fisiologico, oltre che per interesse diretto… – luoghi ed eventi culturali, e trovandovi spesso un sacco di gente – e, intendo dire, gente interessata e palesemente consapevole di quanto sta vivendo, non soltanto visitatori da mostra-blockbuster o museo-di-tendenza o evento-trendy che ci stanno solo per dire “io c’ero!” ma che alla fine del senso e/o del messaggio culturale relativo non resta poco o nulla nella loro zucca – sovente mi trovo ad essere felice di tali affollamenti, del vedere che meno male, c’è ancora gente, e ce n’è tanta, interessata alla cultura e intrigata da essa ovvero che non accetta pedissequamente di farsi rattrappire, mentalmente e intellettualmente, dal sistema che regge il nostro mondo quotidiano – e la nostrana terra in particolare. E dunque, inevitabilmente, mi ritrovo a formulare il più banale tanto quanto genuino e fiducioso dei pensieri: beh, dai, ma allora c’è ancora qualche speranza per questo nostro paese, c’è ancora la possibilità che il rincretinimento di massa non vinca su ogni cosa, che la cultura – in senso generale ovvero, per intenderci, le “cose intelligenti” – riesca a non essere sopraffatta dall’idiozia e dalla cialtronaggine generale!

Poi però, finito quel fiducioso entusiasmo, tornato alla vita di tutti i giorni e constandone la realtà dei fatti, ogni giorno sempre peggiore (visione di fondo assai pessimistica, lo ammetto, ma come ricordo spesso sono passato negli anni da essere il più pessimista degli ottimisti al più ottimista dei pessimisti, con tendenza negativa costante…), con identica inevitabilità mi chiedo: ma tutti noi (mi ci metto anch’io, nel bene e nel male e sperando di non risultare tronfio), noi gente che dimostriamo di avere ancora un cervello presumibilmente sveglio e attivo, noi che pare ci rendiamo conto di un bel po’ delle cose che qui attorno non vanno affatto bene e che frequentando ancora luoghi ed eventi di valore culturale – e dunque profondamente sociale – rilevante e importante per la nostra stessa realtà civica, con tutto ciò che poi ne consegue, dimostriamo di non assoggettarci a quel sistema che invece persegue palesemente l’apatia di massa al fine di meglio dominarci e imporci le sue decisioni – noi così fatti, insomma, ma dove diavolo andiamo a finire, se poi – appunto – allo stato dei fatti la decadenza morale, culturale, intellettuale, civica della nostra società continua imperterrita e, se possibile, accelera pure?
Siamo troppo snob, forse, abbiamo troppa puzza sotto il naso, diciamo a parole che abbiamo capito cosa c’è che non va e sappiamo cosa ci sarebbe da fare ma poi tutta la nostra azione cultural-sociale finisce lì, contenti – in modo fin troppo altezzoso, nel caso – di non essere parte della massa di pecoroni drogata e ipnotizzata dalla TV, dagli status symbol, dai vari e assortiti specchietti per le allodole sparsi in giro e dal pensiero unico ma, così facendo, lasciando ad essa campo libero in qualità di fanteria pesante calpesta tutto del suddetto sistema dominante. Ci riserviamo il controllo della teoria ma non la trasformiamo in pratica, e per ciò chi invece governa e impone la pratica riesce a sopraffarci pur senza avere alla base alcuna buona teoria – anzi! Ci stiamo auto-ghettizzando, ecco, convinti di essere sempre e comunque più fighi di quelli che stanno incollati alla TV, sbraitano per il calcio e pensano che senza un certo smartphone non si è nessuno, li evitiamo, li disdegniamo ma intanto quelli ci circondano – proprio come in mare la chiazza d’olio si espande sempre più e inquina inesorabilmente l’acqua pura, se non viene contrastata ed eliminata – e con l’appoggio del sistema ci richiudono in recinti sempre più piccoli.

Insomma: io di gente a cui il cervello funziona ancora ne vedo, e pure tanta. Ma perché invece sembra che l’avanzata degli idioti continui e in modo inesorabile? Perché non sappiamo trasformare la cultura in un’arma civica, non facendone solo una virtù ideale e un nobile vanto? Perché non sappiamo scaturire da essa, dalla sua fonte potente e infinita, un fiume di consapevolezza razionale che possa spazzare via il dominio sempre più assolutista della scempiaggine e dell’insensatezza?
Dove diavolo ci nascondiamo di continuo, noi, eh?
Che alla fine si sia pure più stupidi di quegli idioti dominanti, per come così passivamente ci stiamo facendo sbaragliare e sottomettere da essi?

E’ questo il pensiero, anzi, il dubbio finale che si genera ogni volta dalla mia frequente e costante disquisizione, che ora vi ho messo qui pure per iscritto. Ed è un dubbio che trovo veramente atroce, ve lo assicuro, e sempre più ogni giorno che passa guardandomi intorno, e vedendo come tutto continui ad andare allo scatafascio mentre tanti, troppi, se ne infischiano bellamente e se ne approfittano pure…

Pompei, perenne figuraccia italica: forse era meglio prima del 1748…

Avrete certamente letto sui media, o sentito/visto sulle radio-TV, della chiusura per qualche ora, ieri (e non solo ieri), dei siti archeologici vesuviani causa “assemblea sindacale” (QUI un elenco di notizie in merito), e converrete con me che di fronte a tale ennesimo episodio di genialità tutta italiana, c’è veramente poco da commentare.
Ovviamente, non sono in discussione ne i sacrosanti diritti dei lavoratori, ne quelli dei turisti che giungono lì da tutto il pianeta non certo per trovarsi davanti un cancello chiuso e una motivazione che a loro probabilmente parrà incomprensibile. Fatto sta che, non potendo discutere ne l’una ne l’altra cosa, ovvero non potendo mai discutere di nulla, in Italia, dacché salterà sempre fuori qualcosa che vanificherà in bene o in male l’efficacia della discussione, nel concreto finisce per essere perennemente in discussione il buon nome del paese – sempre che ce ne sia ancora uno e alla faccia di tutti quanti si riempiono la bocca, prima, ora e in futuro, di “patrimonio artistico”, di “tesori storici e culturali”, di “difendiamo al cultura” e tutto il resto. Parole che puntualmente, anche quando sono frutto di voci autorevoli, serie e volenterose, svaniscono rapidamente nel vuoto della realtà italica.
Pompei poi, lo sapete, bene, è “il” caso emblematico per eccellenza, sul merito. Ha ragione Christian Caliandro: “Pompei è l’autoritratto più efficace dell’identità collettiva italiana in questo momento: è lo specchio del nostro degrado, che riflette fedelmente quanto poco ci vogliamo bene. Ciò che potrebbe servire di più sarebbe forse proprio l’attuazione della (ventilata) procedura di cancellazione di Pompei dalla lista dei siti Unesco. Sarebbe uno shock salutare, l’occasione per rendersi finalmente e integralmente conto della gravità della situazione: un Paese che non riesce a garantire la minima conservazione, protezione e manutenzione del patrimonio ereditato dal proprio passato è un Paese che sta realmente mettendo in discussione il proprio futuro. Che si sta condannando all’impermanenza.” (Pompei, autoritratto italico, Artribune Magazine #16, novembre-dicembre 2013)
A ruota, mi viene da dare ragione pure a chi sostiene che sarebbe quasi il caso che Pompei tornasse a sparire sotto terra, come prima di essere scoperta e dissotterrata (gli scavi iniziarono nel 1748 per volere di Carlo III di Borbone) ovvero, paradossalmente, prima che venisse avviato il suo incubo, dacché in tal modo si conserverebbe molto meglio che ora, affidata a enti che dimostrano da decenni di non possedere alcuna buona capacità in tal senso.
Ancora una volta, a mio modo di vedere, il problema sta tutto nella totale mancanza di cultura pure in siti che sono cultura, e che cultura dovrebbero fare e trasmettere a chi li visita. Invece no: tutta la questione viene di nuovo ridotta su piani volgarmente materiali e bassamente politici, come se si avesse a che fare con la gestione di un grande supermercato o di un parco divertimenti nella cui conduzione prevalgano sempre e comunque diritti alquanto egoistici e grossolani, ancorché giusti e in parte condivisibili – ma, insomma, una cosa è e resta giusta quando non rende ingiuste altre cose con cui ha a che fare, no?
Da tutto ciò emerge l’impressione di un effettivo menefreghismo – ovvero, se devo essere più diplomatico, di una incapacità di comprensione del valore di ciò che si ha tra le mani – nei confronti del senso, del significato, del valore primario e dell’essenza culturale (senza citare poi il potenziale economico) di certe fortune che l’Italia si trova a possedere. Come se, appunto, Pompei fosse tale quale che un altro sito pubblico qualsiasi da aprire la mattina e chiudere la sera, e se qualcosa non funziona bene e va storto pazienza, c’è altro nella vita a cui pensare.
E’ e sarà sempre inutile istituire e mettere in atto “piani straordinari”, “strategie di rilancio” o altro del genere se verso ciò che va tutelato, rilanciato e sostenuto non ci sarà un autentico attaccamento, e altrettanta dedizione culturale – e intendo dire non legata a nozionismi e informazioni calate dall’alto (del tipo “Pompei va difesa perché così c’è scritto nella legge o nel decreto tot”), ma direttamente legata alla propria cultura, ovvero alla civiltà di cui si è parte e alla società che la anima: Pompei va difesa perché è la nostra storia ed è elemento formante la nostra identità nazionale, da mostrare con orgoglio ai turisti d’ogni dove. E’, in altri termini, ciò che ha affermato lo stesso Caliandro nel passo dell’articolo sopra citato, e tale dedizione deve esserci in ogni soggetto coinvolto, dalle istituzioni politiche (in primis) all’ultimo dei lavoratori come in ogni singolo cittadino, vero padrone del sito (se ce ne ricordassimo ogni tanto, eh!). Non è certo qualcosa che si possa ottenere da un giorno con l’altro, o in poche settimane o mesi. Ma è, credo e temo, l’unica via d’uscita, se non si vorrà finire come in altri ambiti italici nei quali i fantasmi più immondi del passato, che si credevano ormai dissolti, puntualmente tornano e pure più spaventosi di prima – Venezia e il suo Mose insegnano, giusto per restare in tema di tesori artistici e culturali italici gestiti in modo a dir poco opinabile.
Così bisogna agire, sperando di ottenere rapidamente buoni risultati ovvero augurandosi che il degrado e la conseguente rovina, materiale e morale, del nostro patrimonio culturale nazionale non risultino ancor più rapidi.

70% di lettori, 2500 librerie indipendenti, 14 miliardi di investimenti in cultura. Siamo sull’isola di Utopia? No, siamo appena dopo Ventimiglia.

Lo rimarco per l’ennesima volta, seppur ormai sia mero esercizio inutile: in Italia lo stato della lettura è sempre più drammatico, lo rileva in maniera lampante l’ultima indagine ISTAT sulla questione, e i timidi raggi irradiati dalla stella Torino – inteso come Salone del Libro, che ha celebrato qualche settimana fa i propri record di vendite e affluenza, e come evento pubblico-mediatico attorno a cui ruota, in tal senso, tutto il comparto editoriale italiano, o almeno quello dei grandi numeri – non scaldano più di tanto un panorama che pare invece raffreddarsi sempre di più.
Eppure, basta andare appena oltre la bella cittadina ligure citata nel titolo di questo articolo – oppure superare il colle del Monginevro o il tunnel del Monte Bianco… beh, ci siamo capiti – per ritrovarci in una situazione radicalmente diversa e persino imbarazzante, per noi, nella sua positività. Ebbene sì: oggi la Francia, per i libri, rappresenta veramente un’isola felice – quasi come quella narrata da Tommaso Moro nella sua celebre opera – che può vantare ben il 70% di popolazione che legge almeno un libro all’anno (contro il nostrano 43%, in calo costante da tempo), e addirittura un 45% che legge tutti i giorni! Sono dati rilevati dall’indagine I Francesi e la lettura condotta da Livres Hebdo e Ipsos (corrispondente transalpina di quella condotta qui da ISTAT) che ha fotografato uno stato della lettura certamente florido, se si considera pure la presenza di librerie sul territorio, 2500 delle quali indipendenti, che non solo non cala, ma in certe zone aumenta pure – lo rilevò pure il New York Times qualche tempo fa.
Ma c’è di più, molto di più (ahinoi). Altra cosa ormai superflua da notare, è che da noi le pratiche di sostegno e di incentivazione delle istituzioni a favore della cultura in generale sono sostanzialmente assenti: non si fa che tagliare, e da anni, bilanci, aiuti economici e fiscali, agevolazioni, in base a criteri politici che considerano i soldi spesi per la cultura una spesa, non un investimento. Viene facile ricordare quella dichiarazione di un noto ex ministro, “con la cultura non si mangia”, che la disse (e la dice) lunga sul pensiero dominante delle classi dirigenti italiche al proposito.
Ebbene, al di là di Ventimiglia, appunto, tutto cambia, anche in tal caso, e per il semplice motivo poco prima citato: in Francia hanno capito che i soldi spesi nella cultura possono rendere, e pure tanto, rappresentando un investimento inopinatamente florido. Nel 2012 (ultimo dato disponibile) lo Stato francese ha investito ben 13,9 miliardi di euro (11,6 miliardi di bilancio (!), 1,4 miliardi di spese fiscali e 0,9 miliardi assegnati a diversi organismi sotto forma di tasse redistributive), ai quali vanno aggiunti altri 7,6 miliardi provenienti dagli enti locali, molti dei quali assegnati proprio al settore editoriale (in senso di produzione e vendita, ovvero editori e librai) da sempre molto sostenuto in Francia. E quanto hanno reso, questi investimenti? Beh, più di 4 (quattro!) volte tanto: 57,8 miliardi di euro di valore aggiunto, secondo i dati ufficiali emersi dallo studio congiunto promosso dai ministeri della cultura e dell’economia. Cinquantasette-virgola-otto-miliardi (no, dico, voglio che sia chiaro, il concetto!), il che significa che gli investimenti nel comparto culturale hanno reso il doppio di quelli per le telecomunicazioni (25,5 miliardi), sette volte quelli per l’industria automobilistica (8,6 miliardi). Oltre. Ovviamente, al ritorno socio-culturale, appunto, con una quantità di lettori, di vendite di libri, di buona salute dell’intero comparto e, ça va sans dire, dicultura diffusa, il che è insostituibile fonte di buona civiltà.
Ecco, c’è poco altro da aggiungere, alla faccia nostra che ci ritroviamo quelle (non)politiche culturali, e coloro che le hanno elaborate e ce le impongono. A noi, che “con la cultura non mangiamo” e che, in tal modo, ci ritroviamo sempre più non solo affamati ma pure ignoranti. Vive la France!

1914-2014, centenario della Grande Guerra: a cosa serve commemorarlo?

Come certamente saprete, in questo 2014 si commemora il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, un evento che ha cambiato in modo fondamentale le fattezze geopolitiche del Vecchio Continente – anche più del secondo conflitto mondiale – e che in Italia ha contributo, nel “bene” (se mai se ne può trovare, in una guerra!) e nel male, a formare un considerabile concetto di nazione forse per la prima volta dalla proclamazione dello stato unitario, con tutte le conseguenze sociali e sociologiche che ne derivarono.
Inutile dire che, stante i fronti di scontro generatisi durante il conflitto, l’Italia fu uno degli stati più coinvolti, soprattutto nelle regioni settentrionali confinanti con l’Impero Austroungarico, dunque è doveroso augurarsi che il nostro paese commemori l’anniversario nel modo più degno e compiuto possibile, così come già hanno cominciato a fare, istituzionalmente, altri stati europei. Ancor più tale augurio è doveroso se constatiamo quanto purtroppo poco attiva, dalle nostre parti, sia la memoria riguardo la storia nazionale: ne conserviamo poca per fatti recenti, figuriamoci per eventi vecchi di 100 anni, periodo che nel corso della storia rappresenta un nulla ma che alla considerazione pubblica contemporanea appare come qualcosa di arcaico e lontanissimo. Ciò genera anche un potenziale disinteresse verso tali anniversari, circa i quali molti si chiedono il senso del commemorarli, del dover a tutti i costi onorarne la storia quand’essa sia inequivocabilmente passata e ormai apparentemente priva di effetto, per noi cittadini del ventunesimo secolo. Insomma: perché commemorare fatti di cent’anni fa? A cosa serve?
Tali domande, che non di rado colgo in giro e che rappresentano il fulcro della questione che vi sto sottoponendo, in verità palesano esse per prime quella condizione di disinteresse nei confronti della nostra storia che indubbiamente è tra gli elementi provocanti il degrado – per usare un termine molto in uso su tali temi – della società in cui viviamo e dei suoi valori – altro termine strausato e super abusato. Indotti dai modus vivendi in voga oggi a vivere costantemente alla giornata, ignorando il passato e trascurando il futuro, e a considerare la storia al pari di una zavorra che ci appesantisca l’esistenza quotidiana come un professore barboso e cattedratico appesantisce una lezione a scuola, non ci rendiamo conto di una cosa banalissima tanto quanto fondamentale: noi tutti veniamo dal passato, con esso abbiamo costruito il presente e dovremmo programmare il futuro, possibilmente meglio rispetto a certi errori nel passato commessi e che proprio la storia ci riporta alla memoria. In altre parole, si potrebbe dire che la consapevolezza storica del nostro passato è il primo elemento di costruzione della nostra identità; ergo, la trascuratezza ovvero l’ignoranza di esso è altrettanti primo elemento di indebolimento e di sfaldamento dell’identità stessa.
Come ha detto di recente Giorgio Agamben, senza dubbio uno dei filosofi contemporanei più attenti all’analisi delle dinamiche sociali in chiave storica del nostro paese, “Gli europei incontrano sempre la verità nel dialogo con il proprio passato. Per noi il passato non significa solo un’eredità o una tradizione culturale, ma una condizione antropologica di fondo. Se ignorassimo la nostra storia potremmo solo penetrare nel nostro passato in maniera archeologica. Il passato diventerebbe per noi una forma di vita distinta. In questo consiste l’Europa. E in questo risiede la sua sopravvivenza.” (La crisi perpetua come strumento di potere. Conversazione con Giorgio Agamben, “Il lavoro culturale”, 2 ottobre 2013). Ovvero, ricordare un anniversario come quello relativo ai 100 anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, non è soltanto un rendere onore alla storia in sé e a chi ne fu protagonista, ma significa in qualche modo ricordare cosa noi siamo e perché lo siamo. Significa rimarcare in modo giammai superficiale e demagogico bensì storicamente determinato e paradigmatico la nostra identità, e in senso antropologico in primis, non certo con altre accezioni più banali e retoriche (che in tali casi finiscono troppo spesso per sfociare in uno sciovinismo vacuo e abbastanza ridicolo).
Per questo mi viene di rispondere a quelle domande poste poco sopra in tal modo: è doveroso commemorare eventi storici come il centenario della Grande Guerra perché attraverso di essi ricordiamo chi siamo. La forma di tale commemorazione sarà poi scelta e volontà individuale, e io credo che già un ottimo modo di commemorare sia dato dalla conoscenza e dalla consapevolezza di quella storia. Non sono certo i monumenti e i mausolei a dover ricordare, semmai essi sono suggestivo e necessario stimolo per non dimenticarci di ricordare, ecco.
Dunque, lo ribadisco di nuovo, mi auguro che l’Italia non si dimentichi di ricordare come si deve questo anniversario: come si è visto, è un dovere non tanto verso il proprio passato ma ben più per il presente e il futuro della sua società, e di tutti noi.

P.S.: nell’immagine in testa al post, una carta geografica a soggetto politico dell’Europa con note di Walter Emanuel, disegnata e stampata da Johnson, Riddle & Co. a Londra e pubblicata nel 1914 ca da G. W. Bacon. Descrive e raffigura le tensioni politiche in Europa all’inizio della Prima Guerra Mondiale definendo gli stati attraverso rappresentazioni canine. Per ulteriori info cliccate qui.

P.S.2: da par mio, sto dedicando alcune puntate del mio programma radiofonico Radio Thule al tema della Grande Guerra e del centenario. Come al solito, trovate il podcast di esse nella pagina dedicata al programma.